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A TE SI STRINGE L'ANIMA MIA
O Dio, tu sei il mio Dio. All'aurora ti cerco,
di te ha sete l'anima mia,
a te anela la mia carne,
come terra deserta, arida, senz'acqua.
Così nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria.
Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode.
Così ti benedirò finché io viva,
nel tuo nome alzerò le mie mani,
mi sazierò come a convito,
e con voci di gioia ti loderà la mia bocca.
Nel mio giaciglio di te mi ricordo,
penso a te nelle veglie notturne,
tu sei stato il mio aiuto;
esulto di gioia all'ombra delle tue ali.
A te si stringe l'anima mia.
La forza della tua destra mi sostiene.
Commento
L'esclamazione "O Dio, tu sei il mio Dio", ci prefigura colui con il quale iniziamo una relazione
personale, l'impegno cioè di un'intimità profonda. Se siamo attenti, inizialmente l'espressione citata è qualcosa di vago, ma nel
momento in cui la preghiera si interiorizza, s'intensifica il senso d'appartenenza e d'alleanza a Dio. Ciò comporta come conseguenza
l'acquisizione di un sentimento di sicurezza e di fiducia, nella consapevolezza di essere amati personalmente dal Signore. Ed è a
questo punto che l'esigenza iniziale dell'orante è riconosciuta come l'ardente desiderio di stare unito a Dio.
Personalmente, mi piace chiamarlo "A te si stringe l'anima mia"; perché tutto ciò che è dell'uomo,
anima, spirito e corpo, è assetato del Signore.
"A te si stringe l'anima mia" è un'affermazione visiva, intima, a metà del canto d'Osanna, della preghiera di chi confida
nell'unione amorevole del Signore che è vera fonte di felicità, pur tra le vicende di lotte e dei mali della vita terrena. Al
contrario, al solo pensiero di essere privato dell'unione divina, rimane sconsolato, avvertendo un senso di vuoto e d'intollerabile
tristezza.
E' doverosa una grande grazia poter affermare con sincerità che è Dio, e Dio soltanto, che si desidera. Questo dimostra che la vita
è fermamente orientata verso il suo autentico e ultimo fine.
Vediamo di rilevare i personaggi, i soggetti che agiscono nel testo. Sono due: colui che parla e l'azione di Dio.
I primi due versetti rappresentano la supplica individuale i seguenti quattro, esprimono fiducia ed azione di
grazie, proprio come negli stadi della preghiera di lode (adorazione, lode e azione di grazie). Infine gli ultimi due rappresentano la
risposta del Signore, anche se a dichiararlo è colui che parla.
Le azioni da attribuire a colui che parla, supplicando individualmente, sono sei: "all'aurora ti cerco"; "di te ha sete…";
"a te anela…"; "come terra deserta, arida, senz'acqua"; "ti ho cercato"; "per contemplare".
Si tratta di sei designazioni che indicano il desiderio di percepire intimamente il Signore, con metafore e simboli: esse definiscono
l'orante come colui che senza il Signore non è nulla.
Non solo, colui che parla, all'esigenza proclamata, afferma: "la tua grazia vale più della vita"; "le labbra
loderanno"; "ti benedirò"; "alzerò le mani"; "mi sazierò"; "con gioia la bocca ti
loderà".
Colui che parla, al termine della supplica e dell'azione di grazie conferma ciò che il Signore fa per lui: "tu sei stato il mio
aiuto"; "sotto le tue ali"; "la forza della tua destra mi sostiene".
Come possiamo notare si tratta di un monologo di speranza, di fiducia, di grazie espressi affettuosamente rivolti
al Signore, proprio come fa un bambino col padre o la madre. E' un momento di gioia perché come il pio israelita provava grande
felicità nello stare presso il Tabernacolo ed era sotto la potente e soave protezione del Signore, similmente quale e quanta dovrebbe
essere quella del cristiano che vive vicino alla sua chiesa , dove Gesù è presente sotto i veli Eucaristici? Che dire poi, quando
siamo accanto a Gesù durante la Messa? Oppure durante le lodi e le preghiere giornaliere?
Vedete quali e quanti istanti d'intimità e di felicità, prova colui che parla che, da assetato, è stato riempito dalla presenza del
Signore. Cioè dalla presa di coscienza del bisogno di salvezza, la consapevolezza che Gesù è sempre con noi come aveva detto,
raggiungendo la comunione con Dio, senza scordare che è sempre opera sua, nel senso che colui che parla si limita a bussare alla sua
porta. Non solo, il credente "soffre di una vera fame" del Signore, perché la sua presenza diventa una necessità
fisiologica, poiché colui che parla ha piena e totale fiducia di vedere esaudita la preghiera di supplica.
Diversi sono i temi e i punti su cui insiste il Salmo: Amore, veglia notturna. La preghiera considera il tempo che
intercorre dal mattino alla notte, dal desiderio al possesso. Vale a dire che il mattino l'anima urla la sua sete; nel momento in cui
scende la sera, "essa si stringe al suo Signore". Cioè ha trovato Dio, dopo un lungo cammino. Un itinerario che va dal
Santuario (Chiesa), al convito (Eucaristia), all'ombra delle sue ali ("Io sarò con voi fino alla fine del mondo"). Sono tre
parole che rappresentano la comunione con Dio e con i fratelli e le sorelle in Cristo, cioè che vanno dal sacramento a ciò che esso
significa per tutti i credenti.
Quante volte nel silenzio della notte, nel segreto della meditazione, colui che parla è unito a Dio come se si
trovasse ammesso alla parte più sacra del suo essere, avvolgimento della presenza di Dio che sembra far ardere il cuore di una gioia
indescrivibile che vorrebbe gridare al mondo intero.
Potenza, gloria, grazia, tali sono le qualità di Dio che fa concorrere tutte le sue opere al disegno d'amore. La potenza è la
capacità di agire; la gloria, l'opera realizzata; la grazia, la fonte inesauribile che alimenta l'azione.
Anima, carne, labbra, mano, bocca: è tutto l'uomo con le sue aspirazioni, le sue debolezze, la sua forza e la sua volontà di
comunicare.
Come possiamo notare esiste una profonda intonazione mistica in tutto il Salmo, perché l'orante, pur attraversato dalla crisi del
mondo, conserva una grande pace davanti a Dio.
Solo i mistici e coloro che tutto confidano in Dio sanno unire gioia e sofferenza, tribolazione e pace, perché il
centro della loro esistenza si trova in Dio. Da lui attingono felicità, pace e la forza di fronteggiare la sofferenza (la
beatitudine). La pena più profonda dell'anima umana è il desiderio ardente di Dio, dell'infinito, della fonte ultima della vita e
dell'amore. Il dolore intenso e profondo è avvertito da ognuno, più o meno consapevolmente; e la vita di chiunque è indirizzata
verso il bene o il male secondo come reagiscono alla sofferenza (sono le due scelte di cui parlava il Papa Giovanni XXIII).
Purtroppo oggi, nella società del consumismo, molte, troppe persone, anche tra coloro che si professano cristiani,
non la identificano e anzi soffocano la sete d'infinito, adeguandosi ai piaceri materiali o alla ricerca del successo, del potere, o
alla degenerazione di sensazioni insolite che conducono inevitabilmente alla violenza; tuttavia, nulla di tutto ciò soddisfa e
riempie il vuoto interiore, quella sete del trascendente che l'uomo non sa placare.
Al contrario, quando l'orante si abbandona a Dio in preghiera, lasciamo Dio libero di manifestare in modo personale il suo amore, la
sua attenzione, la sua protezione e,allora, inizia a spegnersi quella sete comprendendo che la vita può essere donata in cambio di un
unico istante di quel puro e santo amore.
Ora, fratelli e sorelle, rileggiamo il salmo, provando alla gioia dell'amore personale di Dio per ognuno, così che
la lode sorga spontanea dal profondo dell'anima e dello spirito esprimendolo attraverso la felicità interiore, confessando con le
labbra e contemporaneamente anche il corpo, che ne è partecipe, perché viene naturale esprimere la gratitudine a Dio innalzando le
mani insieme al cuore.
In questo modo viviamo costantemente presso i Tabernacoli Eucaristici, affinché, consolati dalla corporea presenza, e nutriti del suo
corpo, perseveriamo sulla via del bene e ci rallegriamo in Cristo Gesù.
Amen,alleluia,amen.
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