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“CRISTO GESU’, PUR
ESSENDO…”
Filippesi 2,6-11
Introductio: Preghiamo la Madonna, con l’Ave
Maria, perché ci assista nell’accogliere Lo Spirito Santo.
“Vieni, Spirito Santo, nei nostri
cuori e accendi
In essi il fuoco del tuo amore. Vieni,
Spirito Santo,
E donaci per intercessione di Maria che ha
saputo
Contemplare, raccogliere gli eventi della
vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia
di
Leggere e rileggere le Scritture per farne
anche
In noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito Santo, di lasciarci nutrire
da questi
Eventi e di riesprimerli nella nostra
vita.
E donaci, Ti preghiamo, una grazia ancora
più
Grande; quella di cogliere l’opera di
Dio nella
Chiesa visibile e operante nel mondo”.
Amen.
Lectio: leggiamo il testo con
attenzione
La lettera fu scritta a Roma, quando la prigionia di Paolo
stava per finire ed egli prevedeva di essere nuovamente libero
entro poco tempo: dunque, verso la metà dell’anno
63, dopo le lettere ai Colossesi, a Filemone.
La cristianità di Filippi, importante città
della Macedonia, era stata la prima fondata da Paolo in Europa,
allorché durante il suo secondo viaggio missionario era
sbarcato in Macedonia tra la fine dell’anno 50 e gli inizi
dell’anno 51. A questi suoi primogeniti europei egli rimase
sempre attaccatissimo, e concesse loro un privilegio non concesso
ad altri: e fu che, mentre Paolo nella sua fierezza non accettava
mai soccorsi materiali dai suoi neofiti, li accettò invece
più di una volta dai Filippesi. Ciò avvenne anche
durante la prigionia romana degli anni 61-63. Quando i Filippesi
seppero che il loro amatissimo maestro si trovava in tale stato,
inviarono a Roma Epafrodito, uno dei membri più autorevoli
della loro comunità, con l’incarico sia di assistere
Paolo sia di reali soccorsi materiali da parte loro. Ma, durante
la sua permanenza aRoma, il buon Epafrodito fu colto da grave e
lunga malattia, tantoché la notizia della malattia giunse
a Filippi e di là si rispose a Roma che tutta la
comunità era in trepidazione per il malato; più
tardi, come Dio volle, Epafrodito guarì completamente e si
preparò al ritorno.
In questa occasione Paolo gli affidò la presente
lettera. In essa l’Apostolo risponde alle buone notizie
recategli da Epafrodito, e mostra la sua riconoscenza per i
soccorsi ricevuti; ma soprattutto egli intavola una serena ed
affettuosa conversazione con quei suoi figli amatissimi, che
sperava rivedere assai presto. Ma è anche una
conversazione cristiana, di evangelizzatore ed evangelizzati: e
perciò contiene, fra altri punti dottrinali, insegnamenti
cristologici di particolare importanza.
Meditatio.
Paolo rileva la prima e fondamentale virtù sociale,
l’umiltà, e canta il più luminoso esempio che
ci è fornito dal capo stesso del corpo mistico: le membra
perciò non possono fare a meno di nutrire “gli
stessi sentimenti” del loro capo: Gesù
Cristo.
Tuttavia, convinto di quanto difficile fosse il programma
spirituale e morale proposto ai fedeli, Paolo vuol dimostrare che
però è possibile, se imiteremo
“l’esempio” di Cristo: infatti, lo stato di
umiltà assunto da Cristo presuppone una rinuncia
infinitamente più grande di quella che noi cristiani
dobbiamo fare nei confronti dei nostri fratelli. “Pur
essendo nella forma di Dio”(v.6), Cristo
rinunciò a tutto lo splendore e alla gloria che
competevano a questa sua condizione, per assumere
l’ordinaria “forma di servo, diventando (in tutto)
simile agli uomini” (v.7). Nella sua umanità,
esclusa la parentesi della trasfigurazione, mai rifulse lo
“splendore”, accecante della divinità;
anzi, questo apparve come eclissato, cancellato, addirittura
“svuotato” (v.7). E ciò non
bastò a Cristo: dopo l’umiliazione
dell’incarnazione, ecco l’umiliazione della morte di
croce, accettata in piena “obbedienza” alla
volontà del Padre (v.8).
Come ricompensa però di questa catena
d’umiliazioni, Dio “sovraesaltò”
(v.9) la “umanità” di Cristo nella
resurrezione, dandole una dignità, una gloria e uno
splendore (“nome”) che la pone sopra
d’ogni essere creato (v.9), umano, angelico o demoniaco
(v.10. Cifr. Efes.1,21; Ebr.1,4; 1Pt. 3,22). E questo
perché è la “umanità”
dello stesso Verbo di Dio, che tutti gli esseri ragionevoli
finalmente proclameranno a piena voce
“Signore”, Dio eterno e immutabile, dominatore
dei secoli e “giudice dei vivi e dei morti” (2
Tim.4,1). Tale “confessione” di fede
costituirà la “gloria” più
grande che si potrà dare al “Dio Padre”
(v.11), perché implica la piena accettazione del suo
disegno d’amore e di saggezza. Notiamo che manca una
espressa conclusione di carattere ascetico-morale, tuttavia essa
è implicata nel contesto: come Cristo dalla sua
“umiliazione” ha ricavato la massima
“gloria”, anche noi cristiani ritrarremo dalle
nostre rinunce una grande gloria e ricompensa per noi stessi e
per tutto il corpo mistico, il quale, proprio dai buoni
sentimenti di tutti, crescerà più splendente e
vitale.
Ne conviene che i vv. 6-11, del capitolo 2 della lettera sono
dunque di una eccezionale importanza teologica. Non solo il
contenuto è altamente poetico e come percorso da un fiotto
di commozione, ma anche la forma esterna è poetica, un
vero “inno” con un certo ritmo melodioso che
ci eleva a vette spirituali immense.
Dal punto di vista teologico vi si afferma la preesistenza del
Verbo e la sua divinità ( ricordiamo il prologo del
Vangelo di Giovanni, 1,1-11), l’incarnazione e la morte di
croce, la glorificazione di Gesù e il suo dominio
universale come ricompensa dell’abbassamento della sua
umanità. Dal punto di vista ascetico è la gran
lezione dell’umiltà e dell’obbedienza che
è proposta a tutti i credenti d’ogni tempo,
perciò tali virtù non possono essere marginali nel
cristianesimo, se costituiscono l’essenza della vita e
dell’opera di Gesù.
La prima parte dell’inno (vv.6-8) tratta più
direttamente di alcuni argomenti che ci riguardano più da
vicino (come ai Filippesi), poiché vi troviamo un ritratto
di Gesù, il quale non si è attaccato egoisticamente
alla sua elevata condizione di vita “di natura
divina”.
Gesù è colui che fece tutto il contrario di
Adamo che, uomo, volle diventare Dio e, creatura, ardì
ribellarsi e disobbedire al suo Creatore (Gn.3,5 il serpente
dice: “ diventerete come dei”).
Rigettando il peccato di Adamo, Gesù liberamente
rinuncia alla sua posizione elevata e assume la condizione di
Adamo di schiavitù al peccato e alla corruzione; egli ha
accettato “la condizione di servo”.
Trovandosi in questa corrotta situazione umana, di cui noi siamo
tutti partecipi, Gesù ha portato a compimento il cammino
di Adamo umiliando maggiormente se stesso in obbedienza al Padre
fino a patire la morte in croce ( “non c’è
amore più grande, che dare la vita per i propri
amici”). Esempio luminoso d’altruismo e, poniamo
l’accento ancora, di umiltà, che indica la morte
stessa. La morte di “croce”, per Paolo, non è
simbolo d’infamia, ma di gloria.
Sebbene egli possa essere stato più specificatamente
interessato alla prima parte dell’inno, la seconda
(vv.9-11) è altrettanto espressiva, perché
ciò che è accaduto a Gesù Cristo, il quale
si è umiliato e morto e risorto, è importante come
esempio di ciò che accadrà a noi (come ai
Filippesi), che umiliandoci e, forse, subiremo la morte rendendo
testimonianza al Vangelo. Come Dio Padre ha esaltato Gesù,
il secondo Adamo, così anche noi cristiani che soffriamo e
moriamo con la fede possiamo sperare di essere risuscitati a
nuova vita quando il Signore glorioso tornerà (1
Ts.4,13-18). Il resto dell’inno esamina l’esaltazione
di Gesù e la sua unicità: gli è stato dato
un nome che è al di sopra di ogni nome, così che
quando è pronunciato il cosmo risponde genuflettendosi e
glorificando Dio Padre, confessando e pregando che
“Gesù Cristo è il
Signore”. La frase è allo stesso tempo
un’invocazione e una professione di fede della sua
identità.
Contemplatio.
Signore, noi ti lodiamo, ti adoriamo, ti benediciamo, ti
glorifichiamo e ti rendiamo grazie per averci rivelato la tua
persona divina. Se c’è uno che potrebbe a buon
diritto chiudersi in se stesso e accontentarsi della propria
autosufficienza, se c’è uno che potrebbe conservare
gelosamente il “tesoro” inestimabile della propria
esistenza, senza avere bisogno di entrare in rapporto con niente
e nessuno al di fuori di sé, questi sei tu Signore.
L’aspetto sconvolgente e “scandaloso” della
nostra fede cristiana è proprio questo: tu, uomo
Gesù Cristo, sei Dio per natura, eppure tutta la tua vita
è stata un uscire da te, un curare la prossimità
con noi uomini peccatori. Senza l’affermazione della tua
uguaglianza col Padre la tua vicenda sarebbe magari commovente e
potrebbe essere esaltante, ma non più di quanto lo fossero
le vicende di tanti eroi e benefattori dell’umanità.
E l’immagine del Padre resterebbe un enigma insolubile, un
mistero occulto e incomprensibile: Dio Padre potrebbe ancora
essere un geloso custode della propria inarrivabile
divinità.
Gesù ti sei “svuotato” della tua
divinità e non ti sei accontentato di condividere la
nostra condizione umana, ma ti sei spinto fino ad assumere la
condizione di servo. Su questa strada sei andato sino in fondo:
ti sei consegnato nelle mani dei peccatori; hai offerto
liberamente la tua vita, in obbedienza al Padre, affrontando la
più meschina e infamante delle morti per amore nostro.
Dall’incarnazione alla crocifissione il tuo progetto
è stato un atto d’obbedienza alla volontà
divina che ti chiedeva di manifestare a tutta
l’umanità l’abissale amore del Padre per i
suoi figli. Questo è l’unico modello cui anche noi
dobbiamo ispirarci Signore nostro. E’ il modello assoluto.
Su di esso e solo su di esso saremo misurati, perché come
tutti siamo stati chiamati ad essere perfetti come tu
Gesù, fin da prima della creazione del mondo.
Gesù crocefisso e risorto noi ti proclamiamo Signore
della voce del Padre. Il tuo nome è destinato ad essere
ripetuto da ogni lingua, perché ogni creatura sia condotta
a riconoscere la tua signoria, piegando il ginocchio di fronte
alla tua regalità sul mondo. Noi non intendiamo tutto
questo come una rivincita o un “pareggio dei conti”.
Tu, Signore, non prendi una posizione di dominio e di
prevaricazione che hai abbandonato solo nel fugace momento della
morte in croce. Una volta per tutte, Gesù uomo Dio, ti
manifesti proprio nella dedizione incondizionata di te,
nell’amore sconfinato con cui ti sei posto al servizio
della salvezza di tutti. Tu “regni” proprio dalla
croce: questo è il segno tracciato sulla storia. Nella
carità divina espressa attraverso il segno della croce
vediamo insieme la gloria del Padre e il significato pieno
d’ogni vicenda umana. Grazie, Gesù. Lode e gloria a
te, sempre!
Conclusio.
Gesù, mio Signore, tu sei la sorgente della vita,
venuto sulla terra per comunicare questa vita a tutti gli uomini.
Tu mi porti la vita vera: spirituale, soprannaturale, divina. Tu
mi dai la vita della grazia; mi rendi partecipe della vita della
S.S. Trinità. La vita che mi porti è l’unica
cosa che conta realmente. Coloro che la possiedono regnano per
essa. Coloro che non l’hanno o l’hanno perduta, sono
come morti, come se si trovassero nella Geenna. Ti sono veramente
riconoscente e grato, Gesù mio, per il dono meraviglioso
che mi consacra al mio Dio e fa di me un erede del Regno.
“A fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e
Padre” (Ap.1,6).
Gesù mi doni questa vita di grazia per mezzo dei
sacramenti. Entro in essa col battesimo: “Dovete nascere
dall’alto”. Questa vita si sviluppa grazie
all’Eucaristia, la carne che vivifica: “Io sono il
pane di vita”. Nella Messa, l’acqua mescolata al
vino per il sacrificio eucaristico, perde la sua identità
e si confonde col vino. Così, quando ricevo te Signore, io
prendo parte alla tua divinità e possiedo la tua vita.
Tu mi dai la vita, o Signore. Io l’accolgo e la faccio
sviluppare in me. Tu sei la vita e io sono il tralcio. La tua
linfa penetra in me e mi spinge a dare frutto. Tu mi hai esortato
a non trascurare né sprecare i benefici di Dio. La grazia
di Dio che è destinata a me personalmente dovrebbe essere
ricevuta con rispetto, conservata con gelosa cura e assecondata.
Devo riflettere sull’avvertimento che lo Spirito Santo fece
dare all’angelo della Chiesa di Laodicea: “Conosco
le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari
tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei
cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti
dalla mia bocca” (Ap.3,15-16).
Gesù, mio Signore, se è necessario, scuotimi
dalla mia autosufficienza. La vita è breve. Non permettere
che ne sprechi una parte. Concedimi piuttosto di ricavare il
massimo profitto dalle grazie che mi metti a disposizione.
Con te “abbiamo in abbondanza”. Signore
Gesù, tu dai senza misurare. Tu vuoi che io viva
pienamente la mia vita spirituale. “Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia”
(Gv.1,16). La tua grazia non viene a me come un rivoletto, ma
come l’onda abbondante e possente dei grandi fiumi che
danno vita e prosperità. Quando procurasti il vino alle
nozze di Cana, tu Signore, non ne desti qualche brocca, ma sei
grandi giare riempite fino all’orlo ed erano i recipienti
più grandi della casa. Quando moltiplicasti i cinque pani,
tutti quelli che erano presenti mangiarono a sazietà e
furono raccolti dodici canestri d’avanzi. Quando ordinasti
agli Apostoli di gettare la rete al lato destro della barca, essa
si riempì immediatamente di tale quantità di pesci,
che i pescatori non riuscirono più a sollevarla e la
dovettero trascinare a riva. Quando donasti il pane di vita
– l’Eucaristia – tutti gli uomini furono
invitati a mangiare di questo cibo celeste quanto più
spesso volessero. Tu, Signore, dai sempre grazie abbondanti,
nella misura in cui io le possa portare.
La grazia è venuta per mezzo tuo Gesù. Signore,
che la tua grazia inondi l’anima mia fino a che io ti
appartenga totalmente.
Tu sia benedetto in ogni istante della giornata, Signore
Gesù. Amen. |