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LE BEATITUDINI
Dal discorso della montagna
Introductio: Invocazione dello Spirito
Santo
“Vieni, Spirito Santo, nei nostri
cuori e accendi
in essi il fuoco del Tuo amore. Vieni,
Spirito Santo,
e donaci per intercessione di Maria che ha
saputo
contemplare, raccogliere gli eventi della
vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia
di
Leggere e rileggere le Scritture per farne
anche
In noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito Santo, di lasciarci nutrire
da questi
Eventi e di riesprimerli nella nostra
vita.
E donaci, Ti preghiamo, una grazia ancora
più
Grande: quella di cogliere l’opera di
Dio nella
Chiesa visibile e operante nel mondo”.
Amen.
Lectio. Leggiamo le beatitudini
Gesù, con i suoi discepoli, percorreva tutta la
Galilea, insegnando nelle sinagoghe (luoghi di istruzione e di
preghiera) e predicando l’evangelo del Regno, cioè
l’annuncio della salvezza, che si incentra su di lui, e
curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
La sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero
a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori,
indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva. E
grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla
Decapoli (il complesso di dieci città ad est del Giordano,
amministrate dal governatore della Siria, da Gerusalemme, dalla
Giudea e da oltre il Giordano.
Vedendo le folle, Gesù salì su una montagna nei
pressi di Cafarnao e, messosi a sedere, iniziò ad
insegnare.
Il fatto che il discorso sia ambientato sulla montagna, gli
conferisce un’importanza speciale. Significa il luogo della
rivelazione divina, come lo era già stato il Sinai per
Israele. Anche la parola di Gesù risuona dal monte.
Annotiamo un altro particolare, Gesù parla stando seduto:
si tratta della posizione del maestro e la sua parola ha un
timbro autorevole. Il suo dire è, in realtà un
insegnamento ) per insegnamento si intende il termine tecnico per
indicare l’interpretazione della parola normativa di Dio
contenuta nelle Sacre Scritture dell’A.T.).
Gesù svela il senso vero e ultimo della volontà
di Dio Padre. Egli ne è l’interprete autorizzato.
Ogni uomo vi si trova responsabilizzato: non può
accogliere o rifiutare a piacimento la sua parola. Ogni uomo
è interpellato a prendere posizione o rifiutare a
piacimento la sua parola.
Il movimento della scena è composto di quattro atti
importanti: le cerchie degli ascoltatori, vale a dire i discepoli
e la folla; il monte da cui scende la parola;
l’atteggiamento di Gesù; la qualifica di
insegnamento del suo parlare.
Il tutto può trascendere il puro dato cronachistico. I
discepoli rappresentano i credenti della chiesa. La folla sullo
sfondo è presente come uditrice, pronta alla fine a
stupirsi. Costituendo la moltitudine dei potenziali discepoli, ai
quali la chiesa è inviata in missione per portare
l’insegnamento di Gesù.
In cosa consiste l’insegnamento? In sostanza Gesù
indica come si dovrebbe vivere: non semplicemente in
conformità ad una serie di regole, ma rivoluzionando
interiormente il proprio atteggiamento e la propria
mentalità. E la cosa straordinaria è che
Gesù ha dato all’uomo la capacità di vivere
questo ideale apparentemente impossibile. Le parole di
Gesù sono enunciate con arte e potenza. Ci si accorge
all’istante della divisione in due strofe, simmetricamente
disposte:
La prima parte, vv.3-6, presenta quattro beatitudini;
la promessa del regno ricorre all’inizio della prima
strofa;
La seconda parte, vv.7-10, presenta altre quattro
beatitudini, la promessa del regno, ribadito, alla fine della
seconda; così il compimento della volontà di Dio
(=la giustizia) specifica le beatitudini conclusive.
Meditatio:
Il soggetto è uno solo: Gesù. Le due strofe
delle beatitudini hanno l’andamento di una sinfonia
crescente di intensità man mano che Gesù le
enuncia. Per l’uditorio non sono più semplici parole
scandite, ma nell’animo diventano vive, fremono,
commuovono, ridanno speranza.
Vediamo di rilevare, oltre al soggetto, quali altri personaggi
agiscono nel testo. Sono due: Gesù e la folla, discepoli
compresi, a cui rivolge l’insegnamento.
“Beati…perché di essi è il
Regno…;
“Beati…perché saranno
consolati…;
Beati…perché erediteranno…;
“Beati…perché saranno
saziati…;
“Beati…perché
troveranno…;
“Beati…perché vedranno…;
“Beati…perché saranno
chiamati…;
“Beati…perché di essi è il
Regno…
Se analizziamo accuratamente gli enunciati ci accorgiamo
all’istante di quanto stia a cuore il popolo di Dio
sofferente. Ma egli ne ha cura, egli ne ha premura, egli ne ha
attenzione, egli lo ama. Tutte definiscono il Signore Gesù
come colui che ridà speranza e fiducia
nell’avvenire. E’ come se dichiarasse agli
ascoltatori di non preoccuparsi, perché lui è
venuto per consolare ognuno, e il suo giogo è leggero.
Di che cosa si tratta?
Gli antichi avevano definito paradosso un enunciato che andava
contro l’opinione comune; in questo senso le beatitudini
sono il più ampio e radicale paradosso che sia mai stato
enunciato, perché per l’uomo la beatitudine consiste
nella felicità, la sazietà nella saturità,
il piacere è l’effetto dell’appagamento,
l’onore è prodotto dalla stima; al contrario, e fin
dalle prime battute, l’enunciato di Gesù afferma che
per l’uomo la beatitudine consiste
nell’infelicità, la sazietà nella
famelicità, il piacere nell’inappagamento,
l’onore nella disistima, il tutto nell’attesa del
Regno di Dio veniente e della gloria futura.
Come possiamo ben comprendere nessun discorso recitato sulla
terra è stato più sconvolgente, o meglio,
più capovolgente, di questo: ciò che tutti prima
ritenevano bianco qui è chiamato non già grigio e
scuro ma addirittura nero; dove prima si sublimava la vetta
adesso è posta la base, e dove si sprofondava la base
è collocata la vetta. In confronto con le beatitudini
(compreso tutto il discorso della montagna), le massime teorie
operate dall’uomo sulla terra sembrano nulla, come se le
parole fossero dette da bambini. E questo capovolgimento è
presentato, non già come conseguenza di lunghe e
approfondite investigazioni intellettuali, bensì con un
tono notevolmente imperativo che trova il suo appoggio soltanto
sull’autorità del maestro: “Così
è, perché ve lo dico io
Gesù!”.
Contemplatio:
Gesù, Signore della vita, noi siamo riuniti nel tuo
nome per lo0darti, benedirti e ringraziarti. Le tue parole, come
allora alla folla sul monte e ai tuoi discepoli, risuonano chiare
e sono entrate nel nostro animo.
Le nostre labbra, Signore Gesù, esultano e i nostri
cuori ti adorano per la tua presenza beatificante: Signore
perdona le nostre mancanze quando pensiamo troppo ai beni terreni
che ci allontanano da te, sfuggendo ciò che vuole lo
Spirito Santo.
Oggi abbiamo compreso che lo spirito della beatitudine
è la felicità raggiunta con te e con il Padre.
E’ l’appagamento, pieno di riposo e di gioia nel tuo
amore, non di un qualsiasi desiderio, ma consapevoli di quei
desideri che costituiscono l’ideale dell’esistenza,
che ne esprimono il motivo.
Gesù, il bisogno di felicità, nel cuore
dell’uomo, è insopprimibile. E non si tratta di mero
egoismo, come a volte si sente affermare, magari in certi momenti
di fervore inteso male.
Taluni desideri di felicità sono egoismo, sì.
Tuttavia la vocazione alla felicità Dio stesso l’ha
deposta nel cuore dell’uomo, come ulteriore segno della
somiglianza con lui.
Tu, Signore, sei il beato per eccellenza. Tu, Signore, sei la
beatitudine beatificante per tutti noi.
Gesù, l’uomo porta in sé l’istanza
della beatitudine, non tanto come un valore da raggiungere
possedendolo, quanto per una condizione del proprio essere.
Gesù, con te non siamo beati perché possediamo
qualche cosa, siamo beati perché siamo qualche
cosa.
Gesù, oggi abbiamo compreso che la beatitudine
raggiunge l’identità personale, soprattutto quando
deriva non più dalle cose possedute ma dal proprio modo di
essere e di vivere, allora assomiglia a quella Tua.
Tu, Signore Gesù, sei beato non perché sei il
Figlio di Dio e possiedi tutto, ma sei beato perché sei
Dio. Tu ci hai promesso la beatitudine ad una condizione: essere
fedeli alla tua Legge e alla tua volontà, al tuo progetto.
Perché la fedeltà porta la beatitudine anche in
terra (Dt.28,13-14).
La beatitudine di noi uomini, sempre intesa come vocazione, ha
due componenti: una componente espressiva e rivelatrice, che
è la prosperità, e una componente costitutiva, che
è la fedeltà a te o Signore: infatti, chi è
fedele a Dio è felice, chi è fedele al Signore
è colmato di beatitudine.
Tutto questo ci ha fatto capire che essere beati non consiste
semplicemente nel possesso di questo o di quel bene, non consiste
nel possedere o nel fare, ma piuttosto consiste nel realizzare un
rapporto con Te.
Conclusio
Evidenziamo i momenti chiave del passo del Vangelo di
Matteo:
- il discorso è ambientato sulla montagna.
- Gesù parla “seduto” : “e ora io vi
dico” non costituisce un annullamento della
“legge”, ma un suo compimento, nel senso che
Gesù è l’interprete autorizzato, autentico
della volontà divina iscritta nella
“legge”.
- La felicità annunciata da Gesù è agli
antipodi di ciò che abitualmente pensiamo, diciamo,
facciamo. Il discorso non propone un tipo di ordine sociale o il
modello di una rivoluzione, ma offre dei richiami e delle
esigenze nuove, che ci raggiungono in ogni campo, nelle nostre
opzioni pubbliche come nelle nostre intime scelte; questo
annuncio non esalta il dolore, non insegna la rassegnazione;
è una parola di liberazione dai condizionamenti della
carne e del mondo.
Amen. |