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LIBRO DEL SIRACIDE
"Abbi pietà, Signore"
36,1-5. 10-13
Introductio.
Lodiamo Dio nostro Padre che ci ha chiamato ad ascoltare la
sua Parola. Preghiamo Maria Vergine Madre perché ci
assista nel ricevere lo Spirito santo.
Vieni, Spirito Santo, nei nostri cuori e
accendi
In essi il fuoco del tuo amore. Vieni,
Spirito Santo,
e donaci per intercessione di Maria che ha
saputo
contemplare, raccogliere gli eventi della
vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia
di
Leggere e rileggere le Scritture per farne
anche
In noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito Santo, di lasciarci nutrire
da questi
Eventi e di riesprimerli nella nostra
vita.
E donaci, Ti preghiamo, una grazia ancora
più
Grande: quella di cogliere l’opera di
Dio nella
Chiesa visibile e operante nel mondo.
Amen.
Lectio.
Contrariamente a quanto succede nei Libri dell’A.T., la
Sapienza di Ben Sirach (=Siracide) si apre indicando chi sia
l’autore.
Il Libro ha una storia complessa. Se leggiamo attentamente il
libro, veniamo a sapere che Gesù figlio di Eleazaro Ben
(=figlio di ) Sirach, scrisse quest’opera in ebraico. Suo
nipote la tradusse in greco, perché la trovava meritevole
di essere conosciuta, a distanza di una cinquantina
d’anni.Tutto ciò accadde immediatamente prima della
rivolta dei fratelli Maccabei.
Il Libro di Ben Sirach è in un certo senso una forma di
resistenza non violenta all’ellenizzazione degli Ebrei,
ovunque si troveranno (per questo fu poi tradotto in greco),
volendo mostrare che non la filosofia greca possiede la sapienza,
ma Israele, con la sua gran tradizione che compone assieme la
rivelazione del Dio Vivente e l’esperienza quotidiana della
vita.
Il mondo ebraico ha amato il Libro di ben Sirach; tuttavia non
lo ha considerato ispirato, forse perché i rabbini farisei
che fissarono il canone vedevano nel libro una mentalità
sadducea: in lui, infatti, non si parla della vita futura e del
messianesimo, mentre c’è un forte interesse per il
culto e l’ambiente sacerdotale. Così il libro ci
è giunto solo nella versione greca dei LXX, mentre
l’originale ebraico è stato scoperto recentemente e
a frammenti.
La Chiesa invece, a differenza della sinagoga, lo considera
ispirato e ne fece largo uso, tanto che i padri lo chiamarono
“LIber Ecclesiasticus” (= Libro delle Chiesa), il che
spiega come mai si cita spesso come l’Ecclesiastico e da
sempre i cristiani ne facciano ampio uso.
A noi occidentali riesce difficile capire con quale criterio e
seguendo quale piano BenSirach scrive il suo libro. Dobbiamo
pensare però che con ogni probabilità siamo di
fronte ad una raccolta di elementi essenziali del suo
insegnamento, col quale egli intendeva costruire l’immagine
del pio israelita.
Leggiamo il cantico attentamente tutti insieme.
Meditatio.
Si tratta di un cantico che presenta tutti i caratteri di una
supplica collettiva. Gli obiettivi della preghiera sono
comunitari e riguardano Israele nella situazione storica del
momento che è quella della diaspora, verso gli anni 140
a.C. La diaspora è la dispersione di minoranze ebraiche
attraverso il mondo civilizzato, in particolare Babilonia,
l’Egitto, l’Asia Minore, la Grecia, Roma e,
più tardi, la Gallia, la Spagna e i paesi germanici.
L’esplosione del popolo ebraico è soprattutto
l’effetto delle grandi deportazioni successive alla caduta
di Samaria (721) e di Gerusalemme (596 e 586); in parte il
risultato di espatri volontari in cerca di fortuna.
Il cantico, in ciascuno dei suoi elementi, è
un’attualizzazione dell’esodo. Infatti, la riunione
della diaspora sarà un nuovo esodo.
Ai vv.1.11.12 (una volta all’inizio, due volte alla fine
del poema) risuona l’invocazione “abbi
pietà!”. La nota supplichevole trova riscontro nei
primi versetti del racconto dell’esodo: “Gli
Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida
di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a
Dio (Es.2, 23). Subito Dio passa all’azione e fa sorgere
Mosè.
La preghiera invita Dio ad alzare la mano (v.2), a rinnovare
segni e prodigi, a glorificare la sua mano e il suo braccio
destro (v.5). Come possiamo notare sono altrettante allusioni
alle gesta dell’esodo. Infatti, al momento
d’investire Mosè della sua missione, il Signore gli
dice: “Stenderò la mano e colpirò
l’Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad
esso, dopo il faraone vi lascerà andare” (Es.
3,20).
La visione del poeta va a cercare Israele perduto
nell’universo e la molteplicità delle nazioni:
Signore Dio dell’universo – tutte le nazioni (v.1)
– le nazioni straniere (v.2). La progressiva concentrazione
dello sguardo riproduce il procedimento divino
dell’elezione: “..voi sarete per me la
proprietà tra tutti i popoli, perché mia è
tutta la terra. Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una
nazione santa”.
La santità di Dio è la sua
inaccessibilità (v.3). Israele ha potuto avvicinarlo
soltanto in una perfetta purezza. Ma la santità è
anche il terrore che Dio ispirava in passato alle nazioni che
avevano attribuito la caduta di Gerusalemme alla sua
incapacità (Ez.39,21-25).
Il nuovo esodo sarà la riunione delle tribù
intorno a Sion (Is.54,1-10). Al centro di Giacobbe e di Israele
riuniti (vv.10-11), Gerusalemme, dimora del Signore (vv.11-12),
è oggetto di una particolare attenzione. In essa si forma
un’umanità nuova. Splendore e gloria di cui è
riempita Sion (v.13) sono le qualità divine delle quali
Dio ha rivestito l’umanità alla sua prima creazione.
Già si fa strada l’idea che le nazioni avranno parte
al mondo rinnovato: “Ti riconoscano, come noi abbiamo
riconosciuto, che non c’è un Dio fuori di te”
(v.4).
Rileggiamo il cantico in silenzio, cogliendo ciò lo
Spirito Santo ci suggerisce.
Contemplatio.
Padre celeste, noi crediamo in te, nella tua fedeltà al
“giuramento” di liberarci dal male e dal peccato. La
storia del popolo d’Israele ci testimonia che la Tua
misericordia non tarda; frantuma lo scettro degli ingiusti;
schiaccia le teste dei capi nemici ed esaudisce la preghiera dei
tuoi servi, dando la ricompensa a quanti ti attendono.
Tu hai permesso che il tuo popolo primogenito fosse più
volte deportato, afflitto da tante avversità, ma sempre
hai dimostrato la sua elezione, punendo i popoli stranieri per i
misfatti contro Israele.
Al tempo prestabilito hai voluto che Gesù, il tuo
Figlio unigenito, nascesse nella terra di Sion e da quel luogo la
buona novella fosse portata a tutti i popoli. Gesù ha
impegnato la Chiesa nell’annunzio universale della buona
novella e questo mandato è chiaro ed obbligante per ogni
battezzato. Padre, Tu hai voluto aver bisogno degli uomini per
diffondere il Tuo Vangelo, per dispensare la tua grazia,
costruire il tuo Regno. Per questo anche noi ci uniamo alla
preghiera del pio israelita e ti supplichiamo di aiutarci di
rispondere con generosità e prontezza alla tua chiamata e
preparare in noi e nei nostri fratelli un terreno fertile per il
seme della tua Parola. Per questo la Chiesa, la sposa di Cristo,
ti supplica perché superi le divisioni interne,
perché sia unita, vitale, perché possa operare
efficacemente nel mondo, di cui è fermento.
Conclusio.
Dalle riflessioni sul destino del popolo d’Israele
scaturisce una supplica ardente, che esprime la sofferenza di un
popolo minacciato nelle sue tradizioni nazionali e religiose,
nelle sue più profonde convinzioni, ma che esprime,
soprattutto, la speranza che verrà la salvezza annunciata
dai profeti e attesa da Israele.
Ed il Messia è giunto; la preghiera è stata
ascoltata da Dio Padre: “Come ai loro occhi ti sei mostrato
santo in mezzo a noi, così ai nostri occhi mostrati grande
fra loro”: questa invocazione fu esaudita allorché
tutti, pagani e credenti, contemplammo, contempliamo,
contempleremo il Figlio incarnato, diventato tenerezza per ogni
persona.
Grazie Santissima Trinità per questa ora di
preghiera.
Sia lodato in eterno il tuo nome.
Amen. |