|
APOCALISSE - 2
11,17; 12,10
Introductio: Preghiamo la Madonna, con
l’Ave Maria, perché ci assista nell’accogliere
lo Spirito Santo.
“Vieni, Spirito Santo, nei nostri
cuori e accendi
In essi il fuoco del tuo amore. Vieni,
Spirito Santo,
e donaci per intercessione di Maria che ha
saputo
contemplare, raccogliere gli eventi della
vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia
di
Leggere e rileggere le Scritture per farne
anche
in noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito Santo, di lasciarci nutrire
da questi
eventi e di riesprimerli nella nostra
vita.
E donaci, Ti preghiamo, una grazia ancora
più
grande, quella di cogliere l’opera di
Dio nella
Chiesa visibile e operante nel mondo”.
Amen.
Lectio.
Proseguiamo nell’esposizione del libro
dell’Apocalisse, introducendoci nell’interpretazione
del mondo e della storia. Mentre la predicazione profetica
considerava lo svolgersi del disegno di Dio lungo una linea
continua e nell’ambito del destino storico del popolo
eletto, la letteratura dell’apocalisse suppone una rottura
netta tra l’era presente, segnata dal peccato e
dall’influsso delle potenze malvagie, e l’età
futura dove si eserciterà pienamente il trionfo di Dio e
dei suoi eletti. L’era presente, tempo di conflitto e di
prova, sarà sostituita dalla manifestazione perentoria e
definitiva dell’ordine divino.
Questo compimento non è aleatorio; non dipende dal
gioco delle volontà umane. Le sue date sono determinate in
anticipo, normalmente sconosciute agli uomini, perché Dio
solo è il padrone e giudice della storia.
L’universo intero è in relazione con
l’avvento finale del regno di Dio: la visione della fine
dei tempi ha le stesse caratteristiche di quella della creazione.
Simile concezione è nello stesso tempo pessimista e
ottimista: pessimista nel senso che essa rileva la
fugacità del mondo presente e la sua perversità;
ottimista, poiché afferma il trionfo finale di Dio
nonostante le vittorie apparenti del male.
Alle sette lettere iniziali fanno seguito le visioni. Giovanni
ha dapprima una complessa visione di Dio assiso sul trono,
attorniato da vegliardi, angeli, altre creature,
l’Agnello, il tutto accompagnato da lampi, voci e tuoni.
E’ un’esperienza impressionante che prepara Giovanni
ad una serie di altre tre complesse visioni: apertura di sette
sigilli, suono di sette trombe, versamento sulla terra di sette
coppe dell’ira di Dio.
I sigilli rappresentano guerre, uccisioni, carestie, morte,
martirio e la fine del mondo. Le trombe rappresentano varie
piaghe, giudizi, sofferenze, e ancora guerra, morte e, ancora la
fine dei tempi. Le coppe rappresentano malattie, piaghe,
castighi, spiriti demoniaci, distruzione e catastrofe generale.
Intercalati tra queste complesse e sovrapposte visioni vi sono
brani che trattano del governo del mondo, di lotte spirituali,
del cielo, del culto, di angeli e false religioni. Il libro
termina con una gloriosa raffigurazione del cielo, dove tutte le
lacrime saranno asciugate e Dio sarà tutto in tutte le
cose.
Giovanni ha messo per iscritto queste visioni certamente per
ispirazione di Dio. I credenti d’ogni tempo hanno bisogno
d’incoraggiamento in periodi di grandi persecuzioni e di
malvagità imperante. Mostrare Dio che regna in cielo
attorniato da angeli e santi possono servire a rafforzarci e
infondere in ognuno il coraggio di resistere per potere
rafforzare la fede, la speranza e l’amore.
Il cantico, che mediteremo e contempleremo, afferma il suo
genere letterario: “Noi ti rendiamo grazie”
(11,17). Quindi, cantico d’azione di grazie. Nel libro,
il cantico è situato subito dopo il suono della settima e
ultima tromba. La visione anticipata della storia si ferma a
questo punto. Non esiste più un poi. La denominazione del
Signore “che è e che era” non è
più seguita dal futuro “ che
sarà”, come nei capitoli precedenti.
L’inizio del capitolo 12, che non è riportato nel
cantico, descrive il celebre segno della Donna incoronata di
dodici stelle. La seconda parte del nostro cantico vi fa
allusione: “…è stato precipitato
l’Accusatore, colui che accusava i nostri fratelli”
(12,10). E’ opportuno tenere presente questo contesto.
Satana è stato schiacciato dalla Donna, da san Michele e
dai suoi angeli. La lotta vittoriosa dei martiri
s’inserisce in una lotta gigantesca che vede intervenire
Dio, Cristo, la Chiesa e, fra i membri della chiesa, il
più eminente, la vergine Maria.
Infine il libro vuole dimostrare come la vittoria è
conseguita grazie alla potenza dell’Agnello di Dio
immolato, rappresentato come un leone trionfante che divora i
suoi avversari. Come si evince, il protagonista è
l’Agnello, che è morto eppur vivente.
L’Agnello immolato riceve onore, gloria e benedizione
perché il suo sangue lava i cristiani dai loro peccati.
Egli prepara un banchetto per coloro che hanno creduto in Lui e
hanno sofferto per il suo nome. Egli siede sul suo trono in cielo
partecipando alla gloria di Dio per sempre. Il libro termina con
una nota di conforto e d’incoraggiamento. Alla notte segue
l’aurora; dopo la sofferenza viene la pace; dopo la fatica
viene il riposo; dopo le lacrime viene la gioia eterna. E’
stupendo rendersi conto che la vita ha un significato e che
è degna di essere vissuta. Questa constatazione ci
dà il coraggio di andare avanti nonostante tutto. Ed
è verso questa visione di felicità e di gloria che
l’Apocalisse dirige la mente dei fedeli; il veggente ci
ammonisce che tutto si compie alla luce
dell’eternità. Il messaggio del libro profetico
è quindi un messaggio d’ottimismo, giacché la
presenza della Chiesa nel mondo con tutte le sue forze salvifiche
lasciatele dal suo maestro è garanzia di vittoria contro
le forze del male in tutte le sue forme; ma è anche un
messaggio di speranza perché tendiamo verso un termine di
gloria in cui i beni soprannaturali, che quaggiù ci sono
comunicati inizialmente e parzialmente, diventeranno nostro
perfetto possesso.
Il cantico forma un’unità tematica, il peccato
non è un ostacolo insormontabile sulla via della salvezza.
Per quelli che rimangono ancora sulla terra, il cielo intravisto
per un istante, è la luce che brilla in fondo al cammino
che fa esclamare: “Vieni, Signore
Gesù!”.
|
“Noi ti rendiamo grazie,
|
“Ora si è compiuta la salvezza,
|
|
Signore Dio onnipotente,
|
la forza e il regno del nostro Dio
|
|
che sei e che eri,
|
e la potenza del suo Cristo,
|
|
perché hai messo mano
|
poiché è stato precipitato
l’accusatore;
|
|
alla tua grande potenza,
|
colui che accusava i nostri fratelli,
|
|
e hai instaurato il tuo regno”.
|
davanti al nostro Dio giorno e notte”.
|
Meditatio.
I primi versetti sono interamente dominati dall’idea del
compimento: la regalità del mondo è passata nelle
mani di Dio. Tuttavia la narrazione non è conclusa, ma
aperta.
Il compimento – vittoria sulle forze del male e sulla
ribellione dei popoli, il giudizio, la venuta di Dio –
è proclamata e affermata, ma non descritta. Ancora non
è detto come Dio ha vinto la ribellione delle genti e ha
giudicato coloro che sconvolgono la terra, e ancora non sono
indicate le norme della nuova e permanente presenza di Dio. Da un
altro punto di vista, possiamo affermare che il compimento
è visto dall’alto (la scena è collocata in
cielo) e narrata ritualmente (la scena è un cerimoniale).
Rimane da raccontarlo storicamente, nel suo svolgimento
terrestre. Dall’alto le cose si vedono prima e
immediatamente nella loro conclusione. Le caratteristiche
storiche perdono valore e ciò che conta è
l’essenza. E’ la prospettiva sacra, liturgica.
Dal basso è diverso: le cose si svolgono piano piano e
le modalità storiche hanno grande importanza: è
necessario decifrarle per raggiungere quel “senso”
che poi la liturgia proclama e intorno al quale concentra,
giustamente, tutta l’attenzione.
Infatti, la meditazione esamina il cantico così come
è nella sua versione liturgica.
Distinguiamo due parti: l’ora del giudizio (11,17), le
conseguenze del giudizio (12,10). L’una e l’altra
parte pongono in rilievo la potenza che Dio e Gesù Cristo
possiedono indivisibilmente, e il regno che è loro opera
comune.
L’ora del giudizio. La mano di Dio
è il simbolo della sua capacità di agire,
d’intervenire, di fare e rifare, quella soprattutto che ha
dimostrato al tempo della liberazione d’Israele prigioniero
dell’Egitto: “Stenderò la
mano…”(Es.3,20; Dt. 4,34). Piegando tutte le
cose alla sua volontà, Dio regna. Le nazioni hanno cercato
di opporre resistenza. Ma ecco l’ora dell’ira
(11,18): è il giudizio. Ma il giudizio è anche
l’atto che ricompensa i giusti delle persecuzioni subite.
Il popolo dei salvati si compone di servi, di profeti, di santi
piccoli e grandi e quanti temono il nome di Dio. Per servi
intendiamo coloro che Dio incarica di una missione. I profeti
esercitano il ministero della parola per edificare, esortare,
confortare. I santi sono quelli che hanno rotto con il mondo per
somigliare a Dio. Quelli che temono Dio (in altre parole il
rispetto) sono l’insieme dei fedeli che formano il suo
popolo.
Le conseguenze del giudizio. L’Accusatore
è stato precipitato. Si tratta di Satana che, secondo le
concezioni più antiche (Gb.1-2), svolge il ruolo di
pubblico accusatore davanti al tribunale di Dio. In
realtà, Satana fa più di questo. Accusa gli uomini
davanti a Dio, per farli condannare; accusa Dio davanti agli
uomini (Gn.3), per far nascere il loro il dubbio sulla sua
bontà, se non sulla sua potenza.
La vittoria su Satana è opera comune di Dio e di
Gesù Cristo, soggetti della potenza; di Gesù e dei
fedeli, uniti nella testimonianza del sangue versato. Gesù
si trova così al punto d’incontro della potenza e
del sangue. Il suo sacrificio che lo ha condotto a sacrificarsi
non è debolezza, ma potenza redentrice: “Ora
è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo
mondo (Satana=Accusatore) sarà gettato fuori. Io, quando
sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”
(Gv.12,31s).
Nello stesso modo, ”odiare la propria
vita”, cioè di essere pronti a sacrificarla nel
nome e per conto di Gesù, è il mezzo più
sicuro per ritrovarsi, non più solitari, ma nella gloria
condivisa con Gesù: “Chi ama la sua vita la perde
e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per
la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io,
là sarà anche il mio
servo”(Gv.12,25s).
Il cantico finisce rivolgendosi agli abitanti del cielo. Le
anime dei giusti sono nelle mani di Dio. Infatti, si afferma nel
libro della Sapienza in 3,1-6: “Parve che morissero, ma
essi sono nella pace”.
Contemplatio.
Meravigliose sono le tue parole, Signore Dio Onnipotente.
L’amore di Gesù e la grazia dello Spirito Santo, per
intercessione di Maria SS., le hanno impresse nei nostri cuori.
Nella grande e stupefacente visione di Giovanni
nell’apocalisse, il soggetto principale sei tu Gesù,
che hai portato a compimento il progetto di salvezza del Padre,
sostenuto dallo Spirito Santo. Tu ci hai liberati dalla
schiavitù del peccato, ci hai resi liberi. Libertà
che ancora non è completamente sottratta agli attacchi del
maligno, ma che tuttavia porta in sé una reale
possibilità di vittoria. Inoltre, siamo consapevoli che
Satana, vedendo un’anima che ha fede e ama Gesù, le
invia tentazioni e suggerimenti con i quali il peccato viene
proposto, alla proposta si prova piacere o dispiacere, si
acconsente o si rifiuta. Oggi sappiamo che i gradini per cedere
al male sono tre: la tentazione, il piacere, il consenso.
Ma sappiamo anche che se la tentazione di un peccato ci
tormentasse tutta la vita, non potrebbe renderci meno graditi a
Dio, l’essenziale è che non ci piaccia e che non
acconsentiamo. Il motivo è che nella tentazione noi non
siamo attivi, ma passivi; e siccome non proviamo alcun piacere,
non possiamo essere colpevoli. San Paolo sofferse lungamente le
tentazioni della carne e non per questo dispiacque a Dio, anzi,
Dio era glorificato nelle tentazioni; la Beata Angela da Foligno
provava tentazioni carnali così crudeli che, solo al
racconto, si prova compassione per lei. Anche le tentazioni
patite da San benedetto e da San Francesco, allorché uno
si gettò nella neve e l’altro nelle spine dei rovi
per mitigarle, erano terribili, ma non per questo persero la
grazia di Dio; anzi, in loro la grazia aumentò.
Gesù, l’insegnamento che ne ricaviamo è
che dobbiamo essere coraggiosi, calmi e pazienti, quando siamo
afflitti da tentazioni, e non dichiararci mai vinti finché
ci disgustano; tenendo presente la differenza che esiste tra
avvertire e acconsentire.
Inoltre Signore non siamo soli: c’è la tua Parola
e la Santa Croce, da abbracciare col nostro spirito, proprio come
se ci trovassimo davanti a Te crocefisso. Ricorrendo a te con
ferma decisione, saremo vittoriosi. In queste occasioni di
sofferenza, noi rinnoviamo il nostro amore a Dio e a te
Gesù che hai detto: “Va indietro, Satana, tu
adorerai il Signore tuo Dio e solo lui servirai”; Non di
solo pane vive l’uomo, ma d’ogni parola di
Dio”.
Nella preghiera odierna, abbiamo compreso che esistono due
movimenti nella quotidianità: quello orizzontale ( e
cioè la presenza di Satana che, sia pure segnata da una
radicale impotenza, non cessa di tentarci, come abbiamo visto) e
quello verticale ( la vittoria di Gesù e la definitiva
sconfitta di Satana, l’Accusatore) che non sono
semplicemente un prima e un poi, ma piuttosto due realtà
che noi cristiani viviamo contemporaneamente: da una parte, nella
certezza della fede e nel canto liturgico, celebriamo il
definitivo, ovvero il fatto compiuto; dall’altra, nella
vita d’ogni giorno e concretamente, non cessiamo di
sperimentare la necessità, la paura, la persecuzione e la
possibilità del peccato: personale, sociale e
comunitario.
L’affermazione: Gesù ci ha salvati dalla
schiavitù del peccato! Si tratta di una dichiarazione
centrale del N.T., e poi di tutta la teologia cristiana. Questa
affermazione è tanto importante quanto difficile da
comprendere. O per lo meno, era così. La salvezza e la
redenzione dal peccato operata da te Gesù, ha come primo
aspetto proprio la liberazione dal peccato. Una simile
dichiarazione suona stranamente oggigiorno, dal momento che
viviamo tempi in cui si perpetua l’ideologia
dell’egoismo, e conseguentemente è scomparso il
senso del peccato dalla coscienza umana.
Al contrario, per noi, oggi, consolazione e vigilanza, gioia e
persecuzione sono quindi gli atteggiamenti e le situazioni che
caratterizzano le nostre testimonianze di Gesù Cristo, il
Redentore.
Conclusio.
Gesù hai preso su di te tutti i peccati, di ieri, di
oggi e di domani, e mi dai la possibilità di ripristinare
l’armonia iniziale della relazione con il Padre celeste.
Gesù tu sei il Salvatore di tutto il mio essere: spirito,
anima e corpo. E grazie alla tua morte in Croce, hai sconfitto
Satana, l’Accusatore e la morte. Per questo motivo , tu che
sei Via, verità e Vita, ogni essere umano può
ritornare al Padre, ricevendo il suo perdono, le sue grazie e
benedizioni.
A questo punto mi sorge spontanea una domanda: voglio essere
salvato? Tu, Gesù, non imponi con la forza la salvezza. Tu
la offri, io la posso accettare o rifiutare. Gesù posso
permetterti di guarire e salvare ogni aspetto della mia
personalità, li liberarmi da ogni schiavitù, di
donarmi ora, in questo momento, una nuova vita e domani la vita
eterna; oppure posso decidere di badare a me stesso, posso
credere che con le mie capacità potrei salvarmi da solo e
che potrei con i miei sforzi guadagnarmi e conquistarmi la
salvezza. Nella lettera agli Efesini, san Paolo, al cap.2, 8,
dice: “E’ per grazia di Dio che siete stati salvati,
per mezzo della fede. La salvezza non viene da voi, ma è
un dono di Dio; non è il risultato dei vostri sforzi.
Dunque nessuno può vantarsene”.
E’ chiaro che le preghiere e le opere sono una diretta
conseguenza dello stato salvifico che ci è stato donato.
La salvezza, è bene ripeterlo, è un dono di Dio, un
regalo, un bene immenso che mi è stato dato gratuitamente,
ma sta a me accogliere questo dono o respingerlo. Se accetto la
salvezza, accetto te Gesù, in altre parole devo crederti,
credere a tutto ciò che hai detto, credere alla tua parola
e quindi devo agire con coerenza.
Ecco perché devo imparare a conoscerti e scoprire le
cose che hai detto e questo lo posso realizzare attraverso la
lettura e le meditazioni del Vangelo proposte dalla tua Chiesa e
attraverso i Sacramenti che tu hai istituito.
Sia lodato Gesù Cristo. Amen.
|