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“SIA BENEDETTO
DIO…”
1^ Pietro 1,3-9
Introductio: Meditiamo un istante sulla presenza di
Gesù presente tra noi riuniti nel suo nome, lodandolo e
ringraziandolo.
Preghiamo la Madonna, con L’Ave Maria, perché ci
assista nell’accogliere lo Spirito Santo.
“Vieni; Spirito Santo, nei nostri cuori e
accendi
In esso il fuoco del tuo amore. Vieni, Spirito
Santo,
E donaci per intercessione di Maria che ha saputo
Contemplare, raccogliere gli eventi della vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia di
Leggere e rileggere le Scritture per farne anche
In noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito Santo, di lasciarci nutrire da
questi
Eventi e di riesprimerli nella nostra vita.
E donaci, Ti preghiamo, una grazia ancora
più
Grande: quella di cogliere l’opera di Dio
nella
Chiesa visibile e operante nel mondo”. Amen.
Lectio.
Le indicazioni che offrono la lettera per individuare con
precisione i suoi destinatari sono scarse. Essa è
destinata ai cristiani delle cinque province romane
dell’Asia Minore, “gli eletti sparsi come
stranieri nella diaspora”. Anche se originariamente il
termine diaspora (dispersione) era stato usato per gli Ebrei che
vivevano fuori della Palestina, e ciò farebbe supporre, a
prima vista, che i destinatari fossero dei giudeo-cristiani. Di
fatto, il termine è usato in senso simbolico, per
designare i cristiani dispersi nel mondo, e di cui la maggioranza
doveva essere pagana. Infatti, l’allusione al loro
precedente modo di vivere fa pensare più a degli ex-pagani
che agli Ebrei.
Questi convertiti, tuttavia, dovevano già essersi
familiarizzati con la Sacra Scrittura, come dimostra l’uso
frequente, nella lettera, di riferimenti all’A.T.
Dal contenuto della lettera è impossibile dare uno
schema logico. Ciò è dovuto al carattere
particolare di questo scritto nel quale le esortazioni
s’intrecciano continuamente ad elementi dottrinali aventi
lo scopo di giustificarle e rafforzarle. In senso generale,
possiamo affermare che l’imperativo dell’esortazione
precede l’indicativo dell’affermazione dottrinale su
cui essa si fonda ( al contrario di quanto avviene nelle
principali lettere di Paolo, dove una prima parte dottrinale
– espressa all’indicativo per indicare ciò che
i cristiani possiedono già in Cristo – è
seguita da una seconda esortativa – espressa
all’imperativo per invitare i cristiani a vivere in maniera
degna di quello che hanno già ricevuto)
Noi fisseremo la nostra attenzione sul rendimento di grazie (
nello stile delle benedizioni ebraiche, Ef. 1,3-14), che si
sviluppa in una meditazione sulla rivelazione del piano di
salvezza operato da Dio Padre.
Meditatio.
“Sia benedetto Dio, Padre del nostro Signore
Gesù Cristo, il quale, secondo la pienezza della sua
misericordia, ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di
Gesù Cristo dai morti, a una speranza più
viva…”
Notiamo subito che in primo luogo c’è un omaggio
al Padre, un’esclamazione di gioia piena di riconoscenza:
sia benedetto, lodato e glorificato! Il punto di vista
particolare per cui Dio è benedetto come Padre del nostro
Signore Gesù Cristo, è la sua paternità
anche nei nostri confronti. Egli, infatti, ci è Padre non
solo per la nostra concezione naturale nel seno materno,
-sarebbe stata impossibile senza il suo volere – ma anche,
e soprattutto, perché è il creatore della nostra
nuova vita, la causa della rigenerazione. Dio, infatti, dalla
“pienezza della sua misericordia” fu spinto fino al
dono di questa nuova vita. Nella parola
“misericordia” non dobbiamo tanto vedere la sua
compassione per le sue creature schiave del peccato, quanto
piuttosto la sua intima familiarità con
l’umanità tutta, fin dal tempo del paradiso
terrestre.
Il seme meraviglioso posto da Dio nei nostri cuori è la
speranza cristiana. Tutta la lettera è pervasa da una
vibrante nota di speranza. Ma la speranza di cui parliamo non
è un pio desiderio; essa è bensì una viva e
vivificante realtà, paragonabile all’attesa di una
madre per il bimbo che già vive nel suo seno. La speranza
cristiana tende lo sguardo rivolto al ritorno di Cristo e al
dominio di Dio; ma è operante e rivolta all’oggi, e
vuol contribuire, il più possibile, a far trionfare il
bene e la verità già nella vita terrena. Similmente
è come il “Regno dei cieli”, che inizia
già su questa terra, anche se il suo termine ultimo sta
nell’al di là.
“…a un’eredità incorruttibile,
immacolata, inalterabile, riservata nei cieli per
voi…”
La nuova vita di figli di Dio ci è stata donata da
Cristo che col battesimo (sacramento della rinascita) assume
espressione visibile, impegno ed efficacia in virtù della
fede. La nuova vita ci è donata anche in vista di
un’eredità che deve avere in sé qualcosa di
meraviglioso, di stupefacente, se ci è stata descritta con
aggettivi così speciali. Come nell’A.T. ogni
tribù d’Israele ricevette la sua parte
d’eredità nella terra promessa, anche a noi spetta,
al termine del nostro viaggio, alla fine della vita terrena, una
“terra” santa, appunto come ricompensa. Se per un
istante pensiamo al corpo dei risorti, comprendiamo meglio come
mai S.Pietro ci parla di qualcosa d’incorruttibile,
d’immacolato, d’inalterabile, che ci attende e ci
è conservato non in magazzini o forzieri, ma nel cuore
amoroso di Dio Padre. Saremo più vicini a Dio, liberi
dalle rovine del peccato e brilleremo immacolati, puri, liberi da
ogni imperfezione terrena. E questo dono non appassirà
mai, ma sarà raggiante di un’eterna giovanile
bellezza.
“…che per virtù di Dio siete custoditi,
mediante la fede, per la salvezza, pronta ormai a esser
manifestata nell’ultimo tempo”.
Il pericolo per la vita cristiana sta nella possibilità
di deviare dalla strada intrapresa e, per conseguenza, di non
raggiungere più il fine ultimo. S.Pietro conosce questo
rischio preoccupante, quindi, alla considerazione della meta
stupenda che ci attende, aggiunge subito la consolante certezza
dell’aiuto di Dio lungo il nostro itinerario terreno. Non
scordiamo mai che siamo assistiti, custoditi, dalla e nella
potenza divina. Non solo ogni singola creatura, ma l’intera
Chiesa di Cristo, ogni comunità, ogni famiglia.
S.Pietro non si ferma col pensiero ai pericoli del viaggio. Il
suo sguardo si rivolge sempre alla meta, alla salvezza che Dio ci
prepara. La quale non è mai soltanto un affare privato del
singolo: la salvezza cristiana si realizza sempre attraverso la
perfezione della comunità nella quale il cristiano vive,
anzi attraverso la perfezione dell’intera Chiesa di Cristo.
L’aurora della salvezza (che possediamo dal giorno del
battesimo) è già spuntata, al futuro è
riservato solo il suo compimento e la sua lieta
manifestazione.
“Perciò, esultate, anche se adesso dovete
essere molestati ancora un poco da prove di vario genere
affinché il buon saggio della vostra fede, ben più
preziosa dell’oro che perisce, ma che pure viene provato
col fuoco, riesca a lode e gloria e onore per il tempo della
manifestazione di Gesù Cristo…”
Per la salvezza donataci da Dio in Cristo Gesù, i
cristiani devono e possono rallegrarsi; e tuttavia, nella vita
terrena, la gioia è turbata da prove di vario genere.
S.Pietro vuole dire alle giovani comunità cristiane, che
esse, in avvenire, avranno probabilmente molto da soffrire; ma
così profonda è la gioia per la salvezza, che
l’angoscia le affligge appena un poco. Non si tratta ancora
delle persecuzioni e di martiri gloriosi, ma delle
difficoltà quotidiane che s’incontrano
nell’ambiente della società, nel posto di lavoro, e
anche nelle famiglie. E’ irritante e addirittura uno
scandalo, lo spettacolo di persone convertite che prendono sul
serio l’umile obbedienza, il pentimento dei peccati, il
perdono delle offese, la pratica della castità e la libera
rinuncia…e allora ecco i motti pungenti, le calunnie, il
disprezzo: sono queste le diverse prove che spesso ci feriscono
profondamente. Tuttavia il dolore che colpisce il cristiano serve
in realtà a purificare la sua fede vera e genuina. Pietro
parla poi della manifestazione di Gesù Cristo stessa. I
cristiani, spesso così dolorosamente purificati, sono
l’ornamento di Cristo quando egli, al giudizio finale, si
manifesterà glorioso a tutto il mondo. Questo versetto
della lettera dimostra quanto Pietro sia penetrato dalla
verità dell’intima unione dei cristiani con Cristo:
essi sono purificati, coltivati dal Padre celeste, in vista della
gloria del Figlio suo unigenito.
“…che voi amate senza averlo mai visto, nel
quale anche ora credete senza vederlo, e credendo esultate di una
gioia ineffabile e beata, conseguendo il premio della vostra
fede, la salvezza delle anime”.
S.Pietro delinea, in pochi tratti, l’immagine magnifica
e splendida del Signore che ritornerà nella gloria. Il suo
amore intimo e tutto personale si rivolge però
innanzitutto all’uomo di Nazareth, a Gesù, nostro
modello, che ha trascinato sul Golgota il carico dei nostri
peccati, e dalle cui sanguinose piaghe siamo stati risanati. In
rilievo si accenna alla gioia, all’esultanza dei cristiani,
nonostante le prove in cui essi devono ancora “un
poco” perseverare. Qui non si allude, come potrebbe
sembrare, alla gioia futura nella gloria eterna, ma ad una gioia
e ad una felicità che ha luogo già sulla terra.
Questa felicità festosa è dovuta, in primo luogo,
alla certezza della salvezza, che, sarebbe ancora nascosta,
velata, è già in atto; ma è anche
un’anticipazione della gioia che nasce dall’incontro
con Cristo, che, in qualche modo, vediamo già adesso,
anche se solo con gli occhi della fede. Tale gioia che ci
è anticipata sulla terra, sta in rapporto con la
felicità eterna pressappoco come l’attesa dei
bambini alla vigilia di Natale con il giubilo della notte santa.
Come l’attesa gioiosa è già reale,
così si dà anche per noi una vera, autentica gioia
già su questa terra. Si tratta di una letizia
indescrivibile, misteriosa, che si legge negli occhi raggianti di
chi la possiede. Sembra strano, ma la gioia sembra brillare
più pura proprio quando viene purificata da prove e
difficoltà. E la ritroviamo sempre, questa raggiante gioia
cristiana, dai primi secoli in poi, sul volto dei santi. Questo
è un punto centrale del cristianesimo che Pietro tocca con
questo passo: la gioia cristiana, pur nel dolore. Il quadro che
qui si traccia è già la realizzazione delle
beatitudini proclamate da Gesù (Mt.5,3-12).
Può sembrare, a prima vista, che il precedente annuncio
di una “eredità incorruttibile” venga qui
attenuato, poiché ora si parla soltanto di una
“salvezza delle anime”. Ma la Sacra Scrittura non
intende per anima qualcosa di puramente spirituale, di
incorporeo, come intendiamo noi. Per essa l’anima è
“l’io”, l’intera persona.
Quando Pietro afferma di voler “porre la sua
anima” per Gesù (Gv.13,37), si riferisce alla
“salvezza” dell’intera persona, del suo pieno
sviluppo, dell’azione di Dio che la vivifica, la salva e la
conserva per l’eternità.
Contemplatio.
*Rileggiamo i versetti della lettera di
san Pietro.
Per noi non si tratta solo di ripetere queste meravigliose
parole, o di recitarle come un canto, o di gorgogliare
l’alleluia che nasce dall’intimo del cuore grati a
Dio, ma di celebrarlo come atteggiamento profondo
dell’animo, di esprimerlo nel canto come vibrazione
interiore di vita, di gioia e d’esultanza. Perché
oggetto del nostro “canto nuovo” non è un
qualsiasi insigne benefattore, ma il nostro Creatore, che
“ci ama”, “che incorona gli umili di
vittoria”.
Gioia, esultanza, letizia non sono atteggiamenti da regia
cinematografica, sono autentici stati d’animo
autenticamente vissuti. Il tutto nella grande visione
escatologica (cioè il fine ultimo dell’uomo)
dell’incontro finale con Dio.
Che la nostra vita cristiana sia un combattimento e la
salvezza una vittoria, lo ha già rammentato S.Paolo nelle
precedenti lettere ai Corinzi e a Timoteo. Bisogna lottare
anzitutto con noi stessi, poi contro gli altri (afflizione delle
prove). Il giusto non è forse spesso perseguitato
perché la sua rettitudine è un rimprovero
insopportabile alla cattiva condotta: “Tendiamo insidie al
giusto, perché ci è d’imbarazzo…ci
è insopportabile solo al vederlo?” (Sap.2,12
ss).
Un passo di s.Paolo ci è d’aiuto per capire
meglio ciò che ha espresso s.Pietro:
“…come tutti muoiono in Adamo, così tutti
riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo
ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua
venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine,
quando egli consegnerà il regno al Padre, dopo aver
ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e
potenza…E quando tutto gli sarà stato sottomesso,
anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha
sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti”
(1 Cor. 15,21-28).
La novità delle parole spirituali di s.Pietro non
è legata al testo, ma a noi che le leggiamo: è
quell’emanazione provata nella meditazione che spinge a
ripetere a se stessi ciò che l’intelligenza ha
già afferrato, ma che il cuore non si stanca di
riascoltare. Sempre nuove non sono le parole, ma il bisogno di
leggerle senza stancarsi mai.
Conclusio.
Padre Santo, con un sospiro di sollievo e un’espressione
di riconoscenza quanto più grave era stato il pericolo
mortale, io povero del Signore mi sento spinto insieme alla lode
e alla meditazione: la tua collera dura un istante, mentre la tua
bontà dura per tutta la vita.
Gesù Cristo ha preso sopra di sé la vita umana
nelle sue forme più estreme: gioia esaltante e tristezza
fino alla morte secondo la tua volontà Padre, per donarmi
la salvezza. Gesù, Padre santo, ha riconciliato morte e
vita nell’unico mistero della risurrezione. Non
c’è nessuno stato della coscienza o del corpo che
non può essere vissuto in Gesù Cristo. Infatti,
come afferma s.Pietro, il momentaneo, leggero peso della mia
tribolazione quotidiana, mi procura una quantità smisurata
d’eterna gloria, perché io non fisso lo sguardo
sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le vicissitudini
dell’esistenza sono destinate a cedere il posto al riposo
senza fine dell’eternità. L’eternità
riscatta il tempo in tutti i suoi momenti, felici e infelici.
Grazie, Signore Gesù, benedetto sia il tuo nome sempre.
Amen. |