GESU' E L'EMORROISSAMatteo 9,20-22 Il fatto La protagonista è una povera donna, esclusa e umiliata per la sua condizione fisica, al punto di non osare apparire in pubblico. La sua emorragia cronica, secondo le prescrizioni religiose del tempo, la rende impura, cioè intoccabile e contagiosa per chiunque, tanto più per un profeta come Gesù ( vedi Lv.15,19-30). Infatti, secondo la Legge ebraica, la donna è impura per tutta la durata del ciclo mensile e deve avvertire del proprio stato non soltanto il marito ( per il divieto di rapporti sessuali), ma anche tutti gli altri maschi della famiglia: essi devono evitare scrupolosamente di toccarla o di toccare qualsiasi oggetto che sia stato in precedenza toccato da lei, per non divenire a loro volta impuri. Il caso dell’emorroissa contempla l’irregolarità, giacché il periodo di impurità non è prevedibile. Perciò la donna si trova in stato di impurità permanente, ed è letteralmente esclusa dalla società , almeno dal consorzio maschile, quasi come se si trattasse di una lebbrosa, con l’aggravante psicologica che la sua presunta malattia abbia una connotazione legata al sesso. E’ a questo punto che inizia la storia di una liberazione. Le sue implicazioni più profonde rischiano di sfuggire a chi legge con superficialità il testo evangelico. In primo piano, si trova l’atteggiamento libero e creativo di Gesù nei confronti della Legge ebraica e soprattutto in rapporto alla questione cruciale del puro e dell’impuro. Commento Il racconto è molto semplice. La donna che soffre di emorragia da dodici anni approfitta dell’affollamento intorno a Gesù per toccare di nascosto il suo mantello e non la sua persona, persuasa nell’intimo che il semplice contatto basterà a guarirla . E, infatti, è guarita. Il contatto furtivo con la frangia del mantello di Gesù si è trasformato, grazie alla sua iniziativa di misericordia, in un incontro che le dà la “pace”, cioè la piena comunione e dignità di figlia di Dio. Come possiamo notare, vi è dunque una crescita dalla fiducia alla fede, dalla segregazione umiliante alla gioiosa liberazione. La fiducia primitiva della donna è accolta da Gesù e trasformata in fede che dona la salvezza e con essa la guarigione. Poiché è venuta a contatto, non con una forza o magnetismo guaritore, ma con la potenza salvifica del Figlio di Dio, essa può proclamare “davanti a tutti”, la sua domanda di salvezza e quanto le è avvenuto. La donna ha un ruolo molto attivo nella vicenda, più di qualsiasi altro “miracolato” dei Vangeli: di fatto è lei a determinare la svolgersi dell’accaduto. Non si limita, come altri sofferenti, incontrando Gesù, a invocare a parole il suo intervento (umanamente potremmo anche affermare che la donna è trattenuta dalla vergogna). Purtroppo la nostra concezione di fede è più mentale, più asettica; al contrarionell’agire della donna, almeno all’inizio, si riscontriamo una certa dose di superstizione (spiegabile psicologicamente e storicamente). Essa è tutta protesa verso Gesù, anche se non sa spiegarsi la causa di quella stimolo interiore, si rende conto del fatto che in lui si trovano la salvezza e la liberazione e la desidera per sé. Quasi a scacciare il senso di superstizione che qualcuno potrebbe ricavare, Gesù con le sue parole la innalzano nell’ambito della coscienza di fede. Conclusione L’esempio della professione di fede nel Signore Gesù fa nuove tutte le cose e chiama ciascuno (come la donna) ad una fede più convinta e matura, capace di tradursi in testimonianza coerente e responsabile. E’ Gesù, infatti, la rivelazione piena del Vangelo dell’amore, ed è lui che, con il dono dello Spirito santo, fa nascere nell’umanità una storia concreta di amore e carità. Quindi volgere lo sguardo a Gesù significa, perciò, aprirsi ad una coraggiosa verifica per vedere quanto ci siamo lasciati plasmare dal “Vangelo dell’amore”.
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