Il Razzismo

Le razze o le etnie sono le suddivisioni della specie umana stabilite in conformità a certe caratteristiche ereditarie del corpo: colore della pelle, forma del cranio, statura, tipo di capelli, pelosità, eccetera… Le diversità fra un gruppo umano e l'altro non è nato all'improvviso e tutte insieme, come molti credono. Non c'è un periodo preciso, come sovente si pensa, nel quale sono comparse le varie razze: qualcuna si sta forse formando ai nostri giorni, mentre altre sono già scomparse o vanno scomparendo. Quindi affermare che al mondo siamo tutti uguali (nell'aspetto), sarebbe una bugia. Perciò asserire che sul nostro pianeta esistono diverse razze o etnie, non significa certo essere razzisti: ma solo prendere atto di una realtà incontestabile.

Come si sono formate le varie razze?

nave con schiavi

Tutto è dovuto, secondo quanto sostengono gli scienziati, all'ambiente in cui si sono stabiliti i gruppi umani primitivi. A poco a poco, infatti, gli uomini hanno occupato ogni punto del pianeta adattandosi al clima e alle altre condizioni ambientali incontrate nelle varie regioni. Quest'adattamento è avvenuto nel corso di parecchi secoli (millenni) e durante questo periodo le caratteristiche delle varie razze, attraverso molteplici trasformazioni, si sono precisate sempre meglio. La razza si è modificata in modo da consentire agli individui di sopravvivere più facilmente in un certo ambiente. L'orrore del razzismo inizia quando si passa a sostenere che una razza è migliore ed una (o tutte le altre) peggiore. Anche perché quella che si ritiene superiore finisce poi spesso per convincersi di potere sottomettere e maltrattare tutti i membri di quelle ritenute "inferiori": applicando una legge che non è uguale per tutti, e dichiarare che c'è sempre qualcuno più uguale degli altri.

Sembra incredibile: in un mondo in cui ogni giorno sono raggiunti e superati sempre nuovi traguardi, non si riesce a raggiungere il traguardo più importante, quello di un'effettiva uguaglianza di tutta l'umanità, senza distinzione di razza, di lingua, di religione, di condizioni sociali o d'idee politiche. La domanda che dobbiamo porci è: quando è inizia la storia aberrante del razzismo e perché? Gli storici sono concordi nell'affermare che il concetto di razza è piuttosto recente. Nell'antichità non erano soliti dividere l'umanità in conformità a criteri di sangue e di pelle. Anche perché nelle lingue antiche la parola "razza" non esisteva neppure. I greci definivano barbari tutti quelli che non parlavano la loro lingua e quindi li ritenevano culturalmente inferiori. Ma come possiamo ben comprendere, si trattava esclusivamente di un pregiudizio culturale, non etnico. Gli storici del tempo descrivevano gli usi, i costumi, le religioni degli altri popoli del Mediterraneo più con curiosità, magari irridendoli, ma senza disprezzo.

Addirittura Erodoto, per fare un esempio, quando citava i neri dell'Etiopia, li descriveva i più grandi, e i più belli tra tutti gli uomini. Del popolo di religione ebraica, invece, quasi nessuno parlava: no perché li odiassero, ma perché li ritenevano poco importanti, quasi insignificanti. L'impero romano, meno raffinato, detestava gli stranieri che gironzolavano in gran quantità per le strade e le piazze dell'urbe. Ma orgogliosi dell'impero universale ( la concezione dell'universo allora era piuttosto ristretta), non ci badavano più di tanto, è come se ci avessero fatto il callo. Ciò non toglie che organizzavano spedizioni contro gli ebrei della Palestina o contro i neri di Cartagine, ma la causa era sempre per ragioni politiche e militari, non certo per annientare popoli considerati per natura inferiori. Nell'antica Roma, dunque non esisteva razzismo: sebbene le minoranze fossero squalificate per motivi soprattutto culturali e religiosi. Tanto per fare un altro esempio, il gran filosofo Seneca descriveva a tinte fosche i barbari definendo selvaggi i Galli e i Germani. E un po' tutti gli scrittori deridevano e diffidavano degli ebrei la cui unica loro colpa era l'abitudine a chiudersi nei propri riti liturgici e nelle proprie tradizioni, come la circoncisione ( tra l'altro comune ad altri popoli), per evitare la contaminazione dei riti pagani. Per comprendere la situazione degli ebrei, faccio riferimento alla sua "Storia attraverso la Bibbia", pubblicata sul sito www.adonaj.net. In molti paesi, anche in quelli maggiormente progrediti, è noto, di fatto, o addirittura per legge, un trattamento diverso ai cittadini, secondo il colore della pelle. Ma in alcuni questa diversità di trattamento ha avuto dell'incredibile, pensiamo per un istante al Sud Africa e agli altri paesi del Continente Nero.

Il razzismo è sempre presente e non cessa di provocare moti d'intolleranza più o meno violenta: e non soltanto verso nazioni d'altro colore e d'altra civiltà. Esso, infatti, si è trasformato in discriminazione più diffusa, anche all'interno di gruppi dello stesso colore, fino a diventare avversione sociale verso i più miseri, i più infelici, i disadattati, i vecchi, gli inabili, i colpevoli di un reato. Pensiamo per un momento alle varie tragedie e genocidi: ex Jugoslavia (pulizia etnica), Ruanda (Tutsi e Hutu), Angola, Nigeria (Biafra), Sudan, Ciad, Cambogia, Aborigeni, Maori, Pellerossa, Bangladesh e altre parti del mondo. Nessuno si chiede la causa di questi fatti, le motivazioni di queste diversità. C'è insomma, a mio parere, nel più forte e nel più fortunato la cieca fiducia in se stesso e la tracotanza contro quanti non agiscono e non pensano come lui per i motivi più disparati. E questo è razzismo, in fin dei conti, non meno pericoloso e non meno crudele di quello praticato dai negrieri o di quello politico-religioso e il non scordato ed efferato nazismo hitleriano e dal fascismo adottando le leggi sulla razza. Queste osservazioni sono necessarie poiché da qualche tempo ormai vi è l'abitudine di parlare di questi fenomeni come di una cosa che riguarda gli altri e non ci tocca, dimenticando che prima con i meridionali e oggi con gli extracomunitari, sono maltrattati da noi italiani. Tutte queste divisioni e suddivisioni dell'umanità non devono però far scordare che la specie umana è unica e che non c'è stata, e mai lo sarà, alcuna particolare differenza psicologica e d'intelligenza tra le varie etnie. Ugualmente prive di valore sono le argomentazioni sulle differenze di grado di sviluppo. A chi osserva che i bianchi vivono in una società notevolmente superiore alle altre, rammento che certe civiltà gialle, nere, andine sono state nel passato superiori alle civiltà bianche della loro stessa epoca. Lo sviluppo delle varie civiltà, insomma, dipende dalle condizioni di vita in cui si vengono trovare. Perciò il razzismo non ha alcuna base scientifica, si tratta di una teoria sostenuta da certi gruppi umani per giustificare l'oppressione da loro esercitata nei confronti d'altri gruppi.

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Quando è nato il razzismo?

Tra il Cinquecento e il Seicento, sebbene proprio in quei due secoli inizi il colonialismo, lo schiavismo dei neri d'Africa e si faccia maggiormente più ostica la segregazione e la persecuzione degli ebrei nei paesi cristiani, il razzismo come ideologia non esiste ancora: ogni sopruso contro le minoranze e contro i diversi dipendono da sentimenti popolari di xenofobia manovrata per fini politici, da ragioni di egoismo e di bieca convenienza economica, da pregiudizi religiosi. Leon Poliakov e Gorge Mosse, due eminenti storici che si sono occupati per molto tempo dell'argomento, datano nel Settecento la nascita del razzismo moderno: il razzismo scientifico, in altre parole teorizzato senza vergogna in veri e propri trattati che pretendono di dimostrare come la superiorità della razza bianca europea su tutte le altre deriva proprio da motivi biologici: vale a dire che chi nasce da genitori bianchi è superiore, chi, al contrario, nasce da genitori neri, gialli, rossi, e naturalmente ebrei, sono inferiori. Gli studenti delle scuole superiori dovrebbero rabbrividire. Sto parlando del settecento, quello che i libri di storia definiscono "il secolo dei Lumi", "l'età della Ragione", "l'era della tolleranza". Pare paradossale, ma è proprio vero.

In quel periodo sono stati scritti molti libri. Il più noto e famoso è senz'altro "Il Trattato della tolleranza", vale a dire il simbolo dell'Illuminismo. Del suo autore, Voltaire, tutti non sono a conoscenza che ricavava ingenti somme di denaro con i soldi investiti nell'import-export degli schiavi neri dell'Africa all'America. Degli ebrei, che egli metteva sullo stesso piano dei neri, dichiarava: "Quello ebraico, è il più abominevole popolo della terra: ignorante e barbaro, da lungo tempo accoppia la più sordida avarizia alla più odiosa superstizione (credere in Dio unico e creatore) e all'odio più viscerale per i popoli che lo tollerano e lo arricchiscono". Altri intellettuali dell'epoca la pensavano allo stesso modo: Diderot, Hume, ecc. Invece Jean-Jacques Rousseau, era fuori dal coro. Il razzismo nato all'epoca, purtroppo, si protrae anche oggi che, oltre ad essere un crimine e un'offesa al genere umano è soprattutto una solenne idiozia, perché pretende di classificare l'umanità in base al sangue che scorre nelle vene di ciascuno: come se non esistessero bianchi stupidi e neri o gialli o rossi o ebrei intelligenti e viceversa.

Sempre a proposito di idiozie, nell'Ottocento un gran pensatore tedesco, Johann Gottfried von Herder, fa risalire su un'imprecisata montagna primitiva dell'Asia il luogo d'origine del genere umano. Questa sua teoria darà luogo qualche anno più tardi, per opera del francese Joseph Arthur de Gobineau, al "Saggio sull'ineguaglianza delle razze". Si tratta, in pratica, dei criteri per giudicare la superiorità di una razza sull'altra. Il bello è superiore, il brutto è inferiore. Per gli europei, per essere belli bisogna anzitutto essere bianche, se poi si è biondi e gli occhi azzurri tanto meglio, si è maggiormente belli. Il muso nero, giallo o l'ebreo sono brutti per definizione. In questo modo Gobineau, afferma che solo quella bianca, che derivererebbe dall'India e da un capostipite di nome Ario, possiede i due requisiti per essere considerata una civiltà: una religione (cristiana) e una storia ( quella europea). Le altre razze, quella semita (che deriva dal biblico Sem, figlio di Noé, comprendente sia gli ebrei che gli arabi) e ancora quella mongola ( i gialli), camita e nera, sono inferiori. Ciò nonostante, pur con le sue teorie, egli era fondamentalmente pessimista sul ruolo dei bianchi, profetizzando che il mondo, un giorno, a furia di mescolanze razziali, sarebbe stato dominato dai gialli e neri.

Il nazismo hitleriano si servirà dei suoi scritti, stravolgendoli a suo uso e consumo: così Gobineau, che negli anni trenta era già defunto, non potrà protestare contro quell'abuso. Ma chi era invece razzista e antisemita convinto, fu un suo caro amico: Richard Wagner, il grande compositore austriaco autore di famosissime opere musicali. Egli credeva fermamente nel mito del sangue e della pura razza ariana. Odiava talmente gli ebrei al punto da sostenere che Gesù non lo era. Ma come lui lo pensavano in tanti (allora i tedeschi e gli austriaci erano divisi tra Prussica e Impero austro-ungarico). Essi sognavano l'unificazione delle popolazioni germaniche in un unico grande Stato. Gli esponenti di questo movimento nazionalista si chiamò "pangermanesimo". I pangermanisti erano antisemiti ( nella quasi totalità), perché consideravano gli ebrei tutti ricchi, come ostacolo al loro progetto del grande stato tedesco. Secondo il "Protocollo dei savi di Sion". Ma anche perché in quel periodo gli ebrei cominciavano a diventare sionisti, cioè a pensare alla creazione di uno stato tutto per loro, per finirla con duemila anni di diaspora e mettersi al riparo dalle persecuzioni e dai massacri che periodicamente li investivano in tutta quanta l'Europa centrale e orientale. Soprattutto nella cattolicissima Polonia e nella Russia degli Zar e dei patriarchi ortodossi, che usavano distrarre la popolazione dai problemi interni additando alla furia della gente il più comodo dei capri espiatori: gli ebrei, contro i quali si scatenavano le folle in sanguinosissimi pogrom. Ecco, in questo clima da caccia alle streghe, ai primi del Novecento, compare il libretto "I Protocolli dei Savi di Sion". E' il concentrato di secoli e secoli di antisemitismo. Si tratta di un falso documento pensato e realizzato a Parigi dalla Ochrana, la polizia segreta dello zar Nicola II di Russia, ai tempi dello scandalo Dreyfus (1894-1899). Innocente dell'accusa di spionaggio, fu processato, condannato, degradato e deportato in Guyana. Fu rovinato da un solo fatto, quello d'essere ebreo.

I Protocolli furono pubblicati da un quotidiano di Pietroburgo: Nicola II doveva giustificare i terribili pogrom che scoppiavano continuamente nei ghetti per mano della popolazione inferocita (debitamente pilotata). Il documento, illustrava il giornale, riuniva i verbali delle riunione segrete in Francia e in Cecoslovacchia dei capi ebrei e sionisti, i quali complottavano per corrompere il mondo allo scopo di impadronirsene, diffondendo idee liberali e socialiste, orchestrando manovre finanziarie e, naturalmente, come se ciò non bastasse, moltiplicando malattie e pestilenze. Ma anche gli inglesi non sono stati da meno. Charles Darwin, parlando degli animali, inventò la teoria secondo cui sta scritto nella natura che il pesce grande mangia quello piccolo. Suo cugino Sir Francis Galton trasporta quel modo di ragionare al genere umano. Quindi afferma che per ragioni biologiche, tocca ai bianchi comandare e ai nei e ai gialli obbedire. Causa prima d'ogni colonialismo abusivo e, in definitiva, ogni sorta di razzismo. E inglese era pure quello che è considerato il padre fondatore del razzismo moderno: Houston Stewart Chamberlain, ammiratore fanatico della Germania e accanito sostenitore della razza ariana e della "religione germanica". Per lui, tutto ciò che è all'esterno dai confini della Germania è robaccia. Soprattutto gli ebrei, che definisce "il male assoluto". Infatti, a lui s'ispirerà il nazista Alfred Rosenberg, teorizzatore dello sterminio degli ebrei, eminenza grigia di Adolf Hitler.

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La persecuzione degli Ebrei

La religione del popolo ebraico, il Giudaismo, è stata la prima grande fede a sostenere che esiste un solo Dio. Tale monoteismo non è solo la sua pietra angolare ma anche quella del Cristianesimo e dell'Islam, che derivano molto delle loro tradizioni spirituali dall'Ebraismo. Fulcro del giudaismo è la bibbia ebraica (Pentateuco), nota ai cristiani come Antico Testamento, che narra le origini e lo sviluppo del popolo ebraico a partire dalla creazione del mondo da parte di Dio. Gli ebrei sono divisi per lo più in Ashkenaziti (ebrei tedeschi, centro-europei e russi) e Sefarditi (ebrei spagnoli, portoghesi, nordafricani, greci, italiani, etiopici, yemeniti e siriani). Seguono un modello di vita simile che afferma la loro identità come gruppo culturale e religioso; ma non sono una razza. Oggi, tra gli oltre tre milioni e mezzo di ebrei residenti nello Stato d'Israele, si trovano ebrei scandinavi biondi, russi slavi, yemeniti bruni, indiani e anche cinesi e giapponesi. Gli ebrei accettano i convertiti, ma nel giudaismo moderno non esistono movimenti missionari.

Nonostante le loro mutevoli sorti, gli ebrei di tutto il mondo sono saldamente legati da vari fattori. Vi è per esempio la loro fede in quanto popolo della Bibbia, come pure più di 3000 anni di monoteismo unito ad antichi riti e al senso d'identità di gruppo. E c'è la memoria dell'Olocausto, che dà agli ebrei la volontà di sopravvivere alle nuove avversità. Inoltre c'è lo Stato d'Israele, una patria per sostenere la rinascita della vita ebraica, nella stessa culla in cui sbocciò. Le credenze fondamentali del Giudaismo sono condivise da tutti i credenti ebrei e comprendono la fede in un solo e unico Dio, creatore dell'universo, che deve essere adorato (Deut.6,4-5). I Dieci Comandamenti (Esodo 20) costituiscono il codice di condotta centrale e dovrebbero guidare gli ebrei nel servizio al prossimo come alla propria famiglia. Gli ebrei credono che tutti gli uomini siano creati con la capacità di compiere atti giusti e ingiusti, ma l'inclinazione al bene può predominare sull'inclinazione al male. Durante l'oppressione di Roma nacque maggiormente negli ebrei la speranza per la venuta del Messia (Gesù era già venuto sulla terra, ma non lo riconobbero), l'Unto, che li avrebbe condotti alla vittoria sui loro nemici. Parallelamente si andava diffondendo la Chiesa primitiva di Cristo Gesù.

Tuttavia, alla fine, il malcontento e il rancore si manifestarono apertamente nella gran rivolta degli Zeloti del 66 d.C. Quattro anni più tardi, nel 70 d.C., i romani conquistarono Gerusalemme e distrussero il Tempio che non sarà più ricostruito. L'ultima frangia di resistenza degli ebrei si rifugiò nella fortezza di Masnada, ma anch'essa capitolò nel 73 d.C. L'indipendenza della nazione ebraica era finita. Ma il Giudaismo sopravvisse e si sviluppò ad Iannia (l'odierna Iavneh) sulla costa palestinese. Qui una scuola religiosa ebraica fondata dal rabbino Johanan ben Zakkai, il quale nel 68 era fuggito da Gerusalemme assediata, divenne il nuovo centro farisaico per l'insegnamento della cultura ebraica e un punto di riferimento per tutte le comunità sparse qua e là, mentre iniziò la grande dispersione in Medio Oriente e in Europa, soprattutto in Spagna. Erranti per il mondo conosciuto dal 70 d.C., gli ebrei sono bollati con il marchio di "deicidio": la colpa di aver fatto condannare a morte il Figlio di Dio. Così, quando nel 313 Costantino, nel famoso editto di Milano, dichiara il cristianesimo religione di stato, iniziano le persecuzioni e le discriminazioni contro il "popolo maledetto da Dio".

Con alterne fortune gli ebrei vissero per secoli nei paesi d'accoglienza e adozione, prosperando in alcuni casi, fino a quando attorno alla metà del VII secolo le conquiste degli arabi musulmani avevano modificato gli equilibri di potere nel Mediterraneo. All'inizio dell'VIII secolo l'esercito dei musulmani invase la Spagna e sconfisse i goti cristiani che avevano oppresso le comunità ebraiche locali. Sotto la dominazione araba gli ebrei Sefarditi potevano accedere alle varie professioni e alla vita culturale. Per molti secoli la cultura ebraica fu assai fiorente. Tuttavia, al tempo di Mosè Maimoide (Mosè ben Mayman, 1135-1204), il più grande maestro dell'epoca, l'atteggiamento dei musulmani verso gli ebrei si fece più aggressivo e intollerante. Nelle due Crociate del 1096 e del 1146, gli ebrei che rifiutavano di convertirsi potevano essere ammazzati impunemente (moriranno a migliaia). Nel 1215, il Concilio Lateranense li obbliga a portare un segno di riconoscimento (farà così anche Hitler), una rotella o un cappello, perché i cristiani li potessero individuare e difendersene.

Durante il XIII secolo l'esercito cristiano di Spagna iniziò la riconquista della Spagna musulmana. Sebbene la vita degli ebrei Sefarditi continuasse a prosperare, nonostante tutto, per un certo periodo di tempo, la crescente intolleranza religiosa alla fine si manifestò apertamente attraverso l'Inquisizione. Nei secoli XIV e XV gli ebrei iniziarono ad abbandonare la Spagna cristiana. Nel 1492, quando i cristiani riconquistarono Granata, l'ultima roccaforte musulmana in Spagna, fu presa la decisione di espellere tutti gli ebrei che non si fossero convertiti. Molti convertiti, desiderosi di riabbracciare il giudaismo dopo la conversione forzata al cristianesimo, emigrarono verso paesi come l'Olanda, la Turchia e la Palestina. L'età dell'oro era finita; ma altrove la vita degli ebrei Sefarditi continuava a crescere. Nel Medioevo furono accusati, come i lebbrosi, di diffondere le pestilenze. E quando veramente scoppia la Peste nera, il popolo non ha dubbi: colpa degli ebrei, che avrebbero avvelenato i pozzi con un intruglio di carne e sangue cristiani, e poi con lucertole e ragni, simboli del demonio.

In quel periodo sono sterminate 300 comunità israelitiche in Germania, Francia e Spagna. Nulla potrà fare l'ammonimento di Clemente VI, che definisce sedotti dal diavolo quanti credono alle calunnie antiebraiche. Gli ebrei seguitano ad essere accusati d'ogni sorta d'efferatezze: per i loro riti, dicono, rapiscono ed uccidono i bambini cristiani per togliere il sangue da mescolare al pane azzimo; e trafugano le ostie consacrate per profanarle. E' in quel periodo che la diaspora ebraica si articola in due grandi branche: i Sefarditi della Spagna, Portogallo e dell'area del Mediterraneo e gli Ashkenaziti della Germania e dell'Europa centrale. Gli studiosi Sefarditi scrivevano in arabo, un'eredità che derivava dal loro contatto con l'Islam, e parlavano un dialetto ebraico-spagnolo chiamato ladino, mentre gli Ashkenaziti scrivevano in ebraico e parlavano un dialetto ebraico-tedesco detto yiddish. Gli ebrei Ashkenaziti dovettero affrontare molte avversità. Il sistema feudale più comune vietava agli ebrei di lavorare la terra e le corporazioni cristiane chiudevano loro l'accesso per tenerli lontani dai vari mestieri. E' così che essi dovettero inventarsi, obbligati dalle circostanze, attività alternative quali l'usura. Nelle città furono costretti a vivere in aree circoscritte ed indipendenti, denominate ghetti. La persecuzione divenne pratica diffusa, specialmente nel momento delle crociate di cui ho detto. Si verificarono massacri, prima e durante le crociate verso la Terra santa, particolarmente nelle città di Metz, Spira, Works, Ma gonza, Praga e York. Inoltre gli ebrei subirono condanne a morte, molto comuni, per "omicidio rituale".

Nel XIV secolo, in questa atmosfera di forte ostilità e persecuzione in tutta Europa, gli ebrei trovarono un luogo in cui rifugiarsi in Polonia durante il regno di Casimiro III il Grande (1333-1370). Tale ospitalità si protrasse sotto il regno del re Sigismondo Augusto (1548-1572), il quale nel 1551 concesse agli ebrei di autogovernarsi. Il Consiglio ebraico dei quattro paesi (Grande e Piccola Polonia, Leopoli e Lituania) approvò delle leggi che permisero la nascita di una comunità molto fiorente e colta. Più tardi, nel XII secolo, questo stato di cose favorevole cambiò e gli ebrei ancora una volta diventarono una minoranza povera e perseguitata. Essi si dedicarono allo studio del Talmud dove brillanti interpretazioni talvolta rimasero fini a se stesse. Sempre durante il Medioevo in Germania e nell'Europa centrale gli ebrei furono spesso espulsi da principati e città e finirono col dipendere da personaggi influenti per riceverne protezione. La figura più originale tra questi fu Josel di Rosheim (1478-1554), un ebreo di corte vissuto a contatto con gli imperatori Massimiliano I e Carlo V. Josel difese con ogni mezzo gli ebrei dalle sfide dei cattolici. Gli ebrei trovarono sollievo alle loro avversità nelle riflessioni mistiche, mantenendo viva l'ardente speranza che un discendente del re David, il Messia, li avrebbe liberati dai loro nemici per dare vita ad un mondo migliore. Il fatto di vivere in una perenne condizione di emarginazione fisica e psicologica all'interno dei loro ghetti servì a rafforzare la loro fede. Infine, durante il secolo XVIII gli ebrei iniziarono a lasciare la vita del ghetto per tuffarsi nel mondo esterno. Diedero importanti contributi di ordine intellettuale, culturale, scientifico, artistico, ma il mondo continuò a perseguitarli.

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Nascita del Sionismo

Per gli ebrei d'Europa, il secolo XIX era iniziato nell'atmosfera aperta dell'Illuminismo. Ma si trattò di un'illusione e gli ebrei ben presto si ritrovarono di nuovo perseguitati. Nel 1819, in Germania, le folle in tumulto attaccarono gli ebrei, che tornarono ad essere emarginati. La rinnovata oppressione e il timore della perdita d'identità fecero rinascere negli ebrei la speranza di un tempo, secondo cui Gerusalemme sarebbe stata ricostruita ed essi sarebbero ritornati in Israele. Poco alla volta il desiderio di fare ritorno a Sion, l'antico nome di Gerusalemme, nella terra dei loro Padri, si trasformò ben presto in movimento politico grazie a giornalista di nome Theodor Herzl (1860-1904), le cui speranze per una piena partecipazione degli ebrei alla vita d'Europa furono annientate dal "caso Dreyfus" (1859-1935), come ho già ricordato in precedenza. Il fatto convinse Herzl a ritenere che gli ebrei sarebbero rimasti cittadini di seconda classe fino a quando non avessero avuto una patria che gli appartenesse. Così nacque il movimento sionista per creare uno stato ebraico in Palestina. Herzl morì nel 1904 e non vide il suo sogno realizzarsi. Poco più tardi, il 2 novembre 1917 il governo inglese, sotto l'influenza dello scienziato e leader Chaim Weizmann (1874-1952), rese nota l'importante "Dichiarazione Balfour", secondo la quale il governo britannico appoggiava "la nascita in Palestina di una nazione per il popolo ebraico". Nel 1919 l'allora presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson, confermò la dichiarazione Balfour. Nel 1939 quasi mezzo milione di ebrei aveva raggiunto la "nuova-antica terra".

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L'Olocausto

olocausto

Il 30 gennaio 1933 si rivelerà il giorno più nefasto della storia europea: Adolf Hitler, un ex imbianchino di origine austriaca, ex caporale della grande guerra, diventa cancelliere del Reich, cioè dell'impero germanico. Come tutti sappiamo è il leader del Partito nazionalsocialista, abbreviato in Nazismo, suo simbolo è la croce uncinata. Il suo pensiero e i suoi programmi sono terribili e chiarissimi ed esposti nel libro: Mein Kampf (la mia battaglia). Se i governanti europei del tempo l'avessero letto e preso sul serio, forse si sarebbero accordati per fermare questo folle sanguinario prima che traducesse in fatti le sue deliranti idee. Tuttavia la storia non si fa con i se e con i ma. Il nazismo, facendo leva sui sentimenti pangermanici del popolo tedesco, ma soprattutto sulle frustrazioni a causa della sconfitta nella prima guerra mondiale e dal trattato di Versailles (sconfitta attribuita, oltre a Francia ed Inghilterra, ad un inesistente complotto interno ordito, manco a dirlo, dagli ebrei) presenta subito il suo biglietto da visita. Un paio di mesi dalla sua elezione a cancelliere le bande hitleriane delle S.A. assaltano il tribunale di Breslavia ed aggrediscono i giudici e gli avvocati ebrei, con il beneplacito della polizia che non interviene. In pochi mesi gli ebrei tedeschi sono espulsi dalle scuole e assistono al rogo dei loro libri arsi sulle piazze, mentre Goebbels, genio demoniaco della propaganda nazista, urla: "Queste fiamme non illuminano soltanto la fine della nostra epoca, ma anche l'inizio di un'epoca nuova".

La scienza e l'economia sono rese judenrein in altre parole depurate dall'ebraismo. Viene persino fondato un comitato per dimostrare che Gesù non era ebreo. Nel 35 le famigerate leggi di Norimberga (nel 38 accolte dal fascismo italico) privano gli ebrei della cittadinanza tedesca. Accade così che gli ebrei si trovino senza patria dall'oggi al domani. Sempre più indesiderati e perseguitati nel Terzo Reich. Migliaia sono i suicidi, mentre i più fortunati riescono ad emigrare clandestinamente in Palestina. Chaim Weizmann affermerà che il mondo si divide tra "i paesi dove gli ebrei non possono vivere e quelli dove non possono andare". Nel 38 Hitler annette l'Austria, e così anche per gli ebrei austriaci inizia lo stesso calvario degli ebrei tedeschi. A Evian, sempre in quell'anno, si tiene una Conferenza internazionale per il problema dei profughi, alla presenza di trenta paesi. I delegati, uno dopo l'altro, non fanno altro che confermare che in casa loro, per gli ebrei, non c'è posto. Soltanto tre paesi aprono le porte ai perseguitati in cerca di scampo: Olanda, Danimarca e Santo Domingo.

L'escalation germanica ingloba la Cecoslovacchia, la Polonia, il Belgio, l'Olanda, la Francia, la Danimarca, la Russia con la tragica campagna, la Jugoslavia, la Grecia, l'Ungheria. Il terzo Reich annette tutto quanto, simile ad una bestia famelica. Nel 1942 gli ebrei che vivono nei territori occupati sono ormai dieci milioni. E' a questo punto che inizia la nascita dei famigerati "campi": Bergen Belsen, Buchenwald, Flossenburg, Dachau, Terezin, Dora, Niedewrhagen, Sachsenhausen, Ravensbruck, Mauthausen, Chelmno, Stutthof, Treblinka, Auschwitz, Majdanek, Belzec, Sobibor, Babi Yar, Ialy Trostinets,Ponary, Jasenovac, Sajmiste e altri sinistri nomi. In questi luoghi di dolore, d'annullamento, di morte saranno sterminati gli ebrei, ma anche tutti i "diversi" che minacciano la pura razza ariana: negri, zingari, omosessuali, handicappati. Solo al termine della seconda guerra mondiale (ma qualcuno sapeva), quando gli anglo-americani da una parte e i russi dall'altra entrano nei recinti dei lager, e si scoprono le camere a gas, i forni crematori, le fosse comuni, le cataste di scheletri umani che di umano non hanno più nulla, il mondo apprende lo spaventoso bilancio dell'olocausto: sono stati uccisi sei milioni di ebrei, tre milioni di polacchi, un milione e mezzo di russi, 500mila rumeni, 200mila cecoslovacchi, 200mila tedeschi, 180mila ungheresi, 100mila olandesi, 80mila francesi, 200mila tra austriaci, belgi, greci, italiani, jugoslavi.

Tuttavia durante quegli anni bui, una delle più grandi pagine eroiche fu scritta dagli ebrei nella rivolta del ghetto di Varsavia nel 1943. Certi di eliminare il ghetto in tre giorni, truppe tedesche ben armate si ritrovarono a fronteggiare la fiera ed eroica resistenza di uomini e donne. I tedeschi impiegarono circa un mese prima di raggiungere il loro obiettivo. A mio avviso personale, la nazione ebraica nacque in quei giorni. Tutto il razzismo contro gli ebrei dovrebbe averci insegnato qualcosa. Invece ancora oggi a distanza di 60 anni, un gruppo di sedicenti storici francesi, inglesi e tedeschi ha fondato la corrente del "revisionismo", che si propone di dimostrare che l'Olocausto non è mai avvenuto, e che il nazifascismo non è responsabile di tutti quei morti e di quegli orrori.

Per questa gente Primo Levi (e tanti altri come lui sopravvissutI) è un bugiardo o vittima di un brutto incubo. Papa Giovanni Paolo II ha riconosciuto con grande coraggio gli errori della Chiesa, prima nella sinagoga di Roma chiedendo scusa agli ebrei delle incomprensioni e dei pregiudizi del passato, poi durante la sua visita in Israele, ha chiesto perdono, abbracciando simbolicamente gli ebrei come "fratelli maggiori dei cristiani". Non dobbiamo mai scordare che Gesù era ebreo, ebrei erano i suoi discepoli e i primi cristiani, ebrea era Maria, e noi tutti condividiamo con gli ebrei la grande eredità dell'Antico Testamento.

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I neri africani

Prima del 500 i significati attribuiti al termine "nero" (negro nella lingua spagnola) erano: "incrostato di sporcizia, insozzato, impuro, con oscuri e malvagi intenti, che ispira disgusto, meritevole di punizione…" Vale a dire tutti i sinonimi di cattiveria e negatività prendevano il colore nero. Perciò non dobbiamo stupirci affatto se ai primi contatti con le popolazioni africane nere ( per alcuni secoli gli europei si limitarono ad avere rapporti con il Medio Oriente, abitato da arabi) i bianchi europei pensavano con una certa dose di superstizione e ignoranza, al frutto di una maledizione. Il ragionamento era: se quelle persone hanno una carnagione così scura, sarà a causa per una punizione divina. Infatti, certi studiosi del 500 trovarono, quale motivazione per avvalorare la loro tesi, un episodio della Bibbia: "Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all'interno della sua tenda. Cam, padre di Canaan, vide il padre scoperto e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori. Allora Sem e Iafet presero il mantello, se lo misero tutti e due sulle spalle e, camminando a ritroso, coprirono il padre scoperto; avendo rivolto la faccia indietro, non videro il padre scoperto. Quando Noè si fu svegliato dall'ebbrezza, seppe quanto aveva fatto il figlio minore; allora gli disse: "Sia maledetto Canaan! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!" E aggiunse: "Benedetto il Signore, Dio di Sem, Canaan sia tuo schiavo! Dio dilati Iafet e questi dimori nelle tende di Sem, Canaan sia tuo schiavo!" (Gen.9,20-27). I camiti, discendenti di Cam, sarebbero i neri africani. Ecco spiegato l'origine di un razzismo "naturale", che indusse i colonizzatori bianchi a non farsi troppi scrupoli nel trattare i neri come bestie da soma e le loro donne in oggetti di piacere.

Questa spiegazione ha un senso? Oppure quei studiosi del 500 hanno preso una grossa cantonata? Cerchiamo di riflettere e interpretare i versetti della Bibbia in oggetto.. Il narratore dei fatti è uno Jahwista e adattò un racconto che originariamente serviva ad altro scopo. Il racconto originale fungeva da eziologia per spiegare l'origine della viticoltura e la scoperta degli effetti inebrianti del vino. Come tale, non c'è un giudizio morale sul comportamento di Noè; dobbiamo limitarci ad osservare che egli si ubriacò. L'interesse dello Jahwista non sta nell'ebbrezza di Noè ma nella maledizione di Canaan e nelle benedizioni elargite a Sem e Jafet, frutto del loro comportamento nei confronti del padre durante il suo torpore dovuto alla sbornia. Ciò che Cam fece esattamente a suo padre non è per nulla chiaro, ma certamente riguardava più di un lieve sguardo alla nudità. Ne è chiaro perché Canaan sia maledetto quando, secondo il racconto, Cam è il colpevole. La frase "Cam è il padre di Canaan" è esattamente volta ad integrare la maledizione al racconto, ma questo, in realtà, non elimina la difficoltà. La maledizione di Canaan e la benedizione di Sem e Iafet spiegano il rapporto tra i popoli che hanno tratto origine da questi tre antenati. I cananei divennero schiavi degli israeliti (discendenti di Sem) quando essi entrarono nella "Terra promessa". Non dobbiamo scordare che in Africa gli schiavi esistevano ancora prima dell'arrivo dei bianchi. I membri delle tribù conquistate e soggiogate dalle popolazioni più forti erano ridotti in schiavitù e venduti sui mercati africani come forza lavoro.

I più attivi in questo sporco commercio erano gli arabi che calavano dal Nordafrica all'interno del Continente Nero, e non si facevano troppi scrupoli a trattare i neri come animali, anche perché la loro religione non era molto tollerante e comprensiva verso le genti di credo diverso. Essi erano padroni di gran parte dei porti dell'Africa Atlantica, i mercanti (molto abili e colti) e i re africani che abbracciarono la stessa fede, accoglievano a braccia aperte i conquistatori in cerca di manodopera a basso costo, rifornendoli sempre in grande abbondanza. Gli schiavi neri cominciarono ad essere trasferiti nel Centroamerica nel 1518. Il commercio di esseri umani perdurò per oltre due secoli e mezzo sino al 1774, ma quasi esclusivamente al Nordamerica, per opera dei protestanti inglesi, i "padri pellegrini" e i loro discendenti fondatori degli Stati Uniti d'America. Invece gli spagnoli e i portoghesi, utilizzarono per lo più la manodopera locale, gli indios, poiché il Centro e il Sudamerica erano popolosissimi, al contrario delle vaste e semideserte praterie settentrionali. Pare che durante quei 260 anni di schiavismo, oltre 150 milioni di neri africani abbiano varcato l'oceano Atlantico in direzione del Mondo Nuovo, rinchiusi e incatenati nelle stive delle navi degli schiavisti. Tanti di quegli esseri infelici, però, non arrivarono mai a destinazione: morirono a causa degli stenti, da malattie, vittime di naufragi in pieno oceano. Ma molto spesso anche chi superava tutti i pericoli del viaggio coatto (durava circa due o tre mesi), moriva di stenti nel volgere di qualche mese di lavoro massacrante nelle piantagioni di cotone e di frutta dei latifondisti del Sud degli U.S.A., come la Virginia, la Carolina del Sud, l'Alabama, la Georgia ecc.

Nel sud degli U.S.A. la religione dominante del tempo, quella puritana di alcune confessioni protestanti, giustificava la tratta de neri come se ad essi si facesse un enorme favore, strappandoli allo stato selvaggio e ponendoli a contatto con la civiltà e la fede. E, anche se, inizialmente, erano trattati con un certo paternalismo ed umanità, col tempo il trattamento andò modificandosi: i neri divennero esclusivamente proprietà dei padroni, schiavi a vita, oggetti vendibili in qualunque mercato, anche in cambio di animali. Furono fatti oggetto di angherie e di mancanza di igiene di ogni tipo, addirittura potevano essere uccisi senza che la legge intervenisse. Nel 1772 la gran Bretagna, dopo che per oltre un secolo era stato il primo paese schiavista, abolì la tratta dei neri, imitata dopo una decina di anni dagli americani, che però si limitarono a bloccare il flusso di nuovi schiavi, mentre per quelli già ivi residenti la liberazione fu osteggiata da due stati meridionali della Confederazione, la Carolina del Sud e la Georgia, preoccupati egoisticamente per le conseguenze della loro economia. Perciò la schiavitù, abrogata negli stati del Nord, non cessò di essere praticata in quelli del Sud agricolo. Questa situazione sfociò nel 1861 allo scontro Nord-Sud in una sanguinosa guerra civile proprio sul problema degli schiavi. La guerra di secessione, proclamata da undici stati, si trasformò in una guerra fratricida. Il conflitto, quattro anni più tardi e con mezzo milione di morti, fu vinto dal Nord del Presidente Abramo Lincoln, il quale proclamò solennemente: "Tutte le persone in stato di schiavitù saranno da questo momento e per sempre persone libere".

Il fatto paradossale è che nel momento in cui i neri schiavi ottennero la liberazione, scoprirono che il Nord dell'Unione era razzista quanto il Sud. Nessuno al nord aveva mai avuto schiavi, ma i neri liberi non godevano affatto di pari diritti. Tutta l'ipocrisia dei nordisti che si erano battuti contro la schiavitù al Sud lo fecero non certamente per amore dei neri, ma soltanto per una questione economica per gli affaristi del Nord, e perché non tolleravano una scissione nazionale. Il nobile proclama di Lincoln restò lettera morta in molti stati. I neri dovettero intraprendere una lotta a lungo termine per vincere la mentalità razzista dei bianchi sudisti, che negavano loro l'uguaglianza di diritti e trattamento, alla faccia del 14° e 15° emendamento della Costituzione (emendamenti che concedono uguali diritti, voto compreso, a tutti i cittadini, indipendentemente dal colore della pelle). Come se ciò non bastasse, ai primi del secolo, fu ricostituito il Ku Klux Klan, una setta di bianchi fanatici della supremazia della razza bianca, decisi ad eliminare con ogni mezzo tutti gli uomini di colore dagli stati del Sud con attentati, intimidazioni, pressioni politiche, complotti, omicidi, eccidi per indurre, con i neri, anche ebrei e pubblici peccatori ad andarsene. Tale situazione si protrasse fino agli anni 50, quando un giovane pastore di Atlanta, disse "basta", consacrando la sua vita alla definitiva emancipazione dei neri afroamericani. Il suo nome era Martin Luther King.

Il 1° dicembre del 1955 a Montgomery, capitale dell'Alabama, iniziò la rivolta degli afroamericani. Una donna di colore fu arrestata per essersi rifiutata di cedere il posto sull'autobus ad un bianco. Il pastore King riuscì a trattenere la furia dei neri, proponendo una risposta non violenta ma ferma: il boicottaggio degli autobus. Fu un successo enorme. La compagnia degli autobus perse in breve tempo decine di migliaia di dollari. Sull'esempio della rivolta pacifica di Montgomery degli afroamericani essa si estese a macchia d'olio in tutti gli stati del Sud, fino ai "ghetti" delle grandi metropoli del Nord. Qui la rivolta sbocciò in una forma degenerativa violenta da parte dei manifestanti, scatenando le durissime repressioni poliziesche. Il pastore King fu arrestato più volte, subì minacce ed attentati, ma non desistette dalla sua lotta pacifica. Ma alla fine vinse la battaglia. La Corte suprema di Washington dichiarò "contraria alla costituzione le norme sulla segregazione degli autobus dell'Alabama". L'impalcatura del razzismo stava scricchiolando. Certo ci vollero ancora degli anni, ma pezzo dopo pezzo, anche grazie al premio Nobel per la pace conferito a King, e all'elezione alla Casa Bianca come Presidente J.F. Kennedy, uomo molto sensibile alla causa nera. Egli riuscì a fare emanare i "Civil Rights Bill" per l'effettiva uguaglianza dei diritti civili tra bianchi e neri, qualche mese prima di essere assassinato il 22 novembre 1963 a Dallas. Lo stesso King fu assassinato il 27 marzo 1967, colpito dalle fucilate di un ignoto attentatore. Sono trascorsi ormai alcuni decenni da allora e molte cose sono cambiate. Gli afroamericani hanno tutte le strade aperte per potersi realizzare, malgrado persistano ancora sacche di povertà e miseria, ed episodi di intolleranza nel paese più multirazziale del mondo.

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L'apartheid

apartheid

Un altro caso emblematico di razzismo scientifico è rappresentato dal Sud Africa. Nel momento in cui il Sud Africa divenne indipendente nel 1910 dall'Impero britannico, scelse la via della segregazione. Vero è che fino a metà dell'800, i bianchi sudafricani avevano verso i neri un atteggiamento tutt'altro che razzista. Ne erano usi a considerare tutti gli indigeni come nemici. La degenerazione avvenne all'epoca dei sanguinosi scontri con i ferocissimi Zulu, da qui nacque l'idea, poi sviluppata in seguito, che fossero proprio i neri a respingere ogni integrazione e convivenza. I motivi portati dai governanti nazionalisti dal 1930 in avanti sono pressappoco questi: i bianchi e neri sono diversi, gli uni più sviluppati gli altri molto meno; in più c'è un'eredità di due secoli di lotte e di guerre, che potrà essere superata soltanto gradualmente, senza mettere subito a contatto le due comunità. Tuttavia la minoranza bianca temeva anche di essere spazzata via dal paese che aveva faticosamente edificato dalla maggioranza nera, se a quest'ultima era concesso il diritto di voto in un sistema pienamente democratico. Senza scordare che i neri, lungi dall'essere un blocco concorde ed unitario erano divisi in varie tribù in perenne lotta tra loro, mentre i bianchi avevano appena trovato un compromesso di convivenza tra olandesi, inglesi e francesi. E allora? Meglio procedere separati! E' anche vero che non tutti i sudafricani bianchi ragionavano in questo modo. Molti estremisti, soprattutto tra i boeri, detestavano i neri con tutte le loro forze: tanto che riuscirono a fare emanare leggi e misure di chiaro stampo razzista. Nel 1944 il dottor Malan, leader boero e futuro primo ministro, chiese al Parlamento di "garantire la sicurezza della razza bianca e della civiltà cristiana mediante una corretta osservanza dei principi dell'apartheid". E così, per 50 anni circa, il Sud africa dividerà i suoi abitanti in cittadini di serie A e serie b, con distinzioni di tipo sociale, razziale e geografico-territoriale, e con leggi speciali. Gli afrikaaner hanno sfruttato la manodopera nera mantenendo la popolazione indigena 2segregata2 in riserve, da cui essa poteva entrare e uscire soltanto per andare a lavorare, con una paga naturalmente inferiore a quella dei bianchi che svolgevano il medesimo lavoro. Col tempo la situazione divenne intollerabile, tanto che, nonostante l'energico regime poliziesco, scoppiarono le rivolte. Una delle più violente avvenne nel ghetto di Soweto, uno di quei quartieri di baracche in cui il regime bianco rinchiudeva ogni sera i neri.

Il termine universalmente usato per indicare la disumana condizione in cui viveva questa gente è "apartheid". Tale termine non dice tutto, ma è espressivo ed è ormai entrato nell'uso comune. Ed il fatto che sia entrato nel linguaggio di tutti i popoli è sintomatico della durata nel tempo della penosa condizione dei neri. Ad un certo punto il nero non ne poteva più ed esplose con tutta la rabbia accumulata da diverse generazioni. E' marginale, anche se offensivo, per un nero essere costretto a vivere nel ghetto, dovere usare il lasciapassare per entrare ed uscire da questa vera e propria "riserva", non potere frequentare certi ristoranti e certi locali riservati ai soli bianchi ecc…Divenne assolutamente intollerabile, invece, l'essere sfruttato, l'essere comandato e perseguitato, incarcerato (Nelson Mandela, 28 anni di carcere duro), non essere libero nella propria terra. Sono molti in Sud Africa a considerare il nero un essere inferiore, ai confini dell'umano, un delinquente e, nella migliore delle ipotesi, un essere incapace di creare le condizioni di un progresso civile per il paese; quindi si deve punirlo anche con la morte e di guidarlo verso la luce della civiltà. Ma se il nero è abbruttito è tale perché la sua vita è senza speranza, perché è costretto a lavorare per salari da fame, perché, nella miseria più nera, deve lasciare morire i suoi figli ammalati, perché la disperazione l'ha annientato moralmente. E' un delinquente perché la violenza è il solo mezzo che gli rimane per continuare ad esistere; è un incapace perché la tanto decantata civiltà bianca gli ha impedito categoricamente di elevarsi oltre il gradino infimo della schiavitù. Pertanto le sole cose che la civiltà bianca ha donato con larghezza al nero sono state la miseria, l'ingiustizia, il carcere, le condanne a morte, le repressioni.

E' comprensibilissima, a questo punto, la rivolta di Soweto. Ma ancora una volta il regime poliziesco ha accusato il nero d'assassinio. Strano, ma vero, guarda caso, la pelle dei caduti, colpiti da armi automatiche, è nera. Ma ogni cosa ha una fine. L'unica incertezza è come. Tra le proteste dei nazionalisti boeri, gli ultimi due presidenti, Botha e De Klerk, e in seguito con Mandela, liberato, dichiarano morta e sepolta l'era dell'apartheid. Inizialmente a piccoli passi, poi con mosse rapide e coraggiose, è smantellato il muro della segregazione. Oggi, grazie ad uomini di buona volontà, è un lontano ricordo.

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Conclusione

MadreTeresa di Calcutta

Con queste due analisi, penso di avere illustrato molto chiaramente che cosa è il razzismo e che cosa rappresenti, anche se ne esistono molti altri sparsi in tutto il mondo, soprattutto di carattere religioso, e non ho la pretesa di avere risposto a tutte le domande che esso comporta. Tuttavia una certa riflessione si può fare. E allora quale può essere la risposta?

Cristo, non c'è altra via! Gesù Cristo è l'alfa e l'omega, il fine della storia dell'umanità. Non solo il singolo uomo, ma anche la società (vale a dire la qualità dei rapporti sociali) è termine diretto dell'annuncio cristiano. L'universale fraternità è vocazione umana e divina insieme, posta nel cuore d'ogni uomo come germe divino, per realizzare la quale i cristiani devono collaborare con ogni uomo di buona volontà, anche con i propri persecutori. La pace terrena non può essere che figura (realtà anticipatrice) della pace di Cristo. Questo è oggi il vero discorso cristiano sulla pace: l'annuncio della pace di Cristo e l'impegno intrastorico per realizzare quella pace. La pace, dice san Paolo, è vincolo di perfezione. E' questa un'espressione assai densa. La perfezione di Dio si è rivelata nell'incarnazione: Padre e Figlio vivono in un reciproco costante rapporto di dono. Dio si manifesta agli uomini come dono di sé. La morte in croce del signore è così rivelazione di due cose:

Dio che si rivela come vivente, vive una vita che si esaurisce tutta nel dono. Questo impervio mistero di un assoluto che è rapporto di dono è in se stesso annuncio di pace e specificazione di tale ordine può chiamarsi pace. Cari fratelli e sorelle che mi leggete, dobbiamo convincerci che i rapporti fra gli uomini saranno rapporti di pace se saranno rapporti di dono: rapporti tali, in altre parole, che ciascuno consideri gli altri come valore, termine del suo dono personale di sé. Questa è la carità di Dio; questo lo spirito di carità che ci urge. Vi è in realtà nell'annuncio cristiano una tensione irresolubile di formulazioni teoriche esatte: Dio ci chiama ad una donazione totale di noi a lui, e contestualmente ad una donazione totale di noi al prossimo. La risposta alla prima chiamata non ha senso se scisso dalla risposta alla seconda. Senza una vita spesa per il prossimo non ha senso (anzi è menzogna) una vita spesa per Dio. Questa è la radice della pace. Il rovescio della pace non è perciò la guerra ( che è solo una particolare situazione di non pace); è invece il dominio dell'uomo sull'uomo. Impegnarsi per la pace è impegnarsi per la liberazione d'ogni essere umano, d'ogni gruppo, che in qualche modo è oppresso, dominato da altri uomini o altri gruppi. Frutto della giustizia sarà la pace (Is.32): la giustizia di Dio è sempre la giustizia resa al povero e all'oppresso. Così dio stesso è giustizia, e si manifesta tale nel grande gesto rappresentativo della liberazione del suo popolo dalla schiavitù egiziana; cos' il vero giusto è chi opera per liberare gli oppressi, per spezzare ogni catena. Essere assetati di giustizia e facitori di pace (Mt.5) è in realtà la stessa cosa.

Ma c'è un'altra considerazione da fare e da meditare. Leggiamo di seguito dal Vangelo di Matteo alcuni versetti detti da Gesù: Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dal fondamento del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: Via lontano da me, maledetti…" (Mt.25, 31-41).

La narrazione termina con la risposta agli altri esattamente opposta alla prima, e cioè i giusti alla vita eterna, e gli altri al supplizio eterno. Ecco fratelli e sorelle, saremo anche noi in questo numero degli eletti? Tutto dipende da lui e tutto dipende da noi, perché la sentenza inappellabile del giudice supremo, Gesù Cristo, avrà per motivazione: "Ero straniero e mi avete ospitato". L'ospitalità, la condivisione, la solidarietà con lo straniero, diciamo pure col migrante, deciderà in quel giorno la nostra sorte per sempre. La possibile sentenza alternativa dovrebbe farci fremere le ossa: "Via, lontano da me, maledetti". La motivazione? "Perché ero forestiero e non mi avete ospitato", anzi mi avete respinto con freddezza e diffidenza, ma nel fratello migrante avete respinto me proprio me. Gesù ci avverte che, per non mancare a quell'appuntamento finale, è necessario che ogni giorno c'interroghiamo se siamo sulla via dell'accoglienza o del razzismo, se siamo pronti davvero a cambiare rotta per vivere in pace.

E' compito di ognuno di noi tradurre in una felice ed esaltante esperienza comune quanto ama ripetere Giovanni Paolo II°: "Nella Chiesa nessuno è straniero". Tutto questo non è utopia né enfasi retorica: è omaggio e impegno che oggi il cristiano depone davanti al trono di Cristo.

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