VANGELO DI MARCOIntroduzione
Mediteremo il vangelo di Marco cercando di non essere schematici, poiché c’è tanto da riflettere. I vangeli, non scordiamolo mai, sono ispirati da Dio Padre, ma non sono scritti da Dio: questo vuol significare che Dio muove a scrivere, ma parla attraverso l’uomo, attraverso la sua umanità. Sono appassionato di musica, e vorrei farvi un esempio: come sapete esistono tante versioni del “Dies irae”, e rammento quando ero ragazzino che ne preferivo uno in particolare, quello di Mozart (era il sacerdote della parrocchia che mi istruiva alla musica sacra). Poi, con l’avanzare degli anni, ho scoperto quello di Giuseppe Verdi e mi pareva più bello. Oggi che sono nonno, mi sono chiesto per qual motivo ne devo scegliere uno in particolare dal momento che ognuno ha una sua caratteristica peculiare. Così è dei Vangeli: sempre Vangelo è. Dobbiamo assaporarli tutti perché ciò significa approfondire la conoscenza di Gesù e arricchirci di Lui. Il Vangelo di Marco è il più breve probabilmente e dalle ultime scoperte degli studiosi, è il più antico, ed è concentrato sulla persona di Gesù, sui suoi insegnamenti, potremmo dire sulla sua identità. Marco ci pone tre domande: Chi è Gesù? Conosco veramente Gesù? Sono veramente suo discepolo? Marco non è stato testimone di Gesù direttamente, ma ha cercato nelle comunità primitive cristiane quello che veniva ricordato di Lui. Ha preso gli elementi per lui più importanti e ha fatto una grande ricostruzione. Lo stile di Marco Abitualmente Marco viene lodato per la sua arte narrativa. Anche se ha un vocabolario limitato (eccetto quando parla di cose concrete e delle reazioni provocate da Gesù), le sue frasi legate in malo modo, i suoi verbi coniugati senza preoccupazione per la concordanza dei tempi, la sua stessa rozzessa, danno vita a un racconto simile allo stile orale. Tuttavia sotto i dettagli “presi dal vero”, si presenta spesso una trama schematica che rivela materiale già tradizionale o strutturato per l’uso nella comunità cristiana. Quando Marco cerca di far rivivere la scena, non presenta un puro resoconto di uno spettacolo immediato. D’altronde, l’assenza di una qualunque cronologia, l’indifferenza per la psicologia dei personaggi, il ritratto stereotipo della folla non permettono di considerare questo vangelo una semplice vita di Gesù. Marco si distingue nel presentarci il ritratto vivo di un uomo, in contrasto con le immagini già belle e fatte, con le sue reazioni imprevedibili. Con la sua compassione e la sua rudezza, con la sua sorpresa o la sua parola tagliente. Tutta la sua anima si manifesta in uno sguardo, che può essere d’ira o di amore, di interrogazione o di attenzione intensa, di affetto, di una gravità triste o serena. Di fronte a quest’uomo è pure possibile qualsiasi atteggiamento, dallo stupore alla meraviglia, dalla diffidenza alla decisione di ucciderlo e, per i discepoli, dall’attaccamento cieco all’incomprensione e all’abbandono. Gesù nel Vangelo di Marco Gesù inizia la sua attività in Galilea, a Cafarnao o nei dintorni del lago, fa alcune puntate fuori dei confini della Palestina per avviarsi poi verso la capitale, in Giudea, dove si consumerà la tragedia della sua morte violenta. Ma se cerchiamo di utilizzare le scarne notazioni di Marco per ricostruire la geografia dell’attività di Gesù, rimaniamo delusi. Marco parla genericamente di montagna o della riva del lago, della barca; della casa, della sinagoga, ecc. Una volta viene menzionata Nazareth, e due volte Betsaida. Marco non riteneva importante la geografia, quanto, piuttosto, ciò che Gesù faceva e diceva. Infatti, la seconda impressione che ricaviamo dal contatto con il vangelo di Marco è quella di una narrazione condotta secondo uno schema biografico drammatico. Il racconto inizia con l’entusiasmo della folla in Galilea, si snoda attraverso le incertezze della crisi e della rottura e culmina con la catastrofe di Gerusalemme. In questo schema il vangelo di Marco presenta momenti forti e rilevazioni tematiche che ci suggeriscono un piano preciso. I momenti forti e i relativi temi ci suggeriscono l’articolazione di questo dramma spirituale. L’attività inaugurale si snoda all’inizio attorno al lago, sintetizzata nella solenne proclamazione del regno di Dio, accompagnata da alcuni segni, i miracoli. La sezione è preceduta dall’introduzione che unisce Gesù con l’attività di Giovanni il Battista e con il battesimo, dove si ha la prima rivelazione della identità di Gesù: lui è il Figlio unico. A seguire due raccolte, una di parabole, l’altra di miracoli, permettono a Marco di svolgere i due temi: quello del regno di Dio, che matura nella storia di Gesù, e quello della ricerca circa l’identità di Gesù: chi è questo maestro che comanda le potenze del mare? (4,41). La giornata tipo di Cafarnao ci presenta, quasi un sorta di diario, vale a dire la sintesi dell’attività di Gesù. Già in questo primo inizio della sua opera si delineano le varie prese di posizione di fronte all’annuncio del regno nella persona di Gesù: quella della folla che accorre da ogni parte; l’adesione sincera dei discepoli; la perplessità e la paura dei parenti e dei compagni, e infine il sospetto e l’ostilità dei circoli dirigenti che hanno il loro punto di riferimento nella capitale, Gerusalemme. Il dramma del regno e di Gesù, protagonista del regno, è già enunciato e individuato nelle sue grandi linee di sviluppo. Due episodi molto significativi segnano le tappe successive della vicenda evangelica: il rifiuto di Gesù a Nazareth e la proclamazione messianica a Cesarea di Filippo. Il tema unificante in questa sezione è sintetizzato dal “pane”: pane dato generosamente nel deserto al popolo senza guida e nutrimento, “pane dei figli” dato anche agli esclusi, i pagani. Ancora una volta attorno a questo pane, che rappresenta il dono messianico o definitivo di Dio che si fa presente in Gesù, si rivelano le diverse reazioni: quella della folla dall’entusiasmo facile e ambiguo; la difficoltà crescente dei discepoli a comprendere il significato profondo dei gesti esterni di Gesù; l’ottusità gretta e maligna della classe dirigente. L a parte centrale del vangelo segna la svolta decisiva: Gesù lascia la Galilea e si avvia a Gerusalemme; accetta la proclamazione messianica dei discepoli, fatta da Pietro, ma d’ora in poi annuncia la morte e la risurrezione del figlio dell’uomo. Una nuova proclamazione divina, analoga a quella del battesimo, conferma la vera identità di Gesù in questa svolta critica della sua vicenda: lui è il Figlio di Dio, unigenito, rivelatore autorevole della volontà del Padre. Il cammino di avvicinamento a Gerusalemme è contrassegnato dalla progressiva chiarificazione del progetto messianico di Gesù. Questo avviene non solo nel triplice annuncio fatto ai discepoli della morte e resurrezione del Figlio dell’uomo, ma anche nell’approfondimento delle sue conseguenze per coloro che seguono Gesù. In questa sezione la folla sta sullo sfondo come orizzonte, in primo piano sono i discepoli sconcertati e impauriti o sconvolti dalla nuova prospettiva del regno. Gli avversari sono già inquadrati nel loro ruolo di protagonisti della passione. I tre giorni di attività a Gerusalemme sono il preludio della passione e resurrezione.Il confronto con i circoli dirigenti della capitale verte sull’identità di Gesù e sul suo progetto messianico. I temi e i motivi del rifiuto di Gesù e della sua condanna a morte sono anticipati in modo palese. Anche qui, come all’inizio, si delineano le posizioni dei protagonisti: la folla è ancora favorevole e simpatizzante per Gesù; i discepoli bene o male sono raccolti attorno a Gesù; gli avversari, dirigenti spirituali e religiosi ( scribi e farisei), sono bloccati in una opposizione radicale che aspetta solo l’occasione buona per diventare violenza repressiva. Infine, dopo il discorso di raccomandazioni e di addio riservato agli amici intimi, costruito sullo stile delle apocalissi, il dramma culmina nella condanna a morte violenta di Gesù. Si tratta dei versetti più vistosi che proiettano la sua luce su tutto il resto del vangelo. I temi più importanti annunciati e sviluppati nell’arco dell’intera vicenda vengono ripresi e chiariti. Il titolo di Cristo, Messia, dato dal gruppo dei discepoli nella solitudine di Cesarea, ora è ripreso e riferito pubblicamente davanti alla suprema autorità giudaica: il sinedrio presieduto dal sommo sacerdote (Caifa); il titolo di Figlio di Dio riecheggiato nelle due rivelazioni divine, nel battesimo, e nella trasfigurazione, ora è formulato nel momento vertice della passione, sulla collina del Golgota, da parte dell’ufficiale pagano che assiste alla morte di Gesù: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”. Ecco, cari fratelli e sorelle, con questa frase, che suggella il Vangelo, Marco dà piena giustificazione alla solenne introduzione: “Inizio dell’evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (1,1). Il mistero di Dio nel vangelo di Marco E’ interessante meditare anche il mistero di Dio nel vangelo di Marco; meglio ancora, vedere quale parte ha il senso di Dio nel cammino che Marco propone per approfondire ed abbracciare la fede con tutto il corpo, anima e spirito. Per fare questo, dobbiamo riandare con la mente e immedesimarci nella chiesa primitiva. I credenti a cui si rivolge il vangelo di Marco, provenienti in gran parte dal paganesimo, avevano già un senso religioso. Non era loro estraneo il pensiero, la parola, il vocabolo, la citazione continua di Dio; come afferma san Paolo parlando appunto dei pagani: “Ce ne sono molti che sono detti Dio, sia nel cielo che sulla terra, e ve ne sono tenuti per dèi, e molti Signore” (1 Cor.8,5). Mi viene subito da chiedermi: è davvero così diversa la nostra situazione odierna di ateismo diffuso? Forse è più facile parare del Dio vero in una situazione di ateismo che non in una situazione di superstizione dove il parlarne può essere travisato, stravolto. Scorreremo brevemente alcuni versetti del vangelo di Marco in modo da sottolineare gli aspetti che ci introducono nel cammino verso Dio e verso l’intimità con il Signore Gesù Cristo. Iniziativa di Dio Chi è Dio? E’ colui che prende una iniziativa misteriosa. Vediamo cosa dice: “Ecco, io mando il mio angelo davanti a te”; “Preparate la via del Signore”; “…(Gesù) vide aprirsi i cieli..”; “Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. Notiamo all’istante che Dio non è esplicitato, tuttavia è colui che prende una iniziativa misteriosa, non ancora ben definita; qualcosa sta per accadere; Dio in qualche maniera ci viene incontro. In altre parole il Padre che è nei cieli si fa presente alla nostra realtà, alla nostra esperienza, si mette in comunicazione con noi dal cielo. Infatti, è nel Figlio che noi comprendiamo qualcosa dell’inconoscibile mistero di Dio. Pare non molto, ma è detto tutto ciò che può suscitare un senso di attesa, di preparazione. Il tutto sarà svelato con l’opera di Gesù Cristo, il Figlio unigenito. Un Dio che perdona “Gesù viene dalla Galilea predicando il Vangelo di Dio”; “Si è avvicinato il Regno di Dio”; “Gesù al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava”; “…chi può perdonare i peccati se non Dio solo”. Indirettamente, da questi versetti, sappiamo che Dio è il Dio del vangelo, che Dio è il Dio del Regno. Si tratta di indicazioni molto importanti Dio ci porta una buona notizia la quale sta per mettere le cose a posto per cambiare la nostra situazione, Dio sta per metter le cose a posto, misteriosamente. Quindi Dio è colui che entra nella nostra esistenza con un messaggio sconvolgente, colmo di gioia, e che viene a riordinare le cose della nostra vita. Dio è colui che Gesù prega. Egli, che è presentato come Figlio, è in misteriosa unione con Dio; e noi, pur senza sapere molto di più, ci troviamo immersi in un’atmosfera di attesa, rispetto, riverenza, tensione emotiva per il Dio che Gesù ci sta rivelando. Un Dio buono e fedele Nei capitoli 11, 12 13 del Vangelo di Marco troveremo quattro citazioni che ricalcano temi biblici antico testamentari. Esse ci permettono di verificare che nel Vangelo di Marco non si perdevano di vista alcuni temi fondamentali, quali punti di vista e di partenza per una catechesi del “Dio di nostro Signore Gesù Cristo”. “Nessuno è buono se non Dio”; “Abbiate fede in Dio”; “Dall’inizio della creazione fino al giorno d’oggi”. In questi versetti viene rivelata la bontà di Dio, l’unico buono da amare “Con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze”. I temi biblici del Dio Unico, Buono, Fedele, Creatore, Realtà suprema da amare, sono molto presenti; Marco, infatti, ci suggerisce un modello di catechesi da seguire per i valori che esprime. Su di essi è costruita l’idea evangelica del Dio che viene, prende un’iniziativa piena di mistero, del Dio al quale bisogna abbandonarsi e che ci guida per mezzo di Cristo Gesù. Perché lui è il Dio a cui tutto è possibile. Infatti, la preghiera: “Abba, Padre! Tutto ti è possibile, allontana da me questo calice! Non però quello che io voglio, ma quello che tu vuoi”. Il Dio che sta dietro a questa rappresentazione dataci dalle parole di Gesù è colui a cui tutto è possibile, il Dio che può allontanare il calice, ma che in realtà non lo fa ( la gloria avverrà nella resurrezione). E’ il Dio al quale necessita rimettersi totalmente perché ha su di noi disposizione completa e ci guida per vie misteriose, come ha guidato suo Figlio Gesù. Noi credenti siamo invitati, in pratica, a passare da un’idea umanamente prefabbricata di Dio, in cui tutto è predisposto, in cui egli può appoggiarsi e ottenere ciò che vuole, facendo questo o quell’altro atto di culto, a un Dio che misteriosamente interviene conducendoci con bontà e portandoci dove lui vuole attraverso l’iniziativa evangelica di salvezza che per l’uomo è sempre imprevedibile e, a volte, sconcertante. L’ultimo versetto in cui Gesù ci parla di Dio, nel Vangelo di marco, è il più drammatico della lieta novella. Gesù sulla croce urla: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Mi sono chiesto molte volte come mai si chiude con questo versetto la serie dei pochi accenni al mistero di Dio in Marco. La risposta alla quale sono giunto, è che in questo versetto troviamo il culmine della rivelazione: il Dio che viene presentato nel Vangelo, a cui tutto è possibile, che ha in mano ogni cosa e al quale noi ci affidiamo totalmente, non è obbligato a fare ciò che noi desideriamo e può anche esteriormente abbandonarci momentaneamente come ha abbandonato suo Figlio. Ma è anche vero che nelle parole di Gesù c’è pure un forte senso di speranza, tuttavia non dobbiamo scordare che sono parole di abbandono. Dio ha lasciato Gesù in una situazione di amarezza, di desolazione esteriore, di derelizione umana come se l’avesse effettivamente abbandonato. Siamo tutti sollecitati a riflettere attentamente: guarda che la via per cui ti metti non è facile, non è una via in cui Dio ti assicurerà, di successo in successo, una riuscita già da te programmata; ti metti nelle mani di un Dio misterioso che è buono, che ama le sue creature, che vuole per te il meglio, però non a modo tuo. Conclusione Il merito del vangelo di Marco è di avere fissato i ricordi di Gesù al momento in cui la vita delle Chiese sparse fuori dalla Palestina e la riflessione teologica favorita dall’incontro con culture straniere, rischiavano di perdere il contatto con le origini del vangelo. Marco è riuscito a mantenere viva, incancellabile la visione di una esistenza movimentata, difficile a comprendere, anche ai nostri giorni, ponendoci la domanda: “Chi è dunque quest’uomo?”. La risposta che Marco ci suggerisce, è la stessa dei primi credenti che furono i primi testimoni. Gesù è il Messia, Figlio di Dio, ma non secondo le attese e le prospettive umane. La croce e la resurrezione contraddistinguono in maniera inequivocabile il suo compito e la sua identità. Tuttavia, per chi si limitasse a ripetere questa risposta, Marco riapre il problema e rammenta che la fede viene messa alla prova nell’impegno senza compromessi a seguire Gesù, il quale, tramite il Vangelo, è sempre all’opera in mezzo agli uomini, fino alla fine dei tempi.
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