VANGELO DI MARCO - CAPITOLO 14
Il complotto dei capi giudei, l'unzione di Betania e
tradimento di Giuda
Cap. 14,1-11
*La pasqua e la festa dei pani senza lievito venivano due
giorni dopo. E i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il
modo di prendere Gesù a tradimento per ucciderlo. *Ma
dicevano: Non durante la festa, perché non accada un
tumulto nel popolo. *Ed essendo Gesù a Betania, in casa di
Simone il lebbroso, mentre stava adagiato a mensa entrò
una donna con un vaso di alabastro pieno di profumo di nardo
schietto, molto costoso; e, rotto il vaso d'alabastro, gli
versò il profumo sul capo. *Alcuni indignati dicevano tra
loro: Perché questo sciupio di profumo? *Si sarebbe potuto
vendere questo profumo per oltre trecento denari e darli ai
poveri. E mormoravano contro di lei. *Ma Gesù disse:
Lasciatela fare. Perché la molestate? Essa ha compiuto una
buona azione verso di me. *I poveri li avete sempre con voi, e
potete far loro del bene quando volete; ma me non mi avrete
sempre. *Essa ha fatto quanto ha potuto, ungendo in anticipo il
mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che in tutto
il mondo, dovunque sarà predicato *il vangelo, anche
ciò che ha fatto costei sarà raccontato in sua
memoria. *Allora Giuda Iscariota, uno dei dodici, andò dai
capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. *Essi
uditolo, si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Egli
intanto cercava l'occasione favorevole per consegnarlo.
La scena introduttiva del complotto presenta i personaggi
principali. I principali oppositori di Gesù, oltre agli
Scribi e ai farisei, ora sono i sommi sacerdoti e gli anziani,
riuniti intorno al sommo sacerdote Caifa. Essi cercavano il modo
di prendere Gesù a tradimento per ucciderlo. Poiché
la Pasqua era una festa di pellegrinaggio che attirava grandi
folle a Gerusalemme, e quindi gli oppositori desideravano evitare
l'esplosione di una rivolta arrestando un popolare maestro
religioso della Galilea proprio in quel periodo.
Tra il complotto dei giudei e la proposta di tradimento da
parte di Giuda, l'evangelista inserisce l'episodio dell'unzione,
spezzando l'evoluzione logica degli avvenimenti. Si tratta di un
episodio troppo carico di significato per non inserirlo nella
trama evangelica. A Betania Gesù viene accolto
trionfalmente, certamente per il ricordo della recente
resurrezione di Lazzaro. La sera di quel sabato si tiene un
banchetto in suo onore in casa di Simone il lebbroso, uno dei
più facoltosi della borgata, che doveva il suo soprannome
alla malattia da cui era guarito, forse per intervento di
Gesù.
In quella cittadina si svolge una scena soave e delicata, e
penso sia importante riportare ciò che avviene. Fra gli
invitati non poteva mancare, e difatti non mancò Lazzaro;
sua sorella, la massaia Marta che dirigeva il servizio; l'altra
sorella Maria, meno esperta di faccende domestiche, provvide da
se stessa a portare un contributo d'onore al convito. Gli
invitati erano sdraiati su divani con il busto verso la tavola
comune e i piedi all'infuori, come in uso a quel tempo. Maria ad
un certo punto della cena entrò recando uno di quei vasi
d'alabastro dal collo allungato, in cui gli antichi usavano
conservare essenze odorose di gran pregio. Il vaso recato da
Maria conteneva una libbra di nardo autentico di gran valore.
Giuda, che doveva intendersi dei prezzi, lo valutò
più di trecento denari. Maria pertanto, giunta al divano
di Gesù, invece di sciogliere il sigillo apposto
sull'orifizio del vaso ne spezzò il collo allungato, in
segno di maggiore dedizione, e n'effuse abbondantemente l'essenza
profumata dapprima sul capo di Gesù e poi il rimanente sui
suoi piedi: ugualmente in segno di particolare omaggio,
asciugò con i propri capelli i piedi profumati del
maestro, imitando in parte l'antica peccatrice innominata dal
vangelo di Luca.
L'atto compiuto da Maria non era insolito: ad ospiti insigni
invitati al banchetto si offrivano, dopo la lavanda di mani e
piedi, squisiti profumi di cui cospargersi. E tanto più
questa finezza era naturale in Maria poiché l'usava verso
colui che aveva resuscitato il fratello, anche se per compierla
lei impiegava una quantità d'essenza veramente
straordinaria; ma l'esuberanza della materia testimoniava
l'esuberanza del sentimento interiore. Questa prodigalità
sorprese alcuni discepoli, e più di tutti il loro
amministratore comune, Giuda Iscariota; costui, protestò
apertamente pur sotto la parvenza di beneficenza:
Perché questo sciupio di profumo? Si sarebbe potuto
vendere per oltre trecento denari e darli ai poveri!
(Mc.14,4-5).
Poiché Giuda era ladro, nel senso che deteneva la cassa
comune, sottraendone denari, si mostra incancrenito: più
di trecento denari! Si trattava di una somma cospicua, quasi un
anno intero di salario d'un operaio, e il ladro al vedersi
sfumare questa bella entrata scatta allegando il pretesto dei
poveri. Il seguace di Mammona vuol conservare ancora la divisa
esteriore di seguace di Dio. Alla protesta di Giuda, Gesù
risponde: Perché la molestate? Essa ha compiuto una
buona azione verso di me. *I poveri li avete sempre con voi, e
potete far loro del bene quando volete; ma me non mi avrete
sempre.
Per Gesù l'unzione da lui ricevuta valeva come
un'anticipazione del suo imminente seppellimento, giacché
le salme si deponevano nella tomba cosparse d'aromi e d'essenze
profumate. Maria ha compiuto in modo profetico ciò che era
più urgente: l'anticipazione di un gesto di pietà
per un morto. In questo modo la sua azione non si limita ad
essere un semplice segno di stima e di venerazione, ma entra a
far parte dell'annuncio evangelico, che ha come contenuto
essenziale la morte di Gesù. In contrasto con il gesto di
stima, di simpatia, d'affetto avvenuto a Betania, Marco aggiunge
la notizia del progetto traditore di Giuda. Il testo evangelico
è molto laconico e riservato su questo fatto che turbava
la coscienza dei discepoli e della prima comunità
cristiana, perché Giuda di Qerioth era uno dei dodici, uno
scelto e chiamato da Gesù stesso.
In che consiste il tradimento di Giuda? Perché lo ha
fatto? Per i soldi? Nessuno può rispondere a questi
quesiti. Posso azzardare un'ipotesi. Giuda, secondo alcuni,
sarebbe stato un simpatizzante del movimento zelota, o per lo
meno avrebbe condiviso le speranze del messianismo nazionale
politico di molti giudei; alla fine, deluso dalla linea
messianica seguita da Gesù, avrebbe cercato di
costringerlo ad agire in un confronto diretto con i capi o di
trarne vantaggio prendendo accordi con i suoi avversari.
La preparazione della cena pasquale, la denuncia del
traditore, l'istituzione dell'eucaristia
Cap. 14,12-25
*Il primo giorno dei pani senza lievito, quando si
immolava la pasqua, i suoi discepoli gli dissero: Dove vuoi che
andiamo a preparare per mangiare la pasqua? *Egli mandò
due dei suoi discepoli dicendo: Andate in città; vi
verrà incontro un uomo che porta una brocca d'acqua;
*seguitelo e dove egli entrerà dite al padrone di casa: Il
Maestro dice: Dov'è la mia stanza nella quale possa
mangiare la pasqua coi miei discepoli? *Egli vi mostrerà
una grande sala superiore preparata con tappeti; là
preparate per noi. *I discepoli andarono e, giunti in
città, trovarono come egli aveva detto e prepararono la
pasqua.
*Giunta la sera, Gesù venne coi dodici. *E mentre
erano a mensa e mangiavano, egli disse: In verità vi dico
che uno di voi che mangia con me mi tradirà.
*Incominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l'altro: Sono
forse io? *Ed egli: Uno dei dodici che intinge con me nel piatto.
*Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai
all'uomo dal quale è tradito il Figlio dell'uomo! Sarebbe
stato meglio per lui se non fosse nato!
*E mentre mangiavano, Gesù prese del pane, disse la
benedizione, lo spezzò e lo dette loro dicendo: Prendete,
questo è il mio corpo. *Poi prese il calice, rese grazie,
lo diede loro, e ne bevvero tutti. * E disse loro: Questo
è il mio sangue dell'alleanza, che è sparso per la
moltitudine. *Io vi dico in verità che non berrò
più del frutto della vite fino al giorno in cui lo
berrò nuovo nel regno di Dio.
Il resoconto circa i preparativi della pasqua o cena pasquale
rientra nella prospettiva teologica di Marco che vuol definire il
significato della morte di Gesù. Il segno dato ai due
apostoli era abbastanza singolare, perché l'ufficio di
attingere e trasportare l'acqua era riservato ordinariamente alle
donne. I due si attennero al segno: entrando in città,
certamente per la porta situata sopra la piscina di Siloe e di
fronte al monte degli Ulivi, incontrarono effettivamente l'uomo
della brocca; avendo poi essi seguito costui alla casa dov'era
diretto, il padrone mise a loro disposizione la sala di cui
Gesù aveva parlato.
Non c'è da dubitare che quel padrone fosse persona
affezionata a Gesù; probabilmente l'aveva ricevuto altre
volte a casa sua. Chi sarà stato quest'ignoto discepolo?
Più che al cauto Nicodemo o a Giuseppe d'Arimatea, il
pensiero corre al padre o ad altro parente dell'evangelista
stesso, la cui casa, dopo la morte di Gesù, diventò
luogo abituale d'adunanza per i cristiani di Gerusalemme; se poi
si potesse provare che il misterioso giovanetto il quale
sfuggì di mano alle guardie del Getsemani era proprio
Marco, si avrebbe conferma che il padrone della casa era suo
parente, tanto più che questo racconto della preparazione
della Pasqua è più minuto e circostanziato nel
vangelo di Marco che in quello degli altri. Del resto l'opinione
secondo cui l'ultima cena ebbe luogo nella casa di Marco, non
è nuova, ed ha pure in suo favore una rispettabile
tradizione.
Compiuti durante la giornata i preparativi, in quella stessa
sera si tenne la cena. Marco più che attraverso elaborate
precisazioni teologiche, fa notare che è Gesù
stesso a preparare la sua pasqua, quella pasqua nella quale si
realizza la piena liberazione, l'alleanza nuova nel suo sangue.
E' quest'ampio respiro teologico che fa sorvolare la narrazione
sui particolari anche di un certo rilievo per la storia. Ci si
preoccupa di indicare la grande sala al piano superiore,
riservata agli ospiti, sala preparata con divani e tappeti, ma
non si dice nulla di ciò che è caratterizzante:
l'agnello pasquale. Anche perché per noi cristiani che
ascoltiamo il racconto della passione questo non ha più
importanza, poiché l'ultima cena di Gesù assume un
nuovo significato, che sostituisce quello dell'antica pasqua
ebraica.
In verità vi dico che uno di voi che mangia con me
mi tradirà. *Incominciarono a rattristarsi e a dirgli uno
dopo l'altro: Sono forse io?
Fu uno sgomento generale. Proprio in quella serata così
solenne e così affettuosa, si poteva parlare di
tradimento? Proprio fra quei dodici uomini che si erano dati
anima e corpo al maestro, si poteva dissimulare un traditore?
Tutti allora con veemenza impetuosa, non senza una punta di
sincero risentimento, chiesero a gara al maestro: Sono forse io?
Ed egli: Uno dei dodici che intinge con me nel piatto. *Il
Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai
all'uomo dal quale è tradito il Figlio dell'uomo!
Tutti i commensali, infatti, stendendosi dal loro divano,
intingevano il pane e le erbe amare in vassoi comuni che
contenevano la salsa pasquale, e ciascuno poteva servire a circa
tre persone: probabilmente quello in cui intingeva Gesù
serviva pure a Giovanni e a Giuda. Tuttavia anche quest'ultima
indicazione fu interpretata in senso vago dagli apostoli. Ad ogni
modo fra i commensali c'era colui che aveva ben compreso, e
appunto riferendosi a lui Gesù aggiunse parole che vollero
essere l'ultimo grido d'esortazione, l'estrema segnalazione
dell'abisso: "Sarebbe stato meglio per lui non essere
nato".
Che in quella cena pasquale di Gesù sia avvenuto
qualcosa di straordinario lo narrano tutti gli evangelisti.
Quella sera fu seguito certamente il solito rito della cena
pasquale con le quattro coppe rituali di vino, con il pane azimo,
le erbe agresti e l'agnello arrostito, sebbene non tutte queste
cose siano rammentate dagli evangelisti. Gesù in quel
convito fungeva da padre di famiglia; perciò benedisse
egli la prima coppa, ed aggiunse: Prendete, questo è
il mio corpo. *Poi prese il calice, rese grazie, lo diede loro, e
ne bevvero tutti. * E disse loro: Questo è il mio sangue
dell'alleanza, che è sparso per la moltitudine. *Io vi
dico in verità che non berrò più del frutto
della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno
di Dio.
Gesù suscita un gesto, uno strumento che attuasse
l'efficacia universale della pasqua, l'energia, la forza di
riconciliazione e di comunione sprigionata nella sua pasqua
storica; questo gesto è l'Eucaristia che, nella liturgia
della Chiesa, si presenta appunto come la maniera sacramentale
che rende perenne in ogni tempo il sacrificio pasquale di
Gesù dischiudendo all'umanità l'accesso alla vita
senza fine. Nell'Eucaristia è presente non soltanto la
volontà di Gesù che istituisce un gesto di salvezza
ma Gesù stesso.
La stessa cena pasquale ebraica era ed è vissuta come
una memoria che attualizza i fatti della liberazione del popolo
dall'Egitto. Nell'Eucaristia la relazione non è soltanto
con un fatto passato, bensì con una persona, con
Gesù salvatore crocifisso e risorto. In ogni Eucaristia
viene annunciata la sua morte, che ha distrutto la
malvagità umana scatenatasi contro di lui perdonandola e
ha vinto la paura della morte, e viene annunciata la sua
resurrezione. Per quanto riguarda il presente, il Corpo e il
Sangue di Cristo è veramente dato a noi nell'oggi, la
nuova alleanza nel Sangue di Gesù si realizza adesso
creando o rafforzando il rapporto dell'uomo con Dio, rapporto di
figliolanza e amicizia. Tutta la storia umana si concentra nel
momento straordinario della celebrazione eucaristica. Inoltre,
l'Eucaristia proclama il futuro dell'uomo e dell'umanità,
preannuncia quel giorno senza tramonto nel quale la nostra vita
sarà uno stare a mensa con Dio, un vivere con lui una
familiarità immediata. Il significato del mistero
dell'Eucaristia.
La prima parola è: "Il mio sangue
dell'alleanza". Gesù si colloca sullo sfondo
dell'alleanza di Dio con il popolo d'Israele, alleanza che lo
faceva appunto popolo di Dio: il dono del sacrificio di
Gesù ha come fine la creazione del nuovo popolo, che non
toglie nulla al primo, ma si estende a tutta l'umanità.
Dire "alleanza" equivale a dire l'instancabile amore con cui Dio,
a partire dalla creazione, ha trattato l'uomo come un amico, ha
promesso una salvezza dopo il peccato, ha liberato Israele
dall'Egitto, l'ha accompagnato nel cammino attraverso il deserto.
L'ha introdotto nella terra promessa segno dei misteriosi beni
futuri, l'ha aperto alla speranza con la promessa del Messia.
Collegando l'istituzione dell'Eucaristia con l'alleanza,
Gesù vuole significare che essa dona a noi la forza di
lasciarci totalmente attrarre nel movimento dell'amore
misericordioso di Dio.
La seconda parola è: "Nella notte
in cui veniva tradito" (da San Paolo). Il riferimento
è a Giuda ed a tutti noi. Il Signore dona il suo corpo e
il suo sangue a coloro che lo tradiranno, fuggiranno, lo
rinnegheranno. I nostri tradimenti, le fughe, le infedeltà
degli uomini, non possono che esaltare la grandezza del suo
amore. Dio ci ama in questo modo. L'unica misura del suo amore
smisurato è il bisogno della persona amata: il povero,
l'infelice, il diverso, il peccatore, il perduto sono amati
persino più degli altri.
La terza parola è: "Questo
è il mio sangue dell'alleanza, sparso per la
moltitudine". In altre parole per tutti gli uomini e per gli
ultimi di tutti i tempi, "in remissione dei peccati".
Nella notte della disperazione, della prigionia, del nostro
egoismo, dell'aridità, della freddezza del cuore,
Gesù si dona a noi per strapparci dalle tenebre, per
invitarci a credere in un Dio che non ha il volto rabbuiato,
stizzito, amareggiato, deluso dalle nostre incorrispondenze, ma
che ha il volto pieno di tenerezza, di fiducia, di passione per
ogni creatura, il volto mitissimo del Crocifisso.
Annuncio del rinnegamento di Pietro
Cap. 14,26-31
*Poi, cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
*Gesù disse loro: Voi tutti vi scandalizzerete,
perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le
pecore saranno disperse. *Ma dopo che sarò risorto, vi
precederò in Galilea. *Pietro gli disse: Anche se tutti si
scandalizzeranno, io no. *Gesù gli rispose: In
Verità ti dico che tu, oggi, questa stessa notte, prima
che il gallo abbia cantato due volte, tre volte mi avrai
rinnegato. *Ma egli con maggior insistenza diceva: Anche se
dovessi morire con te, non ti rinnegherò. Lo stesso
ripetevano tutti.
I versetti che contengono l'annuncio dello scandalo dei
discepoli e del rinnegamento di Pietro fa da ponte tra il
cenacolo e il Getsemani. Il versetto introduttivo stabilisce
chiaramente il nesso tra i due momenti. Infatti, dopo il canto
del Salmo 115-118, a conclusione della cena pasquale, Gesù
si avvia al di là del Cedron, ai piedi della collina degli
Ulivi. In questo passaggio Marco colloca una serie di detti
profetici sul comportamento dei discepoli durante la passione.
L'annuncio anticipato non serve soltanto a rendere più
accettabile alla comunità il comportamento scandaloso dei
seguaci di Gesù, ma offre anche lo spunto per una seria
riflessione e parentesi sulla presunzione dei credenti. La
predizione della dispersione degli apostoli e del rinnegamento di
Pietro, secondo Marco era un'altra di quelle tetre previsioni che
davano tanto sui nervi agli apostoli. La loro insofferenza
apparve subito sul volto di parecchi, e specialmente
all'impetuoso Pietro. Al bravo Pietro queste parole non piacquero
affatto: egli voleva un gran bene a Gesù e, qualunque
tentativo avesse fatto Satana, non avrebbe mai commesso contro il
Maestro alcuna vigliaccheria da cui sarebbe tornata indietro.
Il dispiacere di Pietro si colorì anche di un certo
risentimento, e in un dialoghetto con Gesù, egli disse:
Anche se tutti si scandalizzeranno, io no. Nessuno, certamente,
avrebbe pensato a mettere in dubbio la sincerità di Pietro
quando parlava così; tuttavia Gesù, calmo e
paziente, gli dette la seguente risposta, riportata
dall'evangelista Marco che l'avrà sentita centinaia di
volte da Pietro stesso quando predicava: In verità ti
dico che tu, oggi, questa stessa notte, prima che il gallo abbia
cantato due volte, tre volte mi avrai rinnegato.
Questo era troppo per Pietro! Un fiume di proteste e
d'attestazioni eruppe allora dalla sua bocca; Marco, volendo
forse usare un certo riguardo al suo padre spirituale, accenna a
questo fiume dicendo che Pietro parla in maniera sovrabbondante e
ripeteva che, seppure avesse dovuto morire insieme col Maestro,
non lo avrebbe rinnegato. Altrettanto più o meno, dicevano
anche gli altri apostoli. Gesù dal canto suo mostrava di
non avere troppa fiducia, non già sulla sincerità,
ma sulla solidità di tutte queste attestazioni, e
continuò ad esortarli affinché, come avevano avuto
fiducia in lui nel passato, l'avessero anche nella durissima
lotta che allora stava per iniziare.
Se rammentiamo le gravi parole di Gesù contro chi si
vergognerà di lui, 8,38, o lo rinnegherà, si
può comprendere l'impressione che doveva destare nella
prima comunità cristiana il comportamento di Pietro, Erano
un esempio e un richiamo permanente contro la falsa sicurezza
d'ogni cristiano, anche dei più qualificati e
raccomandati.
La preghiera di Gesù nel Getsemani
Cap. 14, 32-42
Vennero a un podere, detto Getsemani, e Gesù disse
ai suoi discepoli: Sedete qui, mentre io pregherò. *E
presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, cominciò a
sentire spavento e angoscia. E disse loro: L'anima mia è
triste da morirne; rimanete qui e vegliate. *E andato un poco
avanti, si prostrò a terra, e pregava che se fosse
possibile quell'ora passasse da lui. E diceva: *Abba! Padre!
Tutto ti è possibile: allontana da me questo calice;
tuttavia non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu. *Poi
torna e li trova addormentati. Dice a Pietro: Simone, dormi? Non
hai potuto vegliare una sola ora? *Vegliate e pregate per non
entrare in tent6azione. Lo spirito è pronto, ma la carne
è debole. *E di nuovo allontanatosi, pregò dicendo
le stesse parole. *E ritornato, li trovò ancora
addormentati, perché gli occhi loro erano appesantiti, e
non sapevano che cosa rispondergli. *Ritornò una terza
volta e disse loro: Dormite ora e riposate. Basta, l'ora è
giunta; il Figlio dell'uomo sta per essere dato nelle mani dei
peccatori. *Alzatevi, andiamo! Ecco, il traditore è
qui.
Devo confessare, iniziando la riflessione, che è
cresciuto in me il timore di ridurre e rendere banale la pagina
del vangelo più densa di pathos. Nella passione, morte e
risurrezione di Gesù c'è il senso della nostra
vita: che noi lo vogliamo o no, che gli uomini lo sappiano o no,
che ci credano o meno, lì ritrova senso tutto ciò
che non ha senso. Di fronte a questo dramma umano e divino di
Gesù che si offre alla nostra contemplazione, possiamo
reagire in due modi, com'è successo ai discepoli. Possiamo
dormire e poi fuggire, perché è troppo difficile,
è troppo rischioso, stare con Lui e imparare da Lui ad
amare fino a dare la vita. Dopo l'ultima cena nessuno degli
Apostoli si meravigliò del fatto che Gesù si
ritirasse in preghiera, oltre il torrente Cedron, nell'orto degli
ulivi, il Getsemani. Era già buio, ma Gesù spesso
trascorreva la notte in preghiera (Lc.6,12).
Anche in quella circostanza, che si allontanasse, con i tre
Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, non era del tutto nuovo. Non
erano stati col Maestro anche sul monte Tabor? (Mc.9,2) Tuttavia
in quell'ora vibrava una tensione palpabile tra loro per tutto
quanto avevano vissuto nel Cenacolo. Rammentavano le parole
enunciate da Gesù durante la cena, parole avvolte ancora
nel mistero, per i loro poveri cuori: "Prendete, questo
è il mio Corpo; Questo è il mio Sangue
dell'alleanza, che è sparso per la
moltitudine."(Mc.14,22-25).
Ma non era tutto, pur nell'atmosfera solenne del momento,
qualcosa d'antico serpeggiava nei loro cuori. Gesù aveva
detto: " in verità vi dico che uno di voi che mangia con
me mi tradirà" (Mc.14,17-21). Alle rimostranze di Pietro,
gli disse: "Proprio tu, oggi, in questa notte, prima che il gallo
abbia cantato tre volte, mi rinnegherai tre volte" (Mc.14,30); e
quando Pietro lo scongiurò, Gesù aveva aggiunto:
"Ecco, Satana ha chiesto che gli foste consegnati, per
vagliarvi, come il grano. Ma io ho pregato per te affinché
la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito,
conferma i tuoi fratelli" (Lc.22,31-32).
Il Getsemani è una porta del Santuario ove le
dimensioni umana e divina del Cristo convergono nel medesimo
punto d'offerta: "l'est incarnatus est e il Pater in
manus tuas commendo spiritus meus!"
L'interno di questo Santuario, l'orto degli Ulivi, è
avvolto in un manto di mistica penombra che prelude e predispone
al gran mistero della Croce. Il silenzio arcano degli ulivi
antichi e nuovi si sviluppa in tono grave attorno all'altare del
Sangue della Redenzione; la rettangolare, massiccia e candida
pietra sulla quale Gesù si è inginocchiato versando
lacrime di sangue; il calice che raccoglie i peccati di tutti gli
uomini, dalla creazione alla consumazione del tempo, offerta con
straziante ma amorosa oblazione totale di Sé, la preghiera
che nasce dalla Sua agonia: "Padre, tutto è possibile
a Te, allontana da me questo calice!" (Mc.14,36),
l'abbandono incredibile e il sonno della scarsa
sensibilità degli Apostoli che acuiscono l'angoscia del
Maestro in quell'ora in cui si scatena l'arroventata furia
dell'odio contro il Dio dell'amore!
Ascoltiamo il pianto angoscioso di Gesù: "La
mia anima è triste fino alla morte". Gesù,
immagine viva dell'odio che fluisce dal frantoio della Croce,
è solo nel Getsemani…l'ora suprema è giunta,
congiungimento del finito con l'infinito, una luminosa fusione
dell'eterno con il temporale, dell'umano con il divino.
Addossandosi il peccato dell'uomo, ne porta gli effetti in
tutta la formidabile interezza. La giustizia divina splende nel
buio di quella notte, la Redenzione umana desidera un sacrificio
senza pari e senza nome. Ma nell'orto degli ulivi in quella notte
nasce il principio della gran tragedia, infatti, sono le prime
angosce della santa e amara passione…La porta del
Santuario del Getsemani è dunque aperta dal mistero del
Tristis est anima mea.. La navata orizzontale
della Sua umanità s'incrocia con quella verticale della
Sua divinità e forma una Croce.
Ave crux spes unica!
Sì, unica nostra speranza, oh Croce sublime, noi ti
salutiamo, inneggiamo a te, preferendo tacere dinanzi al mistero
che vide l'Amore inchiodato sul tuo legno. Gesù, dal sacro
Santuario del Getsemani, fa giungere alla conoscenza dei tuoi
figli denutriti dal silenzio, la voce viva del Tuo Cuore orante e
agonizzante!
Silentium!
Facciamo silenzio e restiamo in contemplazione, non lasciamo
cadere invano le gocce di quel sangue divino…Chi le
raccoglierà? Forse io? Forse tu? Forse noi insieme?
Introduciamoci anche noi nel "podere chiamato
Getsemani".
Gesù si è fatto solidale con gli ultimi, i
peccatori, gli esclusi, sempre e in modo totale. Poco prima di
recarsi al monte degli Ulivi, aveva compiuto il gesto di
consegnarsi per amore e restare per sempre in mezzo ai suoi
d'ogni tempo, nel segno del pane e del vino. Nell'ora più
drammatica della sua vita, ha risposto all'odio e alla mancanza
d'amore donandosi totalmente in sacrificio, corpo e sangue. La
perenne memoria di quel gesto, "corpo dato e sangue versato"
è il segno dell'amore che si dona in un contesto d'odio e
di morte.
Quando l'ora della croce arriva, anche Gesù prova
disorientamento e angoscia. Nella notte del tradimento e della
passione, la notte più buia dell'umanità intera,
Lui è in preghiera. L'agonia nell'orto è la
finestra sull'intimità più vera di Gesù.
Nelle sue stesse parole scopriamo quale rapporto vi è tra
Gesù e il Padre. Nel momento decisivo della sua vita,
Gesù ci fa conoscere cosa significa amare e fare la
volontà del Padre. Nella preghiera solitaria nell'orto
degli Ulivi Gesù vive in anticipo la morte, e sperimenta
la sua debolezza e fragilità umana, ma intravede anche la
luce della risurrezione consegnandosi definitivamente alla
volontà del Padre.
Il quadro del Getsemani è di un'intensità
drammatica e tragica: Gesù è spaventato e
disorientato, barcolla sfinito e cade più volte per terra,
versando lacrime e sudore di sangue. Con questi versetti, Marco
rivela come Gesù è pienamente cosciente di
ciò che gli sta accadendo: la sua morte non è un
incidente di percorso, è una scelta.
Ascoltiamo le parole di Gesù quando prega nell'orto del
Getsemani: "Abbà! Padre, tutto è possibile a te;
allontana da me questo calice: però non ciò che
voglio io, ma ciò che vuoi tu" (Mc.14,36). Il gran dramma
interiore, la tristezza e il brivido della morte, non sopprimono
in Gesù l'accettazione piena di ciò che Dio Padre
vuole. L'invocazione "Abbà", posta sulle labbra di
Gesù in quell'ora suprema d'agonia, comunica tutta la
confidenza, la tenerezza e la fiducia che Lui, il Figlio, ripone
nel suo "papà". Abbà esprime l'intimità
profonda con cui i bambini ebrei chiamano il loro
papà.
Vigilanza e preghiera sono anche per noi le condizioni per
fronteggiare le nostre debolezze. Tutti abbiamo delle debolezze
anche se vogliamo negarle o fingere non ci siano! E' parte della
nostra umanità, ed è anche parte della bellezza di
sentirci fragili e non sufficienti a noi stessi. Se vogliamo
entrare nella volontà di Dio dobbiamo abituarci a chiamare
per nome le nostre debolezze e per loro "vigilare e pregare" per
non lasciarci sopraffare dalla loro presenza (dal sonno). Lo
spirito può essere pronto, i nostri ideali ci possono far
sentire forti e ci possono orientare verso grandi imprese, ma la
carne - la nostra umanità, la nostra area di
vulnerabilità - rimane sempre fragile, e ci può
portare lontano dal vivere la volontà di Dio. Ma quando
vegliamo e preghiamo, permettiamo a Dio di servirsi anche delle
nostre debolezze per svelarci la sua volontà, per
realizzare il suo progetto sulla nostra vita.
L'arresto di Gesù
Cap. 14,43-52
*Mentre ancora parlava, giunse Giuda, uno dei dodici, e
con lui molta gente con spade e bastoni, mandata dai capi dei
sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. *Il traditore aveva dato
loro questo segnale: Quello che bacerò è lui,
prendetelo e portatelo via con cautela. *Appena arrivato, subito
si accostò a Lui e gli disse: Rabbì! e lo
baciò. *Allora quelli misero le mani addosso a Gesù
e lo arrestarono. *Ma uno di quelli che erano là presenti,
estratta una spada, colpì un servo del sommo sacerdote e
gli mozzò l'orecchio. *Gesù disse loro: Siete
venuti a prendermi con spade e bastoni come fossi un brigante.
*Ogni giorno stavo tra di voi nel tempio a insegnare, e non mi
avete preso; ma è necessario che si adempiano le
Scritture! *Allora tutti, abbandonatolo, fuggirono. *Lo seguiva
però un giovanetto, coperto solo da un lenzuolo, e
cercarono di prenderlo; *ma egli, abbandonato il lenzuolo,
fuggì via nudo.
Con l'arresto di Gesù ha inizio la passione, dopo i
gesti e le parole che l'hanno preannunciata e interpretata. Il
racconto di Marco, molto sobrio ed essenziale, si svolge in
continuazione con la scena precedente del Getsemani: Mentre
ancora parlava, giunse Giuda…,14,43 La figura di Giuda,
sullo sfondo della masnada armata, domina la prima parte della
scena. Com'erano andate dunque le cose?
Non è arrischiato ricostruirle così. Quando
Giuda uscì dal cenacolo si recò dai maggiorenti
giudei, i quali l'attendevano e avevano compiuto nel frattempo i
loro preparativi materiali e morali: materialmente, perché
avevano dato ordine ai loro inservienti di tenersi pronti per una
piccola ma delicata spedizione; moralmente, perché erano
andati dal procuratore o dal tribuno, e dipingendo quel Galileo
di Gesù come un mestatore politico circondato da altri
mestatori suoi compaesani e tutti pronti a suscitare sommosse
nella capitale, avevano ottenuto facilmente una scorta armata.
Questa scorta non poteva essere l'intera coorte di stanza a
Gerusalemme, ma soltanto una minima parte: ad ogni modo la
presenza di soldati di Roma aveva un gran valore morale, tanto
più che con loro era venuto anche il tribuno che li
comandava.
Con questa gente, adunatasi a notte fatta, si trattava di
rintracciare ed arrestare Gesù. Dove trovarlo per
impadronirsene alla chetichella e senza timore di reazioni
popolari? A tale impresa nessuno poteva servire meglio di Giuda,
che era stato pagato soprattutto per questa parte del programma;
infatti, il luogo del Getsemani era ben noto anche a Giuda
perché spesso si era accompagnato con Gesù e tutti
gli altri discepoli, e il traditore sapeva bene che Gesù
dopo la cena pasquale non poteva essersi recato fino a Betania
troppo lontana: dunque doveva essere al prediletto Getsemani.
Nel prendere gli ultimi accordi con i sommi sacerdoti, Giuda
stabilì un segno speciale per far riconoscere Gesù:
Quello che bacerò! Sembrerebbe strano un gesto simile, ma
non dobbiamo scordare che nell'Antico Oriente, i discepoli
baciavano per rispetto le mani del maestro: gli amici invece,
trattandosi alla pari, si baciavano sulla faccia. Nel segno
scelto da Giuda c'era dunque come un avanzo di pudore,
perciò il traditore non aveva il coraggio di additare
palesemente alle guardie il suo maestro ed amico gridando "E'
lui!"; così avrebbe fatto chi avesse avuto un vero odio
per Gesù, perché quel grido già sarebbe
stato uno sfogo all'odio: invece il segno convenuto pretendeva di
salvare le apparenze. Ma anche qui appare l'enigma di Giuda. Non
sapeva egli forse che al maestro il tradimento era noto? Non
aveva egli stesso detto: Sono forse io? Se tali sconcertanti
pensieri s'affacciarono in realtà alla mente di Giuda,
egli si sarà rinfrancato ripensando ai 30 sicli (denari) e
voltandosi per vedersi spalleggiato dai soldati di Roma: ad ogni
modo questo pudore di finzione era anch'esso un certo avanzo
dell'amore per Gesù, amore allora sopraffatto da quello
per l'oro; invece, poche ore più tardi, l'amore per l'oro
rimarrà soccombente, il tradimento sarà rinnegato,
ma l'amore per Gesù non sarà abbastanza puro e
forte da ricercare il suo perdono.
Accadde tutto secondo programma. Gesù stava ancora
parlando con gli apostoli appena risvegliati, quando Giuda
entrò nel giardino seguito a poca distanza dalle guardie;
si avvicinò al gruppo e sbirciando nell'oscurità
della notte riconobbe Gesù. Andatogli appresso, gli pose
le mani sulle spalle e lo baciò in faccia. Un istante
dopo, visto il segnale convenuto, le guardie si fecero avanti
alla rinfusa. Gesù disse: Siete venuti a prendermi con
spade e bastoni come fossi un brigante. Ogni giorno stavo nel
tempio a insegnare… Le guardie vacillarono. L'arresto fu
eseguito dagli inservienti del Tempio. Nel breve ed intenso
tafferuglio, un discepolo (Pietro) estrasse la spada e
colpì un inserviente, tagliandoli un orecchio.
Gesù fu legato, e iniziarono a condurlo via. Gli
apostoli, a cui dapprima la sonnolenza e poi il subitaneo sdegno
non avevano permesso di rendersi ben conto della realtà
dei fatti, soltanto allora compresero: il maestro era veramente
arrestato, era condotto via come un volgare delinquente. Allora
forse, meglio che a tutte le passate affermazioni di Gesù,
essi iniziarono ad intravedere quale fosse la durissima prova,
quali i patimenti supremi, attraverso cui il maestro aveva
predetto più volte di dover passare per giungere alla sua
gloria. A tali mestissimi ricordi gli undici si sentirono
schiantati. Della futura lontana gloria del messia non si
ricordarono affatto; badarono soltanto al tintinnio delle catene,
al luccicore delle spade, all'umiliazione del maestro: allora,
totalmente smarriti, abbandonarono ogni cosa dandosi alla fuga,
tutti dal primo all'ultimo. Gesù uscì dal Getsemani
circondato dalla sola masnada: non gli stava appresso neppure un
amico.
O meglio, un amico c'era ancora, sebbene non stesse troppo
vicino al maestro. Il giovanetto con la sola sindone, trattasi di
Marco l'evangelista. Dopo la cena pasquale, egli aveva seguito
Gesù e i discepoli, nell'orto del Getsemani (con ogni
probabilità di proprietà del padre) per simpatia.
Cosa era avvenuto? Il giovanetto, risvegliato improvvisamente
dalle voci delle guardie e dalle grida del ferito e degli
apostoli, si alza dal giaciglio e balza fuori del capanno vestito
come si trova: assiste all'ultima scena dell'arresto di
Gesù e alla fuga degli apostoli; causa la vivacità
giovanile accresciuta dall'affetto per l'arrestato, egli si mette
a seguire le guardie che s'allontanano; le guardie poco dopo si
accorgono di quel giovanetto che sta li pedinando in quello
strano abbigliamento, e, insospettite, lo catturano. Tuttavia
afferrano soltanto la sola sindone: perché l'agile
ragazzo, sgusciando di sotto, lascia la sindone in mano alle
guardie e fugge via tutto nudo. E così Gesù fu
abbandonato anche da quest'ultimo amico: un adolescente privo di
veste.
Gesù davanti al sinedrio
Cap. 14,53-65
*E condussero Gesù dal sommo sacerdote, presso il
quale si radunarono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli
scribi. *Pietro lo seguì da lontano fin dentro il cortile
del sommo sacerdote, e si sedette coi servi e si scaldava al
fuoco. *Ora i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano
una testimonianza contro Gesù per condannarlo a morte, e
non ne trovavano. *Molti attestavano il falso contro di lui, ma
le testimonianze non erano concordi. *Allora alcuni, alzatisi,
attestarono falso contro di lui dicendo: *Noi lo abbiamo udito
dire: Io distruggerà questo tempio fatto da mano d'uomo, e
in tre giorni ne riedificherò un altro non fatto da mano
d'uomo. *Ma neppure in questo le loro testimonianze erano
concordi.
. *Allora il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo,
interrogò Gesù dicendo: Non rispondi nulla? Quali
accuse portano contro di te? *Ma egli taceva e non rispose nulla.
Lo interrogò di nuovo il sommo sacerdote, e gli chiese:
Sei tu il Messia, il Figlio del benedetto? *Gesù rispose:
Io lo sono. E voi vedrete il Figlio dell'uomo sedere alla destra
della Maestà e venire con le nubi del cielo. *Allora il
sommo sacerdote si strappò le vesti esclamando: Che
abbiamo più bisogno di testimoni? Voi avete udito la
bestemmia; che ve ne pare? *Tutti sentenziarono che egli era reo
di morte. *Alcuni cominciarono a sputargli addosso, a velargli la
faccia, a percuoterlo con pugni e a dirgli: Indovina! E i servi
gli davano schiaffi.
Il gruppo delle guardie, recando con sé Gesù in
catene, rifece in senso inverso la stessa strada fatta poche ore
prima dal Maestro con gli apostoli, e attraversato il Cedron
risalì sulla collina occidentale della città, dove
si trovava la casa del sommo sacerdote. Giunti lì la
scorta si divise; Gesù e le guardie del sinedrio restarono
nella casa, mentre i soldati della coorte romana si ritirarono
nel loro quartiere sulla fortezza Antonia.
A questo punto inizia il processo a Gesù, che si svolse
in due fasi differenti, presso due sedi differenti, e in forza
d'argomenti in parte differenti. La prima fase è
religiosa: Gesù, imputato di delitto religioso, compare
davanti al tribunale nazionale-religioso del Sinedrio e viene
dichiarato degno di morte. Tuttavia si tratta di una sentenza che
ha valore solo teoretico, perché, il Sinedrio non poteva
eseguire le sentenze capitali da lui pronunciate se non erano
state individualmente ed esplicitamente approvate dal
rappresentante dell'autorità di Roma. Allora, per far
sì che la propria sentenza non rimanesse sterile e
inefficace, il Sinedrio si rivolse al procuratore romano e inizia
la seconda fase del processo: la quale si svolge, non più
davanti ai giudici di prima, ma davanti al tribunale civile del
procuratore; inoltre i giudici di prima compaiono nel nuovo
tribunale in funzione d'accusatori, e presentano accuse solo in
minor parte religiose e in maggior parte politiche.
Nel frattempo si erano radunati vari membri del sinedrio, e
quando furono in numero sufficiente sottoposero Gesù ad un
regolare interrogatorio, dove si raccolsero i primi elementi
della procedura ufficiale riguardante l'imputato. Sfilarono molti
testimoni, i quali però erano falsi; e non erano concordi
sui fatti. Con tali deposizioni il processo non faceva un passo
avanti e non si salvavano neppure le apparenze della
legalità; giacché anche se a quei tempi per il
testimone non vigeva la norma secondo cui doveva precisare
esattamente il giorno, l'ora, il luogo, e tutte le altre minute
circostanze del delitto attestato, si richiedeva evidentemente
che le deposizioni non si contraddicessero a vicenda.
Lì invece si contraddicevano. Alla fine, tuttavia, si
presentarono due testimoni che sembravano concordi. Costoro
deposero che Gesù aveva pronunziato le seguenti parole: Io
distruggerò questo tempio fatto da mano d'uomo, e in tre
giorni ne riedificherò un altro non fatto da mano d'uomo".
Però anche questa doppia testimonianza, alla successiva
inquisizione dei giudici, non fu concorde nei suoi particolari:
soprattutto, poi, essa non era vera né quanto allo spirito
né quanto alla lettera. La testimonianza, infatti, si
riferiva evidentemente alle parole pronunciate da Gesù
qualche tempo prima, giacché egli si riferiva non
già al tempio di Gerusalemme ma al suo corpo stesso. Ad
ogni modo la doppia testimonianza inerente al tempio era troppo
opportuna perché quei giudici, in difetto d'altri capi
d'accusa, se la lasciavano sfuggire: essa poteva valere almeno
come prova che Gesù aveva ritenuto possibile o aveva
profetizzato la distruzione del tempio (proprio come Geremia che
era stato giudicato reo di morte perché aveva predetto da
parte di Dio che il tempio sarebbe stato distrutto, 7,4;
26,6).
Tuttavia vedendo che pure quest'ultima testimonianza stava per
sfumare, il sommo sacerdote prese una risoluzione decisiva.
Levatosi in piedi, Caifa tentò di ottenere da Gesù
qualcosa che in apparenza fosse una sua giustificazione di fronte
all'accusa dei testimoni, ma che in realtà avrebbe
implicato l'imputato nella discussione inducendolo a confessioni;
gli disse perciò: Non rispondi nulla? Quali accuse portano
contro di te? Ma la desiderata risposta non venne, e Gesù
serbò un silenzio assoluto. A questo punto Caifa,
assumendo un atteggiamento ispirato e solenne, insistette: Sei tu
il Messia, il Figlio del Benedetto? L'atteggiamento di Caifa
pareva quello di un uomo che, tutto preso dal desiderio della
verità, attendeva soltanto una parola rassicurante per
affidarsi e arrendersi totalmente a lei; sentendolo si sarebbe
detto che, ad una risposta affermativa di Gesù, egli si
sarebbe prostrato riverente davanti a lui riconoscendolo come il
messia d'Israele. Non scordiamo che Caifa ha scongiurato
Gesù di dichiarare se egli sia il Figlio del
Benedetto.
Il momento era davvero solenne. Tutta l'azione, tutta la
missione di Gesù appariva quasi riassunta nella risposta
che egli avrebbe dato alla supplica di Caifa. Chi interrogava era
rivestito dell'autorità somma e ufficiale in Israele; chi
rispondeva era colui che nella sua esistenza aveva serbato quasi
costantemente occulta la sua qualità di Messia per ragioni
d'oculata prudenza, confidandola soltanto negli ultimi tempi e
soltanto a persone opportune e predisposte. In quegli istanti le
ragioni della prudenza avevano cessato di esistere: pericoloso
che fosse, era ben giunto il momento di palesare apertamente la
propria qualità davanti all'intero Israele, rappresentato
dal Sinedrio e dal sommo sacerdote. Gesù indirizzandosi a
Caifa rispose: Io lo sono. E voi vedrete il Figlio dell'uomo
sedere alla destra della Maestà e venire con le nubi del
cielo.
Appena udite le parole di Gesù tutti insorsero protesi
e vibranti. Il sommo sacerdote gridò: Avete udito la
bestemmia, che ve ne pare? Per rendere più visivo e
più impressionante il suo sdegno, Caifa mentre aveva
lanciato il grido, si era anche strappato la tunica, com'era
usanza di fare quando si assisteva ad una scena di sommo
cordoglio; in realtà se Caifa avesse potuto rivelare i
suoi veri sentimenti che albergavano nel suo cuore, il suo
aspetto sarebbe apparso illuminato di profonda e sincera gioia.
Credeva, infatti, di essere riuscito a far bestemmiare
Gesù, e con ciò ad implicarlo nella sua condanna,
anche se la procedura d'interrogatorio rivolta all'imputato aveva
costituito una conduzione del tutto illegale.
Il rinnegamento di Pietro
Cap. 14,66-72
*Mentre Pietro era giù nel cortile venne una delle
serve del sommo sacerdote, *e veduto Pietro che si scaldava,
riguardandolo bene, gli disse: Anche tu eri con Gesù, il
Nazareno. *Ma egli lo negò, dicendo: Non so, non comprendo
quello che tu voglia dire. E uscì fuori, nel vestibolo, e
un gallo cantò. *Ma la serva, rivedutolo, riprese a dire
agli astanti: E' uno di quelli! *Egli nuovamente negò.
Poco dopo anche gli astanti dissero a Pietro: Certamente devi
essere di quelli; infatti tu sei Galileo. *Egli allora
cominciò a imprecare e a giurare: Non conosco l'uomo di
cui parlate. *E subito, per la seconda volta, un gallo
cantò. Allora Pietro ricordò la parola che
Gesù gli aveva detta: Prima che il gallo abbia cantato due
volte, tre volte mi avrai rinnegato. E proruppe in
pianto.
Il rinnegamento di Pietro è descritto con grande
drammaticità. I suoi interlocutori progressivamente
passano da una semplice serva(V.66), ad una serva e le persone
presenti (v.69), alla folla dei presenti (v.70). A tale
progressione corrisponde quella parallela nel rinnegamento: da
una dichiarazione d'ignoranza (v.68), si passa ad un rinnegamento
(v.70), e infine ad un'imprecazione e ad un giuramento (v.71)
seguiti da una netta negazione di conoscere Gesù. Il canto
del gallo all'alba fa prendere di colpo coscienza che la
predizione di Gesù si è avverata. Pietro
scordandosi ad un tratto dei suoi scrutatori, si scosse,
guardò più in là, vide Gesù che
passava, lo stavano portando nei sotterranei.
Gesù a sua volta riguardò verso Pietro con uno
di quegli sguardi davanti a cui Pietro si sentiva annientato. Il
discepolo rammentò allora di quanto il Maestro gli aveva
detto poche ore prima, vale a dire che prima che il gallo avesse
cantato due volte, lo avrebbe rinnegato tre volte. Allora il
povero ma generoso Pietro abbandonò il campo della sua
disfatta, e uscito fuori pianse amaramente. La paura di Pietro di
fronte all'opposizione contrasta notevolmente con la
fedeltà di Gesù fino alla fine. L'episodio ha un
valore indicativo nella struttura della passione: i discepoli non
solo sono lontani dalla prospettiva di Gesù; non solo
dormono mentre egli prega nel Getsemani; non solo fuggono nel
momento dell'arresto, ma lo sconfessano e lo rinnegano mentre
egli testimonia pubblicamente. Pietro è il protagonista
della scena, come lo è stato in quella di Cesarea e della
trasfigurazione. Egli ha cercato di seguire Gesù da
lontano, ma di fronte alla minaccia di essere compromesso con la
vicenda pericolosa del nazareno, è preso dalla paura e si
tira indietro.
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