VANGELO DI MARCO - CAPITOLO 6
Gesù a Nazareth
Cap. 6,1-6
*Partì di là e venne nella sua patria e i
suoi discepoli l'accompagnavano. *Venuto il sabato, si mise a
insegnare nella sinagoga. I molti che l'udirono ne rimasero
stupiti e dicevano: Donde gli viene questo? E che sapienza
è mai questa che gli è data? E questi grandi
miracoli compiuti dalle sue mani? *Non è costui
l'artigiano, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di
Giuseppe, di Giuda e di Simone? *E le sue sorelle non sono qui
tra noi? Ed erano sconcertati a suo riguardo. Ma Gesù
diceva: Un profeta non è disprezzato che nella sua patria
e tra i suoi parenti e in casa sua. *E non poteva fare là
nessun prodigio: tuttavia, impose le mani ad alcuni infermi, li
guarì. *E si stupiva della loro incredulità. Poi
andò attorno per i villaggi circostanti
insegnando.
Questi versetti del vangelo di Marco, rappresentano la
transizione dalla sezione dei miracoli, che sono una celebrazione
della fede salvifica, all'incomprensione e scetticismo dei
compaesani di Gesù. AD un'attenta lettura l'incidente di
Nazareth tradisce una doppia atmosfera: in un primo momento
stupore e ammirazione, in un secondo scetticismo e scandalo.
Quest'ultimo viene espressamente chiamato incredulità.
La stessa dei figli d'Israele di fronte al profeta Ezechiele
incaricato di annunciare la distruzione di Gerusalemme in castigo
dei loro peccati.
E' quello che accade a Nazareth quando Gesù si
presentò nella sinagoga a predicare. Nazareth era la sua
casa, la sua patria, dove era vissuto fin dall'infanzia, aveva i
parenti ed era ben conosciuto; ciò avrebbe dovuto rendere
più facile che altrove il suo ministero e invece fu
occasione di rifiuto. Dopo un primo momento di stupore di fronte
alla sua sapienza e ai suoi miracoli, i Nazaretani lo respingono
increduli: "Non è costui il falegname, il figlio di
Maria…? E si prendevano scandalo di lui".
Un segreto orgoglio, gretto e meschino, impedisce ad essi di
ammettere che uno come loro, cresciuto sotto i loro occhi
esercitando un umile mestiere, possa essere un profeta, anzi
addirittura il Messia, il Figlio di Dio. La modestia e
l'umiltà di Gesù è lo scandalo nel quale
inciampano chiudendosi alla fede. E Gesù osserva con
tristezza: "Un profeta non è disprezzato che nella sua
patria, tra la sua parentela e in casa sua".
L'incredulità dei suoi gli impedisce di operare in
patria i grandi miracoli fatti altrove, perché Dio usa la
sua onnipotenza solo a favore di quelli che credono. Qualcuno
però - e probabilmente tra i più umili - dovette
credere anche a Nazareth perché l'evangelista nota:
"impose le mani a pochi malati, e li guarì".
E questo dimostra che Gesù è sempre pronto a
salvare chi l'accetta come Salvatore. Chi si comporta come gli
abitanti di Nazareth, ossia chi non accetta l'autorità di
Gesù sulla sua vita impedisce di fatto al Signore di
operare. Come abbiamo visto a Nazareth Gesù non
poté operare miracoli; non è che non volle, "non
poté". I suoi concittadini volevano che operasse qualche
miracolo, ma non avevano capito che non si trattava di prodigi o
di magie al servizio della propria fama. Il miracolo è la
risposta di Dio a colui che tende la mano e chiede aiuto. Nessuno
di loro tese la mano, tutti semmai avanzavano pretese. No, non
è questa la via per incontrare il Signore.
La pagina evangelica è un insegnamento salutare per
ogni credente: guai a sentirsi sazi perché la
sazietà porta a non sentire più il bisogno del
Vangelo, guai a ridursi come i nazareni, sicuri di se stessi e
delle proprie tradizioni perché questo porta ad
allontanare Gesù dalla propria esistenza. Stare davanti a
Dio con un atteggiamento di pretesa e non di richiesta d'aiuto,
significa mettersi fuori della sua compassione e dalla sua
misericordia. Dio non ascolta l'orgoglioso, ma volge lo sguardo
sull'umile e sul povero, sul malato e sul bisognoso.
A Nazareth, infatti, Gesù poté guarire solo
alcuni malati; appunto, quelli che invocavano aiuto mentre
passava. Beati noi se, staccandoci dalla mentalità dei
nazareni della sinagoga, ci mettiamo accanto a quei malati che
stavano fuori e che chiedevano aiuto al giovane profeta che
passava.
La missione dei dodici
Cap. 6,7-13
*E chiamati a sé i dodici, cominciò a
mandarli a due a due, dando loro potere sopra gli spiriti
immondi, *e ordinò loro di non prendere per via altro che
un bastone; non pane, non bisaccia, non denaro nella cintura; *ma
calzate sandali e non indossate due tuniche.
*E diceva loro: In qualunque casa entriate, trattenetevi in essa
finché non partiate di là; *e se in qualche luogo
non vi ricevono e non vi ascoltano, andatevene e scuotete la
polvere dai vostri piedi in testimonianza contro di loro.
*Essi dunque, partiti, predicavano la conversione, *scacciavano
molti demoni e ungevano con olio molti infermi e li
guarivano.
L'invio dei dodici in missione è un'eco e un
ampliamento dell'attività di Gesù. Questo era stato
lo scopo costitutivo del gruppo dei dodici, fatti solidali con il
destino e il compito di Gesù. Nei versetti è
ripresa e completata la definizione del loro ruolo. Sono inviati
a due a due in missione conforme all'uso giudaico e praticato
anche nella prima chiesa. Si tratta dell'intento a formare un
nuovo popolo di Dio scegliendolo tra le folle e gli stessi
pagani. Egli innanzitutto manda i Dodici in prova temporanea ad
annunciare il regno di Dio: la loro missione è descritta
come modello per l'attività missionaria della Chiesa.
La narrazione è schematica. Gesù dona agli
apostoli i suoi poteri: predicare la conversione, scacciare i
demoni e guarire gli infermi; poiché il discepolato
è stato loro offerto come un dono, essi devono offrirlo
agli altri. I predicatori itineranti, esponenti di varie
filosofie e religioni, erano uno spettacolo comune ai tempi di
Gesù. I discepoli sono istruiti di non preoccuparsi per il
denaro, il bagaglio e l'alloggio, ma piuttosto di dipendere dalla
carità dei loro uditori. La mancanza d'interesse per il
denaro; il vestito e l'alloggio permettono loro di adempiere la
missione con maggiore disponibilità.
Ciò testimonia inoltre la loro fiducia nell'amore che
Dio nutre nei loro confronti, e la convinzione che ciò che
è stato ricevuto gratuitamente deve essere offerto
gratuitamente. Se in qualche località i predicatori
vengono respinti, devono reagire senza violenza e solo
simbolicamente "scuotere la polvere dai loro piedi". Essi devono
restare fedeli al loro compito e confidare nel fatto che
sarà Dio a decidere di queste cose nel giudizio
finale.
Non si tratta del manuale del missionario, di ciò che
è permesso portare o comprare o vestire e neppure è
garantito il successo della missione. Come Gesù, l'inviato
deve mettere in conto lo smacco e il rifiuto. In questo caso non
è in discussione il buon nome della ditta o il successo
della propaganda, ma il destino stesso di coloro che rifiutano il
messaggio e la testimonianza. Allo stesso modo il gesto
proverbiale di separazione dei giudei, che scuotevano la polvere
dai sandali quando rientravano in Palestina dal territorio
pagano, esprime molto bene la serietà della missione.
Accettare o rifiutare l'inviato è la condizione per
stabilire o rompere la nuova solidarietà salvifica.
Oltre a quanto detto, c'è un'altra riflessione da fare.
Gesù è come se c'invitasse a parlare di Lui e ci
avvisa anche che potrebbe essere difficoltoso. Tutto ciò
è magnifico, non perché la risposta dei visitati
potrebbe essere negativa, ma perché Gesù ordina di
andare e lo fa senza lasciare l'insicurezza del viaggio; ordina
ma spiega cosa potrebbe succedere affinché l'uomo possa
essere capace di rispondere con coscienza e certezza alle
fatiche.
Si tratta, fratelli e sorelle, di una missione, di un viaggio,
un itinerario che pochi riescono a realizzare ma a molti,
Gesù, dà il potere di poterlo compiere. Ciò
che ci deve entusiasmare e affascinare è che è
Gesù che ci dona la forza, l'energia adatta…"diede
loro potere sugli immondi". Si tratta di un legame molto sottile,
ma profondo; Gesù non ci chiede di avere la dialettica
perfetta ma di credere e di dimostrare con il corpo e con gli
atteggiamenti che Lui è in noi…"andandovene
scuotete la polvere…a testimonianza per loro…".
La morte di Giovanni il Battista
Cap. 6,14-29
*Il re Erode sentì parlare di Gesù,
poiché il nome di lui era diventato famoso e si diceva:
Giovanni il Battista è risorto, per questo il potere di
fare miracoli opera in lui. *Altri dicevano: E' Elia. E altri: E'
un profeta come uno dei profeti. *Ma Erode, udite queste cose,
diceva: E' quel Giovanni che io ho fatto decapitare: E' lui
risorto. *Erode infatti aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo
teneva in carcere a causa di Erodiade, la moglie di Filippo suo
fratello, ch'egli s'era preso in moglie .*Perché Giovanni
diceva a Erode: Non ti è lecito tenere la moglie di tuo
fratello. *Perciò Erodiade gli teneva rancore e bramava di
farlo morire, ma non poteva *perché Erode aveva timore di
Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e lo proteggeva; quando
lo udiva, restava molto perplesso, tuttavia l'ascoltava
volentieri. *Ma venne il giorno propizio in cui Erode, per il suo
compleanno, fece un convito ai grandi della sua corte, agli
ufficiali e ai notabili della Galilea.
*La figlia di Erodiade, entrata a danzare, piacque a erode
e ai convitati. Allora il re disse alla fanciulla: Chiedimi
ciò che vuoi e te lo darò. *E le giurò:
Qualunque cosa tu chieda, te la darò, fosse anche la
metà del mio regno. *Ed essa, uscita, chiese alla madre:
Che cosa debbo chiedere? Quella rispose: La testa di Giovanni il
Battista. *E subito rientrata in fretta dal re, chiese: Voglio
che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il
Battista. *Il re ne fu contristato, ma a causa del giuramento
fatto e dei commensali, non volle darle un rifiuto. *E subito,
chiamato un carnefice, gli ordinò di portare la testa di
Giovanni. Quello uscì, lo decapitò in carcere, *ne
portò via la testa in un vassoio e la dette alla fanciulla
e la fanciulla a sua madre. *Saputo il fatto, i suoi discepoli
andarono, presero il cadavere e lo deposero in un
sepolcro.
Vari giudizi corrono su Gesù: Elia redivivo, un
profeta, il Battista risorto. Nessuno ancora purtroppo lo
riconosceva per quel che era: il Messia, figlio di Dio. La
diceria sul Battista risorto, fatta propria anche dall'adultero
Erode Antipa colpevole della sua morte, spinge l'evangelista ad
inserire in questi versetti la narrazione dell'imprigionamento e
della decapitazione di tale intrepido denunciatore delle colpe
della nazione e della stessa coppia regale; e anche nella morte
violenta il battista è "precursore", infatti,
toccherà anche a Gesù patire la violenza delle
autorità religiose e politiche, quando si ergerà a
difesa dei diritti di Dio e della coscienza.
Questa morte è un tipico saggio di ciò che
avviene sovente nel mondo: la soppressione violenta degli
innocenti, di veri eroi, da parte d'esseri abietti ammantati di
lustro e di potere, e per motivi inconfessabili: ambizione,
calcolo, sfrontatezza, viltà, falso punto
d'onore…tutto ciò rappresenta Erode Antipa con
Erodiade e i suoi convitati che assistono impassibili, se non
addirittura divertiti dal fatto che proprio l'onesto che con
coraggio ha denunciato l'adulterio e il sopruso viene stroncato
dai disonesti, dai delinquenti.
Il ruolo principale in questo dramma lo ha una donna:
Erodiade, attuale moglie di Erode Antipa, ex moglie del
fratellastro d'Antipa, lui pure chiamato Erode. Il motivo
dell'arresto, secondo Marco, è precisamente la denuncia
fatta da Giovanni di questo matrimonio illegale. Il Battista,
come già il profeta Elia, è perseguitato con
tenacia perfidia da questa nuova Gezabele, che raggira il debole
e incoerente Erode. L'atto decisivo della morte del profeta del
Giordano è ambientato in un banchetto. Erode non riesce a
trasformare in amore il timore della verità urlata da
Giovanni, ma soccombe al peccato rappresentato dalla visione
della figlia di Erodiade, scatenata nella danza dei sette
veli.
Soccombe anche alla paura del giudizio altrui. Il timore
è come quello che inizialmente si può provare di
fronte a Gesù, riconoscendo di stare davanti a qualcosa di
infinitamente più grande di noi e che razionalmente non
riusciamo a comprendere e ad inquadrare; solo mettendoci in
ascolto e lasciandoci avvolgere dall'amore gratuito del Signore
questo timore può diventare corretto e cambiare la nostra
vita. Erode questo passo non riesce a compierlo. Il timore degli
altri e del mondo sovrasta il timore di Dio…la differenza
è quella di persistere nel peccato invece di vivere
nell'amore.
La sepoltura di Giovanni per opera dei discepoli, finisce il
dramma presentato con ricchezza di particolari e finezza
psicologica. Il Battista, uomo "giusto e santo", è messo a
morte per la sua libertà di parola e di fedeltà al
suo mandato, fa presentire l'arresto e la condanna ingiusta di
Gesù.
I chiacchieroni, i superficiali li definiscono fatti di
cronaca nera, che non li riguardano. Al contrario, noi credenti
dobbiamo avere il coraggio di smascherare le magagne di chi si
lecita ogni cosa perché può farla franca. Giovanni
non era nemico di Erode e questi lo capiva, eppure per
vigliaccheria lo tacita per sempre.
Che illusione!
Quel martirio non tacerà mai più.
La prima moltiplicazione dei pani
Cap. 6,30-44
*Gli apostoli si raccolsero intorno a Gesù e
riferirono tutto quanto avevano fatto e quanto avevano insegnato.
*Egli disse loro: venite in disparte, in un luogo solitario, e
riposatevi un poco. Poiché erano tanti quelli che venivano
e andavano che neppure avevano tempo di mangiare. *Partirono
dunque in barca verso un luogo deserto e appartato. *Però
molti li videro partire e compresero e da tutte le città
accorsero là a piedi, e li precedettero. *Quando
Gesù sbarcò e vide tanta folla, ne ebbe
compassione, perché erano come pecore senza pastore, e si
mise a insegnare loro molte cose.
La compassione porta Gesù a guarire gli infermi. Poi,
mosso dai discepoli, nutre miracolosamente le folle. Non si
tratta ancora di pane eucaristico, ma già l'eucaristia sta
nello sfondo come suo sbocco naturale. Lo dimostrano i gesti di
Gesù: alzò gli occhi, benedisse, spezzò,
diede. Al realismo dei discepoli che pensano alle folle che hanno
fame e loro non hanno da mangiare, si contrappone la concretezza
della compassione di Gesù che comanda: Date voi loro da
mangiare!
La Chiesa primitiva ha fatto un grande uso della
moltiplicazione dei pani e interpretato come prefigurazione
eucaristica. Il racconto è introdotto dall'annotazione del
ritiro strategico di Gesù - aveva, infatti, appena
ricevuto la notizia del martirio di Giovanni Battista - di fronte
alla minacciosa presenza di Erode. Tuttavia la folla lo
seguì. Non si tratta di un semplice particolare
cronachistico, ma di un'allusione alla realtà ecclesiale:
il nuovo popolo di Dio, che è la chiesa, segue Cristo ed
è da lui riunito per il banchetto finale.
La nota cronologica "fattasi sera" riprende alla lettera
l'incipit del racconto dell'ultima cena come detto: Alzò
gli occhi, benedisse, spezzò, diede. Con ciò viene
indicato il significato profondamente eucaristico del brano.
"…datele voi da mangiare". I discepoli comprendono che il
pane per la folla sarà procurato senza andare a farne
provvista nei villaggi vicini, ma hanno poca fede e perciò
rispondono di avere soltanto cinque pani e due pesci.
Tutti ne mangiarono e ne avanzò pure. Il racconto
presenta tre livelli di significato: cristologico, eucaristico ed
ecclesiale. Gesù è il profeta finale che chiama
tutti a partecipare al banchetto escatologico, in altre parole
alla salvezza. Il nuovo popolo di Dio si nutre alla tavola
eucaristica del corpo e del sangue di Cristo. Nella chiesa gli
apostoli e i ministri spezzano il pane eucaristico e ascoltano la
parola del Signore.
Gesù cammina sulle acque del lago
Cap. 6,45-52
*Subito dopo Gesù ordinò ai suoi discepoli
di salire sulla barca e di precederlo sulla riva opposta in
direzione di Betsaida, mentre egli congedava il popolo. *Appena
li ebbe congedati, se ne andò sul monte a pregare.
*Fattasi notte, la barca era in mezzo al mare, ed egli era solo a
terra. *Vedendo che si affannavano a remare per il vento
contrario, già verso l'ultima parte della notte
andò verso di loro camminando sul mare; e voleva
oltrepassarli. *Ma essi, vedendolo comminare sul mare, pensarono
che fosse un fantasma e gridarono, *perché tutti lo videro
e ne furono spaventati. Ma egli subito parlò e disse loro:
Coraggio, sono io, non temete. *Montò sulla barca con loro
e il vento cessò. Essi erano enormemente stupiti in se
stessi *perché non avevano capito il fatto dei pani,
essendo il loro cuore indurito.
La conclusione dei versetti del brano connette i racconti
della moltiplicazione dei pani e della camminata sulle acque. I
discepoli si meravigliano oltre misura perché non avevano
compreso il segno dei pani, figuriamoci questo. Di quale
incomprensione si tratta? Esaminando attentamente il dialogo
centrale di Gesù e i discepoli in 6,30-44, appare
l'incapacità dei discepoli di penetrare nel progetto
Gesù, che intende rivelarsi a loro nella sua vera
identità. Lo stesso avviene in modo paradossale in
quest'episodio notturno. Gesù appare, verso l'ultima parte
della notte, che corrisponde circa alle tre-sei del mattino; egli
cammina sul mare. Ai discepoli che gridano per lo spavento
Gesù si rivolge con "Sono io, non temete". Il contrasto
tra l'apparizione di Gesù e la paura dei discepoli ha
analogia con la situazione della tempesta sul lago.
In queste esperienze paradossali Marco vede indicata la strada
per la vera genuina esperienza di fede. Non è possibile
capire il vero significato dei gesti e delle rivelazioni di
Gesù, nemmeno dei segni più spettacolari ed
evidenti fino a quando non si è compreso chi è
Gesù. Non solo gli avversari, non solo i parenti e i
compaesani, ma anche i discepoli, testimoni più vicini e
immediati di Gesù, non comprendono. Anche la loro
coscienza, il loro cuore può rimanere indurito e accecato,
se non vi è la piena apertura all'incontro con la
realtà profonda e con il destino misterioso della sua
persona.
Ma c'è un'altra considerazione da fare. Marco mette in
rilevo la barca squassata dalle onde e dal vento impetuoso.
Paura? Angoscia? Terrore quando i discepoli vedono apparire
Gesù che cammina sull'acqua. E' fin troppo chiaro che si
tratta della chiesa (popolo di Dio). In essa i discepoli sono
timorosi; la loro fede è debole; essi credono nel loro
Signore, ma con una fede timida e insufficiente. La
comunità messianica cristiana vive nella storia
confrontata con forze avverse (Lo stesso dicasi per ognuno di
noi). E sembra che il Signore sia assente. Chiamata ad una
coraggiosa fiducia in Lui, in realtà è una
comunità di poca fede.
Per questo si trova afferrata dal timor panico di venire
sommersa e abbattuta. Ma Cristo è presente, sempre, per
salvarla. Dunque nessun timore. Egli ha la potenza divina di
sottomettere a sé anche le forze più temibili.
Affidarsi a Lui è la condizione indispensabile per non
essere travolta. Come possiamo notare dalla riflessione, Marco ha
trasformato il racconto tradizionale, incentrato sulla
rivelazione gloriosa di Gesù, in un insegnamento
catechistico impartito alla chiesa del suo tempo (e nostro),
perché assuma un atteggiamento di fiducia coraggiosa e
supplicante in colui che è il Figlio di Dio. La sua
interpretazione si muove chiaramente nella direzione
ecclesiologica.
Dobbiamo anche tenere presente un' altra cosa molto
importante…"Andò sul monte a pregare" . Gesù
prega: gli evangelisti insistono spesso su questo atteggiamento
del maestro, non soltanto per darci l'esempio, ma anche
perché si sente veramente uomo e quindi bisognoso di
questo contatto con Dio Padre. E' in quell'estasi unificante che
lo Spirito Santo Amore unisce il Padre al Figlio e il Figlio al
Padre. Da quest'unione e colloquio continuo con il Padre trova la
forza per accettare l'incomprensione, le umiliazioni, i
tradimenti, le sofferenze che gli uomini gli offrono in cambio
del suo amore. Confortato dalla preghiera, Gesù si
avvicina agli apostoli stremati
Quante volte ci sentiamo anche noi stremati dalla fatica
quotidiana, dalla delusione, dai fallimenti, dalla sfiducia,
dalle incomprensioni, dalle prove che la vita ci riserva,
sbattuti dal vento d'opposte tendenze, di contrarie ideologie, di
passioni violente…"La vita dell'uomo è una lotta"
(Giob.7,1). Ma ecco il fatto sconvolgente e consolante, proprio
quando stiamo per affogare nella melma delle tentazioni e dei
pericoli in cui ci imbattiamo, Gesù cammina accanto a noi
e ci ripete : "Coraggio, sono io, non
temete".
Guarigioni a Genesaret
Cap. 6,53-56
*Passati all'altra riva vennero a Genesaret e approdarono.
*Ma appena sbarcati, subito lo riconobbero, *e accorrendo da
tutta la regione, cominciarono a portare i malati sui loro
lettucci, dovunque udivano che si trovasse. *E dappertutto dove
Gesù entrava, nei villaggi, nelle città e nelle
campagne, portavano gli infermi nelle piazze e lo pregavano di
lasciarli toccare almeno la frangia del suo mantello. E quanti lo
toccavano guarivano.
Ovunque Gesù si reca, sull'una o sull'altra riva del
lago, il suo passaggio cambia letteralmente la vita e le giornate
delle cittadine e dei villaggi. La descrizione evangelica di
queste improvvisate file di barelle e di malati nelle piazze e
nelle strade mostra che finalmente è giunto tra gli uomini
il compassionevole, colui che sa commuoversi sul dolore degli
uomini. Tutti confidano in lui e nella sua forza di guarigione:
è sufficiente per molti anche solo toccare la frangia del
suo mantello per essere guariti. Dobbiamo chiederci se non
dovrebbe ogni comunità cristiana, come anche ogni
discepolo, essere come il lembo del mantello del Signore che i
poveri e i malati possono raggiungere con le loro mani.
C'è bisogno che i deboli e i poveri possano "toccare"
con le loro mani il "Corpo di Cristo" che è la
comunità messianica dei discepoli per essere sanati e
guariti. Ciò che emerge ancora una volta in questa
pennellata di versetti è il tema caratteristico di Marco:
la gente accorre per far guarire gli ammalati. In questo
riassunto non viene menzionato l'insegnamento di Gesù che
caratterizza il suo rapporto con il popolo, ma sono soltanto
ricordate le numerose guarigioni. Infatti, come sappiamo dai
versetti, Gesù accondiscende a compiere molte guarigioni,
ma non parla. Persiste l'equivoco sulla buona novella che egli
era inviato ad annunciare, sulla salvezza, sulla sua stessa
identità.
Le folle cercano il pane, cercano la guarigione, e dimenticano
la conversione del cuore, l'adesione alla persona di Gesù,
il perdono dei peccati che egli è venuto a portare. Quanta
gente attende ancora oggi un simile "sbarco" di Gesù: che
porti la salvezza esteriore, facile, ottenuta semplicemente
"toccando le sue vesti", recitando una preghiera, compiendo una
pratica esteriore, o magari entrando in un'associazione, in un
ordine religioso. La salvezza invece è profonda,
interiore, radicale: guarisce il profondo del cuore. Le altre
guarigioni sono soltanto dei segni: segni della volontà di
Cristo di donarci la vera salvezza totale. Gesù vuole
mettere la sua potenza soprattutto a servizio della conversione
del cuore.
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