VANGELO DI MARCO

Capitolo 1,9-13

 


*In quei giorni Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. *E uscendo dall’acqua vide il cielo aperto e lo Spirito discendere come colomba si di lui. *E dal cielo si fece sentire una voce: Tu sei il Figlio mio, il diletto, in te mi sono compiaciuto. *Subito lo Spirito lo spinse nel deserto. *E rimase nel deserto quaranta giorni, tentato da satana; e stava tra le fiere e gli angeli  lo servivano.




Riflessione

Compare per la prima volta, senza preamboli e presentazioni, Gesù di Nazareth di Galilea. Questo è tutto quello che Marco ritiene opportuno richiamare ai lettori di ogni tempo circa il passato e la collocazione storico-sociale di Gesù. Nei versetti del breve racconto tutta l’attenzione è rivolta alla esperienza che accompagna il battesimo di Gesù.

Si tratta indubbiamente di un fatto storico, Gesù è stato battezzato da Giovanni il Battista. Ci sono pochi passi nel vangelo importanti come il battesimo di Gesù, perché nel battesimo di Gesù il Padre parla a suo Figlio che sta iniziando il cammino e gli dice queste parole bellissime e terribili. Molto importante il riferimento a Isacco. Tu sei veramente mio figlio, come Isacco era veramente figlio di Abramo, figlio naturale. Tuttavia traspare che questo essere figlio deve passare attraverso un prova tremenda. Infatti non è che Abramo, mentre , stava per sacrificare Isacco sul monte, si dimentica di chi è: Isacco rimane per lui il figlio diletto anche quando sta per sacrificarlo. L’essere figlio di Isacco è ciò che da grandezza al sacrificio. Il Figlio di Dio, Gesù, sarà offerto in sacrificio sul Golgota, per poi risuscitare tre giorni dopo.

Tutto ciò è il cuore del Vangelo di Marco e il cuore del  cristianesimo.

Ora chiudiamo gli occhi e proviamo ad immaginare, immedesimandoci, nel luogo del battesimo. Pensiamo al fiume Giordano che scorre lentamente sotto il sole cocente della valle per lo più desertica che prende il suo nome. Qualche rara pianta fa capolino tra la folla che attende il turno per presentarsi al Battista. Tra questi vi è Gesù. Cammina lentamente, andando avanti. Si avvicina in silenzio e ascolta la voce stentorea di Giovanni il penitente del deserto. Gesù è fra i tanti, proprio come se si trattasse di uno che doveva mondarsi per prepararsi per la venuta del Messia. E’ confuso nella folla, popolano tra i popolani.

Tuttavia, Giovanni avverte qualcosa , forse un’emozione spirituale speciale. Osserva chi gli si fa incontro e individua la fonte del turbamento che gli procura un fremito. Proviamo a percepire la tensione. Colui che doveva preparare la via del Signore, se lo trova dinanzi. Gli sguardi si incrociano fissandosi un attimo, solo i cuori emettono parole e sentimenti. Il Battista, dopo quegli istanti interminabili ed estasianti, esclama: “Ecco l’Agnello di Dio. Com’è che viene a me viene il mio Signore?”

Gesù risponde: “Per compiere il rito di penitenza”.

Quindi il cielo si aprì e lo Spirito Santo scese su Gesù sotto forma di colomba. Dal cielo poi venne una voce: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto”.

La frase sottende molti brani dell’A.T., come abbiamo già detto, soprattutto il Salmo 2. Ma qui la tonalità si fa più intima, è più sull’affettuoso. Forse perde in solennità, ma acquista in tanta tenerezza. Un commentatore che sa rendere stupendo il messaggio evangelico, potrebbe scrivere: “E in quel momento la Trinità danzò di felicità”.

Tutti noi siamo battezzati nella morte e resurrezione di Gesù. Col battesimo diventiamo tutti figli di Dio nell’unico Figlio Gesù. Col battesimo che riceviamo al fonte battesimale il Padre partecipa in Cristo Gesù la sua stessa natura divina. Noi siamo realmente figli di Dio e non solo per modo di dire. E siccome formiamo una sola cosa con Cristo, anche su di noi il Padre pronuncia  quella frase piena di intimità, amore e tenerezza. Su ciascuno di noi Egli dice: “”Tu sei il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Così che anche per noi quel possibile commentatore potrebbe scrivere: “E in quel momento la Trinità danzò di felicità”.

Poi lo Spirito lo mandò nel deserto.

L’episodio è contraddistinto dalle tre tentazioni.

Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. L’avversario allora gli si accostò e gli disse:

-“Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane”. Gesù rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

Allora l’avversario lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse:

-”Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede”. Gesù rispose: “Sta scritto anche: non tentare il Signore tuo Dio”.

Di nuovo l’avversario, il tentatore, lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse:

-”Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai”. Ma Gesù rispose: “Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”.

Anche se Marco non le cita direttamente, noi le tre tentazioni le abbiamo ricordate. Perché Gesù le ha vinte per noi, per ogni uomo e ogni donna della terra, e il tutto è denso di significato molto importante per la storia dell’umanità. Queste tre domande, sono tali che non solo corrispondono alla grandezza dell’evento in sé, ma esprimono in tre sole parole, in tre di sole frasi tutta la storia del mondo e dell’umanità. Pensiamo forse che tutta che tutta la sapienza della terra riuscirebbe a escogitare qualcosa di paragonabile, per forza e per profondità, a quelle tre domande che realmente furono proposte, quel giorno, nel deserto, dal possente e penetrante spirito maligno nella terra assetata? Se ben ci pensiamo, in queste tre domande è riassunta in blocco e predetta tutta la futura storia umana. Esse rappresentano un simbolo di tutte le tentazioni umane. Delle crisi, delle sofferenze dell’umanità.

Gesù si avvia nel deserto per lasciarsi tentare da satana e inizia un periodo di quaranta giorni di digiuno. Quaranta giorni che evocano la marcia eroica, al limite delle forze, estenuante, del popolo di Israele che cammina nel deserto. Il deserto è il luogo della solitudine, dello smarrimento, della fame, ed è pure il luogo del silenzio e della preghiera. Gesù si rifugia nella solitudine e vive il digiuno, la penitenza, l’austerità, la fatica, la preghiera, il silenzio.

Ma il deserto è anche luogo dove si compiono delle scelte, perché l’uomo viene posto di fronte alle domande esistenzialmente più drammatiche.

Gesù sta per iniziare la sua vita pubblica e, in occasione di questo lungo ritiro in silenzio e in solitudine vuole decidere il suo programma: non penserà a sé, non si preoccuperà del suo corpo, non approfitterà del suo potere miracoloso, ma sarà il messia umile, obbediente, ascoltatore della parola di Dio.

In Marco il brevissimo episodio del deserto inerente le tentazioni di Gesù, è tuttavia carico e ricco di simboli e di allusioni, come abbiamo visto. Gesù è posto al centro della narrazione; lo Spirito lo sospinge (non solo lo conduce); infine c’è satana; poi le fiere e gli angeli. In poche righe sono descritti il cielo, l a terra, l’inferno, ed è raro che nei testi evangelici ci sia una simile ricchezza di personaggi terrestri, infraterrestri, uomini e animali.

A tutto ciò va aggiunto chiunque ascolta queste parole, chiunque le vive, e perciò noi tutti siamo personaggi del racconto.

 

Indice Vangelo di Macro


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