VANGELO DI MARCO

Capp. 4,26-29

Il seme che cresce da solo

 

*E diceva loro: Avviene del regno di Dio come di un uomo che sparge il seme nel terreno: *dorma o vegli, di notte e di giorno, il seme germoglia e cresce ed egli non sa come. *La terra da sé produce: prima l’erba, poi la spiga e infine il grano gremito nella spiga. *E quando il frutto è maturo, subito vi si mette la falce, perché è venuto il momento della mietitura.

Ci sono cose nella vita che nascono e crescono, senza che ce ne rendiamo conto. Se osserviamo il contadino che va nel campo e lancia il seme, lo consegna alla terra e poi, aspetta; passano i giorni, passano le settimane e i mesi interi, uno dopo l’altro. Non si stanca di aspettare, perché sa che deve essere così. Allo stesso modo osservando una donna in casa, prende la pianta, la mette in un vaso, poi, aspetta: giorni, settimane, mesi interi. Non si stanca  di aspettare, perché sa, come il contadino, che nasce una nuova vita: il seme germoglia, il granoturco cresce, la pianta fiorisce, la spiga matura, il fiore sboccia. Possiamo partire, possiamo restare lì a guardarli, possiamo anche dormire. E’ lo stesso. Gli alberi, le piante, i fiori crescono in virtù di una forza che hanno dentro e che non dipende da noi. Quando arriva l’ora, si fa la mietitura, si raccoglie la frutta, si taglia la canna da zucchero, si sgrana il granoturco, si colgono i fiori. E tutto ciò si ripete sempre, un anno dopo l’altro. E’ così naturale che non ce ne accorgiamo più, perché l’abbiamo sempre sotto gli occhi.

Gesù, prendendo lo spunto dalla natura, ha confrontato la realtà del Regno di Dio con ciò che avviene quando un contadino ha gettato il seme e poi continua la sua vita ordinaria fino alla mietitura. Si tratta di un piccolo quadro della vita agricola ce però serve a chiarire un aspetto della situazione dell’uomo di fronte al Regno di Dio. Il punto di confronto è suggerito dal contrasto tra la vita tranquilla del contadino e il misterioso germogliare, crescere e maturare del seme; dal contrasto tra l’intervento iniziale del seminatore e la forza misteriosa della terra che porta il seme a maturazione. In ogni modo il punto culminante è l’arrivo della mietitura che corona l’attesa e il processo di crescita. Così avviene per il Regno di Dio! Avviato il processo con l’annuncio, esso giungerà sicuramente al compimento per la forza irresistibile e misteriosa che lo sostiene.

La breve similitudine descrive la storia in tre tempi: la semina, la crescita e la raccolta. Il primo è il momento dell’azione del contadino, come un fatto concluso. E la sua funzione è soltanto di porre la premessa per il proseguimento della narrazione. Nel secondo momento si diffonde la descrizione. Gesù vi indugia, desiderando che l’ascoltatore faccia altrettanto. E’ il tempo del seme e della terra, non del contadino. Per quest’ultimo è solo il tempo che passa (dorme e veglia, notte e giorno), durante il quale ignora ciò che sta accadendo (come egli stesso non sa). Per il seme, invece, è il tempo importante della crescita (germina e si allunga). E per la terra è il tempo in cui essa opera straordinarie trasformazioni: lo stelo, la spiga, il grano nella spiga. Nel terzo momento ricompare il contadino, che però non viene nominato: manda la falce. Proprio così, non i falciatori, ma la falce. Ma l’azione del contadino è inquadrata da due altre, di cui egli non è il protagonista: “Appena il frutto lo consente”, e: “Il tempo della mietitura è sopraggiunto”. Sono due espressioni da  analizzare con cura. Non si dice: “Appena il contadino nota che il frutto è maturo”, bensì: “Appena il frutto si concede”. L’immagine è bellissima: è il frutto stesso che si dona all’uomo. L’uomo non fa, ma accoglie. E’ il seme che in realtà fa tutto: germina, cresce, matura, si offre all’uomo per la raccolta. Il tempo nell’attesa della mietitura è un tempo lungo e tuttavia è anche un tempo da afferrare. Le azioni che vi si svolgono richiedono rapidità: appena…subito…Tempo che permane e che è urgente: il tempo compiuto.

Fin qui abbiamo rinarrato la parabola, componendola nelle sue sequenze, nei protagonisti, nelle immagini e soprattutto nei tempi.  Un risultato è certo: l’attenzione cade sul tempo intermedio, fra la semina e la mietitura. Tuttavia, gli angoli di osservazione sono diversi. La similitudine sembra anzitutto sottolineare un contrasto tra i due tempi: quello del contadino, un tempo brevissimo, sia per la semina sia per la mietitura; e il tempo della crescita del seme, un tempo lungo in cui tutto si svolge nel segreto della terra. La parabola indugia su questo tempo, tanto lungo da costituire per molti un problema. Perché, dopo che è caduto nella terra, il seme tarda a manifestarsi? Che significato ha questo tempo che tanto si protrae e in cui tutto pare inerte, nulla si vede e Dio sembra tacere? La parabola risponde che questo tempo intermedio è il più importante: tempo di crescita e d’impensabili trasformazioni, tempo decisivo, tempo dell’azione di Dio, non della sua assenza. E’ inattivo il contadino, non il seme: Che tutto avvenga invisibilmente, misteriosamente, non è segno del silenzio di Dio, ma del suo modo diverso di parlare. Non delusione, dunque, né turbamento né inutili impazienze, bensì attesa fiduciosa: questa è la lezione.

Si tratta in ogni caso di una fiducia non facile, perché i credenti hanno sempre la pretesa di segni per vedere, per non perdersi d’animo. Oltre al contrasto tra il tempo lungo del seme e il tempo breve dell’uomo, tra il tempo dell’azione visibile e dell’azione nascosta, ce n’è un secondo sul quale Gesù si sofferma: da una parte l’inerzia del contadino, dall’altra l’incessante lavoro del seme e della terra. Dei due lati il più importante è il secondo: la forza del seme. Qui si allude non alla forza della natura, bensì al miracolo di Dio. La terra dà frutti a causa dell’azione miracolosa di Dio: questo sembra essere il senso della parabola. Così è il Regno: un’azione di Dio incessante e prodigiosa, ma nascosta e autonoma. E’ il Regno stesso, già deposto nella storia come un seme, che viene, non sono gli uomini a farlo venire. In tal modo il discepolo viene liberato da un affanno inutile. Non sta a lui garantire il successo del Regno, perché egli deve semplicemente assicurare l’annuncio e la raccolta. A decidere il tempo della mietitura è il frutto, non il contadino.

L’atteggiamento prioritario del cristiano nel mondo è l’attesa fiduciosa e non l’impazienza degli zeloti o il calcolo degli apocalittici. Ma attenzione, la parabola non è un invito al quietismo o alla pigrizia, ma è una proposta di speranza che si fonda sulla promessa efficace di Dio. Se il seme è gettato, è garantito il raccolto. Ma è anche vero che la realtà del Regno non matura sopra o accanto o al di fuori della libertà e responsabilità dell’uomo e delle sue scelte storiche. Vale a dire che il Regno di Dio non è questione di organizzazione oppure di efficienza, ma semplicemente di accoglienza.

Indice Vangelo di Macro


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