Vangelo di Luca

L'annuncio della risurrezione
presso la tomba.
Capitolo 24,1-12
*Il primo giorno della settimana, di buon mattino, esse
(le donne) si recarono al sepolcro portando gli aromi che avevano
preparato. *E trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; *ma,
entrate, non vi trovarono il corpo del Signore Gesù.
*Mentre non sapevano come spiegarsi questo fatto, ecco due uomini
si presentarono a loro in vesti sfolgoranti. *Prese da spavento,
esse tenevano il viso chinato a terra, quando essi dissero loro:
Perché cercate il vivente tra i morti? *Non è qui,
ma è risorto. Ricordate quanto vi disse quando era ancora
con voi in Galilea: *che il Figlio dell'uomo doveva essere
consegnato nelle mani dei peccatori ed essere crocifisso, e il
terzo giorno sarebbe risorto. *Allora ricordarono le sue aprole
e, ritornate dal sepolcro, riferirono tutto questo agli undici e
a tutti gli altri. *Erano Maria di Magdala, Giovanna e Marita di
Giacomo; anche le altre che stavano con loro raccontarono la
stessa cosa agli apostoli. *Ma le loro parole parvero ad essi un
delirio e non vi cedettero.- *Pietro però corse al
sepolcro. Ma, chinatosi, vide soltanto le bende, e ritornò
a casa meravigliato per l'accaduto.
Il racconto della risurrezione, è narrato con gran
sobrietà. Alcune donne, tra cui Maria di Magdala, Maria
madre di Giacomo e Salome, si erano già incamminate dalla
città di buon'ora per recarsi al sepolcro. Dal momento che
tutti e quattro i Vangeli concordano nell'affermare che il primo
annuncio della risurrezione è stato affidato alle pie
donne, fermiamoci a conoscere più da vicino questa
presenza femminile accanto a Gesù. Queste donne le abbiamo
incontrate (omettendo il viaggio dalla Galilea fino a
Gerusalemme) al Golgota: "E anche le donne che lo avevano seguito
dalla Galilea stavano a guardare" (Lc.23,49). Esse erano presenti
anche al momento della sepoltura: "...e osservavano il sepolcro e
come veniva deposto il corpo di Gesù" (Lc.23,55). La loro
è stata una presenza discreta, quasi in disparte. Ma
è una presenza! Dei discepoli di Gesù nemmeno
l'ombra, di loro era stato detto: "Tutti allora, abbandonandolo,
fuggirono". Per Luca, queste donne, sono vere discepole. Loro
hanno portato avanti fino alla fine tutto ciò che
Gesù aveva chiesto ad ogni discepolo. Facciamo attenzione
ai verbi che ci presentano l'identikit di queste donne, in
maniera di capire meglio perché sono le destinatarie
dell'annuncio pasquale: loro "seguono" Gesù, "stanno" con
lui da quando lo hanno incontrato in Galilea, "servono" come lui
serve, "salgono" con lui sul monte Golgota. In poche parole Luca
ha concentrato tutte le esigenze della sequela che sono sparse un
po' qua e un po' la in tutto il suo Vangelo (come in quello di
Marco). Quattro verbi profondamente di chiamata e di risposta:
seguire, servire, stare, salire.
Possiamo aggiungere altri due verbi fondamentali nella loro
vita di discepole e nell'esperienza pasquale: vedere,
contemplare. Restando vicino alla croce contemplano
ciò che è avvenuto al loro Maestro. Ripeto con
forza ed energia interiore: non esiste altro significato
dell'essere sotto la croce se non arrivare ad un'autentica
professione di fede che porta a conoscere, riconoscere e seguire
Gesù. Il loro vedere al sepolcro è progressivo come
a farci incontrare uno sguardo invitato ad andare oltre
all'apparenza e capace di andare sempre più in
profondità. Anzitutto le donne sono protagoniste di un
vedere diretto e immediato: "Entrate, non vi trovarono il corpo
del Signore Gesù (Lc.24,3)". Poi c'è un vedere
mediato dai due giovani e capace di orientare il loro sguardo:
"Perché cercate il vivente tra i morti? Non è qui,
ma è risorto."(Lc. 24, 5-6). E' lecito che le donne si
chiedono come faranno ad entrare nel sepolcro, con quella pietra
circolare che ottura l'ingresso. Poi si accorgeranno che la
pietra non c'è più. E' un modo per affermare che
dove è stato impossibile umanamente spostare qualcosa,
è intervenuto Dio: è Dio che ha rotolato via la
pietra e ha fatto uscire suo Figlio dalla terra dei morti
attraverso il sepolcro aperto. E' Lui che ha fatto risorgere Suo
Figlio. Questo è il motivo perché il sepolcro
è vuoto.
Tutto il brano converge verso la scena all'interno del
sepolcro dove le donne incontrano i due giovani "in vesti
sfolgoranti" . La descrizione di questi personaggi, attraverso il
linguaggio biblico, ci orienta subito a identificarlo in qualcuno
proveniente dal mondo di Dio. Sono giovani, come giovane è
chiunque annuncia il Risorto. La reazione delle donne riflette la
reazione umana davanti alla manifestazione di Dio: "Prese da
spavento, esse tenevano il viso chinato a terra..." La reazione
non è il timore che coglie di fronte ad un orrore, ma
è la paura davanti alla pienezza della manifestazione di
Dio. E' la sorpresa di fronte alla vita nuova proprio dove le
donne si attendevano solo l'oscurità della morte. Si
tratta del nucleo più importante dei versetti ed è
costituito dalle parole dei giovani. Sono come tanti piccoli,
intensi, annunci. Primo annuncio: Perché cercate il
vivente tra i morti? Non è qui, ma è risorto. Come
a dire, scacciate la paura del sepolcro vuoto che terrorizza da
sempre l'uomo. La condizione di Gesù crocifisso,
Gesù morto e sepolto, non è la realtà
definitiva nella quale pensarlo e cercarlo. Quella realtà
è solo un passaggio. La nuova situazione è la vita.
Ed è per sempre. Dobbiamo sempre rammentarlo anche nelle
situazioni più buie dell'esistenza: il venerdì
santo è solo un giorno, ma la Pasqua è per sempre!
Noi ci troviamo in questo "per sempre". Queste parole sono la
buona notizia, sono il nucleo del Vangelo, su cui, poiché
cristiani, ci giochiamo la vita: Gesù di Nazareth, quello
che finì in croce, proprio lui in persona è
Risorto!
Secondo annuncio: "Allora ricordarono le sue parole e,
ritornate dal sepolcro, riferirono tutto questo agli undici e a
tutti gli altri" "Ma le loro parole parvero ad essi un delirio e
non vi credettero" (Lc. 24.8-9.11). Gesù aveva
predetto ai discepoli che di fronte allo scandalo della croce non
avrebbero retto l'impatto, sarebbero fuggiti, lo avrebbero
lasciato solo e rinnegato. In concreto gli angeli danno alle
donne l'incarico di riferire dell'avvenuta risurrezione.
Luca scrivendo il Vangelo ci ha sempre sorpreso e anche con
questi versetti finali sembra non smentirsi: quando pensiamo di
aver raggiunto e compreso Gesù, di fatto, Lui è
sempre altrove, ci precede sempre. Gesù attende i suoi
discepoli e aspetta anche noi, là dove tutto è
cominciato. Anche noi dobbiamo ritornare in Galilea e ciò
significa proprio ritornare all'inizio del Vangelo e alla genesi
della nostra esperienza di Lui. E' necessario riandare là
dove è partita la nostra risposta fiduciosa di seguire
Gesù. Occorre ripartire da capo. Dobbiamo riascoltare le
parole di Gesù, rivedere i suoi gesti, rimetterci alla sua
sequela a partire dalla Pasqua. La Galilea oltre ad essere il
luogo originario dell'esperienza di Gesù con i suoi
discepoli, con la gente, è stato anche il luogo in cui
Gesù si è scontrato e in cui ha sperimentato il
rifiuto degli Scribi e dei Farisei. In Galilea convivono molte
diversità: gente che crede e gente che si oppone, gente a
favore e gente contro o anche gente indifferente. La Galilea che
portiamo dentro di noi è il luogo di questi contrasti:
bene e male, desideri e limiti, fede e dubbio, amore e odio, luce
e tenebre. Proprio in questo miscuglio d'opposti potremo vedere
il Risorto. Quando ci accorgiamo che attraverso un dialogo,
l'atmosfera tesa si rappacifica, o verifichiamo che conflitti
interpersonali si risolvono, o impariamo a stare con le nostre
paure e limiti, quando troviamo modi alternativi a quelli sempre
usati per entrare in relazione con noi stessi o con gli
altri...lì il Risorto ci ha preceduto e noi lo abbiamo
realmente visto, incontrato, riconosciuto. Oppure quando ci
pensavamo arrivati e abbiamo scoperto invece che dovevamo
ricominciare, quando abbiamo toccato con mano la nostra
umanità e da quella abbiamo deciso di partire, facendo
passi piccoli e concreti per lasciare liberare la vita presente
in noi, cioè le nostre capacità, i nostri
doni...ecco lì siamo tornati in Galilea.
L'apparizione di Gesù ai
discepoli di Emmaus.
Capitolo 24,13-35
*In quello stesso giorno due di loro erano in cammino
verso un villaggio chiamato Emmaus, distante circa due ore di
cammino da Gerusalemme, *e parlavano tra di loro di tutti questi
avvenimenti. *Ora, mentre discorrevano e discutevano, Gesù
in persona si avvicinò e si mise a camminare con loro. *Ma
i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. *Egli domandò
loro: Che cosa sono questi discorsi che fate tra di voi
camminando? Essi si fermarono col volto triste. *Gli rispose uno
dei due, chiamato Cleopa: Soltanto tu tra i pellegrini di
Gerusalemme non sai quanto è accaduto in questi giorni?
*Chiese loro: Che cosa? Essi gli risposero: Ciò che
è accaduto a Gesù di Nazareth che fu profeta
potente in opere e parole davanti a Dio e a tutto il popolo; *che
gli alti funzionari del tempio e i nostri capi lo hanno
consegnato per farlo condannare a morte e poi lo hanno
crocifisso. *Noi speravamo che fosse lui che doveva liberare
Israele; ma nonostante tutto, sono passati già tre giorni
da quando questi fatti sono accaduti. *E' vero, alcune donne del
nostro gruppo ci hanno sconvolti: essendo state di buon mattino
al sepolcro *e non avendo trovato il suo corpo, vennero a
raccontare di aver avuto una visione di angeli, i quali affermano
che egli è vivo. *Andarono poi al sepolcro alcuni dei
nostri compagni e trovarono appunto come avevano detto le donne,
ma lui non lo hanno veduto. *Ed egli disse loro: O uomini
incapaci a comprendere e lenti a credere a tutto quello che hanno
annunciato i profeti! *Non doveva forse il Messia patire queste
cose per poter così entrare nella sua gloria? *E,
cominciando da Mosè e attraverso tutti i profeti,
spiegò loro quello che in tutte le scritture lo
riguardava. *Quando furono vicini al villaggio al quale erano
diretti, egli fece come se dovesse proseguire. *Ma essi
insistettero dicendo: Rimani con noi perché viene sera e
il giorno già declina. Ed egli entrò per rimanere
con loro. *E quando fu a tavola con loro, rese il pane, disse la
benedizione, lo spezzò e lo diede loro. *Allora si
aprirono i loro occhi e lo riconobbero; ma egli sparì
dalla loro vista. *E si dissero l'un l'latro: Non ci ardeva forse
il cuore in petto mentre ci parlava per la strada e ci apriva il
senso delle scritture? *E all'stante partirono per ritornare a
Gerusalemme, dove trovarono gli undici e i loro compagni *che
dicevano: il Signore è veramente risorto ed è
apparso a Simone. *Ed essi a loro vota raccontarono ciò
che era accaduto per la strada e come l'avevano riconosciuto
nello spezzare il pane.
Il racconto, strutturato come parabola, relativo
all'apparizione di Gesù ai discepoli in cammino verso
Emmaus, esercita sempre un certo fascino anche in chi non sa
cogliere le sfumature del linguaggio del Vangelo. Non scordiamo,
per comprendere appieno il senso di questa parte del Vangelo di
Luca, che Gesù profeta riunisce attorno a sé, con
l'efficacia del suo insegnamento e dei suoi prodigi, un gruppo di
uomini, per lo più pescatori, associandoli al suo
ministero di uomo-Dio. Un progetto di uomo nuovo, alla maniera di
Gesù Cristo, è proposto proprio a loro che lo
seguono verso Gerusalemme. Nel Vangelo di Luca, il viaggio
storico di Gesù diventa il cammino ideale, la "strada dei
discepoli", che seguono il loro maestro. E rappresenta anche il
cammino ideale per ogni credente, proprio perché chi segue
Gesù è una persona che ha fatto una scelta
radicale, ben ponderata. Tuttavia, può accadere che
nell'arco del cammino possono succedere fatti imprevisti o cose
che ci lasciano perplessi, o che nascano dubbi e amarezze.
I due discepoli lasciano Gerusalemme tristi e delusi per poi
ritornarvi commossi, entusiasti, felici e colmi di speranza. Tra
l'andare e il tornare c'è di mezzo l'incontro con il
pellegrino sconosciuto che sta all'origine del loro mutamento.
Noi tutti conosciamo la vera identità del pellegrino, e
questo sapere ci crea un clima di attesa e di partecipazione
emotiva alla vicenda dei due discepoli. Nel volgere di una
settimana a Gerusalemme è avvenuto di tutto. Gesù
è stato accolto in maniera trionfante, acclamato come un
re; ha trasmesso il comandamento dell'amore; durante la cena per
festeggiare la Pasqua ha rivelato il valore del servizio con la
lavanda dei piedi, ha garantito la sua presenza reale spezzando
il pane e versando il vino; è stato arrestato; ha
sopportato tradimenti e rinnegamenti; processato, ingiuriato,
torturato, condannato a morte, trafitto su una croce,
sepolto...Tutto è finito: sogni, idee, bisogni, certezze,
amicizie, progetti, speranze e illusioni tessuti pazientemente
durante l'arco di tre anni di sequela fedele ed attenta. Tutto
è definitivamente sigillato e oscurato dietro la gran
pietra rotolata contro l'ingresso del sepolcro scavato nella
roccia. Tutta la struttura di quello stupefacente periodo vissuto
accanto al Maestro è crollata con la sua crocifissione. In
quello stesso giorno, quello della scoperta della tomba vuota, la
domenica della resurrezione, due discepoli delusi e tristi, si
mettono in cammino verso Emmaus, un villaggio distante da
Gerusalemme una decina di chilometri, conversando di tutto quello
che era accaduto. La loro decisione è di abbandonare e
scordare la vicenda di Gesù, per dirigersi verso il
definitivo ritorno alla realtà precedente, al quotidiano
di ogni giorno.
Se non conoscessimo l'esito della vicenda è facile
intuire le reazioni con gli altri: "Fate come volete...pazienza,
è stato bello, è stato un sogno...andiamo...peggio
per voi...siete adulti e vaccinati...insomma, arrangiatevi!" Ma
qualcuno non pensa così. Mentre conversano e discutono
insieme, Gesù in persona si affianca e cammina con loro
facendosi compagno di quella strada. Tuttavia i loro occhi sono
incapaci di riconoscerlo. E' a quel punto che Gesù prende
l'iniziativa e chiede loro: "Che sono questi discorsi che state
facendo tra voi durante il cammino?" Si fermano un istante, col
volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli dice: "Tu solo sei
cos' forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi
accaduto in questi giorni?" Domandò, Gesù: "Che
cosa?" Di fronte ad uno così non verrebbe voglia di
rispondergli: "Ma scusa, dove vivi? Da dove vieni? Dove hai la
testa? A causa della ferita che è forte nell'animo, anzi
è talmente bruciante che li rode dentro, e avvertono la
sensazione di essere stati ingannati, tanto che avvertono la
necessità di sfogarsi. Gli risposero: "Tutto ciò
che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in
opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i
sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo
condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi speravamo che
fosse lui a liberare Israele; nonostante tutto sono passati tre
giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne,
delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi di mattino al sepolcro
e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver
avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli
è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno
trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno
visto".
Mentre i discepoli parlano Gesù li ascolta facendo in
modo che esprimano le proprie ansie, le proprie amarezze e
angosce. L'iniziativa dell'incontro, dicevo, parte da
Gesù. I discepoli non solo non fanno nulla perché
l'incontro possa accadere, quasi accettano il viandante con
indifferenza, a malincuore e frappongono l'ostacolo della
delusione, della rinuncia a credere e a sperare. Gesù
però dà rilievo alla libertà dei discepoli,
che dapprima scoraggiata e rinunciataria, viene via via
rigenerata e aperta alla speranza, alla fiducia nel disegno di
Dio sulla storia dell'uomo. E dice loro: "Sciocchi e tardi di
cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il
Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua
gloria?" E iniziando da Mosè e da tutti i profeti
spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si
riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano
diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma
essi insistettero: "Resta con noi perché si fa sera e il
giorno volge già al declino". Entrò per restare con
loro. Nel momento in cui fu a tavola con loro, prese il pane,
disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora fu
come se si aprisse un sipario, lo riconobbero. Ma Gesù
sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un l'altro:
"Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi
lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?"
(Lc.24,13-22). Cari fratelli e sorelle in questo racconto
possiamo cogliere quattro esperienze umane fondamentali (come
afferma l'autorevole cardinale Carlo Maria Martini): il cammino,
l'ospitalità, la frazione del pane, l'apertura degli
occhi.
Il cammino: l'esperienza dell'itineranza,
dell'andare verso un luogo. Luca parla spesso di Gesù come
"colui che fa cammino", cioè è in cammino. Anche il
particolare quando Gesù pone la domanda, i due si fermano
e poi riprendono a camminare, rivela che è data molta
importanza a questa esperienza sotto la quale può essere
vista la storia di ogni uomo. La vita umana è un
dinamismo, va avanti, è protesa verso una direzione e Dio
viene incontro all'uomo per accompagnarlo e per camminare con
lui.
L'ospitalità: l'accoglienza è
un altro simbolo centrale e antichissimo dell'uomo che supera
l'istintivo timore del viandante che bussa alla porta. Nel
racconto è espressa con parole meravigliose e amorevoli:
"Resta con noi", dicono i due a Gesù, non andartene,
vogliamo stare insieme. La loro diffidenza iniziale verso lo
sconosciuto si scioglie lentamente sino a diventare
fraternità: vieni a casa mia, tu che sei mio ospite. Come
abbiamo potuto cogliere dalla "Storia del popolo ebraico",
l'ospitalità è uno dei pilastri del costume,
è il modo di essere uomini veri: saper accogliere
chiunque, a qualunque ora, in qualunque tempo, senza mai
irritarsi, preparando subito tutto con gioia, è un preciso
dovere tramandatoci dalla Bibbia. Ed è un simbolo che ci
interpella, che interpella gli abitanti delle nostre città
che, vivendo magari nello stesso condominio, con gli appartamenti
sulle stesse scale, si ignorano per anni senza avvertire il
bisogno di salutarsi, di frequentarsi, di conoscersi, di
accogliersi.
La frazione del pane: il gesto ha una sua
simbologia umana e storica: "Mentre si sedevano con lui, prese
del pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro". La
partecipazione del medesimo pane è più
dell'ospitalità, è la condivisione della mensa che
rende veramente fratelli, è come una cerimonia di
alleanza, di amicizia: cioè metto in comune il pane che
è un mio bene. Luca, con la frase, "spezzò il pane"
ha in mente l'Eucaristia, vuole rilevare che Gesù, ormai
Risorto e vivo, si dona ai due manifestandosi nella carità
perfetta dell'Eucaristia. Ma la condivisione è, di fatto,
un simbolo umano e per questo Gesù l'ha scelto come
simbolo eucaristico, come segno del dono della sua vita
all'uomo.
L'apertura degli occhi: siamo in opposizione
al tema della chiusura degli occhi: "i loro occhi erano incapaci
di riconoscerlo", cioè erano come accecati. Anche Maria di
Magdala, in un primo momento, aveva scambiato Gesù per i
custode del giardino. Come mai pur conoscendo bene il suo volto,
pur essendo suoi fedeli discepoli, non capivano che era
Gesù? Gli occhi di Maria erano chiusi dalle lacrime, dal
dolore, dalla ricerca sbagliata; i due di Emmaus sono accecati
dall'aver perso ogni speranza, dal non aver compreso le parole di
Dio contenute nella Scrittura. A un tratto "si aprirono i loro
occhi e lo riconobbero". Noi umani, immersi nell'ordinaria
quotidianità, non vediamo le meraviglie dell'amore di Dio
che ci circondano, non sappiamo leggere la Scrittura nella
maniera giusta, temiamo che il Dio di Gesù, di cui
sentiamo parlare, ci impedisca di essere felice, di vivere come
intendiamo vivere limitandoci la libertà. Quando invece,
nel nostro cammino di ricerca faticosa, apriamo gli occhi, per la
grazia del Signore Risorto, è in quel momento che
scopriamo con stupore e con gioia che Dio ci ama, ci è
amico, ci è Padre, che Gesù ci è fratello,
che la fede è la chiave della vita veramente umana.
I due discepoli conoscevano le Scritture, ma non ne avevano
colto il significato più profondo. Gesù gliele
spiega, spiega il mistero dell'uomo, della storia, degli
avvenimenti, delle vicende ed ecco che il loro cuore arde: "Non
ci ardeva forse il cuore nel petto...quando ci spiegava le
Scritture?". Il fuoco che brucia produce scuotimento,
sconvolgimento interno, emozione forte, inquietudine e tormento;
è l'esperienza che nasce dall'ascolto vero della Parola di
Dio. Ora hanno compreso che ogni pagina della Bibbia, dal primo
all'ultimo Libro, contiene quella Parola vivente che è
Gesù morto e risorto. Ne consegue un insegnamento
prezioso: è basilare conoscere la Scrittura per scoprire
l'amore di Dio per l'uomo e la sua lunga storia d'amore per noi
tutti che si è dispiegata nella storia della salvezza.
Nell'insieme, l'apparizione di Gesù ai due discepoli ci
rammenta che noi umani siamo esseri in cammino e bisognosi di
significati; che in questo cammino siamo chiamati a riconoscere
la Parola di Dio che ci incalza, ci interpella continuamente
sulla direzione del nostro viaggio per spiegarcene il senso; che
la libertà e la felicità di noi umani consiste
nell'accogliere questa Parola, nel non rifiutarla, nell'aprire
gli occhi e il cuore al disegno di Dio rivelatoci pienamente nel
mistero del suo Figlio Gesù morto e risorto per noi, vivo
e operante in mezzo a noi.
L'apparizione agli undici a
Gerusalemme.
Capitolo 24,36-53
*Mentre ancora parlavano di queste cose. Gesù fu
presente in mezzo a loro e disse: Pace a voi! *Turbati e
spauriti, essi credevano di vedere uno spirito. *Ma egli disse
loro: Perché vi turbate, perché sorgono dubbi nei
vostri cuori? *Guardate le mie mani e i miei piedi; sono proprio
io! Toccatemi e constatate; uno spirito non ha né carne
né ossa come vedete che ho io. *E, dicendo questo,
mostrò loro le mani e i piedi. *Ma siccome per la gioia
stentavano a credere ed erano stupiti, aggiunse loro: Avete qui
qualche cosa da mangiare? *Essi gli offrirono un pezzo di pesce
arrosto. *Egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. *Poi
disse: Ecco le parole che vi ho detto quando ero ancora con voi:
bisognava che si compisse tutto quanto è scritto di me
nella legge di Mosè e nei profeti e nei salmi. *E
seguitò aprendo loro la mente a comprendere le Scritture.
E disse ancora: *Così sta scritto: il messia dovrà
soffrire e il terzo giorno risorgerà dai morti, * e nel
suo nome saranno annunciati a tutti i popoli, incominciando da
Gerusalemme, la conversione e il perdono dei peccati. *Voi siete
i testimoni di queste cose. *Ed ecco, io mando a voi ciò
che il Padre ha promesso. Voi quindi rimanete in città
finché non sarete rivestiti dalla potenza che viene
dall'alto. *Poi li condusse fuori, verso Betania e, alzando le
mani, li benedisse. *E mentre li benediceva, si staccò da
loro e fu trasportato verso il cielo. *Ed essi, dopo essersi
prostrati davanti a lui, ritornarono a Gerusalemme pieni di
gioia; *e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
Non è stato facile per i primi discepoli entrare nel
mondo nuovo della risurrezione accessibile soltanto alla fede.
"Perché vi turbate, perché sorgono dubbi nei vostri
cuori?" Gesù per introdurli impiega un doppio linguaggio.
Il primo realistico, diretto ai sensi, perciò egli oltre a
farsi vedere, si fa toccare, rendendo così non solo
visibile ma anche palpabile il suo corpo. "Guardate le mie mani e
i miei piedi; sono proprio io! Toccatemi e constatate...e dicendo
questo, mostrò loro le mani e i piedi". Tuttavia il
semplice toccare non significa capire, e credere. "Avete qui
qualcosa da mangiare?...gli offrirono un pezzo di pesce...Egli lo
prese e lo mangiò davanti a loro". Per questo è
necessaria la parola di Gesù e dei profeti. Ecco le parole
che vi ho detto quando ero ancora con voi..." Il senso della
morte e risurrezione è allora chiaro: l'avvenimento
pasquale è salvezza per tutte le genti, ma salvezza che si
realizza nella conversione e nel perdono. Quindi, "Poi li
condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse.
Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso
il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme
con gran gioia; e stavano nel tempio lodando Dio"
(Lc.24,50-51)
" Andate dunque e di tutti i popoli fate discepoli: li
battezzerete nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo
e insegnerete loro ad osservare tutto ciò che vi ho
comandato. E io sono con voi per sempre, sino alla fine del
mondo" (Mt. 28,19-20). Secondo una tradizione che risale ai primi
secoli del cristianesimo, il mistero dell'Ascensione del Signore,
avvenne a mezzogiorno, l'ora stessa in cui Cristo era stato
innalzato in croce. Ecco che dopo l'ultimo sguardo di tenerezza
verso i suoi amici più cari, verso coloro che lo avevano
seguito seppur nei loro limiti, nei loro tradimenti, nella loro
povertà umana fino a questo momento, Gesù
elevò le mani su di loro per avvolgerli nella Sua eterna
benedizione.
Fu proprio a questo punto che i suoi piedi si staccarono da
terra ed Egli iniziò ad innalzarsi verso il cielo. I
presenti lo seguivano con lo sguardo, ma presto Egli entrò
in una nube che lo nascose ai loro occhi. I discepoli guardavano
ancora il cielo, quando improvvisamente due angeli si
presentarono loro dicendo: "Uomini di Galilea, perché
fissate nel cielo lo sguardo? Come l'avete visto salire al cielo,
così il Signore ritornerà!" Tutto il destino della
Chiesa è compreso in questa verticalità
ascensionale di un movimento biunivoco, che va dal basso verso
l'alto e dall'alto verso il basso. Quale compito immenso e
misterioso è affidato ai discepoli. Sorge allora
un'obiezione: se non è più visibile, come
sarà creduto nel mondo, come faremo noi uomini a sapere di
questa sua presenza? Egli ha voluto rendersi visibile attraverso
i suoi discepoli. Sia nel Vangelo sia negli Atti, l'evangelista
san Luca associa strettamente all'Ascensione il tema della
testimonianza. "Di questo voi siete testimoni" (Lc.24,8).
Quel "voi" indica in primo luogo gli apostoli che sono stati
con Gesù. Difatti, dopo la Pentecoste, essi non fanno
altro che rendere testimonianza a Cristo. Proclamano a tutti:
"Dio lo risuscitò e noi ne siamo testimoni" (At.1,22). "La
vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di
ciò rendiamo testimonianza": così comincia la Prima
lettera di san Giovanni. Dopo gli apostoli, questa testimonianza
per così dire ufficiale, cioè legata all'ufficio,
passa a tutti i successori, papi, vescovi, sacerdoti, cioè
alla Chiesa. Ma quel "voi", in senso più ampio, sono tutti
i battezzati e i credenti in Cristo. Ogni persona deve essere
davanti al mondo un testimone della risurrezione e della vita del
Signore Gesù e un segno del Dio vivo" (Lumen gentium 38).
Celebre è diventata l'affermazione di Paolo VI: "Il mondo
ha bisogno di testimoni, più che di maestri". Verissimo!
E' relativamente facile essere maestro, assai meno essere
testimone. Il mondo brulica di maestri, veri o falsi, ma
scarseggia di testimoni. Il testimone è uno che parla con
la vita. In questo senso il modello d'ogni testimonianza è
Cristo stesso che, davanti a Pilato, si definì "testimone
della verità" e che la Scrittura chiama "il testimone
fedele" (Ap.1,5). Egli, infatti, ha vissuto fino all'ultima
virgola quello che ha insegnato e ha sacrificato la vita per
rendere testimonianza alla verità.
Un papà e una mamma credenti devono essere "i primi
testimoni della fede" presso i figli. Con il loro modo di
correggere e perdonare il bambino e di perdonarsi tra loro, di
parlare con rispetto degli assenti, di comportarsi amorevolmente
di fronte ad un povero che chiede l'elemosina, con i commenti che
fanno alla presenza dei figli nell'ascoltare le notizie del
giorno, i genitori, senza forse proporselo, hanno la
possibilità di rendere una splendida testimonianza della
loro fede. L'anima dei bambini è una lastra fotografica:
tutto quello che vedono e ascoltano negli anni dell'infanzia si
incide in essa e un giorno "si svilupperà" e
porterà i suoi frutti, buoni o cattivi.
Gesù sa benissimo che da soli noi non siamo capaci di
rendere testimonianza. Lasciati da soli, non possiamo che
ripetere quello che fece Pietro durante la Passione, e
cioè dire di Cristo, con i fatti e con le parole: "Non lo
conosco; non so chi è!" Ecco perché, prima di
scomparire dai loro sguardi, Gesù fa agli apostoli, e a
tutti gli uomini d'ogni tempo, una promessa: " E io sono con voi
per sempre, sino alla fine del mondo". La missione del cristiano,
dopo l'Ascensione è chiara, così come fu chiara ai
discepoli. Soli, dovranno tornare a Gerusalemme. Eppure il loro
cuore non è triste, hanno con sé Maria, la Vergine,
e la generosità di questa madre incomparabile si comunica
alle loro anime. Adorano il Maestro, d'ora in avanti questo culto
d'adorazione sarà di pensare che il Maestro ha preceduto
tutti per preparare un posto. Ecco il perché della
gioia....E' la letizia una delle caratteristiche più
importanti di un credente. È la felicità, la
sfumatura più delicata della celebrazione dell'Ascensione,
improntata ad una dolce malinconia, ma nella quale si respira la
grazia del trionfo di Cristo sulla morte.
Questa festa, questo rito espressivo, annuncia il principio
della missione della Chiesa e avverte i credenti, che d'ora in
avanti, la missione specifica di ognuno è testimoniata e
realizzata con l'adorazione, stare nel tempio, lodare e tornare
alla Gerusalemme delle nostre esistenze per portare a tutti il
lieto annuncio. Il testo di Luca che abbiamo meditato ci
sottolinea che Gesù è veramente risorto, è
vivo perché gli apostoli lo vedono, lo toccano, mangiano
con lui. Non è un fantasma. Il significato del racconto
è chiaro: il Crocifisso è vivente, non è
come un morto incapace di comunicazione. Il Crocifisso è
libero, viene quando vuole, appare dove vuole, dà gli
ordini, richiama il suo insegnamento, interpreta le Scritture, si
fa riconoscere. E' lo stesso di prima, è il Crocifisso
(mostra le mani e i piedi), eppure la libertà di cui gode
lo fa diventare un altro. Lo stesso, perché non è
il suo spirito ma il suo essere totale che è vivente.
Altro, perché non è più costretto dai nostri
condizionamenti. Il racconto di Luca è fondamento sicuro
della nostra speranza: se il Risorto non è una illusione,
la nostra speranza non è vana. Indice Vangelo di Luca
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