Vangelo di Luca

La pecora e la moneta
ritrovate.
Capitolo 15, 1-10
*Si avvicinavano a lui tutti gli esattori del fisco e i
peccatori per ascoltarlo; *e i farisei e gli scribi mormoravano
dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia insieme con essi.
*Allora egli raccontò loro questa parabola: *Chi di voi,
se ha cento pecore e ne perde una , non lascia le novantanove nel
deserto per andare in cerca di quella perduta finché non
la trova? *E, trovatala, se la mette sulle spalle tutto contento
*e, giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro:
Rallegratevi con me perché ho ritrovato la mia pecora,
quella che era perduta. *Così vi dico, vi sarà
più gioia in cielo per un solo peccatore che si converte
che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
*O quale donna, se ha dieci monete d'argento e ne perde una, non
accende la lucerna, e spazza la casa, e cerca con cura
finché non la ritrova? *E, trovatala, chiama le amiche e
le vicine e dice loro: Rallegratevi con me, perché ho
ritrovato la moneta che avevo perduta. *Così vi dico che
vi è grande gioia tra gli angeli di Dio per un solo
peccatore che si converte.
L'evangelista ha premesso alle parabole della misericordia una
nota che indica la situazione vitale in cui meditarle.
Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro; ciò
suscita critiche e mormorazioni. Questo è senza dubbio uno
dei punti di costante tensione fra Gesù e le
autorità religiose giudaiche. La tradizione sinottica
è unanime nel rammentare che Gesù sedeva a mensa e
mangiava con i peccatori, accettandone l'ospitalità. Era
una prassi abituale, tanto che lo accusarono di essere "un
mangione e un beone", amico di pubblicani e peccatori. Sedere
alla stessa mensa era ritenuto un segno, forse il più
profondo, di comunione. Lo stesso che Gesù
sceglierà per esprimere la sua comunione con i discepoli e
quella dei discepoli fra loro. Gesù lo estende ai
peccatori. Si tratta di un gesto di palese rottura: le leggi
della purità vietavano severamente la comunanza di mensa
con i pagani e i peccatori. Il tutto, si pensava, per onorare Dio
separandosi dai peccatori. Gesù, invece, fa il contrario,
mostrando in tal modo una corretta concezione di Dio. Lo scontro,
quindi, non è a livello disciplinare o morale, ma
teologico.
Gesù fa riflettere i suoi ascoltatori narrando la vita
del pastore, il suo attaccamento al gregge, l'importanza anche di
una sola pecora. Ebbene Dio è come un pastore a cui stanno
a cuore tutte le sue pecore, una ad una: non esita a lasciare le
altre per cercare quella smarrita. Il pastore di cui Gesù
narra ha cento pecore e la mattina, fattele uscire dall'ovile, si
mette in marcia con loro nella steppa a farle pascolare. Ad una
certa ora della giornata si avvede che una pecora manca; guarda e
riguarda, non la vede proprio. Non c'è dubbio: si è
perduta. Con ogni probabilità si sarà staccata dal
gruppo, attirata da qualche avallamento con più erba, e
mentre il resto del gregge si allontana sarà restata
là da sola, ingannata dalla momentanea abbondanza ma
esposta ai lupi notturni. Allora bisogna fare di tutto per
ritrovarla, prima che calino le ombre della sera. Il sollecito
pastore affida allora le altre novantanove pecore agli aiutanti,
e corre alla ricerca della smarrita. Su e giù per le
collinette, scrutando le distese aperte, sempre col cuore
angosciato; spia il roteare dei rapaci, chiama, tende l'orecchio,
non si dà pace, finché ode un belato, e la gioia
è grande. Si tratta della pecora perduta. Il pastore non
ha una voce di rimprovero, non un gesto di minaccia; anzi l'alza
di peso e se la pone sulle spalle, estendendo a lei il privilegio
riservato agli agnellini da latte non ancora in grado di
camminare. E' tanta la felicità per il ritrovamento che
non sente minimamente il peso sulle spalle. E giunto a casa,
oramai a sera inoltrata, il pastore non si occupa delle altre del
gregge che sa essere al sicuro, ma chiama gli amici e compagni
volendo condividere con loro il suo gaudio. E' andata bene!
Eccola là, la pecora perduta! L'ho ritrovata!
Gesù conclude: "Così vi dico, vi sarà
più gioia in cielo per un solo peccatore che si converte
che per novantanove giusti che non hanno bisogno di
conversione".
Affermare che l'ansiosa ricerca del pastore sia provocata
dalla perdita di una sola pecora ( a fronte delle altre
novantanove), e che la conversione di un solo peccatore fa gioire
Dio ( a fronte di novantanove giusti), può sembrare
un'espressione retorica, un paradosso; è, invece, una
profonda verità. Nella logica dell'amore diventa un tratto
realissimo e necessario. Senza di lui la parabola perderebbe la
sua forza di verità, ridotta a luogo comune del tutto
incapace di evocare il mistero di Dio. Il secondo paragone
è preso dalle usanze domestiche, ma simboleggiano
l'identico insegnamento morale del precedente. Una buona donna di
casa, accorta ed economica, a forza di risparmi, si è
creata una piccola somma. Sono dieci monete d'argento, dieci
lampanti monete. La donna le tiene ben raggruppate dentro una
pezzuola; la pezzuola è accuratamente avvolta e legata con
un nodo ben stretto. Il prezioso involto è gelosamente
nascosto in un angolo oscuro della casa, dove di tanto in tanto
la donna va a far delle visite per vedere che tutto sia in ordine
e per rallegrarsi la vista con quel luccichio. Tuttavia un brutto
giorno la donna, slegato l'involto, vede che le monete d'argento
non sono più dieci, ma nove. Immaginatevi la sorpresa, la
delusione. Che amara sorpresa! Dove mai sarà andata a
finire la moneta d'argento mancante? Tutta affannata la donna
ripensa alle ultime volte che ha maneggiato il gruzzolo: forse
è rotolata via il giorno tale, quando fece in fretta e
furia quel pagamento; forse qell'altro giorno, quando sconvolse
tutta la casa per fare pulizia. Ecco che allora la donna si arma
di lucerna e di scopa; scruta gli angoli più oscuri,
spazza una per una le fessure dell'impiantito, spia tutti i buchi
e in tutte le screpolature, fino a che scorge rimpiattata fra due
assi la moneta d'argento mancante. A questo punto esplode la sua
gioia rumorosa; la donna fa crocchio con le amiche e comari per
raccontare a tutte la sua felicità, proprio come aveva
fatto il pastore per la pecora ritrovata.
Gesù conclude: Così vi dico, che vi è
grande gioia tra gli angeli di Dio per un solo peccatore che si
converte.
Nella situazione ecclesiale le due parabole sono un invito ai
praticanti cristiani a far posto a quanti vengono dal di fuori, a
rallegrarsi per la loro conversione. Infatti, la conversione
cristiana è l'incontro dei peccatori con Gesù e la
loro accoglienza. E' la comunità dei discepoli che ha ora
il compito di render visibile lo stile di Dio come Gesù lo
ha manifestato e attuato. E un clima di festa gioiosa dovrebbe
caratterizzare la comunità credente che rende attuale e
visibile l'azione salvifica di Dio nel mondo.
Il padre e i due figli o il
"figlio prodigo"
Capitolo 15,11-32
*E continuò: Un uomo aveva due figli. *Il
più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte dei beni
che mi spetta. Egli divise tra di loro i beni. *Pochi giorni
dopo, messo insieme tutto il suo patrimonio, il figlio più
giovane partì per un paese lontano, e là
dissipò i suoi beni con una vita sregolata. *Quando ebbe
speso tutto, venne in quel paese una grande carestia, ed egli
cominciò a mancare del necessario. *Allora andò a
mettersi a servizio di uno degli abitanti di quel paese, che lo
mandò nei campi a pascolare i porci. *Avrebbe voluto
riempirsi lo stomaco con le carrube che mangiavano i porci, ma
nessuno gliene dava. *Allora, riflettendo dentro di sé,
disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in
abbondanza, e io invece qui muoio di fame. *Ritornerò da
mio padre e gli dirò: Padre ho peccato contro Dio e contro
di te; *non sono più degno di essere chiamato tuo figlio,
trattami come uno dei tuoi salariati. *Partì e
s'incamminò verso il padre. Mentre stava ancora lontano,
suo padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si
gettò al collo e lo baciò teneramente. *Gli disse
allora il figlio: Padre, ho peccato contro Dio e contro di te;
non sono più degno d'essere chiamato tuo figlio. *Ma il
padre disse ai servi: Presto, tirate fuori la veste migliore e
rivestitelo, e mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi;
*e portate il vitello ingrassato, uccidetelo e facciamo festa con
un banchetto, *perché questo mio figlio era morto ed
è ritornato in vita, era perduto ed è stato
ritrovato. E cominciarono a far festa. *Ora il figlio maggiore
era nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì
musica e danze. *Chiamato uno dei servi, domandò che cosa
fosse tutto questo. *E quello disse: E' tornato tuo fratello, e
tuo padre ha fatto uccidere il vitello ingrassato perché
lo ha riavuto sano e salvo. *Si adirò allora e non voleva
entrare, tanto che suo padre uscì fuori a pregarlo. *Ma
quello gli rispose: Ecco, da tanti anni io ti servo e no ho mai
trasgredito un tuo comando, e tu non mi desti mai neppure un
capretto per far festa con i miei amici. *Ma appena tornato
cotesto tuo figlio che ha mangiato tutti i tuoi beni con le
prostitute, hai ammazzato per lui il vitelli ingrassato. *Il
padre gli disse: Figlio, tu stai sempre con me, e tutte le cose
mie sono tue. *Ma bisognava far festa e rallegrarsi perché
questo tuo fratello era morto ed è ritornato in vita, era
perduto ed è stato ritrovato.
Certe volte è difficile per un padre continuare a
credere che la bontà e la comprensione possono realmente
risolvere il problema del figlio. E, poi, anche se lo volesse, si
troverebbe di fronte ai suoi limiti. Si accorge che dentro di
sé non esiste una riserva così grande d'amore,
capace di condurre il figlio ad incontrarsi con se stesso.
Naturalmente non mancano le eccezioni di persone, anche
inconsapevoli, di essere illuminate dalla mano di Dio. Esistono,
in genere, ovunque barriere e limiti che vanno oltre ogni buona
volontà. Il nostro amore non basta a risolvere i problemi
umani che ci circondano e che fanno soffrire tanta gente. Noi
stessi soffriamo, quando prendiamo coscienza della nostra
incapacità di amare davvero gli altri. Anche perché
l'amore umano è sempre condizionato da interessi terreni.
C'è in noi un vuoto, un'insufficienza più grande di
noi, che non riusciamo ad eliminare. Non siamo capaci d'amare e
di volere il bene degli altri, come vorremmo. Ecco perché
facciamo fatica a parlare e comprendere che Dio è un Padre
buono e generoso che ama tutti gli esseri umani. Ma nonostante i
nostri limiti, sappiamo per nostra esperienza personale che Egli
ci ama, lo sappiamo col "cuore", non con la mente, ognuno
individualmente, in modo straordinario.
Dio vuole che noi sappiamo che lui ci ama ora, intanto che
ascoltiamo questa meditazione, proprio come siamo. Anzi ci ha
sempre amato, ci ha voluto e desiderato; lui ha progettato la
nostra nascita, ci ha atteso, immaginando e formando il nostro
volto, il nostro corpo, il nostro carattere. Egli ci è
Padre, ci segue ogni giorno, è presente quando siamo
feriti e delusi, soffre con noi. Ci è sempre stato vicino
anche se noi non ce ne accorgevamo, anche quando facevamo cose
contrarie alla sua volontà, anche quando ce ne siamo
andati alla ricerca di tutto fuori che lui.
Dopo questa premessa, ascoltiamo che cosa ci dice Gesù,
nostro Signore, per rivelarci l'amore del Padre. Pensiamo per un
attimo se una cosa del genere è successa o sta accadendo
anche nella vita che viviamo. La parabola narrata da Gesù
è una storia un po' strana, ma molto commovente,
perché racconta la vicenda di un perdono e di un amore
molto grandi. Non solo, a questo punto, la nostra intelligenza si
smarrisce e non riesce a capire le cose. Solo il cuore è
capace di percepirle, anche se molto vagamente. Letteralmente
parlando, questa parabola può essere definita come un
miracolo. Questo racconto nel campo morale è il massimo
argomento di speranza per ogni figlio dell'uomo. Nessuno al mondo
ha raggiunto tanta potenza di commozione, in un racconto
così breve, così vero, così privo di
qualsiasi artificio letterario. La sua semplicità è
un capolavoro, eppure la sua efficacia è maggiore di
quelle di altre narrazioni giustamente celebrate per sapienza di
costruzione e limpidezza della parola. Da qualsiasi angolatura si
osservi la parabola, ci si accorge che al centro c'è la
figura del padre: lui davanti ai suoi figli e i due figli davanti
a lui. Non solo, il padre è la figura che dà
unità all'intera narrazione, le due vicende, quella del
figlio minore e quella del figlio maggiore, si scontrano con
l'originalità della sua paternità. E fuori metafora
affermiamo che il punto in cui la parabola insiste è il
modo con cui Dio Padre si pone di fronte ai suoi figli, i
peccatori e i giusti, e i figli di fronte a lui.
Rivolgiamo ora la nostra attenzione ai due figli. Quello
maggiore era una vera perla: giovane serio e posato, non badava
che alla fattoria, era il braccio destro del padre nel dirigere
lavori dei campi, non si prendeva uno svago con i pochi e
assennati amici che aveva. Il figlio minore era tutt'altro: pieno
di fumi nel cervello, si sentiva soffocare in quella vita
così puntuale e metodica scandita dalle stagioni; i lavori
dei campi lo annoiavano, il gregge e l'armento lo infastidivano
col loro tanfo, la fattoria gli sembrava un carcere dove i
carcerieri erano i garzoni sempre pronti a fare la spia d'ogni
sua azione al padre. Dai molti falsi amici che aveva nei dintorni
sentiva raccontare cose mirabili di grandi città lontane,
dove si tenevano banchetti, danze, musiche, feste sbalorditive,
dove s'incontravano donne profumate disponibili, invece delle
puzzolenti pecoraie e dei lerci bifolchi di suo padre. In quei
posti era la vera vita. E quando dopo un'oziosa giornata, come
tante altre, ripensava a quei luoghi, sdraiato sul prato della
fattoria rassegnandosi a sentire cantare i grilli, rifletteva con
melanconia che la sua vita stava irrimediabilmente scivolando via
senza divertimento.
Ecco che allora un certo giorno prende la sua risoluzione,
probabilmente suggerita da un falso amico, si presenta dal padre
e gli chiede la parte di patrimonio che gli spetta di diritto.
Sappiate che secondo la legge ebraica (Deut. 21,27), un figlio
poteva chiedere, anche prima della morte del padre, la sua parte
di eredità. A quella richiesta, il padre dovette guardare
lungamente negli occhi il giovane, ma non proferì parola,
come il giovane non ardì aggiungere parola a quella
richiesta; l'uno si allontanò dall'altro in silenzio. In
questo scambievole silenzio si svolse la tragedia: dolore per il
padre, inizio della vera vita per il figlio. Riflettiamo un
istante e fermiamoci dall'analizzare la parabola. Mi pare che fin
qui fra le righe del racconto traspare già un'importante
considerazione, e cioè che l'uomo si sottrae a Dio Padre
perché convinto che egli sia un padrone interessato solo a
se stesso, ostile all'uomo e alla sua libertà: dunque una
presenza ingombrante, proprio come il padre della parabola. Ecco
il peccato, non si tratta del fatto di avere chiesto la sua parte
d'eredità, per poi dissiparla (senz'altro grave in ogni
caso), ma del fatto che la casa paterna rappresenta una prigione,
e la presenza del padre mortificante e l'allontanamento la
libertà di fare quello che vuole.
Andiamo avanti con la riflessione. Il testo della parabola ci
dice che il giovane si dette a vivere sia sfrenatamente o
dissolutamente, sia anche prodigamente o da scialacquatore; le
due maniere, del resto, sono necessariamente congiunte tra loro.
In ogni modo i giorni passano presto e bene, in quella vita; ma
giunsero anche le conseguenze. Dopo un certo tempo, era passato
anche il gruzzolo, unica fonte dei piaceri, giacché per
quanto ricolma fosse stata da principio la borsa, non era poi
senza fondo. Ma la febbre del piacere l'aveva pervaso ed accecato
a tal punto, da non lasciargli vedere che la borsa andava sempre
più scemando. Un giorno, poi, rimase vuota. La vita beata
era finita; ne cominciava un'altra ben diversa. Il gaudente di
ieri era assalito da due parti, all'interno e all'esterno; non
solo la borsa era vuota, ma nel paese è giunta la
carestia, ed è superfluo dire che i falsi amici
sfruttatori ed adulatori del tempo delle vacche grasse sono
scomparsi badando ai casi propri. In questa desolante situazione
e in un paese straniero il giovane non ha molto da sofisticare; o
morire di fame, o mettersi a lavorare dove capita, anche nel
lavoro più umiliante e schifoso. Trova lavoro come
guardiano dei porci. Ma se con ciò ha evitato la morte,
non ha evitato la fame che gli rode continuamente le viscere. Per
lui non c'era nemmeno una carruba. In queste spaventose
condizioni passa parecchio tempo. Durante le soste canicolari,
quando i porci famelici ed estenuati si sdraiano all'ombra di un
albero, anche l'emaciato porcaio si sdraia a fianco loro fra la
polvere e il letame; ma il pensiero gli vola ostinatamente alle
lontane serate estive, quando sdraiato sul prato della fattoria
paterna sentiva i grilli cantare, vagando con la mente dietro
sogni vacui, narratigli dai falsi amici. Quei rosei sogni si sono
adesso pienamente avverati; egli li sente attorno a sé nei
porci che grugniscono, addosso a sé nei luridi e fetenti
stracci di cui è coperto, dentro di sé nella fame
che gli torce le budella.
Con la partenza da casa era iniziata la degradazione: una vita
disordinata, poi la fame, poi l'attuale servizio presso il
padrone pagano, infine l'umiliazione di pascolare i porci. Qui
inizia il cammino di ritorno, sebbene le idee non siano ancora
chiare, ciò nonostante ha inizio un mutamento interiore.
Il giovane comprende che la casa del padre non era una prigione,
ma un luogo di libertà e dignità. Il figlio ha
così compiuto un passo importante, e tuttavia non è
ancora completa conversione. E' solo la premessa necessaria. Lui
è persuaso di dover convincere il padre a riaccoglierlo:
per questo formula la domanda del perdono e si dichiara disposto
a lavorare come un servo. Come possiamo osservare, sono senza
dubbio parole e sentimenti che testimoniano la sua
sincerità, ma che, al tempo stesso, mostrano ancora la sua
incomprensione del padre Ecco, la seconda riflessione è
proprio questa: il figlio non conosce il padre, né quando
si è allontanato da lui né quando ha deciso di
ritornare. Già, perché lui è convinto di
aver perso l'amore del padre e di doverselo meritare di nuovo.
Non sa che il padre non ha mai cessato di amarlo.
Dirà: "Padre ho peccato contro Dio e contro di te;
non sono più degno di essere chiamato tuo figlio, trattami
come uno dei tuoi salariati".
Sorretto da questa speranza e raccolte le residue energie, il
giovane si mette in viaggio verso la casa paterna. Durante il
cammino, più volte sopraffatto dal ricordo della sua
partenza dispera di esservi accolto almeno come un cane randagio.
Ma non c'è altro per lui: il mondo intero adesso si
racchiude in quella fattoria. Ed egli trascinandosi per la strada
come meglio può, finalmente vi giunge. E' un chiaro
pomeriggio. Suo padre sta nei campi a sorvegliare; ma il suo
occhio solerte, che scorre da aratro ad aratro e da garzone a
garzone, non ha più la limpidezza di una volta; è
velato, mostra le stigmate di una pena antica ma non invecchiata,
e di tanto in tanto si fissa là verso l'estremo orizzonte
restando immobile a riguardare chissà quali fantasmi.
Mentre il figlio stava ancora distante, suo padre lo riconobbe
e ne fu intenerito; corse da lui, lo abbracciò e lo
baciò. Un bacio? Chissà quanti su quel collo
pidocchioso e su quel volto dalla barba inzaccherata. Ed è
in quegli attimi che il figlio fa una scoperta sconvolgente.
Certo suo padre lo ha riconosciuto pur ridotto in quello stato;
ma appunto perché lo ha riconosciuto, come mai lo bacia e
lo abbraccia? Come mai non chiama i suoi servi per farlo cacciare
via? Non è lui il figlio che ha rinnegato suo padre? Gli
disse allora il figlio: "Padre, peccai contro il cielo e innanzi
a te! Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio!"
E' il discorsetto già preparato a memoria, che qui
però è accorciato mancando dell'implorazione
finale: "Trattami come uno dei tuoi salariati!" Come mai? Forse
il figlio non ha il coraggio necessario per implorare il posto di
servo? Oppure questo gli viene impedito dagli abbracci e dai baci
interminabili dell'effusione di bontà paterna? Ma
l'implorazione non serve più. Sono parole vane, il padre
non le avverte nemmeno, è troppo felice. Il padre non lo
lascia neppure parlare: il suo amore precede il pentimento e la
conversione! Il padre è molto diverso da come il figlio lo
immaginava. Il vecchio padre, tutto concitato, rivolgendosi ai
servi ordina la veste più bella, l'anello al dito, i
calzari ai piedi che rappresentano l'appartenenza, l'essere
figlio, e il padre glieli offre prontamente. Ma non per dirgli
che è di nuovo suo figlio, bensì che lo è
sempre stato. Questo quadro ci suggerisce una terza
considerazione meditativa, e cioè che è il
peccatore pentito che deve ritrovare la consapevolezza d'essere
figlio. Per Dio non ha mai cessato di esserlo. Ma ritorniamo alla
parabola.
Il racconto poteva finire qui. Tuttavia la narrazione continua
introducendo la figura del figlio maggiore: un figlio fedele,
rimasto sempre in casa. In tal modo Gesù ha mirabilmente
messo in scena i "mormoratori". Infatti, il figlio maggiore
anziché partecipare della gioia del padre, questi ne prova
irritazione: esattamente come gli scribi e i farisei che
mormoravano contro Gesù. Costoro "i giusti", sempre fedeli
e sempre a servizio, sono sì dei credenti, ma non
conoscono Dio.
All'incontro non fu presente il figlio maggiore; quella perla
di giovane, come il solito, stava al lavoro, e in quel pomeriggio
si era recato nei campi più lontani dal casale per certe
faccende a cui doveva badare. Ritornò quindi assai tardi,
quando il banchetto era inoltrato e quando le copiose libagioni
avevano rafforzato le ugole al canto e i piedi alla danza. A
sentire tutto quel frastuono, il giovane posato cadde dalle
nuvole. Allora, chiamato uno dei garzoni, domandò che cosa
fosse ciò. E quello gli disse: "E' tornato tuo
fratello, e tuo padre ha fatto uccider il vitello ingrassato
perché l'ho riavuto sano e salvo".
Ma naturalmente il servo non si fermò qui e inizio ad
informare l'interrogante su tutto il resto, descrivendo come suo
fratello fosse giunto in uno stato tale che l'ultimo cane rognoso
della fattoria a lui sembrava il sommo sacerdote di Gerusalemme.
Il figlio maggiore ne rimase sconvolto. Dunque, per quel
giovinastro che era il danno e la vergogna della famiglia, il
padre faceva tanta baldoria? Ma era impazzito anche il padre? Se
però il vecchio era rimbecillito, il suo unico degno
figlio, che era sempre stato con la testa a posto, non aveva
nessuna intenzione di imitarlo. Si adirò e non voleva
entrare. Ma suo padre, uscito fuori, si raccomandava a lui.
Quello rispondendo, disse al padre: "Ecco, da tanti anni io
ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi
desti mai neppure un capretto per far festa con gli amici. Ma
appena tornato cotesto tuo figlio che ha mangiato tutti i tuoi
beni con le prostitute, hai ammazzato per lui il vitello
ingrassato". Il padre allora gli rispose: "Figlio, tu
stai sempre con me, e tutte le cose mie sono tue. Ma bisognava
far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era
morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è
stato ritrovato".
Il figlio maggiore non riesce a vedere la questione con gli
occhi del padre. Rifiuta di partecipare alla festa per il
fratello perduto e ritrovato, ritenendola un'ingiustizia,
addirittura un torto fatto alla sua obbedienza e al suo lavoro,
come se al padre queste cose non interessassero. La gioiosa
accoglienza riservata al fratello minore, che egli non riconosce
come fratello e chiama sempre "tuo figlio", suscita in lui
l'amara sensazione che la sua fatica sia tutta sprecata. In
definitiva egli pensa: Se il peccatore è trattato in quel
modo, a che serve essere giusti? E' a questo punto che si coglie
quanto sia diverso l'atteggiamento del padre da quello del figlio
maggiore. Questi si risente nei confronti del padre e non vuole
entrare in casa; invece, il padre non si adira con lui, ma esce,
gli va incontro, lo prega e lo chiama figlio mio. Il padre ama
entrambi i figli. Ascolta le ragioni del figlio maggiore e le
confuta: è un dialogo su cui Gesù indugia,
rammentandoci che talvolta la conversione del giusto è
più difficile di quella del peccatore.
Il padre cerca di far comprendere a questo suo figlio fedele,
da sempre in casa e tuttavia così lontano da lui, tre
cose: che non gli è stato tolto nulla di ciò che
gli spetta; che ha potuto sempre godere della tranquilla
sicurezza di stare col padre; e che il figlio ritornato non
è un estraneo, ma un fratello. Lo stesso amore che ha
spinto il padre a correre incontro al figlio minore, lo ha spinto
poi ad uscire e a pregare il figlio maggiore di non insistere
nelle proprie rimostranze e di far festa insieme. Il padre vuole
riunire i due fratelli, unendoli a sé e fra loro. Anzi,
vuole che entrambi scoprano la sua paternità e la loro
fraternità. Tuttavia la situazione dei due figli è
molto differente. Il minore è uscito di casa, mentre il
maggiore è sempre rimasto. Nondimeno, ambedue sbagliano
nel rapportarsi al padre come ad un padrone: "Trattami come uno
dei tuoi servi", dice il minore; "Ecco, sono tanti anni che ti
servo", recrimina il maggiore.
L'insegnamento morale di questa seconda parte del racconto
è tutto qui: come il padre è sempre il padre,
così il fratello sia sempre il fratello. Nella prima parte
la parabola ci ha insegnato la misericordia per il peccatore
pentito, elargitagli da Dio che è il padre; nella seconda
parte poi ci insegna la necessità della misericordia per
il peccatore pentito elargitagli anche dall'uomo che è suo
fratello, e precisamente come conseguenza del perdono del Padre e
in riconnessione con quel perdono precedente. Come possiamo
osservare, la seconda parte della parabola è dunque
veramente la cupola di tutto l'edificio e il suo coronamento
supremo. Forse certe esperienze della vita possono avere
ostacolato il nostro rapporto con Dio e c'impediscono di
accogliere il suo amore con entusiasmo. Ecco perché
dobbiamo liberare i nostri cuori dalle ferite del passato,
lasciando che l'amore di Dio compensi il divario sperimentato tra
l'amore di cui avevamo bisogno e ciò che in realtà
ottenevamo, dal momento che tutto era condizionato.
Dio Padre sana le nostre ferite del passato; il suo amore
riempie la nostra vita se noi ci lasciamo amare. L'amore di Dio
è meraviglioso. Ora che lo sappiamo ricorriamo a lui,
chiediamo il suo aiuto ed egli ci aiuterà a superare ogni
difficoltà. Perciò, prima di far funzionare
l'intelligenza, facciamo lavorare il cuore. Gesù ci ha
raccontato la parabola proprio per dimostrarci in modo concreto
come è grande l'amore e il perdono di Dio verso ognuno di
noi. Quando Gesù parla del Padre, egli pensa a Dio.
Nell'intimità della nostra casa rileggiamo il testo, Luca
15, 11-32, e quando si parla del padre, pensiamo a Dio, e quando
si parla dei figli pensiamo a noi stessi. In questo modo veniamo
chiamati a prendere parte alla gioia di Dio Padre aprendoci ad un
amore che ha lo stesso orizzonte di Dio stesso. Indice Vangelo di Luca
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