Vangelo di Luca

Invito alla conversione.
Capitolo 13,1-9
*In quello stesso momento si presentarono alcuni a
riferirgli il fatto dei galilei che Pilato aveva fatto uccidere
mescolando il loro sangue con quello dei loro sacrifici. *Egli
rispose loro: Credete voi che quei galilei fossero più
peccatori di tutti i galilei per avere subito una tale sorte?
*No, vi dico, ma se non vi ravvedete, tutti perirete allo stesso
modo. * E quei diciotto sui quali cadde la torre di Siloe e li
uccise, credete voi che fossero più colpevoli di tutti gli
altri abitanti di Gerusalemme? *No, vi dico, ma se non vi
ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. *Raccontò poi
questa parabola: Un uomo aveva un fico piantato nella sua vigna;
e venne a cercarvi frutto, ma non ne trovò. *Allora disse
al vignaiolo: Ecco, da tre anni vengo a cercar frutto da questo
fico e non ne trovo. Taglialo: perché deve sfruttare il
terreno? *Ma il vignaiolo rispose: Padrone, lascialo ancora
quest'anno finché gli zappi intorno e vi metta del
concime; *forse farà frutto in avvenire; se no lo
taglierai.
Il lungo discorso di Gesù (capp.12,22-13,9), che si
è aperto con l'imperativo della vigilanza e della
responsabilità, si conclude con un pressante invito alla
conversione. Mentre Gesù sta parlando, qualcuno lo informa
della strage che il procuratore romano Ponzio Pilato ha compiuto
a danno di Galilei mentre offrivano sacrifici nel Tempio. Strage
che aveva suscitato orrore e sdegno negli abitanti di
Gerusalemme. Si trattava di simpatizzanti del movimento Zelota,
sorto precisamente in Galilea nell'anno 6 d.C., il quale
propugnava la lotta armata contro l'occupazione romana. Coloro
che riportano l'accaduto a Gesù vogliono senz'altro
provocare un suo giudizio e una presa di posizione. Che cosa
intende fare contro la brutalità e il cinismo delle forze
d'occupazione? Gesù allora, riferendosi alla vecchia
opinione ebraica secondo cui il male materiale era sempre una
punizione di un male morale, rispose: Credete voi forse che quei
Galilei rimasti uccisi fossero peccatori più di tutti gli
altri Galilei, essendo capitata loro questa sorte? Tutt'altro; vi
dico, infatti, che "se non vi ravvedete, tutti perirete allo
stesso modo".
Tra l'altro era ancora viva nel ricordo di tutti un'altra
disgrazia: diciotto operai che lavoravano nelle vicinanze del
Tempio, nel quartiere di Siloe, erano rimasti uccisi nel crollo
di una torre. Ebbene, fece notare, Gesù: "…credete
voi che fossero più colpevoli di tutti gli altri abitanti
di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi ravvedete, perirete
tutti allo stesso modo". A questo punto Gesù contesta il
sistema farisaico e il conseguente pregiudizio religioso popolare
che stabiliva una perfetta equazione tra peccato e castigo. La
minaccia di una fine violenta è senz'altro evitabile,
basta a tale scopo ricorrere al "cambiamento di mente". Le parole
di Gesù sono nettissime nel loro dilemma: o convertirsi o
perire. Il fatto è che Gesù cerca di far
comprendere alla folla che l'uomo non può inquadrare
l'azione di Dio nei suoi schemi precostituiti per il proprio
privilegio e prestigio, e trasformarsi in contabile di Dio.
Questa pretesa genera il peggior imperialismo che può
servirsi anche della violenza programmata per instaurarsi e
conservarsi. In sostanza era questo lo sbocco dello zelotismo e
del movimento farisaico nelle sue deformazioni: la supremazia
religiosa e politica in nome di Dio. Gesù fa saltare alla
radice questo tentativo invitando tutti, farisei, zeloti,
galilei, giudei e abitanti di Gerusalemme, al cambiamento, alla
conversione.
Senza dubbio alcuno il "cambiamento di mente", rappresenta lo
scopo ultimo della missione di Gesù; la missione è
presentata come ultima dilazione offerta da Dio al popolo
prediletto affinché si converta, in caso negativo, le
minacce si eseguiranno. Parole dure, persino minacciose, e
tuttavia pronunciate per salvare più che per punire, come
suggerisce la parabola del fico sterile a commento e rincalzo di
quest'invito rivolto a tutti. Pur nella sua semplicità, la
parabola riesce a dire molte cose. Il fico sterile rappresenta il
popolo di Dio. La sterilità del popolo è ostinata:
sono tre anni che il padrone viene a cercare i fichi senza
trovarne (i tre anni circa della predicazione di Gesù). E
il giudizio rimane all'orizzonte in tutta la sua serietà:
due volte ricorre nella parabola il verbo "tagliare". Ma questo
tempo è ancora tempo di misericordia. Gli equivoci
possibili sono due. C'è chi pensa: ormai è troppo
tardi, la situazione è irreversibile, la pazienza di Dio
si è esaurita. E c'è chi pensa: Dio è
paziente, c'è sempre tempo. La parabola insegna un altro
atteggiamento: il cambiamento è ancora possibile.
Ma non si può programmare la pazienza di Dio né
approfittarne. Il giudizio sarà tanto severo e,
perciò, la conversione tanto importante che Dio concede
un'ultima opportunità. Il tempo della misericordia si
allunga per rendere possibile il cambiamento, non per rimandarlo.
Il centro (o il non ovvio) della parabola non sta nella ricerca
dei frutti (ogni contadino si aspetta che un albero produca
frutti) né nella volontà di tagliarlo dopo aver
constatato per tre anni che non dà frutti (ogni contadino
lo farebbe) né nella decisione irrevocabile di tagliarlo
se non dovesse dare frutti neppure dopo un ultimo anno d'attesa
(ci mancherebbe!). La novità sta nel fatto che ad un fico
così sterile sia ancora concessa una possibilità.
Perché? Bisogna leggere e meditare la parabola tenendo
presente che il "padrone" è Dio, che il "fico" è il
popolo eletto, e che il "contadino" è Gesù.
Nell'eccidio del tempio e nella disgrazia della torre,
Gesù legge i segni dei tempi: la morte può giungere
improvvisa. Altrettanto la chiamata e il giudizio di Dio possono
arrivare quando meno ce lo aspettiamo. Di qui la lezione chiara:
convertirsi e fare penitenza per non essere sorpresi da
avvenimenti decisivi. Anche la parabola del fico sterile è
un preciso invito a non trascorrere un'esistenza vuota, ma a
fruttificare e arricchirsi per il giorno della chiamata del
Signore. La pazienza di Dio che sa aspettare perché l'uomo
si converta e porti frutto, c'impegna valorizzare il dono della
vita. La realtà della morte sempre incombente non è
uno spauracchio, ma il segno dei tempi più impellente e
più sicuro che ogni uomo deve saper interpretare. Pensando
alla morte troviamo la forza di esistere al male e di operare il
bene.
Guarigione di una donna in giorno
di sabato.
Capitolo 13,10-17
*Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di
sabato. *C'era là una donna che da diciotto anni aveva uno
spirito che la rendeva inferma; era tutta curva e non poteva
drizzarsi in nessun modo. *Vedutala, Gesù le rivolse la
parola e le disse: Donna eccoti libera dalla tua
infermità. *Le impose le mani, e quella subito si
raddrizzò e si mise a glorificare Dio. *Allora il
presidente della sinagoga, sdegnato perché Gesù
l'aveva guarita di sabato, prese a dire alla gente: Ci sono sei
giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi
guarire e non in giorno di sabato. *Gli rispose il Signore:
Ipocriti! Chi di voi il sabato non scioglie il suo bue e l'asino
dalla mangiatoia e non lo conduce ad abbeverare? *E questa figlia
di Abramo che satana ha tenuto legata da diciotto anni non doveva
essere sciolta da questo legame in giorno di sabato? *A tali
parole tutti i suoi avversari rimasero confusi, mentre la folla
si rallegrava delle cose meravigliose da lui compiute.
E' il secondo episodio di guarigione in giorno di sabato
riferito da Luca. La novità in questo racconto è
l'iniziativa di Gesù a favore di un povera disgraziata
doppiamente esclusa, perché donna e perché colpita
da malattia cronica. Come in altri casi, la malattia viene fatta
risalire ad uno spirito di malattia, perciò l'intervento
di Gesù non è soltanto una guarigione, ma un gesto
di liberazione dal potere di satana che tiene legata la donna. E'
interessante notare il gesto di Gesù che prende la donna
sotto la sua protezione e la parola che dà significato
all'avvenimento. La donna riconosce con fede spontanea che la
guarigione è un dono di Dio per la salvezza.
Gesù, durante la sua peregrinazione nella Giudea, si
era recato di sabato in una sinagoga mettendosi ad insegnare. Tra
i presenti c'era una donna ammalata da diciotto anni, rattrappita
che non poteva in nessun modo alzare la testa e guardare in alto,
"…era tutta curva e non poteva raddrizzarsi in nessun
modo" (forse a causa di artrite o di paralisi). Gesù la
notò, la chiamò e le disse: "Donna eccoti libera
dalla tua infermità"; e le impose le mani. La povera
donna, raddrizzatasi all'istante, si mise a ringraziare e
glorificare Dio. A questo punto il capo sinagoga che presiedeva
l'adunanza s'indignò per la guarigione effettuata in
giorno di sabato; tuttavia, non osando riprendere direttamente
Gesù, mostrò e scaricò tutto il suo livore
verso la gente: "Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in
quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato".
Per lo zelante capo sinagoga, la guarigione della donna non
significava nulla, il sabato invece ( che del resto non era stato
violato) rappresentava tutto. Gesù allora rispose a lui e
ai presenti con la stessa mentalità: "Ipocriti! Chi di voi
il sabato non scioglie il suo bue e l'asino dalla mangiatoia e
non lo conduce ad abbeverare". Il fatto è che sciogliere o
stringere un nodo di fune era compreso in quei 39 gruppi d'azioni
che erano proibite di sabato; ma nella pratica, trattandosi di
bestie domestiche, si provvedeva in una maniera o nell'altra al
loro sostentamento. Chiarito ciò, Gesù aggiunge
ancora: "E questa figlia di Abramo che satana ha tenuto legata da
diciotto anni non doveva essere sciolta da questo legame in
giorno di sabato?". Se dunque c'era un giorno più
opportuno di tutti per dimostrare la vittoria di Dio su satana,
cioè del Bene sul Male, era appunto il sabato, il giorno
consacrato a Dio: quindi Gesù, meglio d'ogni altro, era
penetrato nello spirito del sabato, operando appunto in esso la
vittoria di Dio su satana.
Al ragionamento di Gesù la folla assentì
cordialmente; quanto ai suoi avversari "rimasero confusi". Anche
stavolta la polemica sul giorno del sabato non è tanto
contro le forme, quanto sul contenuto, le idee che le sostengono.
Contro una falsa gerarchia di valori che per "salvare" Dio (quasi
ne avesse bisogno!) tende a metterlo in conflitto con l'uomo.
Contro tutto una mentalità installata che canonizza la
ripetizione. Contro una religiosità senza immaginazione.
Eppure dal Creatore non può venire se non una pedagogia
della creatività. I santi hanno avuto una buona dose di
fantasia. Certo l'estremo opposto sarebbe crederci tutti degli
Agostino, incompresi e bloccati dalle strutture. Ma ognuno di noi
ha ricevuto da Dio una sua dose di creatività
perché la metta a frutto anche nel campo della
religiosità. La creatività non funziona senza
motivazioni, senza idee. Se abbiamo in testa una caricatura di
Dio useremo l'immaginazione riproduttiva per cercare sotterfugi e
legalismi per "salvarci", assegnando a Dio solo qualche
devozione. Se invece Dio è amore, obbediremo ad un
continuo impulso ad inventare, ad essere sempre nuovi verso di
lui e i fratelli. In sostanza la sclerosi del formalismo
religioso impedisce non solo di cogliere la genuina
volontà di Dio, ma rende anche ottusi di fronte alla
manifestazione palese del suo amore liberante.
Il seme di senapa e il
lievito.
Capitolo 13,18-21
*Diceva dunque: A che cosa è simile il regno di Dio
e a che cosa si può paragonare? *E' simile a un chicco di
senapa che un uomo prese e gettò nel suo orto. E crebbe e
divenne un albero e gli uccelli vennero a posarsi tra i suoi
rami. *E di nuovo disse: A che cosa paragonerò il regno di
Dio? *E' simile al lievito che una donna prese e mescolò
con tre staia di farina finché tutta ne fu
lievitata.
Esistono cose nella vita, cui non si dà importanza: una
sola goccia di profumo riempie tutta la stanza di un'aria
gradevolissima; un pizzico di fermento fa lievitare tutta la
pasta del pane; qualche goccia di quaglio è sufficiente
per far coagulare molti litri di latte; l'esplosione di un solo
atomo distrugge un'intera città; un chicco di granoturco
produce una pannocchia piena di chicchi; un piccolo errore nel
calcolo fa crollare edifici e cavalcavia ecc…Sono piccole
cose, che generano grandi effetti: Così avviene nella
natura, così succede pure nella vita. Così è
oggi, così era al tempo di Gesù. Chi disprezza il
seme, perché tanto piccolo, non arriverà mai a
vedere i frutti, che potrebbero saziare la fame. Ci sono tanti
piccoli semi nella nostra vita, di cui neppure ci accorgiamo. Per
cui corriamo il rischio di perdere il futuro che andrà a
vantaggio dei nostri figli o nipoti. Come sempre è
Gesù che ci viene in aiuto, per chiarire il problema.
Le due brevi parabole sono un invito alla speranza e alla
fiducia che si fondano non sui calcoli delle probabilità o
sulle revisioni della futurologia, ma sulla fedeltà e
potenza di Dio che si è manifestata nella storia.
Nonostante gli umili inizi dell'azione di Dio per rendere
manifesta e operante la sua giustizia e il trionfo della
libertà della persona e nell'opera di Gesù, la sua
manifestazione finale condurrà tutta la storia umana nella
piena giustizia e libertà. Nel breve racconto compaiono
tre personaggi: un uomo (il seminatore sottinteso), il seme, gli
uccelli. Tutta l'attenzione cade però sul seme. Va
precisato che il regno di Dio non è paragonato al seme in
questo contesto, ma alla storia del seme. Essa, ovviamente, non
può che svolgersi in tre tempi: la semina, la crescita,
l'albero fatto
Nella parabola si parla di tutti e tre i momenti, ma
l'attenzione è richiamata soltanto sul primo e
sull'ultimo: sulla proverbiale piccolezza del seme e sulla
straordinaria grandezza dell'albero. L'essenziale è
racchiuso nell'opposizione "il più piccolo-il più
grande". Nulla viene detto del processo intermedio., che, al
contrario, non è semplicemente una fase con l'unico scopo
di rilevare la continuità fra il seme e l'albero, fra
l'inizio del regno e il suo compimento. Si tratta, invece, di un
tempo di crescita, con un proprio significato. Esso non è
ancora il tempo del compimento, ma non è neppure quello
dell'inizio. E' il tempo in cui la Parola già corre nel
mondo, il Vangelo si diffonde, i pagani e i peccatori si
convertono. Lo scopo della parabola non è di consolare i
credenti che vivono in un oggi senza senso, deludente e
scoraggiante, assicurando loro un avvenire grandioso che li
ripagherà d'ogni fatica. Lo sguardo verso il futuro
è volto a spiegare il senso corretto, ma nascosto,
dell'oggi. Certamente non si comprende l'oggi se non si guarda al
futuro, come non si comprende la qualità del seme se non
si conosce l'albero. Tuttavia, non è l'albero che
dà forza al seme, ma viceversa. L'albero fa
semplicemente capire la forza che il seme già possiede in
se stesso.
Nell'ambito del regno di Dio i criteri della grandezza e
dell'apparenza non servono per valutare ciò che conta o
ciò che non conta, ciò che ha un futuro e
ciò che non lo ha. I discepoli, d'ogni tempo, non devono
fare propri i criteri del mondo, inseguendo sogni di grandezza e
confondendo la forza del regno con il fascino del potere o del
numero o del prestigio. La parabola è un richiamo al
valore decisivo delle occasioni normali, umili e quotidiane, che
formano il tessuto abituale della vita. La su apparente
banalità non deve diventare motivo di trascuratezza. Il
regno di Dio è qui, in questa realtà, soprattutto
quale espressione visibile del mondo interiore invisibile. Il
lievito, che fa fermentare la pasta, è per lo più
un'immagine negativa ad una prima lettura, nel senso che basta un
poco di male per rovinare una grande quantità di bene.
Sorprendentemente la parabola rovescia l'immagine (capovolgere le
immagini è sempre segno di genialità). Cioè,
serve a sorprendere e catturare l'attenzione. E, soprattutto,
serve a mostrare il senso nascosto, non ovvio, delle cose. Il
significato recondito della parabola è che anche il bene
è contagioso, non soltanto il male. Forse, anzi senza
forse, non è un caso che Gesù abbia usato il verbo
mescolare (altri testi usano il verbo nascondere) per descrivere
il gesto della donna che mette il lievito dentro la pasta. La
presenza del regno è mescolata, velata, come quella del
lievito nella farina.
Gesù ha racchiuso l'intera parabola in una sola frase.
Così la narrazione è agile, essenziale, tutta
orientata al centro. Gesù non concede distrazioni. Il
centro è il contrasto tra la piccola quantità di
lievito e la grande massa di farina. La meraviglia nasce dal
fatto che una realtà tanto piccola ne produca una tanto
grande. Il punto è l'insospettata forza del lievito. Di
tutto il resto si tace: neanche un accenno, per esempio, alla
progressività della fermentazione o al tempo che essa
richiede. Già questo basta a farci comprendere che la
lievitazione di una così grande massa di farina non va
sbrigativamente identificata con una progressiva, e infine
totale, cristianizzazione del mondo. Il lievito trasforma, la sua
forza è sorprendente, ma non si deve pretendere di
osservare i progressi momento per momento. Solo se si ha la
pazienza di attendere fino al mattino, ci si accorgerà
che, durante la notte, il lievito ha fatto fermentare la pasta.
La grande quantità di pasta fermentata svolge la stessa
funzione del grande albero nella parabola precedente.
Perciò, come la precedente, la parabola è
teologica, rivelazione prima che avvertimento. Nell'inizio
c'è già tutta la forza trasformante che si
constaterà alla fine: questa è la rivelazione.
L'evento di Gesù, e ancora oggi il Vangelo nel mondo,
può sembrare piccola cosa (basta guardarsi in giro), ma
non è così. Di qui l'avvertimento: non bisogna
lasciarsi sedurre dalla grandezza, né farsi abbattere
dalla piccolezza. La forza del vangelo è diversa da quella
del mondo: diversa perché nascosta, mentre la potenza
mondana si ostenta; e diversa perché straordinaria, al di
sopra di qualsiasi possibilità che il mondo possa
vantare.
La porta che introduce al festino
messianico.
Capitolo 13,22-30
*Passava per città e villaggi insegnando e
dirigendosi verso Gerusalemme. *Ora uno gli chiese: Signore, sono
pochi quelli che si salvano? Rispose loro: *Sforzatevi di entrare
dalla porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di
entrare e non potranno. *Quando il padrone di casa si sarà
alzato e avrà chiusa la porta, e voi, rimasti fuori,
comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, aprici, egli
vi risponderà: Non so di dove siate. *Allora comincerete a
dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai
insegnato nelle nostre piazze. *Ma egli vi ripeterà: Non
so di dove siate; andate via da me, voi tutti che operate
l'iniquità. *Là ci sarà pianto e stridore di
denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti
nel regno di Dio e voi cacciati fuori. *E verranno da oriente e
da occidente da settentrione e da mezzogiorno per prendere posto
al banchetto nel regno di Dio. *E così vi saranno ultimi
che saranno primi e primi che saranno ultimi.
Il brano, soprattutto se messo in relazione con Matteo 8,11-12
e 25,10-12, risente chiaramente della polemica sul rigetto dei
Giudei e l'ammissione dei pagani nel popolo di Dio; in ogni caso,
però, Luca ha inteso anche qui attualizzare l'insegnamento
di Gesù per i discepoli del suo tempo. Coloro che, in
qualità di discepoli hanno familiarità con il
Signore e ne ascoltano gli insegnamenti, si pongono una domanda
cruciale: Noi cristiani ci salveremo? Le parole di Gesù
danno una risposta. L'essere cristiani non è un mezzo
magico di salvezza; essa viene dall'incontro dello sforzo umano
con il dono di Dio.
La domanda che introduce le istruzioni di Gesù è
nello stile di Luca: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?"
La questione posta dall'anonimo interlocutore, era dibattuta
anche nei circoli religiosi giudaici. Secondo la teologia
rabbinica, il popolo d'Israele nella sua totalità avrebbe
preso parte al regno futuro, mentre secondo alcuni gruppi
apocalittici, soltanto pochi si sarebbero salvati. Come abbiamo
notato leggendo il brano, Gesù non entra in questa
casistica di quantità, né dà informazioni
sulla modalità della salvezza, ma rivolge un appello
urgente all'impegno. In altre parole egli non intende descrivere
il regno di Dio futuro, cioè la situazione salvifica
definitiva come un festino, al quale si accede per una porta
stretta, che ad un certo punto viene chiusa. Il linguaggio
simbolico, comune ai vari contesti religiosi, serve a stimolare
la riflessione e incita a prendere una decisione. Non esistono
raccomandati presso Dio, né privilegiati che possono far
valere davanti a lui la propria appartenenza etnica, culturale o
religiosa: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai
insegnato nelle nostre piazze".
La denuncia della falsa sicurezza giudaica è attuale
anche per i cristiani, perché anche oggi l'unica
condizione per essere riconosciuti dal Signore del festino, per
far parte della comunione salvifica è questa: praticare la
giustizia. L'universalità della salvezza era stata fatta
intravedere dagli antichi profeti. Tuttavia con Gesù essa
diventa una realtà che si attua nella chiesa missionaria.
Il dolore disperato di quanti, chiamati a far parte del regno,
rimangono fuori per la propria ignavia e falsa coscienza,
è efficacemente espresso dall'espressione: "Pianto e
stridore di denti". La sentenza finale è una di quelle che
circolano nei vari contesti evangelici assumendo di volta in
volta tonalità differenti. Nel nostro caso essa finisce il
primo brano di contestazione della falsa sicurezza: lo stile
dell'azione di Dio sconvolge le precedenze stabilite dai criteri
umani. I Giudei, che si considerano gli arrivati, i primi,
saranno gli ultimi; viceversa i pagani. Tuttavia anche per gli
ultimi c'è una speranza, non più come privilegiati,
ma come beneficiati gratuitamente.
Tutta quanta la riflessione rappresenta un'immagine viva per
noi che conosciamo la ressa della folla davanti alle porte dello
stadio o della metropolitana. Non si può certo affermare
che è una scena di calma. Il problema della salvezza
è problema d'urgenza. Ciò suppone una stroncatura
di tutte le false sicurezze. Non esiste un club della salvezza,
riservato ai soci. Non basta nemmeno la convinzione
dell'importanza della cosa. E nemmeno è sufficiente, per
entrare, una certa familiarità col vocabolario cristiano o
una frequenza ai banchetti del Signore. L'unico criterio decisivo
è quello delle opere. Esse ci faranno riconoscere da
Cristo. Ci viene chiesta un'opzione fondamentale rinnovata ad
ogni decisione. Non hanno i documenti in regola le "brave persone
che non hanno rubato, ammazzato ecc…", ma coloro che
sentono imperiosa l'urgenza della vita. Il tempo stringe; non
è questione di "ammazzarlo", ma di riempirlo a fondo.
Gesù di fronte alla sua
morte.
Capitolo 13,31-35
*In quel momento vennero alcuni farisei a dirgli: Parti di
qui, allontanati, perché Erode vuole ucciderti. *Rispose
loro: Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demoni e
compio guarigioni oggi, domani, e il terzo giorno tutto è
compiuto. Però bisogna che io cammini oggi, domani e il
giorno seguente, perché non è possibile che un
profeta muoia fuori di Gerusalemme. *Gerusalemme, Gerusalemme,
che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante
volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua
covata sotto le ali, ma non avete voluto. *Ecco, la vostra casa
rimarrà abbandonata. Vi dichiaro infatti che non mi
vedrete più fino a che venga il tempio in cui direte:
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Nel vangelo Gerusalemme è l'unico e continuo centro di
riferimento in tutta la vita di Gesù. Gerusalemme viene ad
essere così la città messianica per eccellenza: in
lei il Figlio dell'uomo terminerà il suo cammino e la sua
missione evangelizzatrice. In lei Gesù come sacerdote
consumerà il sacrificio offrendo se stesso come vittima;
in lei infine Gesù eleverà con la croce il suo
trono di re pacifico e universale. Luca con la nota redazionale
"in quel momento…", ci avverte del nesso logico che
c'è tra questo e il brano precedente. Apparentemente i
farisei vogliono proteggere Gesù dalle trame di Erode
Antipa, il quale, avendo eliminato il Battista per non avere
fastidi con i romani, forse vuole sbarazzarsi anche di
Gesù. In realtà l'ipocrisia dei farisei, dalla
quale devono guardarsi i discepoli, fa sospettare delle loro
buone intenzioni. Essi, veramente, fanno il gioco di Erode.
Infatti, la risposta di Gesù si rivolge ai farisei come
emissari di Erode. Con un epiteto duro Gesù smaschera
l'astuzia politica di Erode: egli non è pericoloso e forte
come un leone; è una volpe che per le sue vili
macchinazioni può servirsi solo dell'astuzia. Alla
motivazione addotta dai farisei nel loro subdolo consiglio,
Gesù oppone un'altra motivazione in due sentenze
Egli deve proseguire la sua missione ancora per un breve
tratto, poi ci sarà la svolta critica: il compimento. Per
questo la missione di Gesù si attua in un cammino che lo
conduce, al tempo stabilito, a Gerusalemme, l'ultima tappa del
suo viaggio, ma anche la meta della sua missione storica. In
altri termini non il consiglio ipocrita dei farisei, né le
minacce velate di Erode possono arrestare o guidare Gesù.
Con una sentenza enigmatica, velata da tragica ironia,
Gesù fa comprendere che la sua fine violenta s'inserisce
nel piano di Dio, poiché è l'ultimo anello di una
catena d'assassini che contrassegnano le infedeltà
d'Israele. Allora la parola di Gesù prende il tono e lo
stile dei profeti che annunciano la rovina, il lamento conclusivo
di Gesù su Gerusalemme definisce la città come
assassina di profeti e avversari del Messia. Per questo Dio
cesserà di abitare nel suo tempio, e Gesù, il
Messia, non vi sarà visto fino al suo ritorno come giudice
alla venuta del regno di Dio. Gesù parla come profeta di
Dio condannando l'apostasia d'Israele, e come il Messia che deve
venire nella gloria. Tuttavia, nello stesso tempo apre uno
spiraglio di speranza, la fedeltà dell'ultimo profeta, che
affronta con libertà e coraggio il suo destino, inaugura
un futuro nuovo per tutti. Speranza che è una garanzia per
quanti, prima e dopo di lui, sono vittime di repressione. Noi
tutti siamo in marcia su Gerusalemme, se il viaggio della nostra
vita è partecipazione a quello di Gesù, deve
puntare sulla città che "uccide i profeti". E'
un'uccisione progressiva, magari elegante, per soffocamento sotto
mille diversivi, cercando di distogliere l'attenzione dalla
meta. Indice Vangelo di Luca
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