Vangelo di Luca

Libertà e coraggio dei
discepoli.
Capitolo 12,1-12
*Intanto, radunatasi una folla di migliaia di persone che
si pigiavano gli uni sugli altri, egli cominciò a dire
dapprima ai suoi discepoli: Guardatevi dal lievito dei farisei
che è l'ipocrisia. *Nulla è occulto che non
sarà svelato, o nascosto che non sarà conosciuto.
*Perciò tutto quello che avete detto nelle tenebre,
s'udirà nella luce, e quello che avete sussurrato
all'orecchio nelle stanze più interne, sarà bandito
sul terrazzo. *Ma a voi, amici miei, dico: Non temete coloro che
uccidono il corpo e non possono fare altro. *Vi mostrerò
chi dovete temere: temete colui che, dopo avere ucciso, ha il
potere di gettare nella Geenna. Sì, vi dico, quello dovete
temere. *Cinque passeri non si vendono forse per due spiccioli?
Eppure nemmeno uno di loro è dimenticato presso Dio.
*Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete
dunque: voi valete ben più di molti passeri. *Ancora vi
dico: Chiunque mi riconoscerà davanti a gli uomini, anche
il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di
Dio; *ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini,
sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Chiunque
parlerà contro il Figlio dell'uomo gli sarà
perdonato; ma chi recherà offesa allo Spirito Santo non
gli sarà perdonato. *Quando vi tradurranno dinanzi alle
sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non vi
preoccupate del modo di difendervi, né di ciò che
dovete dire: *lo Spirito Santo vi insegnerà in quel
momento ciò che conviene dire.
Il risultato del battagliero pranzo al quale aveva partecipato
Gesù, fu quale ci potevamo attendere, vale a dire che gli
scribi e i farisei decidono di uccidere Gesù alla prima
occasione. Da ciò Gesù trae l'argomento per
impartire un insegnamento ai suoi discepoli. La folla, in questo
lasso di tempo, si era moltiplicata al punto da essere in
pericolo l'incolumità personale (12,1): e qui Luca fa
pronunciare a Gesù un discorso i cui elementi si ritrovano
quasi tutti in Matteo ma sparpagliati. Dapprima un ammonimento,
"Guardatevi dal lievito dei farisei che è l'ipocrisia",
che è come un fermento interiore di corruzione. Si tratta
di un'eco della requisitoria precedente, 11,35-54, e introduce la
nuova serie di massime sulla libertà dei discepoli, "Nulla
è occulto che non sarà svelato, o nascosto che non
sarà conosciuto". L'ipocrisia, che tenta di nascondere
dietro una facciata pulita il marcio interiore, non si addice al
discepolo che è chiamato a proclamare pubblicamente la
parola ricevuta da Gesù, "Perciò tutto quello
che avete detto nelle tenebre, s'udirà nella luce, e
quello che avete sussurrato all'orecchio nelle stanze più
interne, sarà bandito sul terrazzo".
La seconda raccolta, 12,4-7; è un invito al coraggio e
alla fiducia in tempo di persecuzione. Nessun discepolo è
più del suo maestro; quindi se Gesù è stato
chiamato Beelzebul, i suoi discepoli non devono attendersi un
trattamento migliore. Loro tuttavia devono parlare con franchezza
e apertamente: non vi è nulla d'occulto, che non debba
essere rivelato, per cui ciò che loro hanno udito in
segreto lo palesino dall'alto dei tetti, "Perciò tutto
quello che avete detto nelle tenebre, s'udirà nella luce,
e quello che avete sussurrato all'orecchio nelle stanze
più interne, sarà bandito sul terrazzo".
I discepoli non devono avere paura di coloro che possono
soltanto uccidere il corpo ma non l'anima; al contrario devono
temere colui che può mandare in rovina corpo e anima nella
Geenna. Gesù assicura l'esito finale alla testimonianza
dei discepoli fedeli, 12,8-9. I discepoli non devono temere nulla
e non si devono preoccupare della loro esistenza, ma devono
affidarsi alle predisposizioni del Padre celeste che sorveglia su
ogni cosa; i passeri dei campi valgono un'inezia, dal momento che
se ne acquistano cinque per due spiccioli, eppure nessuno di
quegli uccellini è scordato da Dio: dunque devono stare
tranquilli e avere fiducia i discepoli perché essi valgono
molto di più di passeri messi assieme, e perché
tutti i capelli delle loro teste sono contati. Pertanto chiunque
riconoscerà davanti agli uomini il Figlio dell'uomo,
dichiarandosi suo discepolo, costui lo riconoscerà davanti
al Padre celeste e agli angeli di Dio, tuttavia chiunque lo
rinnegherà sarà da lui rinnegato. Inoltre non si
devono preoccupare della loro arte oratoria. I discepoli, quando
saranno citati in giudizio nelle sinagoghe e dei vari tribunali,
"...non vi preoccupate del modo di difendervi, né
ciò che dovete dire", perché lo Spirito Santo
v'insegnerà in quel preciso momento ciò che dovrete
dire per difendervi, 12,11-12.
Una comunità mimetizzata, paurosa, facile al
compromesso, incapace di prendere posizione e di lasciarsi
insultare per le sue scelte, non è fedele al suo Signore:
come potrà egli riconoscerla? Il popolo di Dio prosegue il
suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le
consolazioni di Dio, annunciando la passione e la morte del
Signore fino al suo ritorno. Dalla forza del Signore risorto, il
popolo d Dio, trova la forza per vincere con pazienza e amore le
sue interne ed esterne afflizioni e difficoltà, e per
svelare al mondo, con fedeltà, anche se sotto ombre, il
mistero del Signore, fino a che alla fine dei tempi sarà
manifestato in piena luce.
Il vero fondamento
dell'esistenza.
Capitolo 12,13-21
*Ora uno della folla gli disse: Maestro, di' a mio
fratello che divida con me l'eredità. *Egli rispose: Uomo,
chi mi ha costituito giudice o mediatore per i vostri affari?
*Poi osservò: State attenti a evitare ogni cupidigia,
perché anche se uno vive nell'abbondanza, la sua vita non
dipende dai suoi beni. *E narrò loro una parabola: A un
uomo ricco fruttò bene la campagna, *ed egli pensava tra
sé: Che cosa farò? Perché non dove riporre
il mio raccolto. *E disse: Farò così:
demolirò i miei magazzini, ne costruirò di
più grandi e vi metterò tutto il grano e i miei
beni, *e potrò dire a me stesso: Eccoti, hai tanti beni in
serbo per molti anni: riposati, mangia, bevi e divertiti. *Ma Dio
gli disse: Stolto, questa stessa notte ti sarà richiesta
la tua vita, e quanto hai preparato di chi sarà?
*Così è di chi accumula per sé invece di
arricchirsi presso Dio.
I discepoli devono essere liberi di fronte ai beni. Ma,
secondo il giudizio di Gesù, non si tratta della rinuncia
stoica ai beni materiali. In realtà il gruppo itinerante
di Gesù e dei discepoli era provveduto di beni materiali
con una certa continuità e larghezza, 8,3. Lo spunto per
l'intervento di Gesù, come in altri casi, è dato
dalla domanda di un anonimo in mezzo alla folla. A Gesù si
chiede di intervenire per dirimere una questione d'eredità
tra fratelli. Questa era materia per i rabbi o esperti della
legge perché di carattere giuridico e religioso.
Tuttavia, Gesù si rifiuta di risolvere la questione in
questi termini, ma va alla radice del contrasto tra i fratelli:
l'avidità insaziabile. Ciò che è
stigmatizzato nei versetti del brano, è l'aspirazione
all'accumulo come garanzia di sicurezza e di vita. Infatti, la
parabola dimostra la stoltezza dell'uomo che vuole costruire la
propria esistenza sopra le vane ricchezze della terra. L'ultimo
versetto della parabola più che un senso morale indica con
precisione l'errore di chi cerca di tesoreggiare egoisticamente,
trascurando di arricchirsi verso Dio. E' lo sbaglio di colui che
cade vittima della cupidigia terrena, è l'atteggiamento
dell'uomo tutto preso dalle preoccupazioni di quaggiù,
colui nel quale non c'è più posto per Dio.
Dal soliloquio del latifondista emerge l'anima del padrone,
l'uomo appagato e sicuro, senza problemi se non quello di
programmare un futuro sicuro e pieno di promesse. La
mentalità del proprietario tutto avviluppato nel suo mondo
solitario è rilevata molto bene dalla monotona
ripetizione: il mio raccolto, i miei magazzini, i miei beni! In
questo mondo non c'è posto per nessun altro, dove il
centro di gravità è lui e soltanto lui!
All'improvviso però una voce spezza il velo delle
illusioni e dei castelli di carta: "Stolto!" L'uomo che non tiene
conto di Dio. L'uomo vuoto e fatuo. L'uomo che ripone la sua
fiducia in un falso fondamento (o sulla sabbia). "Questa
notte stessa ti sarà richiesta la vita,..."
L'unico modo di riscattare il possesso dei beni è di
farne un buon uso, di farli circolare, distribuirli agli altri,
ai poveri e per le opere di misericordia. Gesù invita a
distaccare il cuore dai beni terreni, che non ci arricchiscono
davanti a Dio: nella morte saremo giudicati non in
conformità a quello che possediamo, ma sul modo con cui
avremo realizzato la nostra vocazione, nella fedeltà a Dio
e agli uomini, mediante la pratica costante della carità.
Purtroppo l'avidità di possedere, la potenza del denaro,
fonte di peccato, resterà sempre una delle più
grandi tentazioni per l'uomo. Con lui ci s'illude di comprare
tutto: onori, piaceri, benessere, stima, scordando come invece
è fonte di preoccupazioni, d'ingiustizie, d'odio, oltre
alla realtà sempre incalzante della morte che
porterà via ogni cosa. Noi cristiani non dobbiamo servire
il denaro, ma servirci dei beni materiali per aiutare i fratelli
e le sorelle più povere e bisognose.
Libertà dalle
preoccupazioni di fronte ai beni.
Capitolo 12,22-34
*Poi disse ai suoi discepoli: Perciò vi dico: Non
siate in ansia per la vostra vita, per ciò che mangerete,
né per il vostro corpo, come lo vestirete. *Perché
la vita vale più del nutrimento e il corpo più del
vestito. *Osservate i corvi: non seminano né mietono, non
hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto
più degli uccelli valete voi! *Chi di voi, per quanto si
affanni, può prolungare di un poco la propria vita? *Se
dunque voi non potete fare neppure il minimo, perché vi
affannate per il resto? *Osservate come crescono i gigli: non
filano, non tessono; eppure vi dico che nemmeno Salomone in tutto
il suo splendore fu mai vestito come uno di essi. *Ora, se Dio
veste così l'erba che oggi è nel campo e domani
viene gettata nel fuoco, quanto più valete voi, gente di
poca fede! *Non tormentatevi dunque per cercare che cosa
mangerete o che cosa berrete: *per tutte queste cose si dà
da fare senza pace la gente del mondo, ma il vostro Padre sa che
ne avete bisogno. *Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose
vi saranno date in aggiunta. *Non temere, piccolo gregge,
perché il Padre vostro ha stabilito di darvi il suo regno.
*Vendete i vostri beni e dateli in elemosina. Fatevi borse che
non si consumano e un tesoro inesauribile nei cieli, dove ladro
non s'accosta e tignola non consuma. *Perché dove è
il vostro tesoro, là sarà anche il vostro
cuore.
"Non siate in ansia per la vostra vita,..."
l'esortazione fa da motivo conduttore del brano. I detti di
Gesù mirano ad escludere dalla vita dei discepoli d'ogni
tempo l'ansia angosciosa per le necessità, le
contrarietà, e le tentazioni quotidiane dell'esistenza.
Lasciarsi prendere dall'ansia non è una semplice
manifestazione di malessere, ma una sorgente dalla quale e a
causa della quale si originano molte tentazioni. Chiaro che
Gesù non intende affatto fare l'apologia della pigrizia o
dell'imprevidenza . Egli non contrappone al lavoro impegnato una
vita inattiva. Piuttosto propone un atteggiamento interiore di
fiduciosa serenità all'interno di un impegno lavorativo,
anche duro e faticoso. In concreto Gesù ammonisce gli
sfiduciati. Il vocabolo greco "oligopistoi" che qui ricorre (si
trova nella fonte "Q") trova ampio e privilegiato uso nel vangelo
di Luca. Serve ad esprimere la mancanza di fiducia dei credenti.
Questi hanno fede, ma sono afferrati dalla sfiducia (altro
effetto dell'ansia). Alle prese con le difficoltà si
lasciano travolgere Tuttavia il brano del vangelo non si limita
ad esortare, intende invece giustificare l'appello ripetuto. I
discepoli d'ogni tempo sono nelle mani del Padre celeste. Se egli
si cura degli uccelli, procurando loro il nutrimento, se riveste
i fiori del campo di splendore e bellezza, a maggior ragione non
permetterà che manchi il necessario ai credenti suoi
figli, che ai suoi occhi valgono molto di più. Lasciarsi
travolgere dall'ansia, significa comportarsi da pagani, ignari
della presenza provvida di Dio, che conosce perfettamente quanto
abbisogna ai figli suoi.
A quest'argomento sono state aggiunte secondariamente due
motivazioni di carattere filosofico-sapienziale: più
importante del cibo e del vestito è la vita; dopo tutto
l'ansia è sterile e non serve prolungare di un sol giorno
la durata dell'esistenza, anzi. Ricondotta l'ansiosa
preoccupazione per le necessità della vita ad un
atteggiamento fiducioso, Gesù propone ai discepoli in modo
corretto ciò che deve stare al vertice del loro impegno e
della loro ricerca: "Cercate piuttosto il suo regno, e queste
cose vi saranno date in aggiunta. Non temere, piccolo gregge,
perché il Padre vostro ha stabilito di darvi il suo
regno".
Gesù ci esorta ad un fiducioso abbandono nelle mani del
Padre celeste, accettando di vivere l'oggi carico della sua
bontà e del suo amore. Le parole di Gesù sono un
messaggio di straordinaria consolazione: abbiamo un Padre in
cielo che pensa a noi molto più che ai fiori dei campi e
degli uccelli in cielo. La nostra situazione è dunque
simile a quella di un ragazzo, che è sereno e tranquillo
perché padre e madre pensano a lui circondandolo
d'amore.
I versetti che abbiamo meditato, definiti delle preoccupazioni
e dell'ansia, liberano i discepoli di Gesù dall'eccessivo
interesse per il cibo e il vestito per mezzo della riflessione
sulla provvidenza di Dio che si manifesta nella natura (gli
uccelli e i fiori selvatici), e a comprendere che gli esseri
umani sono ancor più importanti agli occhi di Dio.
Dobbiamo imparare che gli affanni non risolvono nulla e siamo
invitati a riconoscere che, se il nostro cuore è disposto
a servire Dio solo, queste cose baderanno a se stesse. Il Dio al
quale noi ci rivolgiamo in preghiera, come Padre sa tutto
ciò di cui abbiamo bisogno. Stiamo parlando dell'altruismo
della carità, altruismo totale ed assoluto, che per un
principio sovrumano provvede materialmente agli altri fino a
trascurare se stessi: "Vendete i vostri beni e dateli in
elemosina. Fatevi borse che non si consumano...e un tesoro
inesauribile nei cieli..." Perché rinunciare alle
ricchezze? Perché confidare solo nel tesoro dei cieli?
Perché considerare tutto il mondo presente come un'ombra
fugace? A queste domande Gesù risponde ammonendoci:
"Perché dove è il vostro tesoro, là
sarà anche il vostro cuore".
Parabola sulla vigilanza e
responsabilità.
Capitolo 12,35-48
*Restate in tenuta di lavoro e con le vostre lucerne
accese *come uomini che attendono il loro signore al suo ritorno
dalle nozze, per essere pronti ad aprirgli appena arriva e bussa
alla porta. *Beati quei servi che il Signore al suo arrivo
troverà vigilanti. Vi assicuro che egli si metterà
in tenuta di lavoro e passerà a servirli. *E se arriva a
notte fonda o prima dell'alba e li troverà così,
beati loro! *Voi lo sapete: se il padrone di casa conoscesse a
che ora il ladro viene, non si lascerebbe scassinare la casa.
*Anche voi dunque state preparati, perché non sapete a
quale ora il Figlio dell'uomo verrà. *Gli domandò
Pietro: Signore, questa parabola la dice per noi o anche per
tutti? *Rispose il Signore: Chi è dunque l'amministratore
fedele e avveduto che il padrone di casa metterà a capo
della sua servitù per distribuire a tempo debito le
razioni di cibo? *Beato quel servo che il padrone al suo arrivo
troverà a fare così. *Vi assicuro che egli lo
metterà a capo di tutti i suoi beni. *Ma se quel servo
dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, e cominciasse
a percuotere i servi e le serve, a mangiare e bere e a
ubriacarsi, *il padrone di quel servo arriverà nel giorno
i cui non s'aspetta e nell'ora che non conosce e lo punirà
severamente assegnandogli la sorte degli infedeli. *Ora il servo
che, pur conoscendo la volontà del suo padrone, non
dispone né fa secondo il volere di lui, riceverà
molte percosse; *quello invece che non la conosce e fa cose degne
di castighi, ne riceverà poche. A chi è stato dato
molto, sarà richiesto molto, e a chi è stato
affidato molto sarà richiesto molto di
più.
La vita dei discepoli è caratterizzata da due
atteggiamenti: la vigilanza e la responsabilità. Tutti noi
discepoli di Gesù Cristo siamo persone rivolte al futuro
dal quale attendere la salvezza. Per questo stiamo all'erta,
sempre pronti come per un viaggio e "in tenuta da lavoro e con le
lucerne accese", perché sappiamo che il futuro salvifico
non è una chimera anonima, ma un nome e un volto preciso:
è il Signore nostro Gesù. Ne consegue che il
periodo dell'attesa è il tempo della
responsabilità, della vigilanza e della fedeltà. Se
abbiamo letto attentamente il brano evangelico, ci accorgiamo che
la sezione della Parola si apre in sostanza con tre parabole
appena accennate (quella del padrone, del ladro,
dell'amministratore). La prima parabola, quella dei servi che
attendono il loro padrone, narra che lui era partito avvertendo
la servitù che sarebbe andato ad una festa di nozze, e
perciò il suo ritorno non poteva che essere a notte
inoltrata; ma i premurosi servi desiderano che il padrone non
attenda alla porta neppure un istante, quindi passano le ore
notturne vegliando in tenuta da lavoro e le lucerne accese e con
l'orecchio teso al suo arrivo. A questo punto le immagini della
parabola cedono il posto alla realtà. I servi sono
dichiarati: "Beati quei servi che il Signore al suo arrivo
troverà vigilanti!" Il padrone, commosso da tanta cura, si
mette a servirli, lui, infatti, ha già cenato alle nozze,
ma quei bravi servi non hanno avuto tempo di prepararsi un po' di
cibo per l'ansia di tenersi pronti mentre trascorrevano
sollecitamente le ore della notte. Questo non avviene nella
realtà quotidiana, ma nella comunione gioiosa che il
Signore Gesù ha fatto intuire ai suoi amici.
Nella stessa situazione si sviluppa la seconda parabola. Il
padrone fa sorvegliare la casa, perché non conosce l'ora
in cui il ladro può venire a scassinare la casa:
perciò volendo essere sicuro, diffida di qualunque ora e
durante l'intera notte mantiene la sorveglianza. Così
Gesù termina la parabola:" Anche voi dunque state
preparati, perché non sapete a quale ora il Figlio
dell'uomo verrà". Qual è questa "venuta" del Figlio
dell'uomo? E' quella che mostrerà palesemente il risultato
perenne e immutabile degli insegnamenti di Gesù. Lui aveva
parlato della rinuncia delle ricchezze, contrapponendo a loro il
tesoro nei cieli. Ma perché rinunciare alle ricchezze?
Perché considerare il mondo come un'ombra fugace?
Perché, appunto, si compierà la "venuta" del Figlio
dell'uomo; la quale dissiperà l'ombra fugace e
svelerà la realtà perenne, farà sfumare le
ricchezze terrene accumulate e distribuirà l'invisibile
tesoro celeste, adempiendo le speranze di coloro che hanno
sperato in quella "venuta" e fisserà in eterno la loro
sorte beata.
La terza parabola, quella dell'amministratore, che Luca
esplicitamente l'ha riferita ai responsabili della
comunità. L'uomo di fiducia, al quale il padrone durante
la sua assenza ha affidato la responsabilità di tutto il
personale di servizio, ha due possibilità: essere fedele e
così ricevere dal suo signore una ricompensa che va oltre
ogni limite; oppure abusare del suo potere, tradire la fiducia
del suo signore e spadroneggiare sugli altri servi. La parabola
è costituita da un quadro positivo (l'amministratore
fedele) e da uno negativo (l'amministratore che si atteggia a
padrone). Vi devo confessare che stabilire a quale dei due quadri
vada attribuito il peso maggiore non è facile. Gesù
sembra indugiare su entrambi. Il tema è sempre, come nelle
parabole precedenti, l'arrivo improvviso del Signore, ma non
è più richiesto "lo stare svegli", bensì il
compimento fedele degli incarichi ricevuti. In tal modo la
vigilanza è arricchita di un'ulteriore sfumatura:
l'impegno nello svolgimento del proprio lavoro, l'assunzione
delle proprie responsabilità. Ovviamente, la parabola
è per tutti i fedeli, tuttavia la figura
dell'amministratore responsabile si applica in particolare a
coloro che svolgono funzioni di servizio come dirigere,
insegnare, profetare, guarire, benedire, discernere, ecc...
Ma c'è un'altra cosa importante che emerge dalla
Parola, nulla si dice dei diritti e dei poteri dei servi:
semplicemente sono richiamati allo svolgimento corretto del loro
compito. Non è certamente un caso che l'esempio scelto da
Gesù fra i molti possibili riguardi la distribuzione del
cibo agli altri servitori. Preoccuparsi degli altri è il
compito fondamentale che il padrone affida al suo amministratore
capo. Il rovescio dell'amministratore "saggio e fedele" è
la figura del servo che calcola il ritardo del ritorno del suo
signore per approfittarne, spadroneggiare sugli altri, conducendo
una vita dissoluta e tradire la sua fiducia.
La vita dei cristiani dovrebbe essere tutta tesa a preparare
l'incontro con il Signore. La morte che provoca tanta paura in
chi non crede, per i cristiani è una meditazione
esaltante: segna la fine della prova, la nascita della vita
immortale, l'incontro con Gesù Cristo che ci conduce alla
casa del Padre. Le sentenze, sotto forma di parabole, mostrano
l'atteggiamento pronto e servizievole dei servi nell'attesa del
padrone. L'elemento essenziale del racconto sta però nel
capovolgimento di situazione: i servi anziché servire, si
mettono a tavola e il padrone li serve. Inoltre i cristiani
dovrebbero assumere la propria responsabilità. Vale a dire
che messi di fronte agli avvenimenti, col loro intrecciarsi di
cause e di conseguenze, giochiamo allo scaricabarile...La colpa,
si sa, è sempre degli altri, dei dirigenti, dei governi,
delle gerarchie...Ma il sapere esaminare noi stessi senza
debolezze e riconoscere la propria parte di
responsabilità, è indice di maturità, anche
cristiana. Il vangelo presenta i cristiani vigili con la
psicologia dell'amministratore, non del padrone.
Noi cristiani siamo aperti al futuro, nell'attesa vigile di
nostro Signore Gesù Cristo e per questo seriamente
impegnati ad essere servi fra i servi, senza rivendicare per noi
stesse dinastie, caste di potere, perché uno solo è
il Signore, cui noi siamo preposti temporaneamente con una
responsabilità e fedeltà più obbligati che
non per gli altri.
Urgenza della decisione.
Capitolo 12,49-59
*Un fuoco sono venuto a portare sulla terra, e come vorrei
che fosse già acceso! *C'è un battesimo che devo
ricevere, e come mi sento teso fino a che non sia compiuto!
*Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi
dico, ma la divisione. *Poiché d'ora in poi se in una casa
ci saranno cinque persone, saranno divise: tre contro due, e due
contro tre; *padre contro figlio e figlio contro padre, madre
contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora
contro suocera. *Diceva poi alle turbe: Quando vedete una nuvola
alzarsi a occidente, subito dite: Viene la pioggia e così
avviene; * e quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà
caldo, e così avviene. *Ipocriti, sapete riconoscere
l'aspetto della terra e del cielo, e il tempo presente
perché non lo comprendete? *E perché non giudicate
da voi stessi ciò che è giusto? *Se vai con il tuo
avversario dal magistrato, per via procura di accordarti con lui,
perché non ti trascini davanti al giudice, e il giudice ti
consegni alla guardia e la guardia ti getti in carcere. *Io ti
dico che non uscirai di là finché non abbia pagato
fino all'ultimo spicciolo.
Luca riunisce in questo brano vari detti di Gesù sulla
sua missione, e con ciò prepara i versetti sull'urgenza di
decidersi per lui. Appare chiaramente che il fuoco sarà
acceso da Gesù nella sua passione. Con ogni
probabilità Luca pensa al dono dello Spirito Santo, anche
se l'immagine del fuoco, mutuata dai profeti, suggerisce il
giudizio. Ora il dono dello Spirito Santo, dato a coloro che
accolgono Gesù, causa divisioni sulla terra. Il
Gesù di questi primi versetti relativi al fuoco della
divisione non è quello sdolcinato di certe immagini o il
protagonista lacrimogeno di certi filmati. Quello non porta
nessuna divisione. Può anche limitarsi a essere un
personaggio esemplare del passato o un ricordo emotivo della
prima comunione. La vita reale, quella dura e conflittuale, gli
passa accanto senza essere toccata. Nel libro di Papini, sulla
"Vita di Cristo", egli scrisse che gli uomini hanno fatto
qualcosa di peggio che opporsi a Gesù: lo hanno
dimenticato. O hanno cercato di renderlo innocuo sotto la patina
del romanticismo o di una preghiera asettica, immunizzata da
qualsiasi contatto coi conflitti della vita. Se cerchiamo nella
preghiera, nell'eucaristia, una specie di tranquillante
spirituale per scordare i problemi quotidiani, troveremo il
Gesù della nostra fantasia, ma non quello vero del
vangelo.
Poi, Gesù, lasciato per il momento il tono
dell'istruzione o esortazione ai discepoli, si rivolge alla
folla. Due brevi parabole, abbastanza trasparenti nella loro
valenza religiosa, traducono molto bene l'appello serio a
prendere una decisione immediata. La prima è la parabola
dei segni del tempo: chi sa pronosticare il tempo meteorologico e
ne trae all'stante le conseguenze, deve saper trarre dal
discernimento dei segni del tempo presente una decisione
operativa. E i segni dati da Gesù sono alla vista di
tutti, per cui, se qualcuno non si decide, significa che si
trincera ipocritamente dietro falsi alibi. Ma non deve scordare
che è davanti all'ultima occasione. La parabola della
riconciliazione prima del processo è un appello al buon
senso, alla saggezza popolare. La povera gente sa che è
preferibile a tutti i costi sistemare i contrasti in via
amichevole perché, messa in moto la macchina del processo,
la conclusione normale è la condanna e il carcere.
Gesù pare voler dire ai suoi contemporanei: è
questa l'ultima possibilità, decidetevi prima
dell'irreparabile.
C'è, però, un'altra considerazione da tenere
presente, e riguarda noi come popolo di Dio e come Chiesa. Il
Concilio Vaticano II ha detto chiaramente che "è dovere
permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di
interpretarli alla luce del vangelo, cosicché, in un modo
adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni
interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura
e sul loro reciproco rapporto". Infatti, Giovanni XXIII, nella
"Pacem in terris", aveva considerato segni dei
tempi alcuni valori evangelici che stimolano dall'interno
l'attuale sviluppo storico: l'emancipazione delle classi
lavoratrici, il riconoscimento del posto della donna nella vita
pubblica, l'emancipazione dei popoli un tempo (purtroppo ancora
oggi) colonizzati, la pianificazione universale, l'unificazione
del mondo, la progressiva socializzazione dei vari aspetti della
vita umana, da quelli economici (urgenti oggi) a quelli umani e
spirituali. In questo modo l'esistenza concreta e storica
dell'uomo, diventa una fonte teologica, a condizione di
discernere, nell'insieme dei fatti, la direzione verso cui essi
convergono (per noi Gesù e il suo regno). Indice Vangelo di Luca
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