Vangelo di Luca

Il "Padre nostro".
Capitolo 11,1-4
*Un giorno Gesù si trovava a pregare: quando ebbe
finito uno dei discepoli gli chiese: Signore, insegnaci a
pregare, come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli. *Egli
disse loro: Quando pregate dite:
Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdonaci i nostri peccati,
perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Amen.
A questo punto siamo tutti in piedi a pregare il nostro Padre
celeste insieme a Gesù, Maria e i santi, come Lui ci ha
insegnato. Tra poco esploreremo la bellissima preghiera del Padre
Nostro con l'intento di aprire nuovi orizzonti alla meditazione e
ad una partecipazione personale più completa al suo
mistero. Il Padre Nostro è una preghiera di relazione.
Oggi molte persone alzano le mani quando pregano (è un
gesto meraviglioso ed espressivo), comunicando a Dio la loro
apertura, il loro abbandono, il loro desiderio di essere toccati
da Lui. Altre ancora si tengono per mano per costruire un senso
ideale di comunità. Ci rivolgiamo al Signore con un
atteggiamento di pentimento e d'umiltà, consapevoli della
nostra povertà spirituale e, nello stesso tempo, in
pienezza di gioia e di gratitudine, perché ci riconosciamo
figli e figlie dell'Altissimo, eredi del Regno. Noi siamo "la
stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo
che Dio si è acquistato perché proclami le opere
meravigliose di lui e che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua
ammirabile luce" (1Pt.2,9).
Padre... Si tratta di un grido di
libertà e pieno di fiducia. Mentre pronunciamo le parole
"Padre Nostro", ci rivolgiamo a Dio unitamente ai nostri fratelli
e sorelle di tutto il mondo. Inoltre ci ricordiamo dei defunti
nella nostra preghiera. Dio, infatti, è il Nostro Padre,
il Padre dei vivi e dei morti.
Dio, il grande IO SONO del roveto ardente, ha
scelto di essere nostro Padre: ha scelto di creare, nutrire,
istruire, guarire, soccorrere, proteggere, educare e amare
ciascuno di noi. Egli ci tiene nel palmo della sua mano e ci
promette di non abbandonarci, di non scordarci. Lo stesso Dio che
dimora nell'alto dei cieli ci chiede di chiamarlo Padre e
c'invita a stabilire una relazione d'amore con lui. Non solo, il
Padre Nostro ben più che un testo da recitare, contiene
una serie di richiami che devono suscitare nei nostri cuori i
pensieri stessi di Dio e disporli ad accogliere i suoi doni.
Queste parole ci rammentano che Egli non è come il nostro
padre terreno. Il suo amore è perfetto e senza condizioni.
Non ci farà mai del male. Non ci abbandonerà mai.
E' tutto ciò di cui occorriamo. Vuole aiutarci in tutti i
modi, anche nei piccoli problemi della vita quotidiana. Le sue
risorse sono illimitate, perché a Lui nulla è
impossibile. E' capace di realizzare atti di guarigione e di
liberazione per esaudire ogni nostro bisogno. Le sue vie sono
superiori alle nostre. Eppure lo possiamo conoscere e possiamo
camminare con Lui nel Regno dei cieli. San Paolo ci consiglia:
"Cercate le cose di lassù" (Col.3,1).
Sia santificato il tuo nome… Questo
non significa che Dio sia santificato dalle nostre preghiere, Lui
che è sempre santo. Dio è irraggiungibile da
qualunque profanazione e degno d'ogni onore. Con la frase
chiediamo che il suo nome sia santificato in noi perché,
santificati nel suo battesimo, perseveriamo in ciò che
abbiamo già cominciato ad essere. Infatti, più
sappiamo lodare la sua santità, la sua meravigliosa
natura, più siamo aperti all'accoglienza e alla
guarigione.
Venga il tuo regno… Dal racconto
dell'orazione nel Getsemani, emerge ciò che fu il nucleo
della preghiera di Gesù, così com'è
l'espressione centrale del Padre Nostro. Gesù supplica Dio
Padre perché ad ogni costo si adempia la volontà
divina, sia in cielo che in terra. Nel regno entra solo chi fa la
volontà del Padre (Mt.7,21). Infatti, noi chiediamo a Dio
di governare nella nostra vita personale e nel mondo che
verrà. E' come se dichiarassimo: "Signore, conferma la tua
signoria su di me". "Sei tu il mio re, Dio mio" (Salmo 43,5).
Preghiamo affinché la sua giustizia e la sua pace regnino
nel cuore d'ogni essere umano. Preghiamo perché il suo
regno venga tra i Paesi in guerra, tra i tossicodipendenti e
nelle cliniche dove si abortisce, nelle famiglie divise e
separate, nei corpi distrutti dalle malattie, per coloro che
hanno fame, senza casa e senza lavoro, per tutti coloro che non
hanno pace. Rammentando che lo scopo principale della nostra vita
di cristiani è di collaborare all'edificazione di questo
Regno, in ogni luogo dove ci troviamo. La nostra gioia è
fare la volontà del Padre: "…che io faccia il tuo
volere. Mio Dio, questo io desidero" (Salmo 39,9).
Dacci ogni giorno il nostro pane
quotidiano… Il senso dell'aggettivo "quotidiano"
è duplice: pane "sostanziale" e pane "di domani". E' come
se dicessimo: dacci il pane del regno che deve venire. Infatti,
il regno che deve venire è paragonato ad un grande
banchetto (Mt.22,1ss; Lc. 16,16ss). Il pane del regno futuro
è l'eucaristia, che ci riporta all'ultima Cena.
Dio ha sempre provveduto alle necessità del suo popolo,
con mezzi ordinari e straordinari. Ha provveduto agli Ebrei nel
deserto (Es.16-17); ha fornito il cibo per Elia e per la vedova
che lo ha servito (1Re 17,7-15); ha dato da mangiare alle
cinquemila persone (Lc. 9,10-17). Nella preghiera ci poniamo alla
presenza del Signore con le necessità quotidiane del
corpo, della mente e dello spirito. Preghiamo per i nostri
bisogni fisici: casa, vestiario, cibo, salute. Preghiamo per i
nostri bisogni psicologici; la conoscenza delle cose divine,
l'educazione, l'istruzione, la guida e la saggezza nelle
decisioni, le esigenze sociali, la salute emotiva e mentale.
Preghiamo per i bisogni dello spirito: il rapporto con Dio, la
grazia del perdono, l'accrescimento della fede e la conversione
giornaliera, la capacità di realizzare la nostra vocazione
di vita cristiana.
Rammentiamo sempre la parabola del vignaiolo che inviò
a lavorare ad ore diverse e poi pagò a tutti la medesima
cifra. Infatti, diede a ciascuno quello che serviva per il
giorno. Similmente, Egli ci dà quello di cui
occorriamo.
E perdonaci i nostri peccati, perché anche noi
perdoniamo ad ogni nostro debitore… "Padre,
perdona loro, perché non sanno quello che fanno"
(Lc.23,34). Il perdono è l'elemento chiave di guarigione
del Padre Nostro. Chiediamo aiuto a Dio di aiutarci a perdonare e
di avvertirne il desiderio. Per fare ciò è utile
meditare sui brani delle Scritture che si riferiscono alla
misericordia di Dio (per esempio: la parabola del "Figliol
prodigo"), o alla Passione di Gesù Cristo. Dio Padre
è sempre pronto ad accoglierci a braccia aperte.
E non ci indurre in tentazione… Cadere
nella tentazione è un rischio contro di cui Gesù
Cristo mette in guardia i discepoli all'inizio della passione
(Mt.26,31), e poi tutti i credenti d'ogni tempo. La scena del
Getsemani è presentata come un "entrare nella tentazione".
Solo la preghiera ci permette di non soccombere alla tentazione.
La tentazione rimanda al Tentatore, che nella scena del Getsemani
non è esplicitamente nominato, ma che ritroviamo nella
frase conclusiva del Padre Nostro. Siamo quindi riportati
all'episodio dei quaranta giorni trascorsi da Gesù nel
deserto, dove fu sottoposto a "ogni tentazione da Satana, che
subito dopo si allontanò per ritornare al tempo fissato"
(Lc.4,13), ossia il tempo della Passione. Ma significa anche che
noi chiediamo a Dio di non permettere che noi siamo indotti dal
tentatore, l'autore della corruzione. La Scrittura dice, infatti:
"Dio non tenta nessuno al male". Il tentatore è il
diavolo, ed è per vincerlo che il Signore ha detto:
"Vigilate e pregate per non cadere in tentazione". Diciamo questo
a motivo della parola dell'Apostolo: "Voi non sapete ciò
che dovete domandare nelle vostre preghiere". Dobbiamo pregare
l'unico Dio onnipotente in modo che egli nella sua misericordia
ci conceda di lottare contro tutto ciò da cui la debolezza
umana non ha la forza di difendersi né di allontanarsi.
Per Gesù Cristo nostro Signore, nostro Dio, "che vive e
regna nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli
dei secoli".
Quando preghiamo il Padre nostro, rammentiamo che
siamo uniti a milioni di altre persone sparse in tutto il mondo,
che pregano allo stesso modo, ogni giorno. Consapevoli di questa
realtà, poniamoci davanti al Padre con umiltà, con
Gesù, Maria e i santi, prendendo il nostro posto di figli
e figlie dell'Altissimo.
Come pregare.
Capitolo 11,5-13
*E aggiunse loro: Se uno di voi ha un amico e va da lui a
mezzanotte e gli dice: Amico, prestami tre pani, *perché
un amico mio è arrivato da un viaggio e non ho nulla da
offrirgli; *se quello dall'interno risponde: Non mi dar
seccature, ora la porta è chiusa e i miei figli stanno a
letto con me, non posso alzarmi e darteli; *io vi dico che, anche
se non si alza a darglieli in quanto amico, pure per
l'importunità sua si alzerà e gli darà
quanto gli occorre. *Perciò vi dico: Chiedete e vi
sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà
aperto. *Infatti chiunque domanda riceve, chi cerca trova, e a
chi bussa sarà aperto. *E chi è tra voi quel padre
che al figlio, il quale chieda un pane, dia un sasso? Oppure dia
un serpente se chiede un pesce? *Oppure uno scorpione se chiede
un uovo? *Se dunque voi che siete cattivi sapete dare cose buone
ai vostri figli, quanto più il Padre che è nei
cieli darà lo Spirito Santo a coloro che glielo
domandano.
La parabola è indirizzata ai discepoli, "E aggiunse
loro…", e fa parte di un'ampia catechesi sulla preghiera,
il cui centro è costituito dal Padre nostro. Gesù
continua l'insegnamento sulla preghiera illustrandone
particolarmente le principali qualità che sono la tenacia
e la fiducia. La preghiera, secondo Gesù, deve essere
tanto insistente e tenace, da sembrare quasi petulante: la norma,
infatti, è illustrata con una parabola.
In un villaggio qualsiasi vi sono due amici, uno dei quali a
notte inoltrata riceve la visita di un amico che è in
viaggio e desidera alloggiare quella notte presso di lui. Un
giaciglio si fa presto a preparare; ma il viandante ha fame, e
come si fa a servirlo se tutto il pane disponibile in casa
è stato mangiato nella cena di quella sera? Non resta che
andare a chiederlo in prestito; ma dove andare, l'ora è
tarda e tutti dormono? Non rimane che tentare presso l'amico;
è già mezzanotte, ma avrà pazienza e
farà questo favore. Ad una prima lettura il breve racconto
pare descrivere un normale comportamento fra amici: se hai un
amico e sei nel bisogno, puoi anche importunarlo di notte, e
nemmeno ti meravigli se ti risponde male: insisti. Infatti,
l'amico ospitante va all'uscio dell'altro e inizia a bussare
forte: "Amico, prestami tre pani, un amico è arrivato da
un viaggio e non ho nulla da offrirgli". Quello di dentro
risvegliato bruscamente e piuttosto seccato: "Non mi dar
seccature, la porta è chiusa e i miei figli stanno a
letto, non posso…" Quello di fuori non si scoraggia e non
cessa di bussare e strepitare, quello di dentro alla fine
cederà, se non in forza dell'amicizia, certo in forza
della seccatura. Quindi, un invito al coraggio e alla confidenza
nei confronti di Dio. L'insistenza presuppone sempre l'una e
l'altra cosa. Non si insiste di fronte ad un estraneo che incute
timore. Né si persevera se non si ha fiducia. Davanti a
Dio l'uomo abbia confidenza e fiducia. La preghiera biblica
è insieme rispettosa, docile e ferma.
Tuttavia, la conclusione che Gesù ne trae, e il
contesto che immediatamente segue, mostrano che la parabola vuole
affermare la certezza dell'esaudimento. Come è certo che
quell'amico, per una ragione o per l'altra, finirà con
l'alzarsi, così è certo che Dio ascolta chi lo
prega. A questo punto, però, sorge spontanea una domanda
che l'evangelista nella sua catechesi avverte con
lucidità: se l'ascolto è certo, come si spiega che
spesso l'uomo non ottiene da Dio quanto gli ha chiesto? Luca
afferma che Dio ascolta sempre, ma a modo suo. Le sue risposte
non sempre coincidono con le nostre domande.
I paragoni a cui Gesù ricorre per illustrare questo
concetto possono sorprendere: "Perciò vi dico:
Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi
sarà aperto. *Infatti chiunque domanda riceve, chi cerca
trova, e a chi bussa sarà aperto. *E chi è tra voi
quel padre che al figlio, il quale chieda un pane, dia un sasso?
Oppure dia un serpente se chiede un pesce? *Oppure uno scorpione
se chiede un uovo? *Se dunque voi che siete cattivi sapete dare
cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre che
è nei cieli darà lo Spirito Santo a coloro che
glielo domandano". Un pane e una pietra, un pesce e una
serpe, un uovo e uno scorpione. Con qualche fatica possiamo
scorgere una vaga somiglianza fra un sasso e un pane, un pesce e
una serpe, ma fra uovo e uno scorpione? Gesù ricorre a
tali immagini perché predilige paragoni imprevedibili,
come le cose che sta dicendo. Paragoni strani che catturano
l'attenzione, e che al tempo stesso sono trasparenti; l'uomo
è come un bambino che a volte non sa quello che chiede, e
Dio è come un padre che non concede sempre al figlio
ciò che questi gli domanda: gli dà soltanto
ciò che sa essergli utile.
L'esperienza dell'amore paterno è la vera parabola per
comprendere la generosità di Dio, il suo amore che non si
smentisce. Ma soltanto al termine dell'insegnamento Gesù
svela qual è il dono per eccellenza che si deve chiedere e
che sicuramente si ottiene nella preghiera dal momento che Dio
non lo nega mai: lo Spirito Santo. Solo così la preghiera
non è una formula d'incantesimo, né un'arte magica
per piegare Dio ai desideri umani; non è il supplemento
comodo di fronte alle frustrazioni e agli scacchi dell'esistenza.
La preghiera è una totale apertura all'amore fedele di
Dio, a quella libertà creativa che ha nel dono dello
Spirito Santo la sua fonte e stimolo permanente.
Gesù, il più forte,
nello scontro con satana.
Capitolo 11,14-28
*Gesù stava scacciando un demonio che era muto.
Uscito il demonio, il muto si mise a parlare e le turbe furono
prese da ammirazione. *Ma alcuni di loro dissero: Per mezzo di
Beelzebul, capo dei demoni, egli scaccia i demoni. *E altri, per
metterlo alla prova, chiedevano da lui un segno dal cielo. *Ma
egli, conoscendo i loro pensieri, disse: Ogni regno in sé
diviso va in rovina, e una casa crolli sull'altra. *Se dunque
anche satana è diviso in se stesso, come potrà
stare in piedi il suo regno? Eppure voi dite che io scaccio i
demoni per mezzo di Beelzebul. *Ora, se io per mezzo di Beelzebul
scaccio i demoni, i vostri discepoli per mezzo di chi scacciano?
Per questo essi saranno i vostri giudici. *Se invece io scaccio i
demoni con la potenza di Dio, dunque è giunto a voi il
regno di Dio. *Quando un uomo forte, tutto armato, sta a guardia
del suo palazzo, tutti i suoi beni sono al sicuro. *Ma se uno
più forte di lui sopravviene e lo vince, gli toglie le
armi nelle quali confidava e ne distribuisce le spoglie. *Chi non
è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con
me disperde. *Quando lo spirito immondo è uscito
dall'uomo, va errando per luoghi aridi in cerca di riposo; e, non
trovandolo, dice: Ritornerò nella casa mia dalla quale
sono uscito. *E venuto, la trova spazzata e ordinata. *Allora va
e prende altri sette spiriti peggiori di sé, ed entrati,
vi si insediano. Così la condizione finale di quell'uomo
diviene peggiore di prima. *Mentre egli parlava così, una
donna tra la folla alzò la voce e disse: Beato il grembo
che ti ha portato e le mammelle che hai succhiato. *Ma egli
rispose: Piuttosto beati coloro che ascoltano la parola di Dio e
la mettono in pratica.
Luca molto brevemente racconta della guarigione di un uomo che
non poteva parlare a causa di un demonio, e poi mette in
contrasto due reazioni: lo stupore della folla di fronte ai
"segni" senza precedenti, e l'attribuzione del potere di
Gesù a satana da parte dei farisei e degli scribi. Questi
ultimi dicevano: "E' posseduto da Beelzebul…" Poi, per
metterlo alla prova, gli chiedono un segno dal cielo. La domanda
di un segno d'autenticazione dal cielo, da Dio, è una
tentazione per Gesù. E' l'invito subdolo, in nome di una
presunta serietà religiosa, a percorrere la strada del
messianismo spettacolare. Da parte dei farisei e degli scribi
è la pretesa di basare la fede sulla dimostrazione
evidente e controllabile di Dio, senza correre il rischio
dell'impegno personale. Da spettatori e controllori neutri e
distaccati, sono in grado di stabilire ciò che è
segno o meno della presenza di Dio. Questo significa ridurre la
libertà di Dio entro i limiti dei propri pregiudizi, dei
propri schemi soggettivi. A tali condizioni non c'è
più spazio per la fede. La fede è il confronto
più serio di Dio con l'uomo, com'è avvenuto nella
vicenda di Gesù. Il rifiuto di Gesù di sfruttare la
libertà di Dio a chi ha paura di vivere nel rischio della
libertà, è il rifiuto di vendere a buon mercato la
libertà dell'uomo.
Anche oggigiorno Gesù si scontra con
l'incredulità: incredulità che viene da
accecamenti, da partito preso, da disattenzione negli uomini
della chiesa. Il messaggio di Gesù, la sua vita, non
è accolto in profondità interiore. Anche oggi gli
uomini vogliono mettere alla prova Gesù, rifiutando
ciò che è donato da Dio e pretendono di fissare,
come i farisei e gli scribi, essi stessi come Dio debba agire.
Manca l'apertura, l'umiltà, la fiducia, la libera
adesione; le disposizioni interiori per accogliere Cristo. E
Gesù, come allora, "sospira profondamente" e si allontana,
rispettando la decisione umana; ma fa comprendere a tutti che
essa impedisce l'incontro e la salvezza. Questo giudizio di
Gesù sulla chiusura dell'uomo è terribile anche
oggi.
Come risposta ai farisei e agli scribi, Gesù offre tre
argomenti: a)se il suo potere sui demoni venisse da satana,
quest'ultimo avrebbe messo i suoi agenti contro se stesso,
distruggendo così il regno di satana; b)i suoi esorcismi
dovrebbero essere interpretati come delle buone azioni ispirate
dallo Spirito Santo, proprio come lo erano gli esorcismi
praticati da altri esorcisti giudei; c)lui non sarebbe in grado
di scacciare i demoni, a meno che non avesse potere sul capo dei
demoni stessi. Il fatto poi che collega gli esorcismi di
Gesù alla venuta del regno di Dio, è molto
importante per la comprensione di tutti i miracoli di
Gesù: essi sono segni che in Gesù il regno di Dio
sta facendo irruzione nel mondo e raggiungerà la sua
pienezza al tempo dovuto. Essendosi scontrato con le obiezioni
dei farisei e degli scribi, Gesù assume l'offensiva con
alcune ammonizioni: l'intimità con Gesù è
assolutamente essenziale, e i giudei devono riconoscerla,
altrimenti corrono il rischio di essere dalla parte sbagliata
quando verrà il regno di Dio; l'unico peccato
imperdonabile è attribuire l'opera dello Spirito Santo ad
uno spirito maligno, così come facevano i giudei con
Gesù, non riuscire a riconoscere il Figlio dell'uomo per
quello che è può essere comprensibile e anche
perdonabile, ma non riuscire a riconoscere la fonte del suo
potere è inescusabile; l'opposizione dei giudei nasce
dalla loro malvagità, e nel giudizio finale essi saranno
giudicati in base alla loro volontà o meno di confessare
che il potere di Gesù deriva dallo Spirito Santo. Da qui
il versetto che suona come un proverbio: "Chi non è
con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me
disperde".
Questa lunga scena termina con il breve dialogo di Gesù
con una donna della folla. Con istinto tutto femminile, lei
prorompe in un'esclamazione che esprime il sentimento della folla
ammirata. Gesù non rifiuta la beatitudine rivolta alla
propria madre, "Beato il grembo che ti ha portato e le mammelle
che hai succhiato", che in realtà, secondo la
mentalità orientale, è l'esaltazione del figlio, ma
fa un'aggiunta: la vera beatitudine è quella del discepolo
fedele e perseverante nell'ascolto e nella pratica della parola.
E in questa nuova beatitudine rientra anche la madre di
Gesù che accoglie e conserva la parola nel suo cuore.
Questa fedeltà umile è il clima ideale per
proseguire nel cammino alla libertà, inaugurato nei gesti
liberatori di Gesù.
Il segno del Figlio
dell'uomo.
Capitolo 11,29-36
*Mentre la gente gli si accalcava intorno, egli
cominciò a dire: Questa generazione è una
generazione malvagia; chiede un segno, ma non le sarà dato
altro segno se non quello di Giona. *infatti, come Giona divenne
un segno per quelli di Ninive, così il Figlio dell'uomo lo
sarà per questa generazione. *La regina del sud nel giorno
del giudizio si leverà con gli uomini di questa
generazione e li condannerà; perché essa venne
dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di
Salomone; ma qui vi è più di Salomone. *Gli uomini
di Ninive nel giorno del giudizio si leveranno con questa
generazione e la condanneranno, perché essi si sono
convertiti alla predicazione di Giona; ma qui vi è
più di Giona. *Nessuno accende una lucerna e la pone in un
ripostiglio o sotto un recipiente, ma sul lucerniere
affinché quelli che entrano vedano la luce. *La lucerna
del tuo corpo è l'occhio. Se il tuo occhio è sano,
anche il tuo corpo sarà tutto illuminato; ma se il tuo
occhio è malato, anche il tuo corpo sarà nelle
tenebre. *Bada dunque che la luce che è in te non sia
tenebra. *Se dunque la tua persona è tutta nella luce
senza alcuna zona d'ombra, allora tutto sarà luminoso come
quando la lucerna ti illumina con il suo splendore.
Malgrado tutti i miracoli che Gesù aveva già
operato, gli scribi e i farisei chiedono ulteriori segni.
Gesù, esasperato, promette loro il segno di Giona. Il
significato fondamentale del segno di Giona sembra implicare la
predicazione del pentimento ai non Giudei, e la sua accettazione
da parte di loro. Quando Giona, profeta dell'A.T., predicava la
conversione agli abitanti di Ninive, essi agirono secondo la
predicazione di Giona e si pentirono delle loro iniquità.
La regina di Saba (=la regina del sud) venne a Gerusalemme per
rendersi conto della saggezza di Salomone (1 re 10,1-6), e ne
rimase profondamente colpita. Gesù supera Giona e
Salomone, e quindi gli scribi e i farisei hanno una buona ragione
per pentirsi. Non ci sono per noi cristiani altri segni che
quello di Gesù, poiché Dio ha scelto di non
costringere l'uomo, ma di guadagnarne l'amore morendo per lui.
Proprio perché è Dio l'amore, egli non concede
altri segni che quello che è stato compiuto da Gesù
Cristo. Il vero miracolo è d'ordine morale: è
quella condizione umana di Gesù, assunta nella
fedeltà, nell'obbedienza e nell'amore assoluto, che
irradia totalmente la presenza divina al punto che, nella morte
stessa, Dio è stato presente al Figlio per risuscitarlo.
Precisamente in questo "segno di Giona" culminano tutti i
miracoli del vangelo, appello alla conversione e all'apertura
alla salvezza di Dio, segni della sua presenza spirituale nel
combattimento contro il peccato e la morte.
Ai tempi di Gesù le sole lampade disponibili erano dei
piccoli oggetti a forma di piatto in cui era bruciato l'olio. In
confronto alle nostre abitudini, queste lampade non davano certo
molta luce, ma in un periodo in cui l'elettricità non
esisteva ancora questa luce doveva apparire molto brillante.
Quindi il versetto concernente la lucerna mette in risalto che il
mistero del regno di Dio, comunicato segretamente da Gesù
ai discepoli, non resterà nascosto, ma sarà posto
dalla comunità cristiana pentecostale sul candelabro
perché risplenda a tutti: infatti, a lungo andare tutto
viene alla luce. Quindi, tutto ciò si riferisce
all'insegnamento del Maestro, poiché la rivelazione del
regno tende di sua natura ad illuminare tutti, proprio come la
lucerna. Infine i versetti seguenti dichiarano che gli occhi sono
le lucerne dell'intero corpo. In tale contesto esso si riferisce
al bisogno di una sincera visione spirituale, affinché la
persona possa comportarsi in modo adeguato. Coloro la cui visione
non è focalizzata sull'obbedienza a Dio piomberanno
nell'oscurità.
Requisitoria contro i farisei e i
legisti.
Capitolo 11,37-54
*Stava ancora parlando quando un fariseo lo invitò
a pranzo. Gesù entrò e s'adagiò subito a
mensa. *Il fariseo, visto che prima del pranzo non aveva fatto le
abluzioni, si meravigliò. *Ma il Signore gli disse: Ora
voi farisei pulite l'esterno della coppa e del piatto, ma il
vostro interno è colmo di rapacità e di
iniquità. *stolti! Forse chi ha fatto l'esterno non ha
fatto anche l'interno? *Piuttosto date in elemosina quello che
è dentro e allora tutto diventerà puro per voi. *Ma
guai a voi, farisei, che pagate la decima della menta e della
ruta e d'ogni ortaggio, e passate sopra alla giustizia e
all'amore di Dio. Queste cose bisognava fare senza trascurare le
altre. *Guai a voi, farisei, che amate il primo seggio nelle
sinagoghe e i saluti nelle piazze. *Guai a voi, perché
siete come sepolcri dissimulati, e gli uomini vi camminano senza
saperlo. *Allora uno dei legisti gli disse: Maestro, parlando
così offendi anche noi. *Ed egli rispose: Guai anche a
voi, esperti della legge. Perché opprimete gli uomini con
pesi insopportabili che voi non toccate neppure con un dito.
*Guai a voi, che costruite monumenti funebri ai profeti, mentre i
vostri padri li hanno uccisi. *Così anche voi date
testimonianza che siete d'accordo con le azioni dei vostri padri:
essi li hanno uccisi e voi innalzate loro i monumenti funebri.
*Per questo la sapienza di Dio ha detto: Manderò loro
profeti e apostoli; e ne uccideranno alcuni e altri ne
perseguiteranno, *affinché a questa generazione sia
chiesto conto del sangue di tutti i profeti versato fin dalla
creazione del mondo; *dal sangue di Abele al sangue di Zaccaria,
ucciso fra l'altare e il santuario. Sì, vi dico, ne
sarà chiesto conto a questa generazione. *Guai a voi,
legisti, che avete preso la chiave della conoscenza: voi non
siete entrati e avete impedito agli altri di entrarvi. *Quando
uscì di là gli scribi e i farisei cominciarono ad
accanirsi contro di lui e a provocarlo su varie questioni,
*tendendogli insidie per sorprenderlo in qualche parola
compromettente.
Nel brano Gesù formula i suoi attacchi durante un
pasto: l'evangelista ricorre, infatti, spesso al genere
conviviale. Il primo contrasto riguarda le abluzioni che
normalmente si dovevano fare prima dei pasti. Gesù se ne
è dispensato, pare, a ragion veduta, "Gesù
entrò e s'adagiò subito a mensa" ; dinanzi allo
stupore del suo ospite egli distingue l'interno e l'esterno, il
di dentro e il di fuori "Stolti! Forse chi ha fatto l'esterno non
ha fatto anche l'interno?". Si potrebbe ricordare una morale
dell'intenzione: quello che conta non è ciò che si
fa, ma l'intenzione con cui lo si fa. Tuttavia, temendo una
cattiva interpretazione (si potrebbe credere che bastino le buone
intenzioni), Gesù presenta all'istante un'intenzione
tradotta nell'azione, "Piuttosto date in elemosina quello che
è dentro allora tutto diventerà puro". Seguendo le
parole di Gesù, viene facile condannare un certo
cristianesimo moraleggiante, preoccupato di osservare i
comandamenti e i precetti (compresi quelli riguardanti il culto),
più per rispetto all'autorità (divina o
ecclesiastica) che li aveva emanati che per convinzione personale
profonda. Una religione e una morale del dovere, una fede solida
ma un po' passiva, una prospettiva di sanzioni eterne più
ispirate al timore che all'amore. Nonostante tutto, anche
all'interno di questa visione delle cose, si sono formati dei
santi: sarebbe ingiusto il facile disprezzo. Ma Gesù ci
indica una via d'uscita: "Date in elemosina quel che c'è
dentro", e anzitutto voi stessi; liberatevi dalla preoccupazione
di "acquistare virtù" per una perfezione individuale, e
rendetevi disponibili, con semplicità, all'incontro con
ogni persona. Se il nostro cuore è puro e libero, tutto
sarà puro.
Poi Luca riunisce in due gruppi di tre le "maledizioni" di
Cristo contro i farisei e gli scribi. La prima maledizione
riguarda il formalismo farisaico - "Guai a voi, farisei, che
pagate la decima della menta e della ruta e d'ogni ortaggio, e
passate sopra all'ingiustizia e all'amore di Dio" -, che discute
senza fine sui precetti più piccoli, ma dimentica i
comandamenti essenziali; la seconda è contro le
autorità religiose che preferiscono gli onori al servizio;
"Guai a voi, farisei, che amate il primo seggio nelle sinagoghe e
i saluti nelle piazze" -; la terza afferma che queste persone
sono così consumate dai vizi che il semplice passar loro
accanto fa contrarre la stessa impurità che si contrae
avvicinandosi ad una tomba - Guai a voi, perché siete
sepolcri dissimulati, e gli uomini vi camminano sopra senza
saperlo" -. Nella prima invettiva ai legisti, Gesù li
accusa di aver talmente appesantito la legge da rendere la vita
religiosa intollerabile, - "Guai anche voi, esperti della legge,
perché opprimete gli uomini con pesi intollerabili che voi
non toccate neppure con un dito" -, mentre il fardello di Cristo
è leggero, e facile da portare.
Che immagine abbiamo del popolo cristiano (intendendo non solo
le persone in vista: pastori, teologi…ma anche i
"semplici" cristiani) che si presenta a chi non crede, o crede
poco? Come vorremmo essere visti, perché Cristo non sia
rifiutato per causa nostra? Evidentemente essere il popolo di
Dio, secondo Gesù, è essere animati dallo Spirito
Santo, che è Spirito di verità, di testimonianza,
d'amore, di comunione, di libertà, di vita. Perciò
l'insincerità, il non essere veri, le controtestimonianze,
ciò che divide, che coarta la libertà e il crescere
della vita, non è espressione d'amore, non viene dallo
Spirito. Bisogna pertanto preoccuparsi di amare sinceramente e
concretamente, di non imporre agli altri dei pesi che noi non
tolleriamo, di esser autentici e semplici, aperti all'influsso
dello Spirito in una disponibilità a tutta prova,
profondamente uniti nella comunione ecclesiale.
Nella seconda invettiva contenuta in questi versetti concerne
la persecuzione che gli scribi hanno fatto subire ai profeti, -
"Guai a voi, che costruite monumenti funebri ai profeti, mentre i
vostri padri li hanno uccisi" - Un'accusa che si rivolge contro
l'autoritarismo intellettuale dei dottori della legge che non
entrano essi stessi nella vera comprensione della legge e non
arrecano alcuna luce agli altri.
Con la terza invettiva Gesù si scaglia contro gli
scribi, Guai a voi, legisti, che avete preso la chiave della
conoscenza: voi non siete entrati e avete impedito agli altri di
entrarvi". Gli impedimenti ad una più efficace azione
dell'evangelo dell'amore, oggi, sembra provenire o dalla mancanza
di un'adeguata preparazione ai nuovi e ardui impegni proposti al
ministero della parola o da una riflessione ancora imperfetta,
espressa talvolta in teorie che scoraggiano l'iniziativa
evangelica invece di favorirla. Purtroppo il profondo
rinnovamento del ministero della parola, sembra messo in
pericolo: da chi non riesce a vederne tutta la profondità,
quasi fosse soltanto questione d'istruzione religiosa, e da chi
riduce l'annuncio evangelico soltanto alle sue risonanze e
conseguenze nell'esistenza temporale degli uomini. Occorre invece
armonizzare una piena fedeltà a Dio e agli uomini, nella
predicazione come nelle usuali testimonianze di parola e di vita,
per favorire il loro incontro con Gesù Cristo. E a questo
punto, tutti i notabili, decisero che Gesù doveva
morire. Indice Vangelo di Luca
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