Vangelo di Luca

La missione dei settantadue
discepoli.
Capitolo 10,1-20
In seguito il Signore ne scelse altri settantadue e li
mandò a due a due dinanzi a sé, in ogni
città e luogo dove stava per recarsi. *E disse loro: La
messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il
padrone della messe che mandi lavoratori per la sua raccolta.
*Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. *Non
portate né borsa, né bisaccia, né calzari; e
non fermatevi a salutare nessuno per la via. *In qualunque casa
entriate, per prima cosa dite: Pace a questa casa. *E se vi
è qualcuno che cerca la pace, scenderà su di lui la
vostra pace; se non ritornerà a voi. *E in quella casa
rimanete mangiando e bevendo ciò che vi sarà dato,
perché l'operaio ha diritto alla sua paga. Non passate di
casa in casa. *E in qualunque città entriate, se vi
ricevono, mangiate di quello che vi sarà servito; *guarite
in essa gli infermi e dite loro: Il regno di Dio è
arrivato fino a voi. *Ma se entrate in una città e non vi
accolgono, uscite sulle piazze e dite: *Anche la polvere della
vostra città che si è attaccata ai nostri piedi noi
la scuotiamo per restituirvela; tuttavia sappiate che il regno di
Dio è arrivato. *Vi assicuro che nel giorno del giudizio
Sodomia sarà trattata meno duramente di quella
città. *Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida!
perché se i miracoli avvenuti tra di voi fossero stati
compiuti a Tiro e a Sidone, già da tempo si sarebbero
convertiti, vestiti di sacco e seduti nella cenere.
*Perciò Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di
voi nel giudizio. *E tu, Cafarnao, sarai innalzata fino al cielo?
Fino nell'abisso sarai sprofondata. *Chi ascolta voi ascolta me;
chi respinge voi respinge me; e chi respinge me respinge colui
che mi ha mandato. * I settantadue discepoli ritornarono pieni di
gioia dicendo: Signore, anche i demoni si sono sottomessi a noi
nel tuo nome. *Ma egli disse loro: Vedevo satana cadere dal cielo
come un fulmine. *Ecco, io vi ho dato potere di calpestare
serpenti e scorpioni e di schiacciare ogni potenza del nemico; e
niente vi potrà nuocere. *Ma non vi rallegrate
perché gli spiriti vi stanno sottomessi; rallegratevi
piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei
cieli.
Soltanto Luca riferisce di questa missione. La designazione e
l'invio nel quadro teologico dell'evangelista non costituiscono
un supplemento di collaboratori ai "Dodici", ma legittimano una
missione parallela con autorità e compiti analoghi.
Caratteristica di Luca è il fatto che non sono stati
inviati in missione solo gli apostoli (9,1-2), ma anche altri
discepoli, come agnelli in mezzo ai lupi! La prospettiva che si
apre davanti ai missionari non è molto allegra e
confortante. Certamente se ne definisce in maniera inequivocabile
lo stile e lo spirito. Essi non possono contare sulla forza, sul
potere e la violenza. Sono disarmati, esposti alla mercé
del più forte. E' la prima povertà che diventa
fondamento e segno della loro libertà e della piena
dedizione all'unico compito che li strappa da tutte le remore e
ritardi. Motivo di questo invio è la penuria di operai
(v.2). Le consegne sono esplicite: mitezza (v.3), povertà
(v.4), essere portatori di pace (vv.5-6), sapersi accontentare
(v.7), interessarsi dei bisognosi e annunciare il regno (vv.
8-9), se rigettati ripetere l'annuncio (v.11). A coloro che
accolgono il missionario si rammenta che l'operaio ha diritto al
suo salario (v.7) e a coloro che non l'accolgono si ricorda il
castigo (v. 12).
Luca insiste su due esigenze del discepolo: l'assenza di
preoccupazioni per il suo avvenire terrestre, in una vita di
povertà carica di significato profetico per la vicinanza
del regno; il comportamento del discepolo con coloro che lo
ospitano. Egli deve portare il saluto della pace che non si
tratta solo di un semplice augurio, ma una parola efficace che
dona gioia, felicità. In breve è la "pace"
messianica che coincide con la salvezza. Ai discepoli,
impressionati dall'efficacia dei loro poteri carismatici,
Gesù rivela la dimensione profonda del progetto nel quale
essi sono inseriti. Si tratta della fine del regno delle tenebre
(satana), che retrocede là dove si rivela la potenza
vittoriosa d Dio. Inoltre essi partecipano al potere di
Gesù, a quel potere che è dato al Messia per
schiacciare l'antico avversario, che tiene schiavo l'uomo con
ogni forma di prepotenza. Allora i poteri carismatici donati ai
discepoli non possono diventare un privilegio, un titolo di
prestigio personale, ma un'occasione di riconoscenza e
gratitudine per la liberalità divina, che li associa alla
sua pienezza di vita e di libertà. Essi godono per puro
dono di Dio della cittadinanza della nuova patria. Con il
linguaggio biblico si dice: "I vostri nomi sono scritti nei
cieli" (Es.32,32).
Tale comportamento deve esprimere il carattere del pellegrino
sempre in viaggio verso il regno, soddisfatto
dell'ospitalità ricevuta. Inoltre se meditiamo
attentamente la parola di Gesù: La messe è molta,
ma gli operai sono pochi", notiamo che è rivolta a tutti i
cristiani d'ogni tempo. E' come se Gesù ci scongiurasse a
rispondere volentieri, con generosità e con slancio di
cuore, alla sua voce, che in quest'ora drammatica per le nostre
società c'invita con maggiore insistenza ad accogliere ed
operare con il vangelo dell'amore. Luca ha inserito anche alcune
sentenze rivolte alle città che circondano il lago di
Galilea, dove egli ha svolto la sua prima attività:
Cafarnao, Corazin, Betsaida. Le parole di Gesù, in tono di
lamento, vogliono essere l'ultimo accorato appello al cambiamento
o conversione. A questo tendono, infatti, i gesti di Gesù
e i miracoli compiuti in tali località. Ora si offre loro
l'ultima possibilità salvifica, però con
un'autorità e urgenza che superano di molto quella degli
antichi profeti, come Isaia ed Ezechiele, che chiamarono a
conversione le città pagane di Tiro e Sidone.
La beatitudine dei
discepoli.
Capitolo 10,21-24
*In quello stesso momento Gesù trasalì di
gioia nello Spirito Santo e disse: Ti rendo lode, Padre, Signore
del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose
ai dotti e agli scaltri e le hai rivelate ai piccoli. Sì,
Padre, è così che tu hai disposto nella tua
benevolenza. *Ogni cosa mi è stata data dal Padre mio; e
nessuno conosce chi è il Figlio se non il Padre, né
chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio
lo voglia rivelare. *Rivolto ai discepoli in disparte, soggiunse:
Beati gli occhi che vedono ciò che vedete voi. *Io vi dico
che molti profeti e re desiderarono di vedere ciò che voi
vedete e non lo videro, e di udire ciò che voi udite e non
lo udirono.
I discepoli erano ritornati dalla missione e nello stesso
momento Gesù prega:"…trasalì di gioia nello
Spirito Santo". La preghiera del maestro, come tutta la sua
attività, avviene sotto l'impulso dello Spirito Santo: "Ti
rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra…"
è una piccola, commossa esplosione di riconoscenza al
Padre per la realizzazione del suo progetto salvifico. Un
progetto che ha la sua radice nella libera e sovrana iniziativa
divina. Proprio per questo i destinatari della rivelazione
salvifica sono i "piccoli", cioè coloro che sono
completamente disponibili e aperti al nuovo e all'imprevedibile
perché sono i poveri, sono gli esclusi. Essi vengono
contrapposti ai dotti e agli scaltri o intelligenti, ai quali
rimane nascosto e incomprensibile il progetto di Dio.
E ciò non significa che i piccoli diventino dotti, Dio
non crea una nuova classe, ma li associa alla libertà e
fiducia del Figlio, al quale è dato ogni potere e
autorità. Infatti la novità della rivelazione
evangelica, che mette sottosopra le gerarchie socio-culturali,
è che l'incontro salvifico con Dio non passa più
attraverso una dottrina o una morale, di cui gli esperti sono i
depositari e i controllori. Il volto di Dio si rivela nel volto
di Gesù, e l'incontro con Dio avviene nell'incontro con
Gesù di Nazareth, solidale con i piccoli. I discepoli
raccolti attorno a Gesù appartengono, sia culturalmente
sia per estrazione sociale, alla categoria dei "piccoli". Essi
allora entrano in una nuova relazione con Dio, partecipano alla
condizione di Gesù, alla sua "conoscenza" del Padre. Sono
davvero beati.
L'amore del prossimo: il buon
samaritano.
Capitolo 10,25-37
*Ecco, un esperto della legge si alzò e gli chiese
per metterlo alla prova: Maestro, che devo fare per ottenere la
vita eterna? *Gli rispose: Nella legge che cosa sta scritto? Che
cosa vi leggi? *E quello: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il
cuore e con tutta l'anima e con tutta la forza e con tutta
l'intelligenza e il prossimo tuo come te stesso. *Gli disse: hai
risposto bene. Fa' questo e vivrai. *Ma quello, volendo
giustificare la sua domanda, disse a Gesù: Ma chi è
il mio prossimo? *Allora Gesù riprese: Un uomo scendeva da
Gerusalemme a Gerico e s'imbatté nei briganti, i quali,
avendolo spogliato e percosso, se ne andarono lasciandolo mezzo
morto. *Per caso un sacerdote scendeva per quella strada; quando
vide l'uomo, passò oltre, dall'altra parte. *Anche un
levita che passava per quel luogo vide e passò oltre. *Un
samaritano, che era in viaggio, gli passò vicino e,
vedendolo, ne ebbe compassione: *s'accostò, fasciò
le ferite versandovi sopra olio e vino, poi, caricatolo sulla
propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di
lui. *Il giorno dopo tirò fuori due denari e li dette al
locandiere dicendo: Abbi cura di lui, e quanto spenderai in
più al mio ritorno te lo rimborserò. *Chi di questi
ti sembra sia stato il prossimo per l'uomo che s'era imbattuto
nei briganti? *Quello rispose: Colui che ha dato prova di
pietà verso di lui. Gli disse Gesù: Va' e anche tu
fa' allo stesso modo.
Sulla strada di Gerusalemme Gesù propone ai discepoli
l'insegnamento circa il modo pratico di attuare la volontà
di Dio. Dio chiede all'uomo un amore totale, che in pratica
è l'aiuto generoso al compagno di viaggio che si trova in
necessità. Per commentare la parabola dobbiamo tenere
presente una verità inconfutabile e cioè che
perfino il nostro mondo di credenti può diventare
così contorto e aggrovigliato da farsi incomprensibile a
noi stessi. A volte viviamo di frammenti cristiani, di
approssimazione confuse, di nostre invenzioni religiose. Mai come
in questi tempi nei quali c'è l'esplosione di sette
esoteriche e sataniche abbisogniamo di chiarezza. Eppure i
comandi e i decreti di Dio sono chiari, comprensibili. Non sono
troppo lontani e alti. Solo la nostra meschinità
intellettuale e morale riesce a oscurare la chiarezza e la
bellezza della sua legge dell'amore. Il fatto è che per
capirla, al di là delle varie spiegazioni e insegnamenti,
e accoglierla bisogna con molta umiltà interiore sempre
convertirci "con tutto il cuore e con tutta l'anima".
Noi siamo come il dottore della legge che è pieno di
domande su Dio e sul prossimo. Gesù al quesito che gli
viene posto "Maestro, che devo fare per ottenere la vita
eterna?", risponde che il centro della legge ha due facce
indisgiungibili: l'amore di Dio e l'amore al prossimo. Allo
stesso tempo, però, fa notare che l'amore di Dio viene
prima ed è totale (il prossimo è da amare e da
servire. Non da adorare, come invece Dio); e che, infine, tutto
ciò non costituisce il alcun modo una novità,
essendo già presente nelle Scritture che lo stesso dottore
della legge conosce. Pare di capire che il dottore della legge
non sia soddisfatto della risposta di Gesù. Il problema
è più complesso: chi è il prossimo? Lui come
noi del resto chiediamo: chi è il prossimo da amare? Il
vicino? Il correligionario? Il sofferente? Il giusto? La persona
che frequenta la Chiesa e la comunità? Il simpatico? I
parenti? ecc. Il dottore della legge vuol sentire in proposito
l'opinione di Gesù, che gli risponde proprio con il
prosieguo della parabola. Gesù non formula una casistica,
non allunga la serie delle opinione teologiche nel merito della
questione. Racconta un esempio. Propone, infatti, un
comportamento da imitare, e non va trasportato da un piano
all'altro, da quello figurato a quello religioso, poiché
è già esso stesso sul piano spirituale. Ma occorre
ancora fare un'osservazione generale prima di addentrarci nella
rinarrazione della parabola. Il dialogo fra il dottore della
legge e Gesù è costruito su uno schema molto
significativo: domanda del dottore della legge e seconda
controdomanda di Gesù. Questo schema rende evidente una
costante dei dibattiti di Gesù e, più profondamente
una caratteristica della stessa rivelazione: le risposte di
Gesù esigono che l'ascoltare cambi innanzitutto la
direzione della sua domanda. Gli interrogativi dell'uomo sono
troppo limitati per le risposte di Dio. Anche l'analisi di questa
parabola mostra che Gesù non risponde direttamente alle
domande del dottore della legge. Quando mai Gesù risponde
"soltanto" alle domande che gli vengono poste? Le sue risposte
sono "oltre" e "più ampie".
Il sacerdote e il levita. Un uomo scendeva da
Gerusalemme a Gerico: tra le due città ci sono mille metri
di dislivello e circa trenta chilometri di strada attraverso
l'arido e spopolato deserto di Giuda: un luogo ideale per le
imboscate. Il viandante viene assalito, depredato e abbandonato
mezzo morto. Un sacerdote e un levita (tornavano dal loro
servizio al tempio, con ogni probabilità) giungono sul
posto e, scorto il ferito, lo evitano passando oltre, dal lato
opposto. Insensibilità? O piuttosto desiderio di mantenere
la propria purezza cultuale? Non dobbiamo scordare che era
prescritto (sempre le innumerevoli norme dei farisei) ai
sacerdoti che prestavano servizio al tempio di mantenersi puri,e
il sangue contaminava.
Ma perché Gesù sceglie, quali figure negative,
proprio un sacerdote e un levita? Impossibile non ravvisare in
questa scelta un'intenzione polemica: l'osservanza cultuale non
deve distrarre dall'essenziale, cioè dall'amore per il
prossimo, e la purezza che Dio vuole è la purezza dal
peccato, dall'ingiustizia, non dal sangue di un ferito. Il
dottore della legge che stava ad ascoltare la narrazione, ha
probabilmente pensato: i due hanno fatto quanto dovevano fare,
è giusto anche se doloroso! Gesù, invece, è
di parere opposto: e questo mostra che la sua polemica non
è indirizzata contro una classe religiosa, ma contro una
prospettiva religiosa universalmente condivisa.
Il samaritano. Passa un samaritano, si ferma,
si prende cura del ferito. Il samaritano è presentato come
un modello, e lo stupore del dottore della legge, a questo punto,
certamente dovette essere grande (lo stupore dell'ascoltatore
è sempre, o quasi, un segnale che la narrazione sta
toccando un punto su cui occorre soffermarsi). I samaritani
venivano considerati impuri, gente da evitare alla stregua dei
pagani. Nonostante questo (anzi proprio per questo), Gesù
sceglie come personaggio-modello della parabola un samaritano,
non un fariseo osservante. Si tratta di una seconda intenzione
polemica: la bontà non ha confini, afferma Gesù, e
gli esempi da imitare si trovano anche là dove non ce lo
si aspetta, perché Gesù è libero da ogni
pregiudizio. Il bene non è tutto da una parte e il male
dall'altra. Gesù riprende questo concetto successivamente
nel capi.17,11-19. Egli risana dieci lebbrosi, ma uno solo torna
indietro a ringraziarlo: "Era un samaritano". E Gesù
osserva: "Non si è trovato chi tornasse a render gloria a
Dio, all'infuori di questo straniero?" Il samaritano è
chiamato straniero "di altra razza", dice il testo alla lettera,
ma la differenza era anche di tipo religioso. Ebbene, proprio
questo straniero, di altra razza e di altra fede, è
l'unico dei dieci che si ricorda di dar gloria a Dio: un
privilegio, questo, che i giudei pensavano spettasse soltanto al
loro popolo.
Ma ritorniamo al nostro racconto. Indirettamente la parabola
lascia intendere che il prossimo da aiutare è qualsiasi
bisognoso che si incontri. Potrebbe essere questa la risposta
diretta alla precisa domanda al dottore della legge: "Chi
è il mio prossimo?"
Tuttavia l'attenzione di Gesù è però
rivolta altrove. Dell'uomo bisognoso dice soltanto che giaceva
sulla strada derubato, ferito e mezzo morto. Che altro è
necessario sapere? La narrazione indugia piuttosto sulla figura
del samaritano.- E si sofferma nel descrivere non chi egli sia,
bensì che cosa abbia fatto. Quando una narrazione, prima
scattante, a un certo punto rallenta dilatandosi, è
perché s è giunti alla scena più importante,
che va considerata senza fretta. Infatti, l'attenzione cade sul
comportamento del samaritano: vede il ferito, sente compassione,
si avvicina, fascia le ferite, lo carica sulla sua cavalcatura,
lo porta a una locanda, si prende cura di lui, paga
l'albergatore. Praticamente è come se a Gesù poco
importasse la domanda del dottore della legge (chi è il
mio prossimo?), e rispondesse invece a un'altra:come devo
comportarmi nei confronti del prossimo? Che significa amare il
prossimo? L'attenzione di Gesù è concentrata sul
grande comandamento - amare Dio e il prossimo -, non sulla
curiosità teologica del dottore della legge. Il samaritano
non si è chiesto chi era il ferito, e il suo aiuto
è stato disinteressato, generoso, concreto. Ecco che cosa
significa amare il prossimo. Non a parole, ma gesti concreti.
Amare il prossimo vuol dire prendersi interamente a carico la sua
condizione. Che a Gesù stia a cuore il "che cosa fare"
è indicato anche dalle due risposte date al dottore della
legge: "Hai risposto bene, fa questo e vivrai"; "va e anche tu fa
lo stesso". Il dottore della legge tentava di spostare la domanda
dal fare alla teoria, Gesù lo riporta al fare.
Chi dei tre si è fatto prossimo? Si
direbbe che, a questo punto, il discorso s8ia chiuso. E' stata
posta una domanda (chi è il prossimo?) ed è stata
data la risposta (il bisognoso che si incontra). Invece, giunto
alla conclusione, Gesù pone inaspettatamente un'altra
domanda , che racchiude un ultimo insegnamento, forse il
più importante. E' una domanda formulata in modo diverso
da come l'ascoltatore si aspetterebbe. Non: "chi dei tre ha
saputo vedere nel ferito il prossimo da amare?, bensì:
"chi di questi tre ti sembra si sia fatto prossimo a colui che
è incappato nei briganti?". In questo modo la domanda del
dottore della legge viene ulteriormente spostata: prima dalla
teoria alla pratica, ora dall'esterno (chi è l'altro?)
all'interno (chi sono io?). Per Gesù chiedersi chi sia il
prossimo è in definitiva un falso problema: il prossimo
c'è, vicino, visibile, però occorrono occhi capaci
di scorgerlo. Il vero problema è che noi dobbiamo farci
prossimo di chiunque, abbattere le barriere e le differenze che
abbiamo dentro di noi e che costruiamo fuori di noi. Dobbiamo
comportarci come il samaritano che si è sentito prossimo,
coinvolto, fratello nei confronti di uno sconosciuto. Il dottore
della legge, che aveva una curiosità teologica da
soddisfare, si è visto invitato a convertire se stesso.
Questo significa anche ritornare alla chiarezza della legge di
Dio. Non chiediamoci quanto gli altri possono darci, ma quanto
noi stessi possiamo dare agli altri. Se la società in cui
viviamo ci sembra ostile forse dovremmo seriamente chiederci
quanto noi siamo duri con chi ha bisogno di noi.
Ospitalità in casa di
Marta e Maria.
Capitolo 10,38-42
"Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e
una donna di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva
una sorella di nome Maria la quale, sedutasi ai piedi di
Gesù, ascoltava la sua Parola; Marta invece era tutta
presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse:
"Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a
servire? Dille dunque che mi aiuti". Ma Gesù le rispose:
"Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una
sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si
è scelta la parte buona, che non le sarà
tolta".
Anche in quest'episodio della vita di Gesù ricordato da
Luca, il panorama è sempre quello del viaggio, del cammino
che condurrà Cristo a Gerusalemme. Durante quest'ideale
itinerario si alternano le scene d'accoglienza e di rifiuto,
d'affettuosa ospitalità e d'ambigui inviti.
Nella casa di Marta e Maria Gesù trova
quell'accoglienza e ospitalità che gli è stata
rifiutata all'inizio del viaggio in Samaria (9,53). Marta e Maria
sono le sorelle di Lazzaro di Betania, sono conosciute e ne parla
anche Giovanni. Come dicevo Luca utilizza i dati in suo possesso
per ricostruire una scena ideale, in cui sono illustrati due
atteggiamenti sull'accoglienza di Gesù, il servizio
generoso di Marta per l'ospite gradito e di riguardo e l'ascolto
attento di Maria alle parole del Signore. Marta svolge il ruolo
tradizionale, ed è perfetta (Prov. Cap.30), della padrona
di casa e della massaia, Maria, al contrario, inaugura un ruolo
nuovo ed essenziale per una donna: stare ai piedi del Maestro
come un discepolo (At.22,3).
Luca è molto attento non soltanto al servizio e
all'assistenza che le donne svolgono nella comunità, ma
anche al loro compito per l'edificazione e coesione della Chiesa
(At.9,36; 16,14; 18,26). Ma è particolarmente interessato
a quello dell'ascolto della Parola. E certamente non si tratta di
un ascolto ozioso, inerte, o per un mero fatto culturale e
contemplativo; è beato, infatti, chi ascolta la Parola per
metterla in pratica. Fratelli e sorelle, meditiamo insieme il
quadro panoramico dell'episodio. Marta accoglie in casa
Gesù, sua sorella Maria si siede ai suoi piedi e ascolta
la sua Parola. Marta, fattasi avanti, dice a Gesù:
"Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a
servire? Dille dunque che mi aiuti". Gesù le risponde:
"Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una
sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si
è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta".
Come possiamo rilevare, nel racconto si pone l'accento sulla
centralità dell'ascolto; in esso l'ascolto significa
ascolto di Dio e ascolto del suo Spirito. Notiamo che in Luca
quest'episodio della vita di Gesù segue immediatamente
quella del cosiddetto "buon samaritano", la parabola narrata da
Gesù a chi gli chiede: "Chi è il mio prossimo?"
(vedere meditazione, sezione parabole). E, al termine, lo invita
ad agire, a muoversi, ad operare: "Va, e fa anche tu lo stesso"
(Lu.10,29-37).
Il tutto perché non sembri che il "fare" sia un "fare"
qualunque bensì un "fare" che nasce dall'intimo, Luca
riporta subito dopo l'episodio dell'ascolto di Maria di Betania.
Posso affermare che si tratta, in pratica, di un unico
insegnamento. Luca li ha volutamente collegati per permetterci di
cogliere l'unità del fare e dell'ascolto. Ma ritorniamo
alla nostra meditazione. Maria si siede ai piedi di Gesù,
si pone pubblicamente alla sua scuola, alla sua sequela, ed
è facile immaginare lo scandalo, la carica esplosiva del
gesto di sedersi della donna. Per comprendere il gesto
rivoluzionario non scordiamo la condizione di allora delle donne,
dal retaggio preistorico che esse portavano sulle loro spalle.
Pensate al mormorio della gente che l'attorniava: "Come, questa
donna, invece di stare in cucina, va a scuola di teologia? Ma che
cosa vuole? Che cosa crede di essere? Che cosa vuole diventare?
Quali sono le sue ambizioni? Risulta chiaro che il nervosismo
dell'ambiente sbocca poi nelle parole di Marta.
Penso che nessuno fino allora aveva parlato a Maria della
bellezza della sua vita, della fortuna della sua condizione.
Ascoltando le parole di Gesù si sentiva privilegiata e
percepiva che erano importanti per lei, non soltanto in se
stesse, e riflettendo interiormente, pensava: "Queste parole sono
vive nel mio cuore, dicono cose veramente grandi e importanti per
me, cose a cui non avevo mai pensato, e mi fanno comprendere
qualcosa di me stessa che è magnifico, stupefacente,
splendido, semplice". Fratelli e sorelle, la ricchezza, il valore
nutritivo dell'ascolto di Gesù, che Maria di Betania sta
vivendo in quegli istanti, è un ascolto che fa fremere,
che coinvolge perché ci riguarda, ci spiega. Non si tratta
di un ascolto passivo, un sentire annoiato di una cattedratica
lezione. Maria di Betania sta realizzando in quel preciso istante
la definizione dell'essere umano.
Che cosa significa essere uomini o donne? E' scoprire il
mistero di noi stessi nell'ascolto della Parola di uno,
più grande di noi, che avendo fatto il nostro cuore, ce ne
rivela i segreti. Maria. È immagine dell'uomo che si
autocomprende, che giunge all'autenticità, alla chiarezza
del possesso cognitivo di sé ponendosi con umiltà
all'ascolto della Parola divina che ci rivela e, nello stesso
tempo, ci riempie. A mio parere il mistero dell'ascolto di Maria
di Betania è dunque una rivelazione (che siamo chiamati ad
accogliere) della condizione umana. Cioè dall'essere
aperti al discorso di Dio, gratuito e benevolo, noi impariamo che
siamo in ascolto, dono, e ci realizziamo nella gratuità. A
questo punto qualcuno potrebbe obiettare che Marta non amasse
Gesù. Al contrario, lei amava il Maestro, solo che
esplicava il suo affetto arrabbatandosi in cucina. In
realtà lei dava più importanza
all'esteriorità che non all'ascolto di cui aveva perso il
senso. Conseguentemente il senso del suo affannarsi: è
preoccupata, ansiosa, tesa, incerta, impaziente, pungente
ecc… Marta è l'immagine di chi vive momenti di
timore, di paura senza sapere più donare un sorriso e
senza sapere quale sia esattamente la sua identità (o
meglio, solo quella che le hanno appiccicata addosso).
Fratelli e sorelle, l'ascolto di Dio è la roccia della
nostra salvezza: "Tu, o Dio, roccia della mia salvezza" (Salmo
89,27). La lieta notizia che deriva dalla meditazione consiste
nel fatto che Dio ha una Parola per me, per noi, e possiamo
ascoltarla, nel silenzio e nella pace, da tale ascolto siamo
nutriti, cresciamo nella fede e ci realizziamo come essere umano,
e cresciamo insieme a tanti altri come Chiesa in cammino: "Questa
parte migliore non ti sarà mai tolta".
Conclusione. Il discepolo (credente) che
è "in cammino" con il Signore non si deve preoccupare o
agitare "per molte cose". Il tempo urge troppo perché egli
si "preoccupi" di cose materiali. La presenza del regno (spesso
espresso solo come parola) non può lasciarsi distrarre
(portar via) da un troppo esclusivo pensiero delle realtà
terrestri. L'attenzione al Maestro, l'ascolto della sua Parola
è per il discepolo la "parte migliore", che non gli
sarà tolta. Ma per Luca, ascoltare la Parola non ha nulla
a che fare con la contemplazione oziosa, bensì sfocia
nell'azione concreta ed esigente (Lc.8,15). Se questo vale per
ogni cristiano, tanto più diventa essenziale per i
religiosi che "lasciando ogni cosa per amore di cristo, lo
seguono come l'unica cosa necessaria (Lc.10,42, ascoltandone le
parole (Lc.10,39), pieni di sollecitudine per le cose sue". Indice Vangelo di Luca
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