Vangelo di Luca

La missione dei dodici.
Capitolo 9,1-6
*Chiamati a sé i dodici, Gesù dette loro
potere e autorità su tutti i demoni e di guarire le
malattie. *E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a
risanare gli infermi. *Disse loro: Non prendete nulla per il
viaggio; né bastone né bisaccia, né pane,
né denaro, né due abiti per ciascuno. *In qualunque
casa entriate, là rimanete, e da quella poi riprendete il
cammino. *E se non vi ricevono, uscendo da quella città
scuotete persino la polvere dai vostri piedi; sarà una
testimonianza contro di loro. *Ed essi, partiti, andavano per
villaggi, annunciando dovunque la buona notizia e operando
guarigioni.
Gesù, in 9,1-6 trasmette ai suoi dodici apostoli
l'autorità sui demoni e sulle malattie, autorità
che egli ha ricevuto dal Padre. Luca segue una linea di
conferimento: chiamata, investitura, invio. Si tratta di una
linea di continuità tra la missione di Gesù e
quella dei dodici. Agli apostoli viene dato il potere di cacciare
i demoni e di guarire ogni malattia. Sono costituiti così
esorcisti e taumaturghi, mandati a realizzare nella storia i
segni concreti della venuta del regno. Né più
né meno del maestro, di cui i capp. precedenti hanno
narrato l'attività liberatrice e risanatrice. Così
al Messia succede la comunità messianica. Ma resta
invariabilmente presente e operante il potere messianico di
liberazione dell'uomo.
Gesù affida ai suoi discepoli le sue stesse prerogative
messianiche. I Dodici sono mandati a realizzare nella storia i
segni concreti della venuta del Regno. Al Messia dunque succede
la comunità messianica. Il "potere di scacciare gli
spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e
d'infermità" non è una prerogativa personale ma
dono di Gesù stesso: non c'è missione del discepolo
senza questo legame profondo con il maestro. E' lui che invia,
è lui che dona la forza per sostenere la missione,
è lui che conferma la missione con i segni…L'elenco
dei Dodici non è messo qui per caso…Ci dice che la
missione non è opera di solitari; ci dice che Gesù
chiama un gruppo, una comunità ad annunciare e costruire (
con parole ed opere) il Regno; ci dice che diversi sono i
ministeri e i carismi; ci dice che non occorre essere santi o
super eroi per partire; ci dice che Gesù conosce
profondamente i suoi.
Il comportamento del missionario. Ancora una volta il
Vangelo pone l'accento che la missione è frutto di una
"istruzione", è mettere in pratica la parola di
Gesù. I vv. 1-6, esprimono la volontà di
Gesù riguardo al compito dei dodici. Il missionario deve
dunque essere fedele alla volontà di Gesù, deve
essere docile alle sue direttive. Ma in concreto cosa deve fare
il missionario?
Deve rivolgersi alle "pecore perdute della casa d'Israele";
deve predicare che il "regno dei cieli è vicino", ovvero
che si è fatto vicino all'esistenza umana; deve guarire
gli infermi, liberare dai demoni, ecc…Sono, questi, i
segni dell'era messianica. Il compito del missionario non si
limita a proclamare il regno, ma vuole suscitarne i germi
anticipando la realtà di salvezza e di liberazione che
esso significa. Tutto ciò gratis, in pratica nella
consapevolezza di avere ricevuto senza merito un dono grande da
condividere e testimoniare. La condivisione dell'esperienza di
essere salvati gratis, ma anche missione di chi sa che l'unica
sicurezza è Gesù e la sua Parola. Ecco allora il
richiamo alla sobrietà, e la fiduciosa libertà dei
missionari da ogni altra preoccupazione.
La modalità della missione. Direi che la norma
principale è quella della relazione, dell'incontro
personale. La strategia è quella di passare di casa in
casa offrendo la pace (Shalom), in altre parole la salvezza
messianica. Tutto ciò sollecita la responsabilità
dei destinatari, solo l'accoglienza dell'offerta di Dio
renderà possibile che la Pace entri, di fatto, nella loro
vita. La missione si rivela così avvenimento escatologico,
un evento decisivo per il destino di vita o di morte degli
uomini.
O mio Gesù, Tu, attraverso le parole dell'evangelista
Luca, parli non solo agli apostoli, ma ai discepoli d'ogni tempo,
a tutto il popolo di Dio. Il discepolo non ha una missione
diversa da quella del suo maestro. "Le pecore sono senza
pastore"; il popolo di Dio è disperso, senza unità,
senza guida e tu, Gesù, vuoi essere annunciato dovunque,
perché vuoi unire, togliere gli uomini dalla solitudine e
dalla dispersione. I Dodici furono inviati nei villaggi
d'Israele, perché Israele fu il popolo eletto, il
primogenito, che deve diventare luce per le genti, deve essere un
segno chiaro dell'amore di Dio, anche di fronte ad un uomo solo,
ma sempre disposto ad esserlo di fronte a tutti. Noi, se vogliamo
essere tuoi discepoli, dobbiamo mettere a disposizione tutto noi
stessi gratuitamente (la fede, il tempo, l'amicizia),
perché noi, per primi, lo abbiamo ricevuto gratuitamente
ed abbondantemente: tutto ciò, che è in noi,
è dono di Dio e degli altri e, perciò, tutto deve,
generosamente e gratuitamente, tornare a Dio e agli altri.
Quando faremo l'annuncio, dovremo farlo in modo chiaro,
convincente, ma senza forzare ad ogni costo il cuore dell'uomo
(non l'hai mai fatto neanche tu o Gesù), ma affidando la
risposta alla libertà dell'uomo stesso. Sempre dovremo
tener presente che la persecuzione fa parte della missione ed
è il segno della sua verità, perché
l'annuncio della tua venuta inquieta il mondo. Tu, Gesù,
hai fatto irruzione nella tranquillità del mondo, la Tua
parola costringe a prendere posizione e penetra, persino, nel
cuore delle famiglie, lacerandone l'ordine, la convivenza. Ma
perché, Gesù, dovremo affrontare tutto questo?
Perché questa è la via che tu, per primo, hai
percorso, questa è la via che ci porterà alla vera
libertà, alla salvezza eterna. Il coraggio, che
dimostreremo nel parlar chiaro, nel gridare il messaggio di
Cristo dai tetti, nel non aver mai vergogna di Cristo davanti
agli uomini, sarà il criterio con cui Cristo ci
difenderà davanti al tribunale di Dio.
Opinioni su Gesù.
Capitolo 9,7-9
*Intanto il tetrarca Erode sentì parlare di tutti
questi avvenimenti ed era perplesso, perché alcuni
dicevano che Giovanni era risorto dai morti; *altri che era
apparso Elia; e altri che era risorto uno degli antichi profeti.
*Ma Erode diceva: Giovanni l'ho fatto decapitare io stesso; chi
è dunque costui, del quale sento dire tali cose? E cercava
di vederlo.
Luca inquadra il brano nella prima missione apostolica, ma lo
semplifica assai e non vi aggiunge la narrazione del martirio di
Giovanni il Battista. La domanda cruciale è la stessa di
marco: Chi è Gesù? Luca però aggiunge: E
cercava di vederlo. Con questo particolare prepara la
presentazione di Gesù a Erode durante la passione e
implicitamente afferma che non si può dare una vera
risposta alla domanda se non nella luce della Pasqua.
Vari giudizi corrono su Gesù: Elia redivivo, un
profeta, il Battista risorto. Nessuno ancora purtroppo lo
riconosceva per quel che era: il Messia, Figlio di Dio.
Gesù assume il suo compito alla maniera dei profeti
d'Israele. Trasmette la parola di Dio facendo apparire la portata
divina degli avvenimenti - qui, delle guarigioni che opera -, ma
soprattutto pone la sua persona al centro stesso dell'annuncio di
questa parola.
Occorre saper vedere Lui! Il titolo di profeta attribuito a
Gesù riassume buona parte della sua testimonianza terrena:
la sua predicazione e i segni compiuti, le sue esortazioni alla
penitenza e i suoi avvertimenti circa la fine dei tempi, la sua
fedeltà sino alla morte. Anche Erode cercava di vedere
Gesù, che gli era presentato come un uomo singolare, ma
gli mancava l'intenzione - propria del discepolo - di
"riconoscere" in lui la missione del profeta.
La moltiplicazione dei pani.
Capitolo 9,10-17
*Al loro ritorno gli apostoli raccontarono a Gesù
tutto quello che avevano fatto. Allora egli li prese con
sé e si ritirò in un luogo solitario, verso una
città chiamata Betsaida. *Ma la gente, appena lo seppe, lo
seguì; ed egli l'accolse e prese a parlare del regno di
Dio e a guarire quelli che ne avevano bisogno. *Il giorno
cominciava a declinare, e i dodici gli si avvicinarono e gli
dissero: Congeda la moltitudine, perché vadano nelle
borgate dintorno e nelle campagne per alloggiare e per mangiare,
perché qui siamo in un luogo deserto. *Ed egli rispose
loro: Date voi loro da mangiare. Ma essi soggiunsero: Noi non
abbiamo che cinque pani e due pesci; a meno che non andiamo a
comperare dei viveri per tutta questa gente. *In realtà
erano circa cinquemila uomini. Gesù disse ai suoi
discepoli: Fateli sedere a gruppi di cinquanta. *Così
fecero disponendoli tutti a sedere. *Ed egli, presi i cinque pani
e i due pesci, alzò lo sguardo al cielo, li benedisse, li
spezzò e li diede ai discepoli perché li
distribuissero alla gente. *E mangiarono e si saziarono tutti; e
dei pezzi loro avanzati ne portarono via dodici panieri.
La Chiesa primitiva ha fatto un grande uso della
moltiplicazione dei pani e interpretato come prefigurazione
eucaristica. Il racconto è introdotto dal resoconto degli
apostoli della loro missione. Gesù si ritirò verso
la città di Betsaida. Tuttavia la folla lo seguì.
Non si tratta di un semplice particolare cronachistico, ma di
un'allusione alla realtà ecclesiale: il nuovo popolo di
Dio, che è la chiesa, segue Cristo ed è da lui
riunito per il banchetto finale. La nota cronologica "il giorno
cominciava a declinare" riprende alla lettera l'incipit del
racconto dell'ultima cena come detto: Alzò lo sguardo al
cielo, li benedisse, li spezzò, e li diede ai discepoli
perché li distribuissero alla gente". Con ciò viene
indicato il significato profondamente eucaristico del brano.
"…date voi loro da mangiare". I discepoli comprendono che
il pane per la folla sarà procurato senza andare a farne
provvista nei villaggi vicini, ma hanno poca fede e perciò
rispondono di avere soltanto cinque pani e due pesci. Tutti ne
mangiarono e ne avanzò pure. Il racconto presenta tre
livelli di significato: cristologico, eucaristico ed ecclesiale.
Gesù è il profeta finale che chiama tutti a
partecipare al banchetto escatologico, in altre parole alla
salvezza. Il nuovo popolo di Dio si nutre alla tavola eucaristica
del corpo e del sangue di Cristo. La partenza di Gesù con
il suo gruppo fu notata dalle folle di Cafarnao, le quali dalla
direzione capirono facilmente qual era la meta; allora molti
presero a seguirlo. Con ogni probabilità, durante il
viaggio a piedi, i volenterosi partiti da Cafarnao erano
aumentati di numero; infatti, tutta la regione era percorsa da
carovane dirette a Gerusalemme.
L'incontro con tanta folla fece subito svanire il progetto di
solitudine e di riposo; tanto più che Gesù, appena
vide i volenterosi accorsi, s'impietosì di essi e
iniziò a guarire miracolosamente gli infermi e parlare a
tutti del regno di Dio. Frattanto le ore trascorrevano
velocemente, la giornata volgeva al termine. La folla scordandosi
d'ogni cosa, non si stancava né si staccava da
Gesù; però i pratici apostoli s'avvicinarono a
Gesù e gli fecero osservare che il posto era solitario,
l'ora tarda, e quindi sarebbe stato opportuno lasciare la folla
affinché si recasse nelle borgate più vicine per
trovare un po' di pane e companatico. Gesù disse di
acquistare del pane e dar loro da mangiare. Gli apostoli
rispondono che sono in possesso di cinque pani e due pesci.
Gesù ordinò ai discepoli che facessero sedere la
folla nell'erba. Quando tutti furono adagiati in tanti circoli,
ciascuno di una cinquantina di persone, a questo punto,
Gesù presi i cinque pani e i due pesci, alzò gli
occhi al cielo, benedisse il tutto e spezzò i pani
distribuendoli ai discepoli perché li spartissero tra la
folla insieme ai pesci. I discepoli vanno verso la gente e
distribuiscono il cibo ricevuto dal Maestro. Servono quelli che
sono più vicini, poi gli altri e i loro panieri restano
sempre pieni. Hanno già servito venti, cinquanta, cento
persone…, e hanno ancora tanti pani e pesci quanti ne
avevano all'inizio. E' davvero meraviglioso: riescono a nutrire
centinaia di uomini, di donne e bambini senza difficoltà.
Essi credono in Gesù e sono entusiasti di lui. Assieme al
loro Maestro, i futuri pescatori di uomini moltiplicano i pani e
i pesci. Nutrono il popolo di Dio, il popolo affamato di
verità, così affamato delle cose spirituali da
seguire il maestro fino a dimenticare di tornare a casa a
rifocillarsi. Il popolo ha fame del Signore, del suo messaggio,
della sua presenza. Tutta la gestualità di Gesù
è un'anticipazione dell'Eucaristia.
Poi Gesù consigliò loro di raccogliere gli
avanzi perché nulla andasse perduto. Tutta quella gente
per l'intera giornata aveva cercato il regno e la sua giustizia
ossia il pane dello spirito, ma senza pensarci trovò il
pane del corpo. La folla aveva inteso parlare da Gesù del
"regno" e n'erano state commosse, infine avevano visto
moltiplicarsi fra le mani di quel taumaturgo e banditore del
regno il cibo dei loro corpi. La conclusione fu immediata, in
conformità alle loro attese messianiche chi operava simili
prodigi, poteva altrettanto facilmente sterminare eserciti nemici
come Isaia, poteva ricoprire di tenebre un'intera regione come
Mosè, attraversare fiumi all'asciutto come Giosuè,
correre vittorioso su tutta la terra come il pagano Ciro chiamato
"messia" dallo stesso Dio d'Israele (Is.45,1), poteva insomma
attuare in pochissimo tempo il tanto sospirato "regno del messia"
a maggior gloria d'Israele. Per la folla, dunque, Gesù era
l'atteso Messia: la sua potenza lo rivelava indubbiamente
tale.
Riconoscimento e sequela del
Cristo.
Capitolo 9,18-27
*Una volta, mentre si trovava assieme ai suoi discepoli in
un luogo appartato a pregare, Gesù rivolse loro questa
domanda: Chi sono io secondo l'opinione della gente? *risposero:
Giovanni il Battista; secondo altri, Elia; secondo altri uno
degli antichi profeti redivivo. *Riprese Gesù: Ma, secondo
voi, chi sono io? Pietro rispose: il messia di Dio. *Egli
però intimò loro di non dirlo a nessuno. *e
aggiunse: Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto, essere
riprovato dai notabili, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi ed
essere ucciso e risorgere il terzo giorno. Poi diceva a tutti: Se
qualcuno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la
sua croce ogni giorno e mi segua. *Perché chi vuol salvare
la propria vita la perderà, ma chi perde la propria vita
per me, la salverà. *Che giova all'uomo se guadagna il
mondo intero e perde o rovina se stesso? *Perché se uno si
vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo
si vergognerà di lui quando verrà nella sua gloria
e del Padre e degli angeli santi. *In verità vi dichiaro:
vi sono alcuni qui presenti, che non morranno prima di aver
veduto il regno di Dio.
Che si tratti di un momento importante del dialogo tra
Gesù e i suoi discepoli, lo si capisce subito dalla
premessa di Luca: si trovava a pregare in un luogo solitario ( si
trovavano dalle parti di Cesarea di Filippo). Infatti la
preghiera scandisce i momenti decisivi della missione pubblica di
Gesù: l'investitura battesimale, 3,21; la scelta dei
dodici, 6,12. Gesù riprende l'interrogativo che già
i discepoli si erano posti: chi è dunque costui? 8,25.
Interrogativo che incuriosiva: per la folla Gesù è
un profeta, comunque identificato, con Elia, con il Battista;
inquietava Erode; per i discepoli è il messia di Dio. Ora
è Gesù che pone la domanda, ma per dare alla fine
lui stesso la risposta giusta.
La prima predizione della passione rimuove alcuni dubbi sulla
vera identità di Gesù come Messia. Egli proclama
chiaramente che il suo futuro su questa terra implicherà
sofferenza e morte secondo i piani di suo Padre ("Egli doveva
andare a Gerusalemme"). Fra l'ostilità crescente dei capi
e l'incomprensione delle folle, per concentrarsi sulla formazione
dei discepoli, specie dei Dodici, Gesù pone una "questione
di fiducia". Pietro, in nome degli altri, fa una corretta
professione di fede: Gesù è il Cristo, il Figlio di
Dio. Ma Gesù deve essere accettato come "Messia-Servo
sofferente". Gesù ha appena predetto la sua passione;
quindi parla delle condizioni per seguirlo. I verbi adoperati.
"rinnegare", "portare la croce", "seguire", "perdere la vita"
sono sfumature di una stessa realtà: chi vuol seguire
Cristo deve rinunciare sicuramente a tutto, per condividere con
Gesù il suo drammatico destino che culmina sulla croce. Il
ricordo del Figlio dell'uomo glorioso dimostra, però, che
l'ultima parola va riservata alla risurrezione.
Con un'attenta sensibilità spirituale Luca fa seguire
alla nuova rivelazione del destino di Gesù, le conseguenze
per la vita dei discepoli, riunendo una serie di sentenze circa
la sequela. La vicenda e il destino di Gesù si prolungano
ora nella comunità dei discepoli, che vivono nell'impegno
del Vangelo. Tuttavia lo sguardo è rivolto al futuro, al
Figlio dell'uomo che viene in veste di giudice definitivo per
stabilire il regno nella sua piena manifestazione salvifica.
Questi versetti ci portano ad un punto centrale del Vangelo di
Luca, e segnano uno spartiacque tra ciò che è
successo prima di quel giorno e ciò che seguirà.
Qui c'è un cambio di scena quasi imperativo. Nel luogo
appartato per pregare parte un nuovo inizio orientato soprattutto
ad una formazione più puntuale ed anche più
esigente dei discepoli.
Gesù inizia a spiegare in che senso egli realizza il
suo messianismo glorioso attraverso il sacrificio personale a
servizio degli altri, come voluto da Dio e predetto dalla
Scrittura. E' a questo punto che Gesù parla a tutti di
cosa significa seguirlo. Il discorso di Gesù non è
solo per alcuni, per i più capaci o per i più
tenaci. Gesù convoca tutti: la folla e i suoi discepoli.
Lui chiama tutti a seguirlo. Gesù non sta facendo un
discorso per cristiani più impegnati e tanto meno ha in
mente preti o suore. C'è solo una condizione
indispensabile per ascoltare la sua proposta, e la condizione
è sperimentare la libertà che Lui ci lascia.
Il discorso del maestro può trovare consenso solo in
persone libere di seguirlo. La sua è sempre e solo una
proposta, non un'imposizione: "Se qualcuno vuol venire dietro a
me". Il condizionale è d'obbligo per Gesù. Non si
segue né per compiacenza e per far contento chi ci chiede
qualcosa, né perché si è dei fanatici
ammiratori di qualcuno più in gamba di noi. Si segue
perché si è profondamente liberi di far propria la
proposta annunciata. Nessuno è obbligato a seguire
Gesù. Ma se qualcuno lo vuole, Lui dice chiaramente
ciò che chiede.
Due sono le condizioni indispensabili per la sequela:
Rinnegare se stessi e prendere la propria croce. Il discepolo
deve "rinnegare se stesso": deve in pratica cominciare a lavorare
su di sé per togliere dal suo orizzonte una vita costruita
solo sull'egoismo, sul prevaricare sugli altri, sul mettersi
sempre al centro. Il discepolo deve comprendere come la sua vera
realizzazione può essere solo nella sua capacità di
farsi dono. Ed è solo dentro il farsi dono che si ritrova
la propria realizzazione personale. Nel momento in cui ci
scopriamo profondamente amati e importanti agli occhi di Dio,
comprendiamo come e perché l'unico senso dell'esistenza
è poter riamare, donare e servire. Mi pare che questo
discorso di Gesù, tra l'altro così chiaro, sia
tanto più attuale ed esigente nella cultura sociale in cui
siamo immersi, dove predomina il mito idolatrico dell'uomo
arrivato, della persona che rincorre a tutti i costi una
posizione sociale elevata a danno degli altri, dove il mito
dell'efficienza è al primo posto, dove si costruisce sul
"fai da te" o sull' "usa e getta". Dove è più
facile edificare sull'apparenza che sull'essere c'è
l'incapacità fondamentale ad amare e lasciarsi amare. E
chi è incapace d'amare e di lasciarsi amare, si condanna
ad innamorarsi della sua immagine, come Narciso che secondo la
leggenda mitologica a furia di rimirare il suo volto nell'acqua
del lago, ci cade dentro e muore. Rinnegare noi stessi
è iniziare a riconoscere che siamo chiamati ad amare per
primi, per dare ad altri la possibilità di amare.
"Prendere la propria croce ogni giorno" significa
cominciare una continua lotta con la nostra bugiarda
affermazione, con le nostre false sicurezze. Sarà un lento
e lungo lavoro, un imparare ad assumere ciò che siamo
giorno per giorno. E sarà un'enorme fatica che ci
accompagnerà tutta la vita. Dove comprendiamo di essere
tanto incapaci ad amare, scopriamo il luogo dove Dio ci ha
già visitato. Nessuno al posto nostro, può vincere
l'egoismo che è in noi. Dove facciamo esperienza del
nostro limite, ritroviamo la sorgente della nostra
possibilità ad essere e fare diversamente.
"Rinnegare se stesso" e "prendere la croce"
sono quasi un sommario di ciò che è necessario per
essere un vero discepolo: una dedizione e un'offerta totale di
sé, un "abbandonarsi" alle cose di Dio e alla
persona di Gesù, in fondo si tratta di
"un'autodonazione".
Ed è sempre Gesù che parlando a noi parla di
sé: "Perché chi vorrà salvare la propria
vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita
per causa mia e del Vangelo, la salverà". In queste
parole c'è in gioco tutta l'esistenza. Si tratta della
scelta tra una vita "piena" e una vita "vuota". L'uomo può
giocarsi l'esistenza puntando sul possesso, nella logica
dell'avere sempre di più; oppure può giocarsi
l'esistenza puntando sull'amore. La prima scelta contiene la
negazione della vita: perché nelle pieghe più
profonde della sua vita l'uomo è fatto per amare, non per
essere solo. La seconda scelta, al di là di un apparente
fallimento, contiene la pienezza della vita. "In fondo a che
serve guadagnare il mondo intero se poi si perde la vita?"
La vita è un dono che costantemente si riceve e si
mantiene in vita solo ridonandolo.
C'è un senso in tutto ciò? Sì, ma solo se
comprendiamo quel "per causa mia e del Vangelo". Nessun altro
senso se non nella persona di Gesù. Solo Gesù
può chiederci tanto. Gli altri significati sono solo falsi
significati.
La trasfigurazione.
Capitolo 9,28-36
*Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese
con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte
a pregare. *Mentre pregava il suo volto cambiò aspetto e
la sua veste divenne di un candore abbagliante. Ed ecco due
uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia *che, apparsi
nella loro gloria, parlavano del suo esodo, che doveva avvenire a
Gerusalemme. *Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno;
ma quando si risvegliarono videro la sua gloria e i due uomini
che stavano con lui. *E mentre questi si allontanavano da lui,
Pietro disse a Gesù: Maestro è bello per noi stare
qui. Facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una
per Elia. Egli non sapeva quello che diceva. *Mentre egli parlava
sopravvenne una nube che li avvolse; ed essi ebbero paura
nell'entrare in quella nube. *E dalla nube venne una voce che
diceva: Questi è il mio Figlio, quello che io ho eletto;
ascoltatelo. *Mentre la voce risuonava, Gesù si
trovò solo. Essi conservarono il silenzio e in quei giorni
non raccontarono a nessuno quanto avevano veduto.
Luca racconta il capitolo rilevandone la portata apocalittica.
Teniamo presente che il genere letterario apocalittico indica che
il racconto mira ad evidenziare la rivelazione dell'essere
misterioso di Gesù. E' il Figlio dell'Uomo avvolto di
gloria divina, il Signore a cui tutto è sottomesso, il
nuovo Mosé che annuncia la parola definitiva e ultima di
Dio all'umanità, il figlio amatissimo di Dio.
L'originalità del brano, oltre alla scenografia
tipicamente apocalittica, proviene dal contesto. Viene subito
dopo l'annuncio della passione e morte del Figlio dell'Uomo. Il
tutto sta significando che al di là della passione esiste
per Gesù un futuro di gloria divina, che il crocefisso
è il Figlio dell'Uomo che verrà alla fine nello
splendore della sua divinità. Il servo sofferente di Dio e
il Figlio dell'Uomo glorioso sono uniti nella stessa persona.
Come possiamo valutare ora il racconto a proposito
dell'esperienza che i discepoli hanno avuto del maestro? Sembra
di dover escludere prima di pasqua una rivelazione del suo essere
trascendente e divino. Soltanto alla luce della risurrezione essi
compresero a fondo, per la prima volta, chi era Gesù e il
senso della sua morte tragica. Svelato l'enigma della sua persona
nelle apparizioni del Risorto, nasce la professione di fede che
egli è il Figlio di Dio e il Figlio dell'Uomo
trascendente. La crocifissione non appare più un
fallimento ma una tappa necessaria verso la gloria e soprattutto
l'espressione della sua obbedienza di servo sofferente
glorificato da Dio. Lo scandalo della morte tragica è
superato. Essa ha significato l'abbassamento del figlio
dell'uomo, che verrà alla fine nella pienezza della sua
gloria e come Signore del mondo. Ne è garanzia la
risurrezione. Il racconto della trasfigurazione, originato da
questa fede pasquale, intende anticipare nella trama del vangelo
il significato dell'evento di pasqua. Perciò la
trasfigurazione è l'apparizione pasquale anticipata.
"Otto giorni dopo…" costruisce all'istante un
ponte tra quello che è accaduto precedentemente, vale a
dire la confessione di Pietro nel luogo della preghiera, il primo
annuncio della passione del Figlio dell'Uomo e ciò che
accade nella presente narrazione. Si è quasi costretti a
rilevare con immediatezza che questi "Otto giorni dopo" non si
possono intendere in senso letterale soltanto: sarebbe una frase
troppo rimpicciolita rispetto a quanto sta per svelare il testo.
Infatti, dopo una breve introduzione, si parla della
Trasfigurazione di Gesù, delle Parole del Padre celeste
dalla nube luminosa. "Gesù prese con sé Pietro,
Giacomo e Giovanni". Come Mosé salì sul monte
accompagnato da altri tre, così anche il nuovo
Mosé, Gesù, sale il monte con tre dei suoi
discepoli, i quali, peraltro, saranno gli stessi che
accompagneranno Gesù nell'Orto degli Olivi e saranno
testimoni della sofferenza del Messia, come qui lo sono della
Gloria. Gesù li porta "per pregare" e all'interno della
preghiera egli viene trasfigurato. La stessa cosa accade anche
nella nostra preghiera: la fede ci fa vedere in una luce diversa
Gesù di Nazareth, lo mostra come Figlio amato dal Padre.
Gesù "fu trasfigurato davanti a loro" cioè davanti
ai tre discepoli. Egli subisce una trasformazione, una
spiritualizzazione del suo corpo; spiritualizzazione che
diventerà permanente in lui dopo la sua risurrezione.
L'attuale Trasfigurazione, quindi, è solo un anticipo di
quanto avverrà in maniera continua in futuro. Luca
concentra la sua attenzione sul volto di Gesù che viene
trasfigurato, più che sulle altre parti del corpo o sulle
vesti. Avendo davanti a noi il riferimento biblico di cui sopra,
è logico immaginare che Luca voglia evidenziare la
somiglianza tra Gesù e Mosé il quale scendendo dal
monte Sinai "aveva la pelle del volto raggiante, per il fatto di
aver conversato con Dio (Es. 34,29). Gesù in questo modo
è rappresentato come il nuovo Mosé.
"Ed ecco apparvero loro Mosé ed Elia che
conversavano con Gesù". Luca introduce l'avvenimento
con una sua tipica espressione: "Ed ecco". Non è solo lui
ad usarla ma è presente nel linguaggio corrente della
Bibbia ed ha l'intento di richiamare con forza l'attenzione del
lettore, perché sta per accadere qualcosa di grandioso, di
divino. Luca dice che il qualcosa d'importante è
l'apparire di Mosé e di Elia chinati verso Gesù
nella Gloria e poi conversano. L'evangelista inserisce
Mosé prima di Elia, vale a dire la legge prima dei
profeti. Pietro afferma: "E bello per noi stare qui". In altre
parole è come se dicesse che in quel luogo è bello
essere, vivere, esistere. La vita, in genere, è vissuta
con intensità là dove essa appare nella sua
bellezza originaria, come Dio l'ha pensata e voluta. Cosa
significhi l'espressione di Pietro che segue subito dopo:
"Facciamo tre tende", non è facile spiegarlo. Ci
può aiutare il greco con la parola "skené",
vocabolo che contiene tre consonanti s k n che si trovano pure
nella parola ebraica shekinà, che significa presenza di
Dio, gloria di Dio tra gli uomini. Con ogni probabilità
Pietro con le sue parole, desidera che questa shekinà
diventi duratura; resti stabile tra gli uomini di cui ora i
discepoli sono spettatori. Il centro del racconto è il
versetto dove si dice che "una nube che li avvolse". I richiami
all'A.T. sono diversi. Sempre in Es. 40,34-35, si parla della
nube luminosa che avvolgeva la tenda di Mosé, e sempre una
nube misteriosa riempiva il tempio costruito da Salomone a
Gerusalemme è narrata in 1 Re 8,10-11. La nube nasconde il
volto di Dio; ma essa non oscura la sua voce che si sente
nitidamente: "Questi è il mio Figlio, quello che io ho
eletto; ascoltatelo". Frase che è un concentrato d'alta
teologia, già presente nell'A.T., poiché in
Gesù si concentrano tutte le attese e le speranze del
popolo ebraico. "Questi è il mio Figlio", rimanda al Salmo
2,7; l'aggettivo "eletto" ci porta al racconto di Isacco figlio
prediletto di Abramo (Gn.22,2); ed infine, "Asoltatelo!"
ci fa riudire la voce di Mosé che in Det. 18,15 profetizza
che un nuovo profeta occuperà il suo posto dopo la sua
morte.
In sostanza l'A.T. trova il suo culmine nella persona di
Gesù. Colui il cui volto splendeva come il sole, in altre
parole nella forma divina, è lo stesso che si fa vicino e
tocca chi gli sta accanto: Egli è l'Emanuele, il Dio con
noi. Lo scenario acquista sapore di resurrezione. Il tempo della
legge e dei profeti è finito: ora tutto si concentra e fa
capo a Lui. Da qui la necessità dettata dalla voce che
usciva dalla nube di ascoltare lui e lui solo. Anche quando parla
di gioia, di sofferenza, di morte: ascoltatelo. Gesù
riunisce in sé la legge e i profeti e li porta a
compimento. Il cerchio della storia si chiude. Egli è la
Parola conclusiva di Dio Padre e in lui raggiunge il massimo
della concentrazione: essa non è più sparsa in
volumi e voci diverse ma è racchiusa in una persona sola,
in Gesù.
"Mentre la voce risuonava, Gesù si trovò
solo". Inizia il dramma. I discepoli sollevando gli occhi
videro Gesù solo. Inoltre l'ultimo versetto dice: "Essi
conservarono il silenzio e in quei giorni non raccontarono a
nessuno quanto avevano veduto", Tutto ciò fa emergere
l'angosciosa solitudine di Gesù nell'andare a Gerusalemme.
Sa che dovrà affrontare la passione, la morte e la
resurrezione, di cui la Trasfigurazione è stata solo un
anticipo.
Guarigione di un bambino epilettico
e nuovo annuncio della passione e istruzione.
Capitolo 9,37-50
*Il giorno seguente, scesi dal monte, andò incontro
a lui molta gente. *Ed ecco un uomo dalla folla gridò:
Maestro, ti prego, guarda a mio figlio perché è
l'unico che ho. *Uno spirito lo prende, e subito si mette a
gridare, lo sbatte, lo fa schiumare e a stento se ne allontana
lasciandolo straziato. *Ho pregato i tuoi discepoli di
scacciarlo, ma non hanno potuto. Allora rispose Gesù:
Generazione incredula e perversa, fino a quando dovrò
stare con voi e vi dovrò sopportare? Conduci qua tuo
figlio. *E mentre quello si avvicinava, il demonio lo
gettò per terra in preda a convulsioni. Ma Gesù
comandò allo spirito impuro, guarì il bambino e lo
rese a suo padre. *E tutti furono sbalorditi di fronte alla
grandezza di Dio. *Mentre tutti si meravigliavano delle cose che
faceva, egli disse ai suoi discepoli: *Ascoltate bene quello che
sto per dirvi: il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato
nelle mani degli uomini. *Ma essi non riuscivano a capire queste
parole; erano talmente oscure che essi non ne afferravano il
senso e avevano paura di interrogarlo su questo punto. *Poi sorse
tra di loro una questione: chi di essi fosse il più
grande. *Gesù conosciuta la questione che stava loro a
cuore, prese un bambino, e se lo pose accanto * e disse loro: Chi
accoglie questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie
me, accoglie colui che mi ha mandato. Perché chi è
il più piccolo fra voi tutti, questi è grande.
Giovanni prese la parola per dirgli: Maestro, abbiamo veduto un
tale che nel tuo nome cacciava i demoni e abbiamo tentato di
impedirglielo perché non ti segue con noi. *Gli rispose
Gesù: Non glielo impedite, perché chi non è
contro di voi è per voi.
Cap.9,37-43°. In questi versetti continua
la rivelazione di Gesù ai discepoli. L'episodio del
ragazzo epilettico ne è la causa. Infatti, i suoi
discepoli non sono riusciti a guarire quel ragazzo. Gesù
si lamenta con la folla, e anche con i suoi discepoli, della poca
fiducia dimostrata nell'onnipotenza di Dio che agiva in lui,
espressa anche dalla mancanza di preghiera.
Di fronte al popolo ammalato d'incredulità Gesù
esalta con forza l'onnipotenza risanatrice della fede e della
preghiera. Con un rituale d'esorcismo molto vicino a quello di un
rito battesimale, Gesù guarisce il ragazzo, facendolo
quasi passare attraverso una morte e una risurrezione. Nel modo
di narrare di Marco c'è un accenno implicito alla liturgia
catecumenale. Il ragazzo viene "portato" ai discepoli e a
Gesù, ed è restituito sano da lui attraverso la
preghiera e la fede, fortemente sollecitate dal Maestro. La
potenza trasfiguratrice di Cristo passa a noi attraverso la fede
e i sacramenti che ha istituito, che sono la continuazione
dell'opera di Gesù, vero Messia e Salvatore, e primo
sacramento di salvezza.
E' difficile dare un titolo a questo lungo e vivace racconto.
Se siamo stati attenti alla lettura del brano, dobbiamo porci la
domanda: si tratta della guarigione di un epilettico o della
liberazione di un indemoniato? I sintomi descritti con dovizia di
particolari ci portano a credere che il ragazzo sia afflitto da
epilessia, tuttavia questi vengono però attribuiti ad uno
spirito muto; in seguito lo spirito impuro viene apostrofato da
Gesù come spirito muto e sordo. E la reazione dello
spirito, all'intimazione di Gesù di uscire dal ragazzo
malato, è simile a quella che Marco ha descritto nel primo
caso d'esorcismo nella sinagoga di Cafarnao.
I discepoli e gli esorcismi. I discepoli
appaiono all'inizio e alla fine della narrazione. All'inizio essi
stanno discutendo con gli Scribi. Possiamo indovinare il tema
della discussione da quanto afferma il padre del ragazzo: Ho
chiesto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non hanno potuto.
Alla fine viene ripreso il tema nel colloquio o istruzione
privata: Entrato Gesù in casa (espressione prediletta di
Marco). La risposta di Gesù alla domanda dei discepoli si
richiama al senso di tutto il racconto: la fede. La vittoria
sull'avversario che tiene in schiavitù l'uomo non è
frutto di una tecnica speciale, dipende unicamente dall'azione
potente di Dio, alla quale l'uomo si apre con la preghiera
fiduciosa.
La fede. E' il tema dominante nell'incontro
di Gesù con il padre del ragazzo, riassunto nella sentenza
solenne: Ogni cosa è possibile a chi crede. L'esclamazione
di Gesù: O generazione incredula…fino a quando vi
sopporterò, non è semplicemente uno sfogo emotivo,
anche se comprensibile e perfettamente in armonia con le altre
reazioni di Gesù registrate da Marco, ma è
un'affermazione di più vasta risonanza. Tutta
l'espressione generazione incredula, fino a quando…,
richiama il lamento che la Bibbia pone sulle labbra del Signore
nei confronti del popolo del deserto; è quel popolo che
dimentica o non sa cogliere il significato dei gesti salvifici.
In altre parole si tratta anche ora, di fronte ai gesti di
Gesù e alla sua rivelazione, dell'antico peccato del
popolo di Dio: la mancanza di fede. Come sempre l'unica
condizione richiesta per l'intervento salvifico di Dio è
la fede, vale a dire la totale apertura dell'uomo alla sua
azione. Nel caso presente questo atteggiamento viene egregiamente
espresso dall'implorante esclamazione del padre: Io credo,
soccorri la mia poca fede (incredulità).
La guarigione e la risurrezione. Il confronto
drammatico di Gesù col povero ragazzo tormentato raggiunge
il suo apice nella scena finale. Mentre la folla, di fronte al
malato, vittima di un estremo attacco, esclama: E' morto,
Gesù lo prende per mano, lo rialza e quello si mette in
piedi. Per fissare quest'ultima scena Marco ricorre al modello
letterario che gli è servito per raccontare la guarigione
della suocera di Pietro, e la risurrezione della figlia di
Giairo. Tenendo conto di queste allusioni alla risurrezione,
l'episodio del ragazzo guarito o liberato da Gesù lega
molto bene con la scena precedente della trasfigurazione, nella
quale è stata annunciata la risurrezione di Gesù.
Per i credenti, i segni che annunciano la piena vittoria sulla
morte, possono essere i gesti di liberazione da ogni genere di
male che opprime l'uomo.
Cap. 9, 43b-48. Col secondo annuncio di
passione Gesù presenta un'altra volta ai suoi discepoli il
suo modello messianico di dedizione e servizio fino alla morte; i
Dodici invece lasciano cadere tale discorso per loro
incomprensibile e al contrario discutono animatamente fra loro
chi sia il più grande! Gesù allora si siede (a modo
di maestro) per inculcare una verità nuova: il più
grande deve essere l'ultimo, e cioè il servo di tutti, e
deve accogliere con amore e abbracciare il bambino, in altre
parole il povero, l'impotente e il disgraziato, come se fosse lui
e il Padre.
Al secondo annuncio della morte-risurrezione, come già
dopo il primo, segue una nuova istruzione ai discepoli. Inizia
quindi un'ampia raccolta di sentenze che si protraggono fino al
termine del capitolo 9. La prima serie di sentenze riguarda la
precedenza o il rango, un tema oggetto di vivaci discussioni e
minute prescrizioni in ogni comunità religiosa, in
particolar modo nell'ambiente giudaico. L'intervento di
Gesù è occasionato dalla discussione dei discepoli,
che si disputano, come abbiamo letto, i posti e litigano per la
precedenza. La parola di Gesù applica alla comunità
la logica della croce; essa opera un capovolgimento dei valori e
acquista tutta la sua serietà dell'avvenimento storico
della morte di croce, dove il primo Gesù, diventa l'ultimo
di tutti e il servo di tutti. L'azione simbolica del bambino,
posto in mezzo ai dodici e accolto con amore e venerazione,
è la drammatizzazione della sentenza. Nella società
antica il bambino non aveva posizioni o diritti legali,
perciò Gesù identificandosi con il bambino diventa
servo e ultimo con chi è privo di diritti e di prestigio.
Da questa nuova prospettiva anche le precedenze e le attenzioni
ai ranghi o ruoli sociali e religiosi sono rovesciate. Soltanto
coloro che riconoscono questo fatto e ricevono il regno come un
dono ci entreranno. La prossimità con Dio non si misura
con il metro del prestigio o del ruolo, ma con quello
dell'accoglienza, della solidarietà e dell'amore per gli
ultimi. Finalmente anche l'uomo ritrova il suo valore non per
quello e quanto sa, produce o fa, ma in forza della nuova catena
di solidarietà che, mediante Gesù, risale fino al
Padre, a colui che lo ha mandato.
Cap. 9,49-50. In questi versetti sono
raccolte sentenze sul tema nel nome di Gesù, e viene
introdotto per contrasto il tema della sezione successiva
mediante il termine-chiave scandalo, un problema già vivo
al tempo di Gesù, ma ancora di più nella
comunità primitiva che era quello di valutare i fenomeni
straordinari, come appunto gli esorcismi.
L'impetuoso Giovanni riferisce a Gesù, in nome degli
altri discepoli, come loro hanno impedito ad uno di scacciare i
demoni pronunciando il nome di Gesù, perché non era
discepolo come loro. Gesù risponde con un proverbio che
diventerà espressione della tolleranza cristiana: "Chi non
è contro di noi, è per noi": chi fa del bene
invocando il nome di Gesù, non può che parlar bene
di lui. Anche se ufficialmente non è suo discepolo, lo
è di fatto.
La sentenza concernente il tema dell'accoglienza vuole
rilevare la dignità del discepolo di Cristo in un tempo di
persecuzione e di dispersione. Anche nella parabola del giudizio
finale, secondo Mt. 25,34-36, i gesti d'accoglienza e di soccorso
ai "più piccoli di questi miei fratelli", sono la
condizione per ricevere l'eredità del regno. Gesù
s'identifica con i discepoli. Su questo sfondo si comprende
allora il tono e la serietà della parola sullo scandalo
dato ai discepoli, a questi "piccoli che credono". Si tratta
dell'inciampo messo alla fede e alla comunione dei fratelli
più deboli e fragili nella comunità cristiana.
Mettere in crisi di fede questi piccoli discepoli è
più grave dell'uccisione o del suicidio per annegamento.
L'immagine della grossa e pesante macina da mulino, legata al
collo dell'annegato non solo fa un certo effetto, ma
nell'ambiente di Gesù richiama la somma sventura di un
disgraziato che rimaneva insepolto.
Quanti cristiani anonimi ci sono nel mondo che non ostacolano
Cristo, anzi agiscono nel suo nome seguendo la voce della
coscienza e usufruendo del clima cristiano, anche se non hanno la
tessera del cristiano o di una nostra associazione, o della
nostra teologia! Non ostacoliamoli con lo spirito gretto di
Giovanni, ma rendiamoli nostri amici e collaboratori.
I samaritani rifiutano Gesù
incamminato verso Gerusalemme.
Capitolo 9,51-62
*Ora, mentre stava per compiersi il tempo della su
assunzione da questo mondo, Gesù prese la decisione di
fare il viaggio verso Gerusalemme, *e mandò innanzi dei
messaggeri. Questi si misero in cammino ed entrarono in un
villaggio dei samaritani per fare i preparativi per lui. *Ma
quelli non l'accolsero perché era diretto a Gerusalemme
*Vedendo ciò, i discepoli Giacono e Giovanni dissero:
Signore, vuoi che invochiamo il fuoco dal cielo e li consumi? *Ma
egli si volse e li rimproverò. *E partirono per un altro
villaggio. *Mentre erano in cammino un tale gli disse: Io ti
seguirò dovunque tu vada. *Gesù gli rispose: Le
volpi hanno tane, gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio
dell'uomo non ha dove posare il capo. *Ad un altro disse:
Seguimi. Ma quello rispose: Signore, permettimi prima di andare a
seppellire mio padre. *E Gesù: Lascia che i morti
seppelliscano i loro morti; tu va' e annuncia il regno di Dio. *E
un altro ancora gli disse: Io ti seguirò, ma prima
permettimi di congedarmi da quelli di casa mia. *Gli rispose
Gesù: Chiunque guarda indietro, mentre mette mano
all'aratro, non è adatto per il regno di Dio.
Cap. 9,51-56. La ferma decisione di
Gesù di intraprendere questo viaggio è come quella
del profeta inviato da Dio a portare a termine con fiducia e
perseveranza il suo compito. La strada più diretta e
rapida dalla Galilea a Gerusalemme attraversa il centro della
Palestina, la regione dei samaritani. Inizia così "il
grande viaggio" che si concluderà nella città santa
con la morte di Gesù, che Luca presenta come compimento.
L'invio dei messaggeri, indica che la morte deve essere
annunciata. In questi versetti notiamo la reazione dei discepoli
e di Gesù dinanzi al rifiuto dei Samaritani. Gesù
rimprovera i discepoli, perché anche i samaritani saranno
disponibili al vangelo dopo il compimento. In pratica Luca
illustra la salvezza di Dio (Gerusalemme) incentrata nell'evento
della Pasqua (viaggio nella città santa), e destinata a
espandersi dalla città fino ai confini del mondo, per
opera dello Spirito Santo.
Il vangelo di Luca appare, nella sua totalità, come una
prima teologia della storia della salvezza, in cui la Pasqua di
Gesù è il fatto decisivo, e la Chiesa ,nata da lui,
è l'espansione vitale, universale, incoercibile. Tutto
quanto a compimento della grande storia di Israele, incentrata su
Gerusalemme. Si tratta di un disegno immenso che Dio
condurrà a compimento a poco a poco. La prima condizione
del discepolo è la pazienza davanti all'insuccesso.
Gesù rimprovera Giacomo e Giovanni e li invia a concedere
il tempo necessario alla realizzazione della conversione e al
progresso del regno. L'impazienza dei due discepoli è
talora la nostra, non è vero?
Cap. 9,57-62. In tre piccole, ma
significative scene, Luca espone le condizioni richieste per
seguire Gesù. I tre episodi sono sfrondati di ogni
riferimento alle situazioni reali concrete, per cui diventano tre
casi tipici che valgono per ogni discepolo. Per comprendere
l'urgenza e la serietà delle esigenze di Gesù si
deve tenere conto del contesto. Gesù è decisamente
incamminato sulla via che lo porta alla morte. Chi accetta
l'impegno a seguirlo non deve farsi illusioni e deve ben
ponderare il rischio che corre. Gesù non vuole fare da
solo il viaggio verso Gerusalemme; d'altra parte seguirlo
comporta delle istanze e delle decisioni che sono vitali. Questa
è la rivelazione dei primi tre incontri che Gesù fa
non appena iniziato il viaggio che lo porterà verso la
città santa. Chi vuole seguirlo deve disporsi sul suo
esempio a subire disagi e a giungere a rotture che
psicologicamente possono ferire.
Oltre alla pazienza, Gesù richiede a chi lo vuole
seguire come discepolo: la vita comune con lui (una vita
disagiata: viaggi, povertà, contentarsi
dell'ospitalità offerta); un impegno missionario a cui
tutto dovrà essere subordinato; una rinuncia ai vincoli
umani per formare una nuova famiglia con lui. Queste esigenze
vanno interpretate nel quadro del servizio del regno e ogni
cristiano deve tendere all'ideale di vita austera e distaccata
proprio del discepolo; Luca mette maggiormente in rilievo
l'ascesi della comunità cristiana, pellegrinante insieme
col Maestro, nella missione propria del servo sofferente, verso
la propria Pasqua. Dalle sentenze del brano emerge che l'annuncio
del regno di Dio non tollera ritardi e rimandi, ripensam,enti
nostalgici o remore di sorta. La rottura con il passato e
l'impegno per il nuovo futuro non possono essere se non
totali.
E oggi? Da un parte c'è l'urgenza missionaria (anche
nelle nostre società), dall'altra la preoccupazione per le
defezioni e l'incostanza dei credenti, così le tre
sentenze di Gesù sono l'occasione di un test serio di
fedeltà agli impegni cristiani. Indice Vangelo di Luca
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