Vangelo di Luca

Una comunità al seguito di
Gesù.
Capitolo 8,1-3
*In seguito Gesù andava per città e villaggi
predicando e annunciando il regno di Dio. Erano con lui i dodici
*e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da
infermità: Maria, detta la Maddalena, dalla quale erano
usciti sette demoni, *e Giovanna, moglie di Cuza, amministratore
di Erode, e Susanna e molte altre che li assistevano con i loro
beni.
Subito dopo il racconto del convito di Simone, Luca aggiunge:
In seguito Gesù andava per città e villaggi
predicando e annunciando il regno di Dio. Il Signore si
comportava come un missionario, predicando in pubblico ed in
privato, nelle sinagoghe e nelle case, e confermando le sue
predicazioni con miracoli; così che la gente accorreva da
lui attratte, non soltanto dall'efficacia dei suoi insegnamenti,
ma anche più dall'utilità immediata dei segni. Luca
si sofferma a presentare la piccola comunità itinerante,
che serve da modello per la vita della chiesa, alla quale
è diretto il suo vangelo. Al seguito di Gesù, oltre
i dodici, Luca rammenta che nel gruppo dei discepoli vi era la
presenza delle donne. Il gruppo delle donne, che si affianca ai
Dodici, offre il primo quadro completo dei seguaci di Gesù
Cristo. La comunità nascente è il piccolo gregge,
l'inizio di quella che egli chiamerà la sua Chiesa,
composta non solo di uomini, ma anche da donne, e tutti chiamati
e impegnati nel servizio di diffondere la parola della Buona
Notizia.
Luca ha un interesse particolare nel notare ( l'amore per la
verità) la presenza delle donne accanto a Gesù fin
dall'inizio della sua vita pubblica. Egli ha raccolto in numero
considerevole tradizioni provenienti dall'ambiente femminile
anche riguardo alla morte e alle apparizioni del Risorto
(Lc.23,49; 24,9-11). Il fatto che queste donne abbiano
accompagnato Gesù fin dall'inizio del suo ministero,
proprio come i Dodici, conferisce loro un titolo simile a quello
degli apostoli: anche la donna è partecipe dell'annuncio
apostolico del messaggio cristiano, poiché la donna non ha
un ruolo puramente passivo nel mistero della salvezza. Delle
donne citate, Giovanna e Susanna sono ricordate dal solo Luca,
Maria Maddalena anche dagli altri evangelisti. Il suo appellativo
di Maddalena la designa come originaria di Magdala, cioè
Tarichea, sulla riva occidentale del lago, e quindi nativa della
Galilea. Poi è detto che da lei erano usciti sette demoni,
ciò significa soltanto che era stata liberata per opera di
Gesù da qualche potente ossessione demoniaca, mentre non
ha il minimo fondamento nelle narrazioni evangeliche supporre che
lei fosse stata in precedenza una donna di dubbi costumi e tanto
meno l'innominata peccatrice del convito di Simone.
In ogni modo, il fatto che alcune donne siano seguaci di
Gesù, è rivoluzionario e abnorme rispetto al
modello sociale del suo ambiente che fissa la donna in un ruolo
di segregazione e d'emarginazione sociale e religiosa.
Ascolto della parola: parabola
della semente.
Capitolo 8,4-15
*Una folla numerosa, accorsa da ogni città, si
radunò attorno a Gesù. Allora egli disse questa
parabola. *Uscì il seminatore a spargere la sua semente:
e, nel seminarla, una parte di essa cadde lungo la strada e fu
calpestata e gli uccelli se la beccarono; *un'altra cadde sui
sassi e, appena germogliata, seccò per mancanza di
umidità. *Altra cadde in mezzo ai rovi, i quali, crescendo
insieme, la soffocarono. *E altra cadde sul terreno buono e,
cresciuta, fruttò il cento per uno. Detto questo,
esclamò: Chi ha orecchi per intendere, intenda. *I suoi
discepoli lo interrogarono sul significato della parabola. *Ed
egli rispose: A voi è dato conoscere i misteri del regno
di Dio, ma agli altri solo in parabole, perché guardino
senza vedere, e ascoltino senza comprendere. *Il significato
della parabola è questo: il seme è la parola di
Dio. *I semi caduti lungo la strada sono coloro che ascoltano, ma
poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore
perché non credano e si salvino. *Quelli sui sassi sono
coloro che accolgono con gioia la parola quando l'ascoltano, ma
non hanno radice; per un certo tempo credono, ma poi, quando
viene la prova, vengono meno. *Il seme caduto tra i rovi sono
coloro che hanno ascoltato la parola, ma si lasciano prendere
dalle preoccupazioni della ricchezza e dai piaceri della vita al
punto che rimangono soffocati e non giungono a maturazione.
*Quello poi che è caduto sul terreno buono sono coloro
che, dopo aver ascoltato la parola, la conservano in un cuore
sincero e buono e portano frutto grazie alla
perseveranza..
Nella parabola Gesù è di fronte alla folla,
nell'atteggiamento del maestro che insegna stando seduto. La
parabola del seminatore si apre e si chiude con l'imperativo
dell'ascolto, perché ascoltare è insieme sentire e
obbedire. "Chi ha orecchi per ascoltare ascolti", la
frase allude ad un ascolto attento, all'orecchio proteso per
udire tutto distintamente senza perdere alcuna parola. E
suggerisce l'importanza, ma anche la misteriosità di
ciò che è detto. Qui "orecchio" sta per
intelligenza: ciò che viene detto è, infatti,
qualcosa da decifrare, e richiede l'attenzione della mente e del
cuore. Disposizione che però non tutti hanno, vale a dire
che esiste l'eventualità di non capire.
La parabola del seminatore è quindi importante, va
decifrata, è oggetto di un discernimento: alcuni
comprendono, altri no. Le parabole s'illuminano per chi è
disponibile, restano oscure per chi ha il cuore indurito.
La parabola narra la storia di una semina: "Ecco,
uscì il seminatore a seminare. E nel
seminare…". Una sola semina, lo stesso seminatore, lo
stesso seme, gli stessi gesti, la medesima fatica, e tuttavia gli
esiti sono diversi. Ad un'attenta lettura balza all'occhio che
non il seminatore né il terreno sono al centro della
parabola, ma il seme. Il seminatore compare all'inizio, poi non
se ne parla più. E a parte il suo gesto iniziale, di lui
non si dice nulla, né una parola né una reazione:
sulla sua fatica, le sue speranze, le sue delusioni, la sua gioia
per il raccolto abbondante. L'attenzione deve perciò
concentrarsi sul seme; non sulle sue qualità, di cui nulla
viene detto, bensì sulla sua sorte. Tuttavia, sarebbe
fuorviante fermare l'attenzione esclusivamente sul seme, infatti,
la figura del contadino svolge una funzione assolutamente
necessaria alla narrazione. Dicendo "uscì il
seminatore a seminare", la parabola fa subito intendere che
le quattro scene di cui si compone non costituiscono quattro
storie diverse, ma una sola: quella, appunto, di un contadino che
getta il seme nello stesso campo e nello stesso giorno.
Fuori metafora: le quattro vicende del seme rappresentano gli
esiti diversi dell'unica seminagione fatta da Gesù. La
parabola racconta la storia del suo ministero. E' una parabola
cristologia, anche se poi le successive comunità dei
discepoli vi leggeranno la propria storia. Ma ritorniamo alla
struttura della parabola. I primi tre quadri sono la storia di un
ripetuto fallimento; caduto sulla strada o fra i sassi o fra le
spine, il seme non frutta. Soltanto nell'ultimo quadro si legge
che il seme, caduto sul terreno buono, porta molto frutto.
L'evidente insistenza sulla sfortuna del contadino conferma
quanto abbiamo già intravisto: e cioè che la
situazione in cui la parabola va collocata è quella di una
fatica che pare troppo spesso inutile e di un insuccesso della
Parola che sembra totale o quasi. Tuttavia, le cose non stanno
così, dice la parabola. E' vero che ci sono gli
insuccessi, anche ripetuti, ma è certo, sempre certo, che
una parte del seme frutta. Quindi, fratelli e sorelle, questo
è un invito alla fiducia. In questione non è
precisamente la verità della Parola, bensì la sua
efficacia. Ciò che fa problema non è la
bontà del seme, ma la sua concreta capacità di
portare frutto. Non raramente è più difficile aver
fiducia nell'efficacia della Parola piuttosto che fede nella sua
verità. In un certo senso, possiamo paragonare la parabola
del seminatore ad una storia a lieto fine: dopo i ripetuti
fallimenti, ecco il successo che ripaga della fatica. In ogni
modo di fronte alla ripetuta constatazione che in molti terreni
il seme non frutta, sarebbe logico chiedersi per quali ragioni
questo accadesse. Domanda importante, alla quale il Vangelo
risponde più avanti.
Tuttavia, l'interesse prevalente della parabola è un
altro, come dicevo all'inizio. Chiedersi perché i terreni
non permettano al seme di fruttificare, è questione
importante, che però riguarda gli altri. La parabola mira
piuttosto non alle ragioni dei molti fallimenti, ma
all'atteggiamento di fiducia che l'annunciatore della Parola deve
assumere quando li incontra. Sottolinenando per tre volte
l'insuccesso, Gesù mostra chiaramente la situazione
storica ed esistenziale in cui la parabola va letta: una
situazione nella quale il lettore cristiano non ha
difficoltà a scorgere l'esperienza di Gesù e la
propria. Proprio per questo Gesù sposta l'attenzione
dell'ascoltatore sull'abbondanza del raccolto: e lo fa con una
serie di sottili contrapposizioni. Nei primi tre quadri la sorte
del seme è descritta con "gli uccelli lo beccarono, il
sole lo riarse, le spine lo soffocarono". Invece, nel quarto
i verbi sono all'imperfetto: "dava frutto, rendeva il trenta
ecc…". In tal modo la parabola invita il lettore a
concentrare l'attenzione sul seme che cresce e porta frutto. Non
solo, la quantità di seme caduta in terreno cattivo
è espressa al singolare: una parte, un'altra parte.
Diversamente, per indicare la quantità di seme caduta in
terreno buono, è usato il plurale: altre parti. Sì,
è vero che per tre volte il seme va sprecato, ma è
ugualmente vero che la quantità non sprecata è
molto grande.
Ma è soprattutto l'abbondanza del raccolto che
sorprende. Il trenta, il sessanta, il cento per uno è una
proporzione altissima. Molto spesso si legge la parabola come se
la fiducia richiesta al seminatore fosse innanzitutto rivolta al
futuro. Se così fosse, il messaggio centrale della
parabola sarebbe sostanzialmente ovvio. Al contrario, la fiducia
richiesta riguarda il presente più che il futuro. Questo
è forse il tratto più singolare dell'intera
parabola. I ripetuti fallimenti e il successo non sono disposti
su una linea temporale: ora è il tempo dell'insuccesso, ma
il futuro riserva ampio raccolto; oggi si sperimenta il
fallimento della propria fatica, domani invece se ne vedrà
il frutto abbondante. La differenza come possiamo vedere,
infatti, è tra terreno e terreno, non fra tempo e tempo.
Vale a dire che nella stessa semina e nello stesso tempo
fallimenti e successo sono la sorte del seme. Di fronte alla
medesima Parola c'è contemporaneamente chi l'accoglie e
chi la rifiuta. L'importante per chi facesse sua questa fiducia
non pretenda che il seme crescesse sempre e ovunque. Piuttosto,
la certezza che da qualche parte, già ora, esso dia
frutto, offre la possibilità di accorgersene, non soltanto
la pazienza di attendere. Comunque sia, non c'è ragione di
scoraggiarsi, tanto meno di dubitare della presenza del Regno. La
fiducia del contadino insegna a guardare di là dei
fallimenti, per accorgersi che la Parola del Regno è qui,
fra smentite e successi, già ora efficace. Vorrei
rammentare a tale proposito una frase di Gesù in Giovanni
4,15: "Levate i vostri cuori e guardate i campi che
già biondeggiano per la mietitura".
Fin qui il racconto parabolico: ciò che succede
all'azione del contadino, succede all'azione di Dio. Ma
perché mai la semina di Dio deve assomigliare a quella di
un contadino? Non stupisce lo spreco di un contadino palestinese
(questo era proprio il modo di seminare degli antichi
palestinesi), ma quello di Dio sì. Il contadino eviterebbe
lo sperpero, se potesse. Dio non dovrebbe evitarlo, proprio
perché Dio? Così la domanda cruciale si ripropone,
costringendoci a rileggere la parabola per accorgerci che essa
non darebbe nessuna risposta, se non fosse collocata nell'evento
di Gesù. E' qui che si chiarisce. Nessuna parabola
può essere letta diversamente. Perché altro
è l'azione di un contadino, altro quella di Dio. Ed
è soltanto la storia di Gesù che permette di
cogliere le ragioni della somiglianza. La storia di Gesù,
gesti e parole, croce e risurrezione, è la parabola che
illumina tutte le parabole. Le parabole svelano pienamente il
loro senso solo dopo la Pasqua. Se la semina di Dio non è
diversa da quella del contadino, è perché
all'origine dell'agire di Dio c'è una sovrabbondanza
d'amore che sembra spreco e noncuranza, e che soltanto la croce
di Gesù riesce a svelare nel vero senso: non sperpero o
inefficace debolezza, bensì gratuità e luminosa
rivelazione di chi è Dio. A questo punto la figura del
contadino muta fisionomia: i suoi gesti non sono più
quelli semplici e abituali di un contadino della Palestina, ma i
gesti rivelatori della generosità divina, tanto
disinteressata e traboccante da rasentare l'incuria e lo spreco;
ciò è tipico dell'amore che non calcolo.
Dopo avere accuratamente analizzato la parabola del
seminatore, se leggiamo la spiegazione, si ha subito
l'impressione di trovarsi in un mondo diverso. Essa assume quasi
i connotati di trasformazione allegorica, nella quale ciascun
tratto ha il suo corrispondente: il seme è la Parola, i
quattro terreni sono i differenti tipi d'ascoltatori, gli uccelli
sono l'immagine di satana, il terreno sassoso è l'uomo
facile all'entusiasmo e volubile, le spine e le molte passioni
che soffocano il cuore dell'uomo. Ma stranamente nulla si dice
del seminatore, che in tal modo conserva la sua ricca
ambiguità, al tempo stesso figura di Dio Padre, di
Gesù e degli evangelizzatori che ne continuano l'annuncio.
Colpisce ancora di più lo spostamento dell'attenzione, dal
seme ai terreni, e non soltanto, come nella parabola, si costata
che ci sono terreni buoni e cattivi, ma ci si premura indicarne
le ragioni. A differenza della parabola che è
essenzialmente una risposta ad una domanda teologica, la
spiegazione ha un'intenzione morale, invita all'impegno.
E non è indirizzata ai missionari della Parola, ma ai
molti ascoltatori che, dopo averla ascoltata, rischiano di
mortificarla. Il problema se la Parola è efficace diventa
il problema di come renderla efficace. L'attenzione si sposta
dalla Parola alla sua accoglienza, da Dio all'uomo.
L'incoraggiamento si trasforma in avvertimento. Al primo tipo
d'ascoltatori appartengono gli uomini nei quali la parola
seminata resta del tutto inerte, non riesce nemmeno a mettere le
radici. La parola sparisce non lasciando traccia. Che esistano
degli ascoltatori è un dato di fatto, ma individuare le
ragioni di tale impermeabilità non è facile. E
così il testo dice sbrigativamente che è satana a
portare via da loro la Parola, omettendo alcun tentativo di
spiegazione psicologica. Si afferma però con chiarezza che
la colpa non è della semina, significativamente menzionata
due volte, ma del terreno.
Al secondo tipo appartengono gli ascoltatori entusiasti, che
in fretta gioiscono e altrettanto in fretta si abbattono.
Ciò che li caratterizza è l'avverbio "subito", come
nel primo tipo: là era usato per esprimere la
superficialità dell'ascolto, qui per rilevare la
fragilità del carattere. L'analisi di questo genere di
credenti ( si tratta di credenti, infatti, perché non solo
ascoltano la Parola, ma l'accolgono gioiosamente) è molto
precisa. Sono uomini che comprendono e si entusiasmano, ma sono
privi della solidità necessaria per perseverare. Al
sopraggiungere della tribolazione e della persecuzione, la loro
fede subito vacilla. La parabola allude alla fede, non soltanto
alla coerenza morale: tale è, infatti, il senso biblico
del verbo scandalizzarsi. Tribolazione è un termine che
può significare qualsiasi afflizione. Ma qui si precisa
che si tratta di un'afflizione a motivo della Parola: certo si
allude alle persecuzioni.
Il terzo tipo d'ascoltatori è disegnato con tratti
marcati. Ciò che qualifica questi credenti non è la
fragilità del carattere, l'entusiasmo e lo scoraggiamento
facile, ma l'eccesso d'interessi. Nel loro animo e nella loro
vita la Parola soffoca (l'immagine è molto espressiva)
perché è priva di spazio e manca d'aria. Gli
interessi eccessivi, o le passioni smodate, si insinuano in
questi uomini con nascosta prepotenza, sconvolgendoli alla
radice. Il verbo "entrare dentro" suggerisce con grande efficacia
che queste passioni modificano l'essere dell'uomo, non solo il
suo agire. Il cuore distratto e appesantito diventa del tutto
incapace di avvertire ciò che vale. Non soltanto non
accoglie la Parola, ma ne perde il gusto. E a soffocare la Parola
non sono le passioni eccezionali, ma quelle comuni, quotidiane:
le preoccupazioni per gli affari, l'attrattiva del denaro, le
smodate ambizioni d'ogni genere. Naturalmente questo rilievo non
va letto in un quadro di rifiuto delle cose materiali
perché indegne, degli impegni del mondo perché
terrestri, della ricchezza perché vanità, ma nella
prospettiva evangelica della Libertà e del Regno.
L'insistenza particolare nel descrivere le ragioni
dell'infruttuosità della Parola presso gli ascoltatori del
secondo e del terzo tipo lascia intravedere che questi erano, di
fatto, i veri motivi per cui molti venivano meno di fronte alle
esigenze della Parola. Un panorama quanto mai abituale al giorno
d'oggi.
Del quarto tipo d'ascoltatori si dice semplicemente che sono
il terreno buono. Perché lo sono non è detto. Le
qualità che fanno di costoro il terreno0 ideale per la
Parola non interessano. Si descrive invece che cosa fanno:
ascoltano, accolgono e portano frutti. Il percorso è
completo.
L'ascolto della parola e il vero
discepolo.
Capitolo 8,16-21
*Nessuno accende una lampada per coprirla con un vaso e
per metterla sotto il letto, ma la mette sul lampadario
perché chi entra veda la luce. *Non c'è nulla di
nascosto che un giorno non sarà manifestato, né
segreto che non sarà conosciuto e venga alla luce. *State
attenti dunque a come ascoltate, perché a chi ha
sarà dato, e a chi non ha sarà tolto anche quello
che crede di possedere. *Vennero da lui la madre e i suoi
fratelli, ma non lo potevano avvicinare a causa della folla. *Gli
fu annunciato: Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e
vogliono vederti. *Ma egli rispose: Mia madre e i miei fratelli
sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in
pratica.
L'istruzione dei discepoli si conclude con una raccolta di
quattro sentenze sull'annuncio e l'ascolto della parola e con la
precisazione circa la vera parentela con Gesù, che
è ancora un invito al retto ascolto della parola. I
versetti sono costituiti da similitudini, illustrati da proverbi
orientali e inframmezzati da parole esortative. La similitudine
della lampada pone in risalto che il mistero del regno di Dio,
comunicato segretamente da Gesù ai discepoli, non
resterà nascosto, ma sarà posto dalla
comunità cristiana sul lampadario perché risplenda
per tutti, infatti, a lungo andare tutto viene alla luce. Quindi,
tutto ciò si riferisce all'insegnamento del Maestro,
poiché la rivelazione del regno tende di sua natura ad
illuminare tutti, proprio come una lampada. L'immagine della
misura (…a chi ha sarà dato, e a chi non ha
sarà tolto anche quello che crede di possedere) pone
l'accento sull'importanza delle disposizioni degli ascoltatori.
La similitudine della misura, in questo contesto, indica che,
proporzionalmente all'attenzione e allo zelo con cui si ascolta
la parola, Dio ricambierà con nuove rivelazioni e grazie:
dal momento che la ricchezza suole moltiplicarsi, la
povertà (=indifferenza, cattive disposizioni ecc..) porta
alla miseria completa (=abbandono da parte di Dio). Le parole di
Gesù non trattano di una teoria da annunciare o
commentare, ma una forza che decide il destino definitivo
dell'uomo.
L'episodio della madre e dei fratelli (tutti i parenti) che
cercano Gesù, diventa in Luca l'occasione per l'ultima
sentenza, che conclude e completa l'istruzione sull'ascolto della
parola. Gesù spezza per primo, a nostro esempio, quei
vincoli naturali con i suoi che gli impedivano di adempiere
radicalmente la sua missione. In pratica Gesù si sente
vicino e familiare con tutti quelli che si lasciano coinvolgere
nel suo stesso progetto: la folla, i discepoli.
Gesù domina la tempesta sul
lago.
Capitolo 8,22-25
*Un giorno salì su una barca con i suoi discepoli e
disse loro: Passiamo all'altra riva del lago. E presero il largo.
*Mentre navigavano egli si addormentò. Una bufera di vento
si abbatté sul lago; la barca cominciò a riempirsi
d'acqua, ed erano in pericolo. *Accostatisi, lo svegliarono
dicendo: Maestro! Maestro! Siamo perduti! Ma egli, svegliandosi,
comandò al vento e alle onde minacciose; e quelle si
quietarono e si fece calma. *Disse allora ai discepoli:
Dov'è la vostra fede? E quelli spauriti e meravigliati si
domandavano l'un l'altro: Chi è dunque costui che comanda
ai venti e alle onde e gli ubbidiscono?
Il racconto del miracolo sul lago procede con un ritmo a
contrappunto. La conclusione serena e familiare, anche se
faticosa, di una giornata con i preparativi per la traversata del
lago contrasta con l'improvviso scatenarsi della burrasca. E'
notevole l'insistenza sulle espressioni che descrivono
l'infuriare del turbine sul lago. Tutto ciò è molto
simile ai giorni in cui la vita assomiglia ad una piccola barca
in balia delle onde del mare agitato. Tutto è scuro
intorno, c'è tempesta. Dio pare non esserci, Gesù
è assente, nessuno vicino per aiutare, incoraggiare. Si ha
voglia di mollare tutto! Meditiamo attentamente la storia della
tempesta del lago calmata. Durante la riflessione, immaginiamo di
stare sulla barca insieme a Gesù e ai discepoli, cerchiamo
di condividere con loro ciò che accade e facciamo
attenzione all'atteggiamento di Gesù ed alla reazione dei
discepoli. Nella struttura letteraria del miracolo l'infuriare
della bufera contrasta con la serenità di Gesù che
dorme a poppa. Alla tranquillità di Gesù fa da
contrasto la paura che rende i discepoli incontrollati e
aggressivi: Maestro, non ti importa che noi andiamo
perduti?
Il fatto è che era stato un giorno pesante, di molto
lavoro. C'era talmente tanta gente che Gesù, per non
essere schiacciato dalla folla, dovette entrare in una barca per
istruire con parabole. In quel periodo c'erano giorni in cui non
c'era tempo nemmeno per mangiare. Terminata di narrare la
parabola con cui istruiva la gente, Gesù disse ai
discepoli: Passiamo all'altra riva! E così come
stava lo condussero con la barca. Gesù si
addormentò all'istante.
Il lago di Galilea è vicino alle alte montagne, come il
nostro lago di Garda. E vi dico che quando si scatena una
burrasca sul lago è cosa da far accapponare la pelle anche
ai più navigati barcaioli. Il vento soffia forte e provoca
tempeste e ondate dove il sole sparisce. Tutto è buio e
nero. Anche quel giorno il vento soffiò forte agitando
l'acqua. La barca si riempì d'acqua. I discepoli erano
pescatori sperimentati, tuttavia pensavano che sarebbero
affogati, e questo significava che la situazione era disperata a
causa della tempesta. Gesù, dal canto suo, continuava a
dormire tranquillo e sereno. A questo punto facciamo una prima
considerazione. Il sonno profondo di Gesù non è
solo segno di un'enorme stanchezza. E' anche espressione della
fiducia tranquilla che ha in Dio. Il contrasto tra
l'atteggiamento di Gesù e i discepoli è grande!
Gesù si desta non a causa della burrasca ma per il
grido disperato dei discepoli: Maestro! Signore, non ti importa
che stiamo affondando? Gesù si alza. Prima si dirige verso
l'acqua del lago e ordina: Taci, calmati! E il lago placa la sua
furia. Poi subito si dirige verso i suoi discepoli e dice loro:
Perché temete, uomini di poca fede? La mia impressione
è che si poteva fare a meno di chetare la tempesta,
poiché con Gesù non si corre nessun pericolo. Mi
torna alla mente il salmo 22: "Anche se mi trovassi in una
valle oscura non temerei alcun male, perché tu sei con
me".
I discepoli s'interrogarono dicendo: "Chi è
quest'uomo?" I discepoli alla domanda di Gesù non
sanno cosa rispondere perché nonostante il lungo tempo
trascorso insieme, non sanno veramente chi è. Chi è
quest'uomo? Con questa domanda in testa, le comunità
d'ogni tempo continuano la lettura, per approfondire e desiderare
di conoscere maggiormente Gesù nella propria vita.
Ma c'è un altro aspetto da considerare. Ho parlato di
comunità (infatti, quella barca rappresenta una
comunità), che in realtà significa essere Chiesa
(popolo di Dio), ed è nel suo aspetto umano,
un'entità minacciata. E non può essere altrimenti,
perché Dio non è ancora tutto in tutti. La Chiesa
è di natura divina, tuttavia il corpo, vale a dire il
popolo che la forma, è di natura umana, terrena, soggetta
quindi alle tentazioni dell'avversario. Però il suo essere
è garantito, preservato, inattaccabile, ma solo dall'alto,
ossia da Dio, e non dal basso, ossia dagli uomini che ne fanno
parte: La Chiesa nella misura in cui fa dipendere il suo essere
da Dio nell'evento della sua Parola e del suo Spirito Santo,
è sottratta alle minacce, giustificata, santificata,
purificata, preservata dal maligno. Nel suo Signore Gesù
Cristo trova la sua unica garanzia; solo da lui riceve la
promessa; solo guardando a lui acquista la sicurezza della sua
durata. Da parte degli uomini che ne fanno parte non esiste,
infatti, alcuna garanzia del genere per la Chiesa. Rimane sempre,
accanto alla fede, la possibilità dell'incredulità,
dell'eresia, della superstizione, come pure dell'ignoranza,
dell'indifferenza, dell'odio, della disperazione, perfino
dell'impotenza delle preghiere; e ciò finché
durerà il tempo, finché la manifestazione finale
della vittoria di Gesù Cristo non avrà dissipato
anche quest'ombra.
La liberazione dell'indemoniato di
Ghergesa
Capitolo 8,26-39
*Approdarono quindi nella regione dei ghergeseni che sta
sulla riva opposta alla Galilea. *E, sceso sulla terra, gli si
fede incontro dalla città un uomo posseduto da demoni: da
molto tempo non portava vesti, né abitava in casa, ma nei
sepolcri. *Veduto Gesù, gettò un grido, gli si
gettò ai piedi e a gran voce disse: Che vuoi da me,
Gesù, figlio di Dio altissimo? Ti prego, non tormentarmi!
*Perché Gesù aveva ordinato allo spirito impuro di
uscire da quell'uomo. Più volte infatti lo spirito si era
impossessato di lui; allora lo legavano per trattenerlo, con
catene e con ceppi, ma egli spezzava i legami e veniva spinto dal
demonio in luoghi deserti. *Gesù gli domandò: Come
ti chiami? Legione, rispose, perché molti demoni erano
entrati nell'uomo. *E lo supplicavano di non ordinargli di andare
nell'abisso. *C'era una grossa mandria di porci sul monte a
pascolare, e lo pregarono che li lasciasse entrare in loro; ed
egli acconsentì. *I demoni uscirono dall'uomo ed entrarono
nei porci: e la mandria precipitò dall'alto della scarpata
giù nel lago e affogò. *A quella vista i guardiani
fuggirono e divulgarono la notizia in città e per le
campagne. *La gente venne per vedere l'accaduto; arrivarono da
Gesù e trovarono l'uomo dal quale erano usciti i demoni
seduto, vestito e sano di mente ai piedi di Gesù, e furono
presi da paura. *Coloro che avevano veduto il fatto raccontarono
come era stato salvato l'indemoniato. *Allora tutta la
popolazione del territorio dei ghergeseni gli chiese di
allontanarsi perché era in preda a un grande spavento. Ed
egli rimontò in barca per partire. *Ora l'uomo dal quale
erano usciti i demoni lo pregava di tenerlo con sé, ma
Gesù lo congedò discendo: *Torna a casa tua e
racconta quanto Dio ha fatto per te. Ed egli se ne andò
proclamando per tutta la città quello che Gesù
aveva fatto per lui.
Ci troviamo di fronte ad uno dei più strani racconti
del vangelo di Luca. L'attenzione è subito polarizzata dal
curioso intermezzo della mandria di porci che affoga nel lago.
Tuttavia questo non deve far perdere di vista il fulcro di tutta
la narrazione: l'incontro di Gesù con un uomo straziato da
una furia di violenza e di morte e il gesto liberatore che lo
reintegra nella dignità umana. La struttura del racconto
segue lo schema degli esorcismi o liberazioni d'indemoniati
(Mc.1,23-27); l'incontro tra Gesù e l'indemoniato, 5,6; il
dialogo, la richiesta del nome e l'ordine di Gesù, 5,7-10;
la descrizione dell'effetto ottenuto, 5,13.14-16.
L'indemoniato vede da lontano Gesù, appena sbarcato, e
gli corre incontro; ciò che accade dopo è
raccontato da due serie di testimoni, dai guardiani, 5,14, e da
chi avevano veduto 5,16. Il folle abitava in qualche caverna
naturale o artificiale, posta in mezzo ai giardini o ai campi,
spesso a fianco di una montagna. Un posto tranquillo e abbastanza
isolato. Si trattava di un ossesso dotato di forze non comuni.
Marco, infatti, ci fornisce tutta una serie di caratteristiche di
questa psicosi, una serie di particolari che è difficile
escludere l'idea di una gran popolarità del soggetto in
questione. Tanto che la descrizione stessa è tra le
più drammatiche del suo vangelo. Il folle era così
esagitato che, pur essendo stato più volte legato, prima
ai piedi, poi anche alle braccia, con ceppi e catene, egli aveva
sempre infranto gli uni e spezzato le altre. Per questa ragione
si era deciso di espellerlo dalla città, relegandolo
presso un cimitero. La sua malattia aveva preso un decorso
progressivo inarrestabile, diventando sempre più
preoccupante.
Il folle dopo avere riconosciuto Gesù quale Figlio di
Dio, lo scongiura di non tormentarlo e di non scacciarlo da
quella regione. Tanto che Gesù chiese come si chiamasse il
demone tormentatore: Legione, rispose. Lì nei pressi vi
era la presenza di una mandria di porci (ci troviamo in un
territorio semi pagano, infatti, la carne di maiale rappresentava
un tabù per gli ebrei). Con la suddetta presenza, il
dramma cambia improvvisamente di scena, forse perché si
era determinata una sorta di stallo fra i due. Soltanto quando il
folle getta uno sguardo su quel branco di maiali, la situazione
si sblocca e procede avanti. Ecco che il folle fa la sua proposta
a Gesù, vale a dire di mandare la legione da quei porci,
per entrare in loro. Gesù acconsente e ordina a quei
demoni di uscire da quell'uomo. Il branco precipitò nel
burrone del lago e affogarono uno dopo l'altro. Ciò che
importa sono le reazioni degli uomini ai fatti, e i fatti sono
due: la guarigione e la strage. I guardiani dei porci fuggiti per
la paura, si recarono ad avvisare i proprietari, la gente di
campagna, i discepoli di Gesù e pochi altri.
Qual è la reazione della gente? Paura, paura
dell'esorcismo. Prima avevano paura della follia, ora della
guarigione; prima temevano di contagiarsi, ora di ricredersi.
L'atteggiamento sembra molto schematico, unilaterale, ma il fatto
è che le cose siano cambiate così all'improvviso, a
loro insaputa, li sconcerta, li sgomenta. Il geraseno, ora
è seduto, vestito e sano di mente. L'evidenza di questo
rassicurante comportamento dovrebbe far capire agli astanti che
il "folle" non è più lo stesso, che qualcosa di
decisivo è avvenuto dentro di lui, permettendogli di
ritrovare la lucidità mentale, la cosiddetta
"normalità". In altre parole era guarito. Il mostro
è rinsavito, non ha più bisogno d'essere legato o
tenuto ai margini della società. Gesù risanando il
folle gli offre una prospettiva di vita nuova, senza strapparlo
dal suo ambiente naturale e sociale: lo invita a riprendere il
rapporto con gli amici di un tempo e con i parenti, a
riconciliarsi con loro, perché è solo facendo
comunità che egli potrà vincere la situazione di
diffidenza. Luca ha collocato quest'episodio nel ciclo dei
miracoli con l'intento di dimostrare la potenza straordinaria di
Gesù che si rivela in territorio pagano a favore di un
uomo, come abbiamo visto, dominato dallo spirito immondo.
Il tutto è proposto in modo plastico nella descrizione
dell'indemoniato, l'uomo che abita nei sepolcri, particolare
ripetuto tre volte, in altre parole in una zona impura, estranea
al mondo del sacro e del divino, in preda alla furia e violenza
incontrollata dello spirito. Questi due tratti caratterizzano la
forza demoniaca come potenza di morte e di distruzione
disgregatrice della dignità e libertà umana. In
quell'ambiente Gesù lascia un segno vivente, un testimone
della potenza liberatrice di Dio.
Come abbiamo meditato, anche ai pagani è annunciata la
salvezza, attraverso la testimonianza dell'uomo guarito.
Così da un episodio "prodigioso", sconcertante, può
nascere la fede sincera. Non sempre siamo in grado di valutare il
livello di fede di molta gente, che volentieri chiameremmo
"pagana" per via delle sue manifestazioni religiose che
sconfinano nella superstizione, nel culto dei morti, in
atteggiamenti pre-cristiani, in una fiducia quasi cieca nella
potenza taumaturgica di un santo. Sono questi i poveri che
sovente non hanno altri mezzi espressivi per tradurre i loro
sentimenti profondi e la loro appartenenza a Cristo Signore. Ma
tutto ciò non esclude, anzi raccomanda - secondo lo
spirito del vangelo - ogni sforzo per purificare e illuminare
attraverso la parola, la "verità" dei gesti liturgici ed
ecclesiali come risposta alle attese di chi non ha imparato a
riconoscere perfettamente chi è Gesù, Figlio di Dio
Salvatore. Più difficile è trovare una via per i
"nuovi pagani", soddisfatti dalla civiltà dei consumi e
del benessere materiale. Come rompere quel terribile dominio di
satana che è il denaro, come diventare un popolo di poveri
nello spirito, come resistere all'indifferenza e all'isolamento
che il credente prova in un mondo che non crede e per il quale la
persona e la parola di Gesù è insignificante?
Questi sono i problemi del popolo di Dio, del Regno di Dio oggi,
davanti ai quali ci è indicata la solitudine e la
dedizione di Gesù alla sua missione.
Guarigione di una donna e
risurrezione di una bambina.
Capitolo 8,40-56
*Al suo ritorno Gesù fu accolto dalla folla,
perché tutti stavano ad aspettarlo. *Ed ecco che arriva un
uomo di nome Giairo, presidente della sinagoga, che, gettatosi ai
piedi di Gesù, lo supplicava di andare a casa sua *dove
l'unica sua figliola, una fanciulla di dodici anni, stava per
morire. Mentre Gesù si avviava, la folla gli si accalcava
attorno. *E una donna che da dodici anni soffriva di emorragia
(aveva speso tutti i suoi proventi in medici) e nessuno era
riuscito a guarirla, *gli si accostò di dietro e gli
toccò la frangia del mantello. E sull'istante le si
arrestò il flusso di sangue. Gesù domandò:
Chi mi ha toccato? Siccome tutti negavano, Pietro gli rispose:
Maestro, la gente ti stringe da ogni parte e ti opprime. *Ma
Gesù replicò: Qualcuno mi ha toccato, perché
ho sentito che una forza è uscita da me. *Allora la donna,
vedendo che non poteva rimanere nascosta, si fece avanti tutta
tremante e, gettatasi ai suoi piedi, raccontò davanti a
tutti per qual motivo lo aveva toccato e come sull'istante era
stata guarita. *Egli allora le disse: Figlia, la tua fede ti ha
salvata. Va' in pace. *Mentre ancora parlava, venne uno dalla
casa del presidente della sinagoga a dirgli: Tua figlia è
morta, non disturbare più il maestro. *Ma Gesù che
aveva sentito disse al padre: Non temere, soltanto abbi fede e
sarà salva. *E, arrivato alla casa, non permise che alcuno
vi entrasse con lui, salvo Pietro, Giacomo e Giovanni, il padre e
la madre della bambina. *Tutti piangevano e facevano lamento su
di lei. Ma egli disse: Non piangete, non è morta, ma
dorme. *E ridevano di lui, sapendo che era morta. *Ma egli la
prese per mano e ad alta voce esclamò: Fanciulla, sorgi!
*Quella si rianimò e all'istante si rizzò in piedi.
Gesù ordinò di darle da mangiare. *I genitori
furono sconvolti. Ma egli raccomandò loro di non
raccontare a nessuno ciò che era accaduto.
Gesù è sempre in cammino. Sbarcato sull'altra
riva del lago, il capo della sinagoga Giairo, cerca Gesù
perché sua figlia è ammalata e lo prega di
aiutarlo. Strada facendo accade un fatto. Tra la folla c'è
una povera donna, esclusa e umiliata per la sua condizione
fisica, al punto di non osare apparire in pubblico. La sua
emorragia cronica, secondo le prescrizioni religiose del tempo,
la rende impura, in altre parole intoccabile e contagiosa per
chiunque, tanto più per un profeta come Gesù
(Lv.15,19-30). Infatti, secondo la legge ebraica, la donna
è impura per tutta la durata del ciclo mensile e deve
avvertire del proprio stato non soltanto il marito (per il
divieto di rapporti sessuali), ma anche tutti gli altri maschi
della famiglia: essi devono evitare scrupolosamente di toccarla o
di toccare qualsiasi oggetto che sia stato in precedenza toccato
da lei, per non divenire a loro volta impuri.
Il caso dell'emorroissa contempla l'irregolarità,
giacché il periodo d'impurità non è
prevedibile. Perciò la donna si trova in stato
d'impurità permanente, ed è letteralmente esclusa
dalla società, almeno dal consorzio maschile, quasi come
se si trattasse di una lebbrosa, con l'aggravante psicologica che
la sua presunta malattia abbia una connotazione legata al sesso.
E' a questo punto che inizia la storia di liberazione. Le sue
implicazioni più profonde rischiano di sfuggire a chi
legge con superficialità il testo evangelico. Infatti,
Gesù con quest'incontro, abbatte e denuncia il tabù
della femminilità, del sangue e del sesso, che esiste
nella Giudea. Tutta la narrazione, nell'ambiente in cui è
inserita, ha una portata dirompente e rivoluzionaria. In primo
piano, si trova l'atteggiamento libero e creativo di Gesù
nei confronti della Legge ebraica e soprattutto in rapporto alla
questione cruciale del puro e dell'impuro. Non solo, leggendo il
testo in un'ottica attualizzante, riscontriamo il problema tra
vecchio e nuovo alla luce della fede che salva. Il racconto
è molto semplice. La donna che soffre di emorragia da
dodici anni approfitta dell'affollamento intorno a Gesù
per toccare di nascosto il suo mantello e non la sua persona,
persuasa nell'intimo che il semplice contatto basterà a
guarirla. E, infatti, è guarita.
Il contatto furtivo con la frangia del mantello di Gesù
si è trasformato, grazie alla sua iniziativa di
misericordia, in un incontro che le dà la "pace", in
pratica la piena comunione e dignità di figlia di Dio.
Come possiamo notare, vi è dunque una crescita dalla
fiducia alla fede, dalla segregazione umiliante alla gioiosa
liberazione. La fiducia primitiva della donna è accolta da
Gesù e trasformata in fede che dona la salvezza e con lei
la guarigione. Poiché è venuta a contatto, non con
una forza o magnetismo guaritore, ma con la potenza salvifica del
Figlio di Dio, essa può proclamare "davanti a tutti", la
sua domanda di salvezza e quanto le è avvenuto. Questo
episodio ci pone davanti ad un miracolo molto trasgressivo, su
due fronti: da una parte di chi lo compie come di chi lo
riceve.
La donna ha un ruolo molto attivo nella vicenda, più di
qualsiasi altro miracolato dei Vangeli: di fatto è lei a
determinare lo svolgersi dell'accaduto. Non si limita, come altri
sofferenti, incontrando Gesù, ad invocare a parole il suo
intervento (umanamente potremmo anche affermare che la donna
agisce in questo modo poiché trattenuta dalla vergogna).
Tuttavia, con un atto di volontà vuole assicurarsi
l'intervento, vuole pilotarlo da sé senza tentennamenti e
dubbi di sorta: "Se solo riuscirò a toccare il suo
mantello, sarò guarita".
Qui mi fermo un istante per una brevissima riflessione.
Purtroppo la nostra concezione di fede è più
mentale, più asettica; al contrario dell'agire della
donna, almeno all'inizio, dal momento che riscontriamo una certa
dose di superstizione (spiegabile psicologicamente e
storicamente). Tuttavia il "toccare" esprime la pienezza
dell'incontro personale e dell'adesione di fede. Il gesto
proibito della donna manifesta certo una disperata volontà
di guarire (similmente come la volontà di Zaccheo di
vedere Gesù, cui segue l'incontro), ma anche una fede
assoluta in Gesù, ben più forte d'ogni timore. Essa
è tutta protesa verso Gesù, anche se non sa
spiegarsi la causa di quello stimolo interiore, si rende conto
del fatto che in lui si trovano la salvezza e la liberazione e la
desidera per sé. Quasi a scacciare il senso di
superstizione che qualcuno potrebbe ricavare, Gesù con le
sue parole la innalzano nell'ambito della coscienza di fede.
Attraverso quel contatto che ha ricercato sfidando la
proibizione, è risanata; e anche lodata per la sua fede e
il suo coraggio e chiamata "figlia". Reintegrata in pratica nel
consesso del popolo eletto.
L'esempio della professione di fede nel Signore Gesù fa
nuove tutte le cose e chiama ciascuno (come la donna) ad una fede
più convinta e matura, capace di tradursi in testimonianza
coerente e responsabile. E' Gesù, infatti, la rivelazione
piena del Vangelo dell'amore, ed è lui che, con il dono
dello Spirito Santo, fa nascere nell'umanità una storia
concreta d'amore e carità. Quindi volgere lo sguardo a
Gesù significa, perciò, aprirsi ad una coraggiosa
verifica per vedere quanto ci siamo lasciati plasmare dal
"Vangelo dell'amore".
Vale a dire che, come la donna emorroissa passò da una
fede primitiva ad una di cuore, anche noi dobbiamo passare da una
"fede di consuetudine" ad una "fede di convinzione". A questo
punto tutti noi siamo pronti e preparati a percorrere con Giairo
l'ultima tappa della fede cristiana che stiamo meditando. Giairo
aveva già espresso in modo esemplare la sua fede nella
potenza salvifica di Gesù, "Vieni, imponi le tue
mani…" Ma mentre Gesù stava ancora parlando
qualcuno giunge dalla casa del capo della sinagoga portando la
triste notizia che la figlia è morta. Quindi,
"Perché disturbare ancora il Maestro?". Qui assistiamo al
tentativo di qualcuno di lasciar perdere tutto. Gesù,
però, va lo stesso, anzi, invita Giairo ad avere fede e
nel tragitto incontra persone, servi o parenti, che piangono e
fanno lamenti funebri, addirittura qualcuno lo deride quando lui
sostiene che la figlia di Giairo dorme e non è morta. Ma
quale fede si esige davanti alla morte? Con allusioni discrete,
ma abbastanza precise per il cristiano, l'evangelista ci fa
intuire la dimensione pasquale del miracolo. Innanzitutto
Gesù sceglie come testimoni del miracolo, i tre discepoli
che lo accompagneranno sul monte della Trasfigurazione e nella
notte dell'agonia nel Getsemani e che diventeranno le "tre
colonne" della futura comunità di Gerusalemme. In altre
parole sono presenti al miracolo, che anticipa la vittoria sulla
morte.
Anche qui, come in precedenza, c'è un contatto:
Gesù le prende la mano e dice: "Talitha
kum". E' un ordine perentorio. La figlia di Giairo si
alza e si mette a camminare. Lo stupore è una delle parti
fisse nei racconti di miracolo e rileva la gratuità di
qualcosa che è avvenuto e che non è dipeso da noi.
Il miracolo, prassi d'antirassegnazione, ci lascia sempre a bocca
aperta di fronte alle inedite possibilità di cambiamento.
Dopo Gesù si rivolge ai genitori ordinando loro due cose:
Non fare della propria figlia un fenomeno da baraccone
(raccomandò che nessuno venisse a saperlo); di darle da
mangiare. Quest'ultima azione così concreta e così
importante pone l'accento che la ragazza ora viveva ma che doveva
continuare a vivere.
Un'altra considerazione che possiamo trarre da questa vicenda
è il confronto tra Gesù e la morte. Nella casa del
capo della sinagoga già si celebrava la morte secondo i
riti di partecipazione sociale al lutto. E anche qui vi è
un contrasto evidente: Gesù ridimensiona la tragedia della
morte e vuol gettare un velo su quello che ha compiuto. Cosa sia
avvenuto in quegli istanti tra Gesù e quella ragazzina
dodicenne, rimarrà sempre nel cuore di Gesù ed
è giusto che "nessuno venisse a saperlo", perché
l'azione di Dio nel cuore di ciascuno e ciascuna di noi possa
manifestarsi liberamente oltre gli schemi che a volte
c'imprigionano, oltre la folla chiassosa di cui troppe volte
facciamo parte, oltre la non voglia di vivere che paralizza.
L'insegnamento che ne traiamo è che come Elia nel
deserto, come questa fanciulla, anche noi abbiamo bisogno di
riprendere il cammino: un po' di pane, una mano da stringere e
quella parola: Talitha kum!, (Fanciulla, sorgi!). Indice Vangelo di Luca
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