Vangelo di Luca

Guarigione del servo di un
ufficiale.
Capitolo 7,1-10
*Quando Gesù ebbe terminato di rivolgere queste
parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao.
*Un ufficiale aveva un servo, che gli era molto caro. Questi
s'era ammalato e stava per morire. *Sentito parlare di
Gesù, gli mandò alcuni notabili dei giudei a
pregarlo di venire a salvare il suo servo. *Venuti quelli da
Gesù, lo pregarono con insistenza dicendo: Egli merita che
tu gli faccia questo, *perché ama la nostra gente ed
è stato lui a costruirci la sinagoga. *Gesù si
incamminò con loro. Ma, giunto nei pressi della casa,
l'ufficiale gli mandò incontro degli amici a dirgli:
Signore non disturbarti! Io non son degno che tu entri in casa
mia; per questo non mi sono ritenuto degno di venire da te, ma
dì una parola e il mio servo sarà guarito. *Anch'io
infatti, che sono un uomo sottoposto ad autorità e ho
sotto di me dei soldati, dico a uno: Va', ed egli va; e a un
altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa' questo, ed egli
lo fa. *All'udire questo, Gesù fu pieno di ammirazione per
lui, e rivolgendosi alla folla che lo seguiva, disse: Vi dichiaro
che una tale fede non l'ho trovata neppure in Israele. *E gli
inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo
guarito.
Possiamo scoprire il motivo per il quale Luca ha collocato
questo racconto subito dopo il discorso di Gesù ai
discepoli. Il Maestro, che ha appena rivolto il suo annuncio di
salvezza ai poveri e parole tanto impegnative ai discepoli,
rivela ora l'efficacia della sua "parola" per chi l'accoglie con
fiducia e umiltà. Nel brano viene esaltata la fede di un
pagano nell'efficacia della parola di Cristo. Ancora oggi tutti
noi cristiani usiamo le stesse parole del centurione durante il
rito della comunione eucaristica: "…ma di' soltanto una
parola... ". Tutto l'interesse del racconto è concentrato
nel dialogo tra Gesù e gli inviati del centurione pagano e
culmina nella proclamazione di Gesù: "Vi dichiaro che
una tale fede non l'ho trovata neppure in Israele".
Il fatto avviene nel momento in cui Gesù rientra a
Cafarnao, dove era di guarnigione il centurione: probabilmente
faceva parte delle truppe mercenarie del tetrarca Erode Antipa.
Era pagano, ma ben disposto verso il giudaismo, tanto che aveva
costruito a sue spese la sinagoga di Cafarnao; la sua
bontà di cuore è confermata anche dal fatto che
aveva uno schiavo al quale era affezionatissimo, trattandolo
più da figlio che da schiavo. Ora, questo schiavo si era
ammalato e stava in punto di morte; l'angosciato centurione, che
aveva certamente provato tutte le cure ma invano, conosceva di
fama Gesù, anzi proprio in quel giorno Cafarnao si doveva
essere quasi svuotata perché molti si erano recati sulla
vicina montagna dove il famoso Maestro teneva un discorso.
Disperato dal fatto che nessun medico riusciva a guarire lo
schiavo, il centurione pensò spontaneamente a Gesù;
tuttavia non osava proporgli il suo caso, poiché era
pagano. Allora si rivolse ai Giudei di un certo lignaggio,
affinché parlassero a Gesù del moribondo pregandolo
di intervenire. E così avvenne. I Giudei fecero
l'ambasciata e raccomandarono vivamente a Gesù la supplica
del centurione: Egli merita che tu gli faccia questo,
perché ama la nostra gente ed è stato lui a
costruirci la sinagoga.
Il pagano era stato un benefattore, e anche Gesù si era
servito della sinagoga per pregare e predicare; quindi si
avviò insieme agli intercessori alla volta della casa del
centurione. Ne era già in vista, quando fu incontrato da
una seconda ambasceria inviatagli dal centurione. Il centurione
percepiva una certa titubanza, motivata da scrupolo e da
rispetto: la sua casa era pagana, per questo un Giudeo osservante
non sarebbe potuto entrarvi senza ritenersi contaminato.
Perciò i nuovi inviati avvertirono delicatamente
Gesù da parte del centurione: Signore, non
disturbarti! Io non sono degno che tu entri in casa mia; per
questo non mi sono ritenuto degno di venire da te, ma di'
una parola e il mio servo sarà guarito. Poi,
dopo questa affermazione, il centurione fa inaspettatamente una
professione di fede alla maniera militare: "...ho sotto di me
dei soldati, dico a uno: Va', ed egli va; e a un altro: Vieni, ed
egli viene; e al mio servo: Fa' questo, ed egli lo fa". Il
centurione voleva giustificare il proprio rispetto verso
Gesù col suo spirito militare. Egli conosceva bene la
disciplina militare, e l'esercitava sui propri soldati essendone
sempre obbedito; Gesù quindi non si abbassasse fino a
venire a casa sua, ma pronunciasse una sola parola e il suo
comando sarebbe subito riconosciuto ed eseguito dalle forze della
natura che opprimevano il moribondo. Gesù fu pieno
d'ammirazione per lui, e all'istante la parola attesa dalla bocca
del Maestro fu pronunciata, e il malato guarì nello stesso
istante.
La dichiarazione di Gesù nei confronti del centurione
esalta la fede dell'uomo come vera fede salvifica. Nel racconto
evangelico tutto ciò passa quasi in secondo piano, mentre
in prima linea rimane la tanta fede. In pratica si tratta di un
cammino della fede cristiana: dalla fiducia in Gesù, che
può e vuol guarire, all'accoglienza della sua persona come
inviato autorevole di Dio, all'apertura sincera e totale che va
oltre il dono della guarigione. Possiamo affermare che il vero
miracolo è quello del pagano che giunge alla fede. Luca ha
visto nel centurione di Cafarnao un modello e un anticipo dei
pagani simpatizzanti, che entrano a far parte della
comunità cristiana.
La resurrezione di un giovane a
Nain.
Capitolo 7,11-17
*In seguito Gesù si recò in una città
chiamata Nain, accompagnato dai suoi discepoli e da molta folla.
*Quando fu vicino alla porta della città, vide che
portavano a seppellire un morto, figlio unico di una madre
vedova; molta gente della città l'accompagnava.
*Vedendola, il Signore ne fu commosso e le disse: Non piangere!
E, accostandosi, toccò la bara; i portatori allora si
fermarono ed egli disse: Ragazzo, io te lo dico: Alzati! *Il
morto si levò a sedere e incominciò a parlare, e
Gesù lo rese alla madre. *Tutti furono presi da timore
religioso e davano gloria a Dio, dicendo: Un grande profeta
è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo. *E questa
voce si sparse per tutta la Giudea e in tutti i
dintorni.
Anche in quest'episodio un gesto di misericordia e d'amore,
simmetrico a quello del servo del centurione a Cafarnao. I
protagonisti sono la madre vedova e il suo giovane figlio morto,
che viene portato alla sepoltura nello stesso istante n cui
Gesù entra sta per entrare in Nain.
Il Maestro, accompagnato dai discepoli e da molta folla,
mentre sta per entrare nella porta delle mura, ecco uscirne un
corteo funebre, indirizzato certamente a quel cimitero che esiste
ancora oggi a breve distanza dalle case e contiene antiche tombe
scavate nella roccia. Portavano alla tomba un giovanetto; la
madre del morto, che era vedova ed aveva quel solo figlio,
seguiva la salma, distrutta da tanto dolore. Il fatto era
particolarmente pietoso, forse ciò spiega anche
perché c'era molta folla della città insieme
con la vedova: certamente tutti del borgo avevano saputo
della disgrazia e volevano partecipare al dolore dell'infelice
mamma. L'attenzione di Gesù è per la povera mamma;
la sua partecipazione al dolore è immediata.
Gesù non vede che la donna: Vedendola, il Signore
ne fu commosso e le disse: Non piangere! Queste parole
chissà quante volte erano dette e ripetute in quella
giornata alla povera donna, ma restavano soltanto parole.
Gesù, però, va oltre. L'ordine di non piangere
anche se in questa circostanza pare paradossale, è una
promessa. Luca ha già fatto intuire l'esito di
quest'incontro dal momento che ha chiamato Gesù con il
titolo carico di significato "Il Signore". Infatti, egli
...accostandosi, toccò la bara; i portatori allora si
fermarono ed egli disse: Ragazzo, io te lo dico: Alzati! Il morto
si levò a sedere e incominciò a parlare; e
Gesù lo rese alla madre. Come possiamo notare, la
descrizione è quanto di più vivo ed immediato si
può immaginare; ha perfino il realismo di farci notare
come i portatori si fermassero sorpresi dall'inaspettato
intervento, e come il morto, tornato in vita ma sbalordito ben
più dei portatori, per prima cosa si mettesse a sedere
sulla bara, quasi per prendere tempo e orientarsi e rendersi
conto di quanto era successo.
La folla ha una reazione di meraviglia e riconosce l'azione
potente e salvifica di Dio: Davano gloria a Dio. E
nell'esclamazione finale: "Un grande profeta è sorto
tra noi e Dio ha visitato il suo popolo", in questo modo
Luca ci offre la chiave d'interpretazione di tutto l'episodio. La
folla riconosce i segni del Messia, ecco perché esclama
che Dio ha visitato il suo popolo. Essa vede nel "segno"
l'irruzione, nella nostra vicenda quotidiana, di un mondo nuovo,
del mondo vero, del mondo della vita, che sarà inaugurato
poi soprattutto dal momento in cui Gesù Cristo stesso
risorgerà. Il "segno" (miracolo) - in genere - è
proprio il segno dell'irruzione di questo mondo nuovo nel nostro
mondo vecchio d'ogni giorno.
Gesù è il Signore e per mezzo di lui è
Dio stesso che ora interviene in modo efficace per la salvezza
del suo popolo. Questa è la visita definitiva ed
eccezionale di Dio: la risurrezione dei morti è un segno
decisivo per chi lo sa accogliere.
Gesù e Giovanni
Battista.
Capitolo 7,18-35
*I discepoli di Giovanni gli riferirono tutti questi
avvenimenti. Chiamati due dei suoi discepoli, Giovanni *li
mandò dal Signore a domandargli: Sei tu colui che viene o
dobbiamo aspettare un altro? *E quelli, presentatisi a lui, gli
dissero: Giovanni, il Battista, ci ha mandati da te a chiederti:
Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro? *In
quell'occasione Gesù guarì molti da malattie e
infermità e da spiriti cattivi e a molti ciechi
ridonò la vista. *Poi rispose agli inviati: Andate e
riferite a Giovanni quello che avete veduto e udito: i ciechi
vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi
odono, i morti risorgono, i poveri ricevono la buona notizia. *E
beato colui che non troverà in me occasione di inciampo.
*Quando gli inviati di Giovanni furono partiti, Gesù
cominciò a parlare di Giovanni alle turbe: Che cosa siete
andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? *Dite,
che andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ma quelli
che portano vesti preziose e vivono nel lusso stanno nei palazzi
dei re. *Allora che siete andati a vedere? Un profeta? Sì,
vi dico, e più che un profeta. *Egli è colui del
quale sta scritto: Ecco, io mando il mio messaggero avanti a te.
Egli preparerà la via davanti a te. *Vi dico, anzi che non
è ancora nato nessun uomo più grande di Giovanni;
ma il più piccolo nel regno di Dio è più
grande di lui. *E tutto il popolo che lo ascoltò e gli
stessi esattori del fisco hanno riconosciuto e attuato la
volontà di Dio, facendosi battezzare da Giovanni *mentre i
farisei e i maestri della legge, non sottoponendosi al suo
battesimo, hanno respinto il progetto di Dio su di loro. *A chi
dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, e a
chi sono simili? *Sono come quei ragazzi seduti in piazza che si
rinfacciano a vicenda dicendo: Vi sonammo il flauto e non
ballaste; vi cantammo lamentele funebri e non piangeste. *E'
venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non
beve vino, e dite: E' matto. *E' venuto il figlio dell'uomo che
mangia e beve, e dite: Ecco un ingordo e un ubriacone, amico
degli esattori del fisco e dei peccatori. *Ma il progetto
salvifico di Dio è stato riconosciuto giusto da tutti i
suoi figli.
Giovanni era ormai da qualche tempo in prigione nelle segrete
di Erode Antipa. Quanto più il tempo passava tanto
più il suo spirito, si struggeva di vibrante attesa: egli
era nato e vissuto per essere il precursore del Messia, e non
aveva mancato neanche un giorno alla sua missione. Tuttavia la
sua vita poteva essere stroncata da un giorno all'altro dalla
prepotenza degli uomini, e lui non vedeva coronata la sua
missione da una palese e solenne manifestazione del Messia. Erode
Antipa, il tiranno, nutriva per Giovanni una superstiziosa
venerazione, e gli permetteva di ricevere nella prigione alcuni
suoi discepoli rimastigli devoti anche dopo la comparsa pubblica
di Gesù. Così, tramite i visitatori, egli era
informato dei progressi che faceva Gesù e i fatti
straordinari che l'accompagnavano.
I visitatori gli annunciavano che il Rabbi operava segni
stupefacenti, ma che in nessuna occasione si era proclamato
Messia. Decise allora di inviare due suoi discepoli da
Gesù con l'incarico di rivolgergli la domanda: Sei tu
colui che viene o dobbiamo aspettare un altro? La richiesta
perciò costringeva ad una precisa dichiarazione:
Gesù non poteva negare in pubblico quella sua
qualità di cui Giovanni era assolutamente certo; i
discepoli interroganti, udendo anche dalla bocca di Gesù
quella stessa affermazione che a suo riguardo avevano udito dalla
bocca del venerato Giovanni il Battista, non potevano più
esimersi dall'accettare Gesù quale Messia.
La risposta di Gesù fu diversa da quella che Giovanni
attendeva: egli non pronunciò il "no" che era impossibile,
ma neppure pronunciò il chiaro ed esplicito "sì"
che Giovanni aveva tentato di provocare. I due inviati
ricevettero la risposta... Andate e riferite a Giovanni
quello che avete veduto e udito: i ciechi vedono, gli zoppi
camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti
risorgono, i poveri ricevono la buona notizia. Invece di
rispondere con parole, Gesù rispondeva con i fatti, i
quali valevano a dimostrare se egli fosse o no il Messia tanto
atteso.
Gesù, una volta partiti gli inviati di Giovanni,
completa la sua risposta che non può prescindere dal ruolo
storico del Battista. Tre domande pressanti in forma progressiva
rivolte al popolo, stagliano in contorni netti la figura del
profeta-predicatore del Giordano: non è un uomo incostante
e pavido di fronte ai potenti come Erode, una canna sbattuta dal
vento; non un cortigiano, un adulatore, ma un rappresentante
genuino della tradizione profetica. Ma il ruolo specifico di
Giovanni è quello di essere l'ultimo della serie dei
profeti, di quelli che hanno sostenuto la speranza nel tempo
dell'attesa e della preparazione. Egli, infatti, è il
precursore della venuta decisiva di Dio, perché sta alla
frontiera del tempo nuovo, il tempo del regno di Dio, inaugurato
da Gesù. Un salto qualitativo separa il tempo di Giovanni
da quello di Gesù, al punto che Giovanni non regge al
confronto nemmeno con gli ultimi, i piccoli che fanno parte del
tempo nuovo.
Il confronto non è tra la dignità personale di
Giovanni e i membri del regno di Dio, ma tra due epoche storiche,
due momenti del cammino o processo salvifico. In altre parole il
compito specifico di Giovanni è interamente subordinato e
orientato a Gesù, il portatore del regno.
Gli ultimi versetti del brano hanno senso solo se letti in
unione con i vv.24-30, Dite, che andaste a vedere? Un uomo
avvolto in morbide vesti? Ma quelli che portano vesti preziose e
vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re. Allora, che siete
andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che
un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io
mando il mio messaggero avanti a te. Egli preparerà la via
davanti a te. Il senso è: Giovanni è il
precursore, Gesù è colui che il Battista ha
annunciato, in altre parole il Messia. Ma come hanno reagito gli
uomini di fronte a Giovanni e come reagiscono di fronte a
Gesù? La risposta è che i farisei si sono
comportati come dei bambini capricciosi. Non così i
pubblicani.
Purtroppo la predicazione di Giovanni prima, di Gesù
poi, non è accolta dalle masse: invece di convertirsi, la
gente critica i predicatori, li oppone l'uno all'altro e si
disinteressa di entrambi. Questa indifferenza li porterà
alla rovina. Tuttavia i segni del regno sono sufficientemente
chiari per coloro che li vogliono decifrare: al tempo di
Gesù e al tempo nostro. Ci indicano le condizioni
richieste per conoscere il senso della storia e scoprirne le
svolte essenziali. Per parte nostra, saremo dalla parte dei
"figli della sapienza" o dalla parte dei "bambini incontentabili
che gridano sulla piazza"? Saremo capaci, come cristiani, di
leggere i segni dei tempi sotto la guida delle parole di Cristo e
rinnovarci affinché il popolo di Dio sia segno di salvezza
in mezzo agli uomini e l'eucaristia sia segno del regno in
preparazione nel cuore?
La peccatrice perdonata.
Capitolo 7,36-50
*Un fariseo lo invitò a pranzo da lui, ed egli,
entrato nella casa del fariseo, si mise a tavola. *Una donna,
nota nella città come peccatrice, saputo che egli era a
tavola presso il fariseo, venne portando un vaso di profumo in
alabastro e, *ponendosi alle sue spalle, presso i suoi piedi,
incominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava coi
suoi capelli e li baciava e li cospargeva di profumo. *Vedendo
questo, il fariseo che l'aveva invitato pensava tra sé:
Costui, se fosse un profeta, saprebbe chi e che razza di donna
è quella che lo tocca; una peccatrice. *Gesù allora
gli disse: Simone, ho qualcosa da dirti. Ed egli: Maestro,
dì pure. *Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva
cinquecento pezzi d'argento, l'altro cinquanta. * Non avendo essi
da restituire, egli condonò il debito ad ambedue. Chi dei
due avrà più amore? *Rispose Simone: Penso quello
al quale fu condonato di più. Gli rispose Gesù: Hai
giudicato rettamente. *E, volto verso la donna, disse a Simone:
Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai
versato l'acqua per i piedi; essa invece mi ha bagnato i piedi
con le sue lacrime e me li ha asciugati con i suoi capelli. *Tu
non mi hai dato il bacio; essa invece da quando sono entrato non
ha cessato di baciarmi i piedi. *Tu non mi hai cosparso il capo
di olio profumato; essa invece ha cosparso di profumo i miei
piedi. *Per questo ti dico: i suoi molti peccati le sono stati
perdonati dato che ha dimostrato un così grande amore.
Invece colui al quale si perdona poco dimostra poco amore. *Poi
disse alla donna: Ti sono stati perdonati i tuoi peccati. *Allora
i commensali cominciarono a chiedersi: Chi è costui che
perdona anche i peccati? *Gesù disse alla donna: La tua
fede ti ha salvata, va' in pace.
Questi versetti rappresentano un piccolo capolavoro d'arte
narrativa al servizio di un argomento molto caro all'evangelista
Luca: Gesù accoglie e perdona i peccatori. Il tema
però si colora dei toni caldi della delicatezza e simpatia
perché la protagonista è una donna: una peccatrice
nota nella città. Chiariamo all'istante che significato ha
per i farisei "peccatrice": il termine può designare tanto
una donna dedita alla prostituzione, quanto una donna che non
osservava le prescrizioni farisaiche; nel Talmud è
equiparata ad una peccatrice anche la moglie che dia da mangiare
a suo marito cibi di cui non sia stata pagata la decima. Seguendo
una via di mezzo, potremo supporre che la donna introdottasi nel
convito di Simone sia una persona di reputazione dubbia, dal
momento che se fosse stata una vera meretrice ben difficilmente i
familiari del fariseo l'avrebbero lasciata entrare dentro la
casa: lo scandalo, davanti ai convitati, sarebbe stato troppo
grave.
Gesù era continuamente sorvegliato dai farisei; e non
sempre questo fatto doveva avere un aspetto aggressivo, anzi
talvolta la maniera più astuta è di darle una
sembianza amichevole. Penso che sia stata questa la ragione per
cui il fariseo Simone, nome comunissimo, ha invitato il Maestro a
pranzo. Il pranzo offerto da Simone ha vari convitati, e
probabilmente non era stato imbandito apposta per Gesù:
tuttavia Simone ha colto l'occasione per invitare l'indomito
predicatore di cui si diceva un gran bene e studiarselo
comodamente da vicino nella sincerità che suscitano i fumi
d'un convito; ad ogni modo a Gesù sono negati i
complimenti riservati ordinariamente ad un invitato insigne,
quali la lavanda dei piedi appena entrato, l'abbraccio e il bacio
da parte del padrone di casa, lo spruzzo di profumi sulla testa
prima di mettersi a tavola. Gesù nota queste negate
attenzioni, ma non dice nulla e si mette a tavola con gli
altri.
I convitati prendono posto adagiandosi sui divani col braccio
sinistro appoggiato su di un cuscino e mangiando ciò che
la servitù porta loro dinanzi, mentre gli estranei,
secondo il costume orientale, entrano ed escono dal loro convito
oppure si siedono su sgabelli posti dietro ai divani per
ascoltare le conversazioni e prendervi parte. Tutto sta
procedendo bene, quando avviene un fatto imprevisto e improvviso.
Una donna, la peccatrice di cui parlavamo, spunta nel luogo del
convito, manifestando i segni di un estremo smarrimento. Con i
capelli scarmigliati, con gli occhi velati di lacrime, con la
testa bassa, umiliata, confusa, tremante, s'avanza dietro i
divani, su cui erano coricati gli invitati, sino al posto
occupato da Gesù. L'ignota donna, certamente conosceva
già Gesù almeno di vista, con ogni
probabilità aveva ascoltato dalla sua bocca quelle parole
che richiamavano inesorabilmente tutti al "cambiamento di mente",
ma nello stesso tempo risuonavano così benigne e
confortevoli anche ai più traviati ed abietti, ai
più provati dalla vita; lei ne era stata dapprima
sconvolta, poi sentendosi risollevata e sorretta dalla
misericordiosa speranza diffusa nel suo cuore in virtù di
quelle medesime parole, aveva fermamente creduto in un'esistenza
nuova, così al momento di iniziarla si era presentata al
suo redentore per esprimergli i suoi sentimenti in modo
squisitamente femminile.
La donna è ferma dietro Gesù. Non dice una
parola, poiché l'emozione paralizza le sue labbra. Il suo
portamento dimostra assai bene come lei si giudichi colpevole,
degna di disprezzo, nonostante la speranza donatagli da
Gesù. Si tratta del primo evidente segno del suo
pentimento: l'obbrobrio, la vergogna per la sua condotta di vita
fino a quel momento.
Gesù non si volta, non la guarda, ma sa che gli
è dietro. Non vedendosi respinta dal Signore, prende
coraggio, mentre una grande commozione l'assale. Allora
s'inginocchia e si china ai piedi di Gesù, mentre grosse
lacrime le cadono dagli occhi e vanno a bagnare i piedi del
Signore. E' il secondo atto di pentimento: il dolore intimo,
profondo. Gesù avverte le lacrime bagnarli i piedi, non
dice nulla, non fa un movimento. La donna, incapace di reprimere
più a lungo il suo amore, prende allora tra le mani i
piedi del Signore, li asciuga lentamente con la sua capigliatura.
Quindi dal vaso di profumo d'alabastro, che si era portata, ne
asperge un po' sui piedi appena asciugati... "e gli baciava e
ribaciava i piedi e li ungeva con olio". Questo è il
terzo atto del suo pentimento: l'amore grande e generoso.
Agli occhi del fariseo e dei suoi convitati, si tratta di un
atteggiamento non solo sconcertante, ma equivoco. Tutti sono
preoccupati del contatto di Gesù con una donna peccatrice,
che getta il discredito sulla loro categoria di "puri". Ma
ciò che è più grave è che Gesù
tace e lascia fare. Egli compromette la sua reputazione di uomo
di Dio, di profeta riconosciuto dal popolo.
Simone abbozza un sorriso beffardo, il suo occulto pensiero di
riprovazione certamente non passa inosservato da parte di
Gesù, il quale gli dice: Simone, ho qualcosa da
dirti. E l'altro, condiscendente: Maestro, dì
pure. E' a questo punto che Gesù narra la breve
parabola dei due debitori condonati, ed è talmente
trasparente perché Simone non ne sospetti il significato.
Lui stesso è ora coinvolto nella trama della parabola
vivente che si svolge in casa sua. Il debitore, che ama poco,
è lui. E, volto verso la donna, disse a Simone: Vedi
questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai versato
l'acqua per i piedi; essa invece mi ha bagnato i piedi con le sue
lacrime e me li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai
dato il bacio; essa invece da quando sono entrato non ha cessato
di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio
profumato; essa invece ha cosparso di profumo i miei piedi. Per
questo ti dico: i suoi molti peccati le sono stati perdonati dato
che ha dimostrato un così grande amore.
Terminato il ragionamento a Simone, Gesù si rivolge
alla donna e le dice: Ti sono rimessi i peccati. Non
conosciamo la reazione di Simone, ma tutti gli altri convitati,
cominciarono a dire e pensare: Chi è costui che
rimette pure i peccati? La stessa riflessione era stata
fatta dai farisei presenti alla scena del paralitico calato dal
soffitto, e allora Gesù aveva chiuso loro la bocca con un
miracolo; questa volta il miracolo non è stato compiuto,
perché Gesù non aveva alcun motivo di compierne
uno, aveva preferito confermare la donna nella sua nuova vita, e
le disse: La tua fede ti ha salvata: va' in pace! La
parola di Gesù, una parola d'assoluzione, rende esplicito
ciò che era già presente nella sua accoglienza e
nella difesa della peccatrice. L'ultima parola mostra la radice
profonda del perdono e il suo frutto più ampio. La fede
genera il perdono, che è salvezza, cioè quella
piena comunione di vita che è la "pace" di Dio.
I peccatori pentiti, come i pagani e i sofferenti, sembrano
più capaci di riconoscere il Signore, di riceverlo con
fede e con amore. E il Signore accoglie e perdona. Così ci
s'incontra con lui. E ci si pente. Il pentimento è
più che un abbattimento morale, più che l'angoscia,
il rimorso, il rincrescimento, più che la sensazione di
aver fatto cosa infame. Pentimento significa coscienza di aver
profanato l'amore di Dio: ho sfregiato qualcosa che non
appartiene solo a me. Ho offeso uno che mi ama. Il pentimento
esige la fede. Nel pentimento è implicita la fiducia nel
perdono, la nozione della misericordia di Dio, il desiderio di
essere riconciliati mediante i segni dell'amore di Dio.
Così come la donna peccatrice, anche noi incontriamo
veramente Gesù quando ci riconosciamo tali. Indice Vangelo di Luca
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