Vangelo di Luca

Le spighe strappate in giorno di
sabato
Capitolo 6,1-5
*Un giorno di sabato, mentre passava attraverso i campi, i
suoi discepoli coglievano delle spighe e, sgranandole con le
mani, le mangiavano. *Alcuni farisei dissero: Perché fate
ciò che non è permesso di sabato? *Rispose loro
Gesù: Non avete allora letto ciò che fece Davide,
quand'ebbe fame, lui e quanti erano con lui? *Che entrò
nel santuario, prese e mangiò i pani consacrati, e ne
dette anche ai suoi compagni, sebbene non fosse lecito mangiarli
se non ai soli sacerdoti? *E diceva loro: il Figlio dell'uomo
è signore anche del sabato.
Il ruolo di Gesù come interprete autorevole della legge
viene esemplificato nell'episodio del capitolo 6,1-5 che riguarda
il lavoro nel giorno di sabato. Attraversando un campo i
discepoli di Gesù raccolgono alcune spighe per mangiarne i
semi. L'azione può essere considerata come l'equivalente
di una mietitura in giorno di sabato e quindi un lavoro proibito
(Es.20,8-11; Dt.5,12-15). I farisei, come sappiamo, che sono i
capi dell'opposizione a Gesù e ai suoi discepoli,
protestano contro questo gesto illegale, e sollevano una domanda
nei confronti di Gesù sull'osservanza del sabato che
assume la forma di un dibattito. Il luogo del dibattito è
la "loro sinagoga", espressione che ci suggerisce una netta
divisione tra Farisei e i seguaci di Gesù.
Ai Farisei che gli chiedono per quale motivo i suoi discepoli
compiono un lavoro di sabato, Gesù risponde che il gesto
dei discepoli è paragonato a quello di Davide e dei suoi
compagni ( 1 Sam. 21,1-6). In entrambi i casi venne infranto un
comandamento a causa della necessità di soddisfare la fame
fisica. Quindi i discepoli del Figlio di Davide hanno un buon
precedente in Davide stesso. Non dobbiamo scordare che la legge
giudaica del sabato escludeva ben 39 tipi di lavoro, tra i quali
anche quello di mietere, fare covoni, battere il grano, ventilare
ecc. Così per i farisei vedere i discepoli di Gesù
che colgono spighe passando tra i campi di grano compiono
ciò che non è lecito in giorno di sabato.
Dissero i farisei: "Perché fate ciò che non
è permesso di sabato?". Rispose loro Gesù:
"Non avete allora letto ciò che fece Davide,
quand'ebbe fame, lui e quanti erano con lui? Che entrò nel
santuario, prese e mangiò i pani consacrati, e ne dette
anche ai suoi compagni, sebbene non fosse lecito mangiarli se non
ai soli sacerdoti?"
E così disse loro: "Il Figlio dell'uomo è
Signore anche del sabato". Gesù e i suoi discepoli
rappresentano una comunità itinerante, un gruppo di
persone che attraversano in lungo e in largo la Palestina, in
modo particolare la Galilea. In questa intensa attività
itinerante non sempre capita di essere ospitati da amici e
persone disposte a dare da mangiare a Gesù e ai discepoli
che sono con lui. Ecco perché, in alcune occasioni,
soffrendo la fame e per sfamarsi, essi ricorrono alla frutta
degli alberi che incontrano lungo il cammino, oppure si mettono a
spigolare nei campi di grano.
Tra l'altro, trattasi di consuetudine permessa dalla
Scrittura, fuorché di sabato, che è giorno in cui
non bisogna lavorare. Quindi il gesto dei discepoli di
Gesù, di prendere le spighe e mangiarne i grani, è
equiparato al "mietere e trebbiare". Perciò la violazione
del sabato è proibita con la minaccia della lapidazione,
bisogna avvertire l'interessato di modo che si fosse certi che
agisse "deliberatamente". Tuttavia Gesù afferma la sua
autorità anche circa il sabato, Prendendo le difese dei
discepoli aveva detto: "Il sabato è stato fatto per
l'uomo, e non l'uomo per il sabato". Questo per far capire che la
sua funzione è anzitutto il bene spirituale dell'uomo,
raggiunto mediante un rapporto più intenso con Dio negli
atti di culto, non solo individuali ma comunitari; e anche il suo
bene materiale procurandogli un giusto riposo e permettendogli di
dedicarsi ad opere di carità in favore del prossimo.
Gesù, dichiarandosi "Signore del sabato", lo libera dalla
gretta interpretazione dei farisei e nello stesso tempo ammonisce
i discepoli ad usarlo con giusta libertà, ma sempre
conforme al suo insegnamento ed esempio.
La sentenza generale antilegalista e liberale corrisponde alla
prospettiva di Luca che interpreta per la comunità
l'atteggiamento di Gesù nei confronti delle istituzioni
giudaiche mediante formule e principi generali che pongono l'uomo
a concepire le cose in un certo modo, e a volte anche di
insegnarle, possano fare apparire la religione come un complesso
di verità da credere e di precetti da osservare: un
concetto non molto dissimile da quello che avevano gli scribi e i
farisei nei riguardi della propria religione. Ma Gesù, che
pure ha affermato di essere venuto "non ad abolire la legge ma a
dare compimento", a riguardo delle prescrizioni tradizionali
manifesta per sé ed esige dai suoi uno spirito "libero"
che trova nelle prescrizioni non un inciampo, ma un aiuto per il
libero esercizio dei propri diritti. Il cristiano conosce
l'importanza ed il valore dell'assemblea liturgica nel "Giorno
del Signore", e anziché esimersene con leggerezza per
affermare la propria libertà, afferma invece con forza il
proprio diritto, come credente, a ritrovarsi con i propri
fratelli e sorelle di fede per attuare con gioia il sacrificio di
lode al Padre.
Guarigione dell'uomo dalla mano
paralizzata in giorno di sabato.
Capitolo 6,6-11
*Un altro sabato egli entrò nella sinagoga e si
mise a insegnare. C'era là un uomo che aveva la mano
destra inaridita. *Gli scribi e i farisei l'osservavano per
vedere se guarisse di sabato e così trovare un capo di
accusa contro di lui. *Ma Gesù, conoscendo le loro
intenzioni malvagie, disse all'uomo che aveva la mano inaridita:
Alzati e mettiti nel mezzo. Quello si alzò e si mise
ritto. *Poi Gesù rivolto a loro disse: Domando a voi:
è lecito in giorno di sabato far del bene o far del male,
salvare una vita o lasciarla rovinare? *E riguardandoli bene
tutti all'intorno, disse all'uomo: Stendi la tua mano. Quello la
stese e la mano ritornò in perfetto stato. *Allora essi
andarono su tutte le furie e si misero a discutere tra di loro su
ciò che avrebbero potuto fare a Gesù.
Questo è l'ultimo dei dibattiti tra Gesù da una
parte e gli scribi e i farisei dall'altra. La scena si svolge
nella cornice dell'assemblea sinagogale un sabato. Tra il
pubblico si trova un uomo dalla mano "destra", precisa Luca,
atrofizzata. L'uomo non ha fatto nessuna richiesta esplicita a
Gesù, ma il Maestro coglie la provocazione degli avversari
che sono là per spiare i suoi movimenti.
Nella mano paralitica si può intravedere il simbolo di
tutta la miseria umana che Gesù è venuto a prendere
sopra di sé e a sollevare. La casistica farisaica era bene
rappresentata in quella mano laboriosa che si era inaridita.
Gesù affronta coraggiosamente questa paralisi con il
vigore della sua carità. Egli vuole salvare l'uomo, tutto
l'uomo, e restituirlo alla sua primitiva mobilità e
operosità. E allora Gesù prende l'iniziativa e
traduce l'insegnamento in maniera drammatica. Fa venire avanti,
alla vista di tutti, l'uomo colpito dall'infermità e con
una domanda, che non permette scappatoie, inchioda i suoi
osservatori maligni. Gli esperti della legge, scribi, e gli
osservanti delle più minute prescrizioni, farisei,
conoscono bene tutta la casistica a proposito del sabato. Anche
in questi versetti il punto di discussione è ancora
l'interpretazione e applicazione della legge del riposo
sabbatico.
La casistica degli esperti giudaici prevedeva la
possibilità d'interventi curativi in giorno di sabato solo
nel caso di grave necessità o pericolo di vita. Ecco
perché il paralitico alla mano rappresenta un test per
verificare l'ortodossia di Gesù nei confronti della legge
del sabato. La presenza del malato e di quelli che osservano
Gesù è una tacita ma chiara domanda. Gesù,
conoscendo i loro pensieri e il loro modo di agire, risponde con
una controdomanda lineare e acuta. Egli dapprima pone il problema
sul piano generale dei valori: è lecito in giorno di
sabato fare del bene o fare del male?
Come notiamo, non esiste una posizione neutrale. Infatti,
Gesù non esita, proprio di sabato, guarire l'uomo "che
aveva una mano secca". E lo fa nonostante l'atteggiamento
malevolo dei farisei per dimostrare loro che non solo è
lecito fare il bene in giorno di sabato, ma che le opere buone a
sollievo dei fratelli sofferenti devono completare la
santificazione del giorno del Signore.
I farisei non ragionano più, il loro spirito è
come bloccato da un'idea fissa: Gesù deve morire. La
ragione? Si tratta di un profeta scomodo, uno che non lascia
tranquilli, uno che non dà tregua all'iniquità,
alla doppiezza, alla falsità. Quasi nemmeno odono La
domanda che Gesù ha posto, con l'intento di farli
riflettere. Soprattutto nemmeno si accorgono della tristezza che
il loro atteggiamento suscita in Gesù. Dei vangeli
sinottici, soltanto Marco accenna allo sdegno di Gesù e al
suo sconforto a causa della chiusura e ottusità dei
farisei. Tutto ciò prepara la conclusione della fine
violenta di Gesù. La decisione di uccidere Gesù da
parte dei responsabili religiosi, farisei, politici, erodiani,
obbedisce alla logica di un sistema che cerca di
autoconservarsi.
La guarigione del malato, in sintesi, è un'evidente
provocazione nei confronti del sistema. Un atteggiamento di
rottura che condurrà alla croce. Se rileggiamo gli ultimi
due capitoli, ci accorgiamo di trovarci di fronte ad un mini
vangelo, nel quale è concentrato tutto il dramma che
matura attorno alla persona di Gesù, colui che ha preteso
di prender il posto di Dio nel perdono dei peccati, la presa di
posizione di fronte alle stratificazioni socio -religiose, alla
pratica del digiuno e all'istituzione del sabato. Gesù non
ha proposto una riforma da discutere, ma se stesso. L'ultimo
confronto tragico con gli avversari sarà anche l'ultima e
definitiva risposta di Gesù e la rivelazione piena della
sua identità.
Anche oggigiorno ci sono uomini che s'interrogano circa questo
o quel punto della fede cristiana. Non riescono ad ammettere, non
si sentono di accettare, ma cercano con cuore sincero. La
verità, che è Gesù Cristo, si farà
certamente trovare, anche se è scritto nei disegni di Dio
che la strada debba essere lunga. Anche perché Gesù
conosce il cuore dell'uomo e i suoi pensieri; egli interpella,
mette in crisi. Qui sta il segreto dell'autorità con cui
egli insegna: non solo insegna ma libera; non conosce solo la
legge, come gli altri rabbi, ma conosce gli uomini, nella loro
cattiveria e nella loro bontà; non mette tutte le
prescrizioni della legge sullo stesso piano, ma pone la
solidarietà e la fraternità, il "salvare una vita",
al di sopra delle osservanze esteriori del culto. E mentre lui
salva, gli altri tramano per perderlo. Ciò che avviene
anche oggi nelle nostre società.
La scelta dei dodici.
Capitolo 6,12-19
*In quei giorni andò sulla montagna a pregare e vi
passò tutta la notte in orazione. *Quando fu giorno
chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai
quali dette il nome di apostoli: *Simone, che chiamò
Pietro, e Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo,
Bartolomeo, *Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Simone detto
Zelota, *Giuda, fratello di Giacomo, e Giuda Iscariota, che poi
lo tradì.*Disceso con loro, si fermò in un luogo
pianeggiante, tra la folla dei discepoli e una grande moltitudine
di gente accorsa da tutta la Giudea, da Gerusalemme, dal litorale
di Tiro e Sidone. *Venuta per ascoltarlo e per essere guariti
dalle loro malattie. Anche quelli che erano tormentati da spiriti
immondi venivano guariti. *E tutti cercavano di toccarlo,
perché da lui promanava una forza che li guariva.
Prima del grande discorso aperto alle beatitudini Luca ci
tiene a presentare l'uditorio. Attorno a Gesù si
dispongono in cerchi concentrici tre gruppi: la massa del popolo,
venuta da tutta la Palestina, poi la folla dei discepoli e,
più vicini, i discepoli qualificati, i "dodici" apostoli.
L'elezione degli apostoli è una della decisione più
importante compiute da Gesù. Solo Luca però dice
che Gesù l'ha fatta sulla montagna dopo aver passato la
notte in preghiera. Essi costituiscono il nucleo della
convocazione di tutto Israele, fondato sulle dodici tribù.
Per questo il numero simbolico dei dodici deve essere
ricostituito dopo la defezione di Giuda.
Come abbiamo notato, alla scelta dei "dodici" Gesù si
prepara con la preghiera come per i momenti più importanti
della sua missione. Essi dovranno assicurare l'avvenire: sono gli
"inviati", i fondamentali "missionari" di Cristo, l'apostolo per
antonomasia (Ebr.3,1), il grande 2inviato" del Padre
(Gv.3,17.34). Essi formano un gruppo come i patriarchi delle
dodici tribù, e saranno il fondamento (Ef.2,20) del nuovo
popolo di Dio. A Pietro, col cambio del nome è affidata
una missione propria. Ma questi non sono che gli inizi: la
"vocazione" degli apostoli, come ogni vocazione, ha sviluppi
successivi, che avvengono per l'accrescersi della convivenza e
familiarità con Cristo, per i suoi insegnamenti, per
l'esperienza della sua Pasqua, per la discesa dello Spirito
santo. Da loro noi abbiamo ricevuto tutto ciò che riguarda
Gesù Cristo.
Al termine della proclamazione dei dodici, in un piccolo
quadro riassuntivo Luca prepara lo scenario per il solenne
discorso di Gesù. Egli discende dal monte per incontrare
la folla dei discepoli e la massa della gente. Luca dice
letteralmente "un popolo numeroso di discepoli". Si tratta di una
definizione che prefigura e anticipa la descrizione della chiesa.
Anche la vasta panoramica, per cui fa accorrere a Gesù una
massa di gente anche dai territori pagani, prefigura l'orizzonte
universale della salvezza. Infatti, la salvezza di Dio si
manifesta nei gesti di Gesù e nelle sue parole.
Le beatitudini: beati voi e guai a
voi secondo il giudizio di Dio.
Capitolo 6,20-26
*Allora, guardando i suoi discepoli, disse: "Beati voi,
poveri, perché vostro è il regno di Dio. *Beati voi
che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che
ora piangete, perché riderete. *Beati voi quando gli
uomini vi odieranno, quando vi metteranno al bando e vi
insulteranno e proscriveranno il vostro nome come infame a causa
del Figlio dell'uomo. *Rallegratevi in quel giorno ed esultate,
perché grande sarà la vostra ricompensa presso Dio;
nello stesso modo infatti i loro padri trattavano i profeti.*Ma
guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra
consolazione. *Guai a voi, che ora siete sazi, perché
patirete la fame. Guai a voi, che ora ridete, perché
sarete nel lutto e piangerete. *Guai a voi quando tutti gli
uomini diranno bene di voi, poiché nello stesso modo i
loro padri trattavano i falsi profeti.
Il solenne annuncio di Gesù, chiamato il discorso del
piano, detto così perché Gesù scende dalla
montagna, fa eco alla prima proclamazione programmatica nella
sinagoga di Nazareth. Anche qui viene data la "buona notizia" ai
poveri: il regno di Dio, cioè la sua giustizia e
fedeltà, sta dalla parte dei poveri. A questo annuncio o
promessa salvifica per i poveri viene ora contrapposta, come
rovescio di una medaglia, la proclamazione della rovina per i
ricchi. Il discorso è rivolto ai discepoli. Essi saranno
beati quando saranno perseguitati a causa sua: avranno
così la certezza di essere sulla via giusta; saranno
invece maledetti quando tutti diranno bene di loro. In questa
luce i poveri, gli affamati, i piangenti sono quelli che hanno
perso tutto per essere fedeli a Cristo e i ricchi sono coloro che
lo hanno rinnegato scegliendo i beni del mondo, compresa la
vita.
I destinatari dell'annuncio o promessa salvifica nel vangelo
di Luca sono i "poveri". Si tratta di categorie e situazioni
concrete: affamati, afflitti, perseguitati. Tutti questi sono i
poveri, in altre parole le persone che stanno sotto, che
dipendono da altri, secondo il significato originario del termine
biblico 'anawìm, vale a dire quelli che sono privi di
sicurezza materiale e sociale.
Beati voi, poveri, perché vostro è il
regno di Dio:
Gesù ha iniziato la predicazione del regno annunciando le
disposizioni spirituali necessarie per conseguirlo. Il Signore,
nella sinagoga di Cafarnao, aveva già letto e applicato a
sé la profezia d'Isaia: "Lo Spirito del Signore è
sopra di me;…mi ha mandato ad annunciare ai poveri la
buona novella" (Lc.4,18). Per comprendere il senso di questa
beatitudine, come delle seguenti, non possiamo dimenticare,
ripetiamocelo ancora, che sono state annunciate da Gesù
nella prospettiva del Regno. Gesù, dunque, non intende
dichiarare beate in sé e per sé delle condizioni
sfavorevoli della vita terrena, quasi indulgendo ad una visione
pessimistica o alla rassegnazione. Intende piuttosto insegnare
agli uomini ad interpretarle e a viverle dal punto di vista e
nella luce del Regno. Egli non ha detto, tanto per intenderci,
beati i poveri perché sono poveri, ma perché di
loro è il Regno dei cieli.
La sofferenza, la tribolazione, il dolore non sono valori in
se stessi. Sono fatti inderogabili della vita, che Gesù,
annunciandone la beatitudine, ci aiuta ad interpretare e a vivere
con l'atteggiamento giusto. Tuttavia, è difficile pensare
all'umiltà come condizione di beatitudine, ed è
difficile viverla. Noi conosciamo più facilmente
un'umiltà rassegnata e anche un'umiltà eroica. Ma
conosciamo meno facilmente un'umiltà felice. Chi è
contento di non valere nulla, di non sentirsi stimato? Chi
è contento di avere l'ultimo posto? Eppure questa è
la beatitudine della povertà in spirito. Ma per essere
beati nell'umiltà bisogna che questa non sia quella
epidermica umiltà di cui alle volte ci adorniamo. Insomma,
l'esperienza dell'umiltà felice non è un'esperienza
facile (necessità sempre in ogni modo considerare gli
altri più importanti).
Pensiamo invece per un istante con molta serietà alle
nostre scelte d'anime consacrate al Signore Gesù. Quando
abbiamo intrapreso il sentiero che conduce alla sequela di
Gesù, ci siamo tagliati alle spalle molti ponti. O,
almeno, ce li saremmo dovuti tagliare. Non li possiamo, poi,
clandestinamente ricostruire attraverso la parola che si chiama
"realizzazione di sé".
Al contrario, i poveri sui quali Dio si china con amore e che
Gesù proclama beati, sono coloro che non solo accettano la
loro condizione, ma ne fanno un mezzo per avvicinarsi al Signore
con fiducia, attendendo unicamente da lui ogni bene. Maria, la
madre di Gesù, appartiene alla loro schiera, anzi, come
dice il Concilio, "essa primeggia fra gli umili e i poveri del
Signore, i quali attendono con fiducia e ricevono da lui ogni
salvezza".
Questa semplice condizione materiale non costituisce quella
disposizione interiore che Gesù vuol vedere nei suoi
discepoli. Chi essendo povero, non finisce mai di lamentarsi,
detesta il suo stato e forse cova odio e invidia verso i
più abbienti, non è povero nello spirito. Il
Signore vuole la povertà umile e contenta, come quella che
san Francesco ha scelto per i suoi discepoli, e che papa Giovanni
XXXIII° ha praticato con tanta semplicità durante il
suo pontificato.
La povertà materiale è preziosa davanti agli
occhi di Dio poiché ha la funzione di richiamo e di mezzo
di distacco dai beni terreni, perché diventa
riconoscimento della propria indigenza non solo materiale ma
anche spirituale perciò sgombra il cuore dalla
presunzione, dalla boria, dall'orgoglio. Allora l'umile
povertà diventa disponibilità a Dio, apre a lui il
cuore dell'uomo, e per riscontro Dio apre all'uomo il suo Regno.
Gli umili poveri che Gesù loda, non sono i fannulloni, gli
inetti, i pigri, ma quelli che lavorando per migliorare in modo
lecito la loro condizione, non sono però avidi di guadagno
e di ricchezze al punto di riporre in esse il loro tesoro,
dimenticando che beni più alti li attendono. D'altra
parte, quando Gesù, quasi capovolgendo le beatitudini, ha
detto: "Guai a voi, ricchi, perché avete già la
vostra consolazione" (Lc.6,24), non ha condannato i beni
materiali, ma il possesso e l'uso ingiusto e sregolato che fanno
naufragare il cuore dell'uomo nell'unica ansia dei beni terreni,
chiudendo al desiderio di Dio e alla carità verso i
bisognosi. E' la triste storia del ricco Epulone che, dato ai
piaceri della mensa, non aveva un pensiero per il povero e umile
Lazzaro, mendicante alla sua porta (Lc.16,19-31).
Gesù chiede a tutti i suoi discepoli, abbiano poco o
molto, d'essere "poveri nello spirito" in modo che la
preoccupazione per la penuria di mezzi o l'attaccamento alle
ricchezze non diventi mai un ostacolo alla ricerca di Dio, non
ritardi l'amicizia con lui, non appesantisca il cuore con cure
eccessive per il benessere materiale. Ma Gesù chiede a
tutti anche una povertà più alta che è
distacco dai beni morali e perfino spirituali. Chi ha pretese
circa la stima e la considerazione della gente, chi è
attaccato alla propria volontà, alle proprie idee o
è troppo amante della propria indipendenza, chi cerca
gusti e consolazioni spirituali, non è povero nello
spirito, ma ricco possessore di se stesso. Il tutto non è
niente di più di quanto ha chiesto il Signore: "Se
qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la
sua croce e mi segua" (Mt.16,24).
Beati voi, che ora piangete, perché
riderete:
Quando Gesù proclama beati gli afflitti, beati coloro che
piangono, a chi si riferisce? Si riferisce a quella condizione
della vita terrena che non manca a nessuno. C'è chi
è afflitto perché non ha salute, c'è chi
è afflitto perché è povero, c'è chi
è afflitto perché è solo, c'è chi
è afflitto perché è incompreso o
perché sovraccarico di lavoro, o perché non
è assecondato nelle sue aspirazioni e nelle sue
capacità. I motivi di sofferenza sono molteplici. La vita
terrena è segnata dal dolore. Ma questo si può
vivere in tanti modi. O con l'atteggiamento passivo di chi si
lascia andare ad un'inerte rassegnazione, o con uno stoicismo che
indurisce il cuore. Oggi c'è tutta una filosofia la quale
erige a supremo principio del vivere la fuga da ogni afflizione e
la ricerca di godimenti.
Gli afflitti di cui parla Gesù sono coloro che, senza
fare né del godere né del patire il primo principio
dell'esistenza, accettano la realtà della vita con fiducia
e speranza, sapendo che attraverso quest'itinerario
provvidenziale vanno verso il Regno.
E questo è il segno inconfondibile della salvezza
promessa da Dio al suo popolo e annunciata dai profeti: il Messia
si china su tutte le miserie umane per salvarle, per dare
sollievo e gioia agli afflitti, per consolare chi piange.
Tuttavia, gli afflitti, come per i poveri, non mancheranno mai
nel mondo. Le guarigioni miracolose operate dal Signore,
"…ciechi riacquistano la vista, zoppi camminano, lebbrosi
vengono mondati, sordi odono" (Lc.7,22), non sono che il simbolo
di una salvezza più profonda ed essenziale. L'opera di
Gesù non si ferma ai corpi, ma va più a fondo:
tocca i cuori e li sana dal più grande dei mali, il
peccato. Le afflizioni fisiche e morali, le malattie, i lutti, le
oppressioni, gli affanni della vita ecc., diventano il veicolo
attraverso il quale l'opera della salvezza raggiunge più
facilmente l'uomo.
"Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e
piangerete", ha detto Gesù (Lc.6,24). Chi vive nel
godimento, chi ha tutto ciò che vuole e non manca di
nulla, corre un rischio tremendo. Soddisfatto di sé e
della vita terrena, non avverte la precarietà della sua
situazione, non sente il bisogno di essere salvato, non apre il
cuore alla speranza delle cose celesti. Al contrario, l'afflitto,
impotente a liberarsi dalle sue tribolazioni, si rende conto che
Dio solo può aiutarlo, solo da lui può essere
salvato per il tempo e per l'eternità. Gli afflitti che,
come i poveri, accettano dalle mani di Dio la loro sorte, che si
sottomettono a lui con umiltà, e pur soffrendo non cessano
di credere al suo amore di Padre e alla sua Provvidenza infinita,
sono proclamati beati da Gesù "perché saranno
consolati" (Mt.5,4). E se la consolazione piena sarà
soltanto nella vita eterna, qui in terra, in mezzo alle loro
angustie, non saranno privi del conforto di sentirsi più
vicini a Cristo che porta con loro e per loro la croce.
Quando i mali fisici o morali tormentano l'uomo e sembrano
inchiodarlo in situazioni irrimediabili, non è facile
credere alla beatitudine proclamata dal Signore. Eppure il dolore
nasconde sempre un mistero di vita e di salvezza. Occorre
aspettare e sperare la propria consolazione solo da Dio. Bisogna
attendere lui, l'unico che salva e cambia il pianto in gioia
vera. Occorre avere il coraggio di abbracciare la croce non solo
con rassegnazione, ma con amore, con volontà decisa di
seguire Gesù sofferente fino al Calvario, fino al
Sepolcro, perché soltanto dalla morte può fiorire
la resurrezione. Allora si capisce perché san Paolo ha
potuto dire: "Sono ricolmo di consolazione, pervaso di gioia
nonostante ogni nostra tribolazione" (2^ Cor.7,4). E' la
beatitudine della sofferenza che incomincia ad avverarsi
quaggiù per chi sa patire con Cristo per la salvezza del
mondo. Si tratta di una consolazione oggettiva che trasfigura la
vita umana attraverso l'avvento del Regno e della redenzione.
Quindi la beatitudine dell'afflizione ha valore messianico: il
Signore annunzia che verrà. E cerca di far capire il
significato della sua venuta in questo mondo.
Ma per coloro che amano Dio ci sono altri motivi di pianto. Ci
sono le lacrime della Maddalena penitente e di Pietro che piange
per il rinnegamento. Ci sono le lacrime di chi, pur amando
sinceramente Dio, deve ogni giorno rimproverarsi qualche
debolezza, qualche infedeltà; lacrime sante di
compunzione, dono dello Spirito Santo. E lacrime ancora per tutto
il male che, dilagando nel mondo, fa tante vittime, travolge
tanti innocenti, fa deviare dalla fede, travaglia la Chiesa,
offende Dio.
In termini molto concreti, questa beatitudine del Signore si
deve tradurre così: voi che finora siete stati tribolati,
accogliete me che sono mandato ad essere il vostro consolatore.
Gesù che annuncia le beatitudini annuncia se stesso.
Annuncia che lui è la consolazione dell'afflitto, che
disseta l'assetato, che sfama l'affamato, che ristabilisce la
giustizia, che rende immacolati gli uomini perché lui
è il Consolatore.
Sappiamo bene qual è la storia dei consolatori: quando
non ci servono ne abbiamo a decine; quando ci servono, non ne
troviamo neppure uno. Al contrario, Gesù è sempre
presente, perché la consolazione che ci porta non è
semplicemente d'ordine emotivo e sentimentale, ma è
più profonda e più radicale: è un dono
interiore che fa traboccare nel cuore dell'uomo la beatitudine di
Dio. Nessuno al mondo è autenticamente beato se non
attraverso una partecipazione della beatitudine di Dio, di cui
Gesù è l'annuncio e insieme il sacramento. Come
possiamo notare, ci troviamo ancora una volta di fronte ad
un'esigenza radicale nell'esperienza cristiana: l'uomo ha bisogno
di incontrare il Signore. Nella misura in cui lo scopre e lo
incontra, nella stessa misura accoglie la salvezza e diventa
beato. E questa beatitudine fa contrasto alle esperienze della
vita senza Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete
saziati:
La Bibbia parla sovente degli ansiosi di fare la volontà
di Dio. E non soltanto con riferimento all'esperienza fisica
della fame e della sete. L'immagine della fame e della sete
è assunta per significare il bisogno dell'uomo nei
confronti di Dio. I profeti parlano della fame e della sete come
di un'esperienza misteriosa dell'uomo. "O voi tutti che siete
assetati, venite nelle acque, e voi che non avete denaro venite
ugualmente, comprate e mangiate" (Is.55,1). "Attingerete acqua
con gioia alle sorgenti della salvezza" (Is.12,3). Anche i Salmi
parlano della fame e della sete di Dio, che il pio israelita
sperimenta in sé: "Come la cerva anela ai corsi d'acqua,
così l'anima mia anela a te, o Dio. L'anima mia ha sete di
Dio, del Dio vivente" (Sal. 41,2-3). In genere sotto l'immagine
della fame e della sete è espresso l'atteggiamento
dell'uomo che ha bisogno, che va cercando, ed è tormentato
da tanti desideri e aspirazioni. E' difficile che l'uomo sia
sazio. L'uomo d'ogni tempo, anche del nostro tempo, ha fame e
sete. Anche nella civiltà del consumismo nella quale
viviamo circondati da ogni genere di cose, c'è ancora fame
e sete. Non soltanto perché i beni della terra sono
distribuiti male e ingiustamente, ma anche perché l'uomo
più ha e più vorrebbe avere.
C'è dentro in lui una specie d'insaziabilità. La
fame e la sete dell'uomo in questo senso figurato non hanno,
però, una direzione univoca. C'è chi ha sete di
denaro e c'è chi ha sete di potere, c'è chi ha sete
d'amore e c'è chi ha sete d'esperienze, di virtù o
di vizio. Questo dinamismo dell'uomo che si apre e vuole essere
colmato da qualche cosa che è sopra di lui, almeno
idealmente, e al di fuori di lui, è un'esperienza
radicale. Da questa fame e sete costituzionali dell'uomo deriva
lo sviluppo della storia, della scienza, della civiltà,
della tecnica. Se gli uomini non avessero desideri e aspirazioni,
tutto si fermerebbe. L'uomo invece è una realtà
aperta, che tende sempre, magari inconsciamente, verso orizzonti
che sono il superamento di se stesso. Proprio i maggiori cultori
e assolutizzatori del valore dell'uomo hanno coniato il termine
"super uomo", in altre parole "realtà sopra l'uomo".
Ci possiamo domandare, senza perderci in un discorso
filosofico, ma rimanendo nei limiti della nostra fede, che
significa questo. Sant'Agostino diceva, con un'espressione tanto
espressiva: "Signore, tu ci hai fatto per te e il nostro cuore
è inquieto fino a che non riposa in te" (Confessioni).
L'uomo nella sua esperienza può mettere al posto di Dio
tutti gli idoli che vuole. Ma ce li mette in questa prospettiva.
Se non è orientato verso il Signore passa da un idolo ad
un altro. E l'inquietudine continua. La beatitudine evangelica
che stiamo meditando ( coloro in pratica che vogliono fare la
volontà del Signore) è in quest'ordine d'idee.
Ecco perché l'enunciato di Gesù s'inserisce nel
perenne discorso biblico dove la fame e la sete vengono assunte a
similitudine di un'esperienza interiore. Senza autentico spirito
di povertà, senza amore per la croce, senza mitezza, come
senza fame e sete, nessun cristiano può vivere con
pienezza le istanze del suo battesimo e diffondere intorno a
sé lo spirito evangelo. Eppure non sono molti i cristiani
così affamati e assetati di fare la volontà di Dio
perciò nella loro vita la ricerca del regno di Dio e della
sua giustizia è sempre in prima linea. Infatti, nel
credente sono sempre vive la fame e la sete delle cose terrene,
la cui intensità fa deviare il cuore in cerca di
soddisfazioni umane chiudendo alla fame di quelle celesti. Ecco
perché bisogna pregare e ascoltare la Parola per
conseguire la grazia di una vera povertà di spirito che
libera il cuore dall'impaccio di tanti legami terreni e lo
dispone ad un'unica fame, ad un'unica sete, quelle lodate dal
Signore.
Allora il cristiano abbandona ogni desiderio di essere
satollato dai beni terreni e diventa sempre più affamato e
assetato di Dio, di comunione con lui, di dedizione, d'amore.
Totalmente preso da questa fame e da questa sete, egli non
può concedersi riposo; per quanto faccia per Dio gli pare
sempre di fare troppo poco, e mentre non tollera in sé la
minima infedeltà alla grazia, s'impegna per accendere in
altri cuori la fame e la sete di cui soffre. "L'amore di Cristo
ci spinge" (2^ Cor. 5,14), diceva san Paolo, e ardeva dal
desiderio di prodigarsi per la gloria di Dio e per il bene delle
anime. Solo Dio sazia questa fame e sete, inizialmente qui in
terra e compiutamente nella vita eterna quando la sua presenza ne
placherà ogni ansia.
Beati voi, quando gli uomini vi
odieranno...:
Il beato per eccellenza, in questa beatitudine, è ancora
una volta il Signore Gesù. In tutte le beatitudini abbiamo
sempre cercato di mettere in luce come Cristo è il
prototipo d'ogni beatitudine. Anche in questo caso è vero,
Gesù ha sofferto la persecuzione per essere fedele alla
volontà del Padre. Gesù ha conosciuto la
tribolazione, la calunnia, la maldicenza, la violenza, il
tradimento, per fare la volontà del Padre. Egli è
venuto al mondo e non è stato accolto. E' stato "segno di
contraddizione".
Molte volte Gesù ha predicato ai suoi discepoli che
avrebbero dovuto condividere la sua sorte: "Se il mondo vi odia,
sapete bene che prima di voi ha odiato me. Un servo non è
più del suo padrone. Se hanno perseguitato me,
perseguiteranno anche voi. Anzi, viene l'ora che chiunque vi
ucciderà crederà di rendere ossequio a Dio"
(Gv.15,18-20; 16,2).
Cristo non ha illuso i suoi discepoli, non ha promesso
successi e trionfi, ma ha additato con chiarezza la stessa via
battuta da lui: contraddizioni, odi, persecuzioni fisiche e
verbali, morte di croce. Chi si mette alla sequela di Cristo, se
vuol essere nel vero, non può aspettarsi altro. Tuttavia
ciò non vuol dire essere pessimisti né scoraggiarsi
o vivere nella tristezza, perché mentre Gesù
preannuncia ai discepoli le persecuzioni, li proclama beati.
"Beati quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e diranno,
mentendo, ogni sorta di male contro di voi". Anzi è questa
l'unica beatitudine ripresa e sviluppata in più versetti
quasi a persuadere i discepoli di quello che all'occhio umano
è un vero controsenso: ritenersi beato quando si soffre.
Certo l'essere beati non consiste direttamente nella
persecuzione, che è sempre reale sofferenza fisica e
morale, ma nel fatto che questo patire è pegno di
beatitudine eterna.
Il Signore non chiede al cristiano di chiamare gioia
ciò che è dolore, non esige che diventi
indifferente alle persecuzioni al punto da non soffrirne, ma gli
chiede di credere, sulla sua Parola infallibile, che quando
patisce per la causa di Dio, sarà certamente trasformato
in gaudio di vita eterna. E' la sovrabbondanza di questa fede che
permette ai santi di gioire nelle persecuzioni sofferte per
Cristo, ad imitazione degli Apostoli i quali se ne andavano
"lieti di essere stati condannati all'oltraggio a motivo del nome
di Gesù" (At.5,41).
Le persecuzioni "per la giustizia" sono quelle stesse
sofferte, come soggiunge Gesù, "per cagion mia", La causa
della giustizia, ossia della salvezza e della santificazione
degli uomini, è la causa stessa di Cristo, la causa della
sua Incarnazione, passione e morte, la scusa sostenuta dal suo
insegnamento e dal suo esempio. Le persecuzioni di cui parla la
beatitudine sono dunque quelle che il mondo prepara a chi
abbraccia fino in fondo la causa di Cristo e del suo Vangelo
seminando ovunque disinteresse, mitezza, misericordia, purezza,
amore, pace. Se una simile condotta induce molti al bene,
è inevitabile che susciti anche la reazione del male,
dell'odio, dell'invidia; e mentre il bene si compie in silenzio,
il male reagisce con violenza tumultuosa, sicché in certi
momenti le persecuzioni sembrano prendere il sopravvento. E'
stato così anche di Gesù, la cui vita spesa
unicamente al bene è sembrata ad un tratto sommersa e
vinta dalle forze del male. Ma è proprio questo il
contrassegno degli autentici discepoli di Cristo: condividere la
sorte del loro maestro; ed è questo il motivo profondo
della loro beatitudine: trovare nelle persecuzioni la garanzia di
non aver sbagliato strada. "Guai quando tutti gli uomini
dicessero bene di voi - ha detto Gesù - allo stesso modo
facevano i loro padri con i falsi profeti" (Lc.6,26).
Le lodi, le approvazioni del mondo, i successi continui non
sono mai il distintivo dell'autentica sequela di Cristo, ma
piuttosto l'eredità dei falsi profeti. Il vero profeta
presto o tardi incontra sempre la contraddizione; ed è
provvidenziale. Ciò lo preserva dalle lusinghe
dell'orgoglio lo rende cosciente della sua pochezza, lo difende
dall'illusione esaltante d'essere capace di salvare, di
trasformare il mondo e quindi lo mantiene nel numero di quei
poveri che, pur adoperandosi con tutte le forze per la salvezza
propria e altrui, l'attendono però dall'unico Salvatore.
Chi invece si lascia irretire dal plauso del mondo corre il
rischio tremendo di deformare o sminuire il Vangelo per non
incappare nell'impopolarità, e finisce così con lo
schierarsi tra i falsi profeti.
In concreto dunque le beatitudini, mentre da una parte
proclamano il rovesciamento dei valori e delle situazioni
storiche, rovesciamento introdotto dall'azione salvifica di Dio
anticipata ora in Gesù, dall'altra sono un invito urgente
rivolto alla comunità dei discepoli, perché si
confronti seriamente con l'alternativa proposta da Gesù: o
coi "poveri" per il regno di Dio o con i ricchi nell'illusione
fallimentare. Dopo le beatitudini non c'è più posto
per una neutralità tranquilla o per una falsa coscienza
cristiana di fronte ai ricchi e ai poveri.
L'amore dei nemici.
Capitolo 6,27-38
*Ma a voi che mi ascoltate io dico: Amate i vostri nemici,
fate del bene a quelli che vi odiano; *benedite quelli che vi
maledicono; pregate per quelli che vi calunniano. *A chi ti
percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti porta via
il mantello, non rifiutare la tunica. *A chiunque ti chiede
dà, e a chi ti toglie il tuo non lo richiedere. *Fate agli
latri ciò che volete che gli altri facciano a voi. *Se
amate coloro che vi amano, quale riconoscenza pretendete? Anche i
peccatori amano chi li ama. *E se fate del bene a coloro che vi
fanno del bene, che riconoscenza pretendete? Anche i peccatori
fanno lo stesso. *E se prestate a coloro dai quali sperate il
contraccambio, quale riconoscenza pensate di avere? Anche i
peccatori fanno prestiti per avere in cambio l'equivalente. *Ma
voi amate i vostri nemici; fate del bene e prestate senza nulla
sperare; e la vostra ricompensa sarà grande, e sarete
figli dell'Altissimo, che è buono verso gli ingrati e i
cattivi. *Siate dunque misericordiosi come il Padre vostro
è misericordioso. *Non arrogatevi il ruolo di giudici e
neppure voi sarete giudicati da Dio; non condannate e non sarete
condannati; perdonate e sarete perdonati. *Date e vi sarà
dato: una misura buona, pigiata e scossa e traboccante vi
sarà versata in grembo; perché con la stessa misura
con la quale misurate, sarà misurato a voi in
cambio.
Il discorso del piano riprende il contatto con i discepoli, i
destinatari dell'insegnamento di Gesù, per proporre, in
una sintesi meravigliosa, l'esigenza fondamentale: l'amore
totalitario e incondizionato a tutti. Il brano si presenta come
parallelo a Mt.5,38-48, ma Luca ha una sua struttura e delle
insistenze sue particolari. I vv.27-30 contengono quattro
parallelismi che nella loro forma ritmica offrono tutte le
caratteristiche di una trasmissione orale anteriore. E' un
piccolo codice morale caratterizzante il cristiano. Segue la
sentenza normativa del v.31 che ricorda Mt. 7,12. Vengono poi tre
condizionali che propongono un insegnamento negativo: non siate
alla pari dei peccatori (vv.32-34), riassunto positivamente nel
v.35a; mentre il v. 35bc indica lo scopo per cui il cristiano
deve agire così. Segue un comando (v.36). Non è la
perfezione del Padre che si deve imitare, ma la sua bontà
e il suo atteggiamento di perdono. Si consiglia di leggere i
vv.37-38 eliminando il passivo: …e in quel giorno Dio non
vi giudicherà…e nel giorno del giudizio Dio non vi
condannerà…vi perdonerà…"
Amore verso i propri nemici: dopo l'enunciazione
dell'argomento, seguono le prime tre esemplificazioni: amare i
nemici, quelli personali, vuol dire "fare del bene", benedire e
pregare per quelli che hanno sentimenti e dimostrano un
atteggiamento diametralmente opposto. Vale a dire che ad un
crescendo di ostilità deve corrispondere un crescendo di
amore. Ciò significa non proporre soltanto un generico
sentimento di benevolenza comprensiva, ma un mare pratico,
operativo, che ha il suo test di sincerità nella
preghiera, davanti a Dio, dove non è possibile mentire,
far finta di amare.
Amore disinteressato e gratuito: Con tre brevi domande, che
riprendono i temi della sezione precedente, amare, fare del bene
e dare in prestito, viene ora illustrato l'amore gratuito, un
amore che supera la cerchia della solidarietà umana
interessata, quella che contraddistingue la logica dell'amore tra
peccatori. L'amore del discepolo manifesta la "gratuità"
che ha la sua fonte nell'amore fedele e creativo di Dio. La
motivazione ultima di tale amore, la grande ricompensa, è
la piena comunione con Dio, "sarete figli dell'Altissimo".
Perdono e generosità: L'amore umano ha la sua fonte e il
suo modello nell'amore di Dio. Un amore che concretamente, di
fronte alla miseria e alle deficienze umane, si traduce in
misericordia, che vuol dire accoglienza, benignità, dare
credito e fiducia. Questa è la caratteristica biblica
dell'amore di Dio, un amore che riparte sempre da capo, che
ripropone la sua fedeltà tenace, che accoglie e protegge i
deboli. "Siate dunque misericordiosi come il Padre vostro
è misericordioso". All'interno della comunità la
misericordia, come accoglienza e perdono fraterno, trova spazio
per dilatarsi. Alcune piccole sentenze definiscono questi
rapporti nuovi: non giudicare vuol dire non condannare, non
condannare vuol dire dare credito al fratello che sbaglia,
puntare sul suo futuro e sulle sue possibilità di
cambiamento o novità. La misura dell'amore verso il
fratello stabilisce anche quella della propria fedeltà a
Dio.
Gesù nel suo discorso sull'amore elimina non solo
l'odio ma anche il nemico. Per i seguaci di Gesù non
c'è più possibilità di odiare perché
non deve esistere il nemico. Se il cristiano avrà dei
nemici, dovrà amarli. Se incontrerà coloro che lo
odiano dovrà far loro del bene. Anzi dovrà pregare
per quelli che lo insultano. Gesù sulla croce dà
attuazione pratica alla legge formulata in questo suo discorso
pregando per i suoi stessi crocifissori (Lc.23,34). Il suo
esempio sarà seguito dal primo martire cristiano
(At.7,60). Ognuno di noi s'impegna a fare altrettanto.
Queste parole non hanno bisogno di essere spiegate (sono anche
troppo chiare!), quanto di mostrare che sono praticabili. Il
rischio maggiore, infatti, è che si ascoltino come pie
esagerazioni, espressioni poetiche che stanno bene nei libri, ma
che hanno poco o niente a che vedere con la vita reale. La
testimonianza dei martiri odierni ( non solo quelli antichi delle
persecuzioni romane), insieme a innumerevoli altre (Africa,
Islam, Asia e la stessa Italia dove sacerdoti sono stati
assassinati in nome della giustizia divina), ci rassicura proprio
su questo punto. Il perdono dei nemici è possibile,
difatti c'è chi lo pratica! Dopo questa premessa
cercherò adesso di vedere più da vicino cosa chiede
Gesù ai suoi discepoli. Anzitutto una precisazione. Il
verbo usato per indicare l'amore dei nemici è "agapan" che
indica un amore gratuito che non dipende dal merito o demerito
della persona amata; un amore diverso da quello erotico (eran) e
da quello d'amicizia (philein). Ma l'amore che definiamo
"carità". Ciò ci dice già che l'amore
richiesto per i nemici, più che un impossibile sentimento
di trasporto del cuore, è una decisione della
volontà; consiste cioè nel non volere il male del
nemico, ma semmai "che si converta e viva".
Tuttavia anche con questa precisazione è umanamente
possibile, mi chiedo, mettere in pratica un'esigenza come quella
enunciata da Gesù Cristo? Devo rispondere senza mezzi
termini: no, non è umanamente possibile! Allora
Gesù ci chiede l'impossibile? Neppure. La risposta
è che Gesù non ci dà solo il comandamento di
amare i nemici, ma ci dà anche la grazia, in altre parole
la capacità di farlo. Se egli si fosse limitato a darci
solo il "precetto" di amare i nemici e non avesse fatto altro,
esso sarebbe rimasto lettera morta, anzi, come dice San Paolo,
"lettera che uccide". Sì, uccide, nel senso che saremmo
schiacciati da un'esigenza che non riusciamo a soddisfare. Come
se uno mettesse davanti ad un bambino un peso di un quintale e
gli ordinasse di sollevarlo.
Gesù, cari fratelli e sorelle, ha soddisfatto, lui per
primo e per tutti, questo comandamento. E' morto perdonando i
nemici. Ma anche questo non sarebbe stato sufficiente. Se si
fosse fermato qui, Gesù ci avrebbe lasciato un sublime
esempio d'amore per i nemici, ma non ancora la forza e la
capacità di amare, anche noi, i nemici.
Le cose cambiano quando egli, a Pentecoste e poi, per ognuno,
nel battesimo e nei sacramenti, ci dona il suo Spirito. In questo
modo egli ci comunica le sue stesse disposizioni, infonde in noi
la sua stessa capacità d'amare tutti, anche i nemici.
Gesù non solo ci ordina di fare, ma fa quello che ci
ordina. Ciò che si richiede a noi tutti, è di
accogliere questa grazia, di crederci e di collaborare con essa.
Non si può, dicevo, domandare ad un bambino di sollevare
un quintale, ma gli si può chiedere di premere col ditino
un bottone che attiverà un argano capace di sollevarlo.
Premere il bottone è mettere in opera la fede e la
preghiera. Parafrasando ciò che Sant'Agostino diceva del
precetto della castità, possiamo pregare dicendo:
"Signore, tu mi comandi di amare i nemici: ebbene, dammi
ciò che mi comandi e poi comandami ciò che vuoi!" I
martiri d'ogni tempo non hanno attinto da se stessi la forza di
perdonare chi li uccideva, ma da Gesù, il Figlio di Dio,
cui tutto è possibile.
Voglio narrarvi una storia. Un giudice disse ad un amico: quel
giovane ha ucciso un uomo, ha confessato il delitto nel pieno
delle sue facoltà. Ho dovuto condannarlo. Tuttavia il mio
cuore è triste perché sono giunto alla conoscenza
dei fatti della sua vita. In tenera età ha visto
assassinare suo padre, sì, proprio dall'uomo ucciso.
Nell'ambiente in cui è cresciuto si parla solo di
vendetta. Vedi, non ha mai udito neppure una parola di perdono e
d'amore. Ecco perché, quando era ancora bambino, si
convinse che da adulto doveva vendicare la morte di suo padre.
Puoi comprendere con quanto odio ha covato durante questi anni,
ma non desiderava che alle figlie dell'assassino di suo padre,
toccasse la stessa sorte che era toccata a lui. Solo dopo che
ambedue alle figlie si erano formate una famiglia, si
vendicò uccidendolo. Il suo delitto è il risultato
e il frutto dell'ambiente in cui era vissuto. A mio avviso
è stata fatta giustizia, ma non certo una giustizia vera e
totale. Le cause che hanno generato il delitto esistono ancora e
produrranno altri delitti.
Ho capito più cose del fenomeno della
criminalità con questa storia che da tutti i discorsi, gli
articoli, i dibattiti su di essa. Ho compreso per esempio come un
ragazzo può ritrovarsi criminale senza possibilità
di scelta e perciò senza colpa ed accorgersi di avere
sbagliato quando ormai è quasi impossibile tornare
indietro. Cos'altro può diventare un ragazzo al quale
tutto l'ambiente in cui cresce, a partire da quello familiare,
gli esalta i valori della vendetta e del crimine, e gli fornisce
ogni giustificazione sociale e religiosa dell'agire? Non
c'è da stupirsi se accenderà una candela alla
Madonna la sera prima di andare ad uccidere qualcuno,
perché lo faccia riuscire nell'impresa…Di fronte a
queste considerazioni, mi sorge spontanea una riflessione: cosa
sarebbe accaduto se ci trovassimo in una nazione dove vigesse la
pena di morte? Sarebbe preclusa la possibilità stessa di
redenzione vera.
Parlando con alcuni giovani, uno mi chiese che sarebbe della
convivenza umana se tutti mettessero in pratica il suggerimento
di Gesù di porgere l'altra guancia? Non sarebbe la fine di
tutto e il trionfo dell'ingiustizia? Io risposi che anzitutto, se
tutti mettessero davvero in pratica l'insegnamento di
Gesù, non ci sarebbe nessun bisogno di porgere l'altra
guancia, per il semplice motivo che nessuno percuoterebbe
più il fratello su una guancia.
Beh, battute a parte, vi rispondo: è vero, non sappiamo
cosa sarebbe di una società in cui tutti (ma proprio
tutti) mettessero in pratica il precetto di Gesù del
perdono; in compenso però sappiamo benissimo che ne
è di una società in cui esso non è posto in
pratica e si continua a praticare la legge del taglione: "Occhio
per occhio, dente per dente". Sappiamo cosa ha prodotto, e cosa
sta producendo, in Medio Oriente, nella terra in cui Gesù
cercò di infrangere per primo questa legge…Senza
andare lontano, o altrove, guardiamo in casa nostra: cosa succede
in quelle regioni dove la vendetta, la faida, tra le cosche o le
famiglie -la legge del taglione-è ancora considerata
sacrosanta?
Osservate le statistiche delle forze di polizia, alla fine
dell'anno le vittime sono centinaia, come in guerra. L'esistenza
di quelle famiglie è avvelenata, sospesa ad un filo in
ogni momento…vita da trincea, non vita! Lancio il mio
grido di dolore e, unendomi a tutti i discepoli di Cristo, dico:
Gesù Cristo, il Figlio di Dio c'è anche per voi,
perdonate, perdoniamo, amate, amiamo, si può fare!
Cinque similitudini sul vero
discepolo.
Capitolo 6,39-49
*Poi disse loro una parabola: Un cieco può fare da
guida a un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? *Il
discepolo non è da più del suo maestro, ma ogni
discepolo ben preparato sarà come il suo maestro. *E
perché guardi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello e
non t'accorgi della trave che è nel tuo? *Come puoi dire
al tuo fratello: Lascia, fratello, che ti levi la pagliuzza
dall'occhio, se tu stesso non vedi la trave che sta nel tuo?
Ipocrita. Togli prima la trave dal tuo occhio, e allora ci vedrai
bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello. *Non
vi è albero buono che dia frutti cattivi; né albero
cattivo che dia frutti buoni. Ogni albero si riconosce dal
proprio frutto; non si raccolgono fichi dai cardi, né si
vendemmia uva da un rovo. *L'uomo buono dal buon deposito che ha
nel suo cuore trae fuori il bene, è l'uomo cattivo da
quello cattivo trae fuori il male; la bocca di ciascuno parla
dalla pienezza del cuore. *Perché mi chiamate: Signore,
Signore, e non fate ciò che vi dico? *Chiunque viene a me
e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò
a chi può essere paragonato. *E' come un uomo che
costruì una casa scavando molto profondo per porre le
fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume irruppe contro
quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era
ben costruita. *Ma chi ascolta e non mette in pratica è
come un uomo che costruì una casa sul suolo senza
fondamento, irruppe il fiume e subito essa crollò, e la
rovina di quella casa fu completa.
La prima tematica riguarda la correzione da parte di uno che
ha una trave nell'occhio, paragone in origine diretto contro i
farisei, le guide spirituali che sviavano il popolo. Tuttavia
nell'attuale contesto di Luca esso è rivolto contro le
false guide della comunità, che pretendono di essere
"sopra" il maestro. Uno solo è l'autentica guida, uno solo
è "maestro", tutti gli altri sono discepoli.
La seconda tematica parla del legame intimo tra l'intenzione
profonda, il centro e la radice della personalità, il
"cuore" dice il vangelo, e il comportamento esterno, nell'agire
come nel parlare. Ciò che importa non è tanto e
solo l'agire esterno conforme ad un codice di norme, ma la
verifica del "cuore", In ultima analisi è dal cuore
"buono", dalla coscienza illuminata e pulita che un uomo
può far scaturire una prassi autentica. Ciò che
conta è l'attuazione della sua parola che, posta nel
cuore, costituisce il deposito interiore e il fondamento di una
vita solida di fede.
Come avete notato e dedotto dai vangeli si potrebbe cogliere
una serie di spunti su ognuno degli organi con cui la persona
umana opera e comunica con l'esterno: occhi, orecchi, voce, mani,
piedi, cuore; e sul linguaggio di ognuno di questi sensi, il suo
uso e abuso.
Io mi limito questa volta a raccogliere il messaggio legato
agli occhi. Matteo riporta un detto di Gesù dedicato
interamente all'occhio: "La lucerna del corpo è
l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo
corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è
malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso" (
Mt.6,22). L'occhio è davvero la lucerna, o la spia,
dell'anima. Le emozioni più intense, le passioni
più violente, le gioie e i turbamenti più profondi,
quelli che non possono essere tradotti in parole sono comunicati
con gli occhi. Lungo il corso dei secoli sono cambiate tante
cose, ma non è cambiato l'alfabeto degli occhi: sorriso,
lacrime, paura, meraviglia, fiducia…sono uguali
dovunque.
Nel mondo vivono circa sei miliardi d'esseri umani, il che
significa tredici miliardi d'occhi che guardano, che interrogano,
che raccontano, che esprimono. Ma quanti sono veramente gli occhi
che funzionano da…occhi? Soltanto una persona
psicologicamente matura sa usare bene gli occhi. Gesù
è anche in ciò un modello insuperabile. Su tutte le
cose egli porta uno sguardo amorevole e attento.
Attraverso i suoi occhi possiamo vedere, come assistendo ad un
film, il mondo che lo circondava. Il pastore conta le pecore e
corre a riprendersi quella che si è attardata; il
contadino mette mano all'aratro, getta il seme, guarda il cielo;
se una nuvola sorge da occidente sa che domani verrà la
pioggia; se il vento soffia nel deserto sa che vi saranno giorni
torridi. Gigli che crescono nel campo e uccelli che volano in
cielo. La vecchietta spazza la casa per ritrovare la moneta
perduta; la donna impasta il lievito con tre misure di farina e
accende la lucerna per porla sul candeliere. Sulla piazza i
braccianti attendono chi li assume alla giornata. I bambini,
vispi, fanno il girotondo e, con voci stridule, vanno ripetendo
sempre lo stesso ritornello..
Nei Vangeli sono registrati diversi sguardi di Gesù che
cambiano l'esistenza delle persone. Ricordo l'episodio della
conversione di Matteo (Lc.5,27-28). E' seduto, intento a
riscuotere i dazi, a contemplare rapito, le monete che i
commercianti depongono sul tavolo…E' al massimo
dell'euforia quando tutto ciò che fino a quel momento ha
dato significato alla sua vita perde valore, nello sguardo di
Gesù. Matteo si alza, abbandona ogni cosa e segue
Gesù. Non ha assistito ad alcun suo miracolo, Gesù
non è ancora famoso e allora? Osserviamo un particolare
del racconto: "Gesù lo osservò". Il suo sguardo si
rivela all'istante irresistibile: è penetrante,
affascina…Lo sguardo di Gesù non si ferma alla
superficie, ma giunge diritto al cuore. Nel suo celebre quadro
Caravaggio ha colto l'importanza di due sguardi che s'incontrano
e fa ruotare intorno ad essi tutta la scena. Alla luce
dell'importanza che lo sguardo riveste per Gesù, possiamo
comprendere meglio anche quello che nel vangelo egli dice circa
alcune disfunzioni del nostro occhio. La medicina moderna
è giunta a diagnosticare le malattie di una persona
osservando il fondo dell'occhio; Gesù fa la stessa cosa
per gli occhi del cuore.
La malattia più radicale segnalata è la
cecità spirituale: "Può forse un cieco
guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in una
buca?" Gesù ammonisce in tal modo gli apostoli e
i discepoli a non essere, come gli scribi e i farisei, "guide
cieche" (Mt.23,16). La guida cieca è quella che non si
lascia guidare dalla luce e dalla parola di Dio, ma solo dalla
prudenza, o peggio dall'astuzia umana.
Questo avvertimento è rivolto in particolare alle guide
delle varie comunità (è chiaro che Luca pensa
certamente al problema dei falsi profeti nella comunità
del suo tempo). Sentiamo piuttosto quello che Gesù dice di
un'altra malattia della vista che riguarda tutti
indistintamente.
" Perché guardi la pagliuzza che è
nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che
è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che
tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la
trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal
tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza
dall'occhio del tuo fratello".
Spiritualmente parlando, il difetto di vista più
frequente non è la miopia, ma presbiopia. Miopia è
vedere bene da vicino e male da lontano; presbiopia, al
contrario, è vederci bene da lontano, ma male da vicino.
Colui che vede la pagliuzza nell'occhio del fratello e non vede
la trave nel suo, è uno che vede lontano, ma non vede
vicino. E' un presbite. Il Presbite, a volte, non riesce a
leggere uno scritto anche se ha i caratteri grandi come travi e
ce l'ha ad un palmo dagli occhi.
Che cosa indica la famosa pagliuzza e la famosa trave? La
pagliuzza è il peccato giudicato nel fratello, qualunque
esso sia, in confronto al fatto stesso di giudicare che è
la trave. Gesù denuncia qui una tendenza innata dell'uomo
che i moralisti antichi hanno illustrato con la favola delle due
bisacce. Nella rielaborazione che ne fa La Fontaine (scrittore di
favole) dice: "Quando vieni in questa valle porta ognuno
sulle spalle una duplice bisaccia. Dentro a quella che sta
innanzi volentieri ognun di noi i difetti altrui vi caccia, e
nell'altra mette i suoi".
Siamo strani noi umani, possediamo occhi di lince nello
scorgere i difetti del prossimo e siamo talpe cieche quando si
tratta dei nostri. Dovremmo semplicemente rovesciare le cose:
mettere i nostri difetti sulla bisaccia che abbiamo davanti e i
difetti degli altri su quella dietro. Dopo tutto, i nostri
difetti sono i soli che dipende da noi modificare e correggere.
Ciò che avviene per pregi e difetti avviene anche per
diritti e doveri. Noi poniamo il più delle volte i nostri
diritti nella bisaccia davanti e i nostri doveri in quella
dietro. Viviamo, soprattutto oggi, in una società dove
tutti sbandierano diritti, e nessuno sembra avere doveri. Nel
momento in cui si vuole procurarsi il favore di qualche settore
della società non si fa che mettergli davanti agli occhi i
propri diritti, tacendogli i rispettivi doveri. Tanti conflitti
sociali dipendono da qui. S'impone, anche a questo riguardo, un
bel capovolgimento di bisacce: davanti i doveri, dietro i
diritti, oppure, ciò che è lo stesso: davanti i
diritti degli altri, dietro i diritti nostri. Tanto, anche se
sono dietro, non c'è pericolo che li trascuriamo...
In conclusione, la similitudine trave-pagliuzza, è
un'immagine grottesca e paradossale, tuttavia rende palese
l'assurdità di colui che s'innalza a giudice del fratello.
Chi giudica si autogiustifica, s'illude nella propria ipocrisia,
che gli maschera la profonda sfasatura tra la convinzione
interiore e il comportamento esterno. Soltanto una lucida
autocritica è la condizione per aiutare, con senso di
partecipazione e di misericordia, il fratello a correggersi.
I vv.43-45, s'illuminano a vicenda e propongono la verifica e
la scelta del vero discepolo: l'albero e i frutti, l'uomo e il
suo deposito interiore, il cuore. C'è un legame intimo tra
l'intenzione profonda, il centro e la radice della
personalità, il "cuore" dice il vangelo, e il
comportamento esterno, nell'agire come nel parlare. Ciò
che importa non è tanto e solo l'agire esterno conforme ad
un codice di norme, ma la verifica del "cuore". In ultima analisi
è dal cuore "buono", dalla coscienza illuminata e pulita
che un uomo può far scaturire una prassi autentica.
Neppure basta riconoscere Gesù maestro e Signore, in una
professione di fede verbalmente ortodossa: chi proclama
Gesù "Signore, Signore". Ciò che conta è
l'attuazione della sua parola che, posta nel cuore, costituisce
il deposito interiore e il fondamento di una vita solida.
Con questi versetti si prepara la conclusione del discorso del
piano: le due case, o meglio due costruzioni. Le fondamenta di
una casa sono costruite sulla roccia, perciò resiste alle
intemperie, al vento, alle inondazioni; l'altra è
costruita appena al suolo, vale a dire sulla sabbia, quindi alle
prime impetuose piene dei wadi, barcolla ed è la rovina di
tutto. L'efficacia espressiva non è svigorita, anzi:
accogliere le parole di Gesù vuol dire prenderle sul
serio, in pratica tradurle nella vita. La figura del "cristiano
vero" è delineata dall'evangelista con tre verbi:
"venire", "ascoltare", "fare". Il primo esprime la decisione
fondamentale di porsi alla sequela di Gesù. Il secondo
include certamente anche l'assenso della parola ascoltata.
Tuttavia il tratto incisivo è il terzo: vale a dire
trasformare la parola ascoltata in parola "fatta", cioè in
gesti concreti.
La mancanza di quest'ultimo tratto priva di valore anche i
primi due. E' la pratica che costituisce la differenza fra il
cristiano vero e il cristiano mancato. Non sono direttamente in
questione la fede e l'incredulità. Il cristiano mancato
è pur sempre un credente che invoca il Signore, parla di
lui, ascolta la sua parola e vi consente. Però non
è un autentico cristiano. L?ascolto e l'adesione sono
senza dubbio importanti, ma sono ancora simili a un progetto
sulla carta, che diventa realtà solo quando viene
eseguito. Cosa occorre fare di preciso, se non basta ascoltare? E
che significa "fare"? Se non rispondiamo a queste domande, la
parabola resta del tutto formale e generica. La parabola da sola
non può rispondere a tali interrogativi.
Non resta che analizzare il contesto, al quale non solo
è possibile, ma necessario ricorrere; infatti, la parabola
è stata intenzionalmente posta da Luca a conclusione
dell'intero discorso della pianura. Da questa parola attuata
dipende, infatti, la salvezza (casa edificata sulla roccia) o la
rovina (la casa costruita sulla sabbia). Le parole di Gesù
non sono quelle di un Rabbi qualsiasi, ma hanno l'autorità
della parola di Dio. Luca con questa conclusione ci comunica che
la parola di Gesù prende il posto dell'antica rivelazione
e diventa il vero fondamento della nuova comunità dei
discepoli.
Indice Vangelo di Luca
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