Vangelo di Luca

Pesca miracolosa e chiamata dei
discepoli.
Capitolo 5,1-11
*Un giorno la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare
la parola di Dio. Egli, mentre se ne stava sulla riva del lago di
Genesaret, *vide due barche ferme presso la riva. I pescatori che
ne erano scesi stavano lavando le reti. *Egli salì su una
barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un po'
da terra; poi, seduto dalla barca, si mise a insegnare alle
folle. *Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: Vai al
largo, dove l'acqua è profonda, e calate le reti per la
pesca. *Simone gli rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la
notte senza prendere niente; ma sulla tua parola calerò le
reti. *Così fecero e presero una tale quantità di
pesci *che le loro reti stavano per strapparsi. Allora fecero
cenno ai compagni dell'altra barca di venire ad aiutarli. Essi
vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi
affondavano. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle
ginocchia di Gesù, dicendo: Signore, allontanati da me,
perché sono peccatore. *Infatti la grande pesca fatta lo
aveva sconvolto assieme a tutti quelli che erano con lui,
*compresi Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di
Simone. Ma Gesù disse a Simone: Non temere; d'ora innanzi
tu prenderai uomini. *Essi allora, tirate le barche a terra,
lasciarono tutto e lo seguirono
Gesù ha tracciato il suo programma a Nazareth, ha
guarito i malati a Cafarnao. Quelli di Nazareth lo hanno
respinto, quelli di Cafarnao volevano tenerlo, sequestrarlo per
sé. Con questo nuovo episodio sulla riva del lago il
contorno della sua missione si va precisando. Lui è il
predicatore itinerante, che annuncia la parola di Dio alle masse.
Ma in mezzo a questa folla anonima lui fa emergere alcune persone
perché condividano la sua missione, associandole al suo
destino: i discepoli. Alla scena d'introduzione, "Egli
salì su una barca, che era di Simone…poi, seduto
sulla barca, si mise a insegnare alla folla", segue quella
della pesca miracolosa, che prepara il momento vertice di tutta
la narrazione: la chiamata di Pietro al seguito di Gesù.
Il legame tra questi tre momenti è costituito dalla
"parola" di Gesù. All'inizio lui annuncia la "parola di
Dio" alla folla che si accalca sulla riva; è sulla parola
di Gesù che Pietro getta le reti al largo, ed è
ancora sulla sua parola che lascia tutto con i compagni e si
mette alla sequela del maestro.
Tuttavia, prima della chiamata, c'è la dichiarazione di
fede di Pietro. Terminato di parlare, Gesù disse a Simone
di andare al largo e di gettare le reti. Pietro risponde, quasi
infastidito: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte senza
prendere niente; ma sulla tua parola calerò le reti".
Ecco la gente semplice, senza grandi numeri, ma limpida e
generosa che ha saputo dice "sì". Dio fa grandi cose con
chi si fida di Lui. La chiamata di Pietro è
rappresentativa. La pesca straordinariamente abbondante in pieno
giorno contro ogni logica normale della pesca, è una
rivelazione per Pietro e i compagni. Tutto ciò prepara
bene l'incontro decisivo con Gesù. Simon Pietro, riconosce
nel Maestro il Signore, ma nello stesso tempo lui coglie la sua
indegnità: è un peccatore. Si tratta di una
reazione dei personaggi biblici di fronte al manifestarsi di Dio.
Ma è Gesù che con una nuova parola, supera la
distanza aprendo a Pietro e compagni un nuovo futuro: "Non
temere, d'ora innanzi tu prederai uomini". Tirate le barche in
secca, lo seguirono lasciando tutto.
In quest'episodio, vediamo l'inaugurazione e il fondamento
della missione di Pietro all'interno del gruppo dei suoi
compagni. Una missione che forma il nucleo del popolo messianico,
nucleo che continua anche oggi a raccogliere una grande
quantità di uomini attraverso l'annuncio autorevole della
"parola di Dio". Ma è la parola di Gesù che
garantisce l'efficacia di quella missione che ha preso avvio
dalla sua libera iniziativa sulle rive del lago.
Guarigione di un lebbroso.
Capitolo 5,12-16
*Un giorno, mentre Gesù si trovava in una
città, ecco che un uomo tutto coperto di lebbra lo vide e
gli si gettò ai piedi supplicandolo: Signore, se lo vuoi,
tu puoi sanarmi. *Ed egli, stesa la mano, lo toccò
dicendo: Lo voglio, sii guarito. In quell'istante la lebbra
scomparve da lui. *Poi gli ordinò di non parlarne con
nessuno; piuttosto vai, presentati al sacerdote e offri per la
tua guarigione quanto Mosè ha prescritto, così essi
ne avranno una testimonianza. *La sua fama si diffondeva sempre
più e le grandi folle accorrevano per ascoltarlo e per
farsi guarire dalle loro infermità. *Egli però si
ritirava in luoghi solitari e pregava.
Con questi versetti, inizia il primo ciclo dei segni
(miracoli) di Gesù che offre una dimostrazione del suo
potere sulla lebbra, la paralisi e la conversione. Egli, infatti,
mostra misericordia nei confronti degli emarginati della
società giudaica: lebbrosi, pagani, servi, donne e
pubblicani Il contesto si sviluppa in una richiesta di guarigione
da parte del lebbroso, la risposta di Gesù e la guarigione
miracolosa, infine l'ordine perentorio all'uomo guarito di
presentarsi ai sacerdoti del tempio. Il gesto di guarigione di
Gesù assume un particolare rilievo. E' un segno rivelatore
della potenza di Gesù, ma soprattutto dell'irrompere del
regno di Dio nella sua persona. La guarigione di un lebbroso
nell'ambiente giudaico era paragonata alla risurrezione di un
morto.
Tutti questi segni ed altri gesti simili sono da considerarsi
come il compimento del tempo messianico annunciato dai
profeti.
L'attuale racconto di Luca risente delle risonanze profonde
del gesto compiuto da Gesù. Se l'episodio nella sua
articolazione appare abbastanza semplice, la rilettura che ne fa
Luca rende più difficile la comprensione del messaggio.
Colpisce all'istante l'atteggiamento contraddittorio di
Gesù verso l'ammalato: da una parte l'accoglienza del
lebbroso e l'adesione pronta alla sua domanda, dall'altra
l'ordine perentorio di tacere e l'allontanamento rude, quasi
violento: vai, presentati al sacerdote"; inoltre la guarigione, o
meglio la purificazione, compiuta da Gesù con un gesto
palesemente contrario alle norme rituali di segregazione dei
lebbrosi, contrasta apertamente con l'ordine di mostrarsi al
sacerdote e di fare l'offerta secondo le prescrizioni legali.
Come spiegare questo strano accostamento di contrasti? Non
è sufficiente una spiegazione letteraria che spezza il
racconto di Luca in due episodi distinti. E' preferibile cercare
la ragione attuale del racconto tenendo conto della prospettiva
di Luca. L'intenzione dell'evangelista, anche a costo di
ripetersi e contraddirsi, di rilevare il silenzio o il mistero
che deve circondare il gesto di Gesù. Invece deve
diventare manifesto il significato di tale gesto: l'uomo è
reintegrato, purificato, deve essere riammesso nella
comunità. Là dove arriva il regno di Dio cadono le
barriere e le esclusioni; i tutori dell'antica legislazione
devono riconoscere che questo è una prova e testimonianza
del tempo nuovo. Il lebbroso guarito, allora può diventare
un "annunciatore della parola", in pratica colui che comunica il
messaggio nuovo racchiuso nel gesto di Gesù.
Quindi Gesù non può entrare nei centri abitati,
ma deve stare riparato. Nonostante questo, la gente accorre da
Gesù da ogni parte. Vale a dire che come il lebbroso ha
cercato Gesù, ora la gente va a cercarlo. A questo duplice
movimento di convergenza corrisponde il duplice atteggiamento di
Gesù: riserva e accoglienza. Vedete, cari fratelli e
sorelle, l'incontro con i gesti di Gesù può essere
ambiguo e falso come ogni tentativo di catturare e bloccare il
regno di Dio in un fenomeno di consumo immediato. Solo l'incontro
con la sua persona (Gesù), che rimanda ad
un'identità più profonda, provoca l'uomo ad
un'apertura che lo trasforma ogni volta in un annunciatore del
regno che viene.
Secondo il racconto di Luca, il lebbroso osserva l'ordine di
tacere dato da Gesù, contrariamente a quello che dice
Marco. Però la "parola" di Gesù, si diffonde con
un'efficacia e forza che attira la gente. La preghiera di
Gesù, nella nota conclusiva, è un tratto
caratteristico di Luca, il quale accentua un atteggiamento di
Gesù testimoniato con più sobrietà dagli
altri evangelisti.
Il gesto del lebbroso è un invito a presentarci con
fede davanti al Signore per chiedere di essere guariti. Sono
molti i mali che ci affliggono: egoismo, orgoglio, invidia,
avarizia, passioni disordinate…Ogni vita, ogni
comunità, e tutta la storia dell'umanità sono
intrisi di colpe individuali sociali. Il peccato è
profondamente radicato nella natura dell'uomo e per quanto ci
sforziamo di combatterlo, di estirparlo, è come una
gramigna sempre pronta a riaffiorare. Di fronte a questa
realtà anche noi dobbiamo dire con il lebbroso:
"Signore, se vuoi, puoi sanarmi". In quel "Tu puoi" vi
è certezza nella bontà infinita di Dio, più
desideroso che accordarci il suo perdono che noi di
chiederglielo. In questo dialogo esistenziale tra noi e Dio si
esprime tutta la storia della salvezza: la nostra impotenza e
miseria che si affidano alla potenza e misericordia infinita di
Dio, in Cristo Gesù.
Guarigione di un paralitico segno
di perdono.
Capitolo 5,17-26
*Un giorno, mentre stava insegnando, gli sedevano intorno
alcuni farisei ed esperti della legge, venuti da ogni villaggio
della Galilea, e della Giudea e da Gerusalemme; e la potenza del
Signore gli faceva compiere guarigioni. Ed ecco vennero alcuni
uomini, portando sopra un lettuccio un paralitico, e cercavano di
farlo passare per metterlo davanti a lui. *Non trovando da quale
parte introdurlo a causa della ressa, salirono sul tetto e,
attraverso le tegole smosse, lo calarono col lettuccio, nel
mezzo, davanti a Gesù. *Vedendo la loro fede, Gesù
dice: Uomo, i tuoi peccati ti sono perdonati. *Gli scribi e i
farisei incominciarono a pensare: Chi è costui che dice
delle bestemmie? Chi può perdonare i peccati se non Dio
soltanto? *Ma Gesù, conosciuti i loro pensieri, disse: Che
cosa andate ragionando nei vostri cuori? *E' più facile
dire: I tuoi peccati sono perdonati, oppure dire: Alzati e
cammina? *Ebbene, affinché sappiate che il Figlio
dell'uomo ha sulla terra il potere di perdonare i peccati, io te
lo ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio
e va' a casa. *E quello subito si alzò davanti a loro e,
raccolto il suo lettuccio, si avviò verso casa lodando
Dio. *Tutti furono presi da stupore e davano lode a Dio; sotto
una forte impressione di religioso timore esclamavano: Oggi
abbiamo veduto cose straordinarie.
Il brano del vangelo che abbiamo letto ci porta a Cafarnao,
nella casa di Pietro e di Andrea, scelta da Gesù come sua
abitazione. C'è come una strana euforia in città:
giovani e anziani, uomini e donne, sani e malati, in tanti si
dirigono verso quella casa. Nei loro volti si legge la voglia di
star bene e di essere finalmente felici. Anche se solo un gruppo
riesce ad entrare, il clima è in ogni caso di festa.
La presenza di Gesù allarga sempre il cuore alla
speranza, crea tranquillità e gioia. Sembra che costoro
vivano le parole del profeta: "Non ricordate più le
cose passate... Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora
germoglia, non ve ne accorgete?" (Is.43,18-19). In
verità quelle persone si erano accorte che stava sorgendo
una cosa nuova. E, infatti, la loro attenzione si era rivolta
verso quel giovane profeta. La prima considerazione che mi viene
da pensare e che mi chiedo: non dovrebbe essere così per
ogni nostra parrocchia, per ogni nostra chiesa, per ogni nostra
comunità? Non dovrebbe essere il cuore di ciascuno di noi
come una porta per chiunque ha bisogno d'amore e di sostegno?
Il brano parla di quattro amici che portano un uomo malato
davanti a Gesù. E questo mi sembra suggerire una seconda
considerazione, a noi, spesso distratti ed egocentrici, che i
malati e i poveri hanno bisogno che qualcuno li aiuti, che stia
loro vicino, che s'interessi davvero della loro vita e della loro
condizione. La situazione è drammatica dal momento che vi
è un tale accorrere e pigiarsi della folla che gli
ammalati non possono più raggiungere Gesù. Ecco
allora lo stratagemma dei quattro amici del paralitico: sfondano
il tetto e calano il malato davanti a Gesù. Operazione
piuttosto facile poiché si tratta di un'abitazione
palestinese ad un solo piano con un terrazzo fatto di frascume e
fango (anche se Luca parla di tegole), che si può
facilmente rimuovere.
Davvero l'amore non conosce ostacoli, fa scovare strade anche
le più impensate! Così il paralitico è posto
al centro della casa. Per la gente è il centro fisico, per
Gesù diviene il centro delle sue attenzioni. Il povero
malato che nella speranza della guarigione si era lasciato
trasportare in quel modo, si sente dire parole inaspettate:
"Uomo, ti sono rimessi i peccati".
La terza considerazione da fare è che l'uomo è
inesauribile nel peccato, ma Dio lo è ancora di più
nel perdono. L'incarnazione del suo Unigenito e l'opera
redentrice di lui sono la testimonianza più chiara.
Gesù ha mostrato in mille modi quanto Dio ami perdonare;
anzi ha perfino anticipato il perdono prima che fosse chiesto. E'
il caso del paralitico della narrazione che stiamo meditando. Per
l'ammalato, con ogni probabilità, non erano i peccati che
lo preoccupavano in quel momento, ma la sua infermità.
Eppure è questo il primo miracolo che Gesù compie
in lui: lo libera dal peso delle colpe che inceppano il suo
spirito più di quanto la paralisi impedisca le sue membra.
Ma l'invidia acceca. Tra i presenti ci sono degli scribi e dei
farisei che pensano che quell'uomo aveva solo bisogno di salute,
non di perdono, per il semplice motivo che "chi può
perdonare i peccati se non Dio soltanto?" Allora per fare
comprendere che tale gesto non è arbitrario, il Signore
aggiunge con autorità: "affinché sappiate che il
Figlio dell'uomo ha il potere di rimettere i peccati sulla terra,
dico a te, alzati, prendi il tuo letto e và a casa tua".
La guarigione del corpo attesta la remissione dei peccati,
è il segno esterno, controllabile da tutti, del perdono
concesso, e nello stesso tempo dimostra la magnanimità del
perdono di Dio il quale non solo distrugge i peccati dell'uomo,
ma lo benefica in modo meraviglioso.
Davanti al paralitico Gesù manifesta il doppio potere
di cui è investito dal Padre: il potere sulle malattie
corporali, quindi sulle leggi della natura, e il potere di
perdonare i peccati, perciò sulle leggi della grazia e
dell'amicizia con Dio. Il miracolo diventa perciò segno
apologetico (difesa calorosa) di quest'ultimo potere di
Gesù: come Figlio dell'uomo ha il potere del perdono sulla
terra. Tuttavia il fatto va oltre il significato apologetico per
raggiungere il problema della fede. In questo quadro essa
è posta in luce come necessaria per il perdono dei
peccati. La fede dell'interessato è evidentemente
sottintesa: è esplicito invece il riferimento alla fede di
quelli che sono con lui, in altre parole la fede della
comunità. Di qui l'importanza per ogni cristiano di
mantenersi in contatto con la propria comunità e di vivere
insieme con lei le varie espressioni della fede, in particolare
la celebrazione eucaristica.
Fratelli e sorelle, il paralitico aveva bisogno, come ciascuno
di noi, di perdono e di guarigione. Del resto a che serve la
salute fisica se si è cattivi nel cuore? A che serve
guadagnare il mondo intero, se poi si perde l'anima? Eppure il
mondo è giunto sino a coniare quel povero e ridicolo
detto: "Quando c'è la salute c'é tutto!" Il perdono
dei peccati è iniziativa della misericordia infinita di
Dio che cerca tutte le vie per salvare l'uomo, creatura del suo
amore. Dio è fedele; ha voluto la salvezza
dell'umanità e l'ha attuata in Gesù, il Cristo; in
lui le sue promesse sono divenute realtà. Ecco il motivo
per cui l'uomo deve decidersi a rispondere con la fedeltà
alla fedeltà di Dio, col suo "sì" al "sì" di
Lui.
Chiamata di Levi e conversione dei
peccatori.
Capitolo 5,27-32
*In seguito Gesù uscì e vide un esattore
delle imposte, di nome Levi, che stava seduto al banco delle
imposte. Gli disse: Seguimi! *Ed egli, lasciata ogni cosa, si
alzò e lo seguì. *Poi Levi fece a casa sua un
grande ricevimento in suo onore; c'era un gran numero di
invitati, di esattori del fisco, assieme ad altra gente. *I
farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli:
Perché mangiate e bevete con gli esattori delle tasse e i
peccatori? *Gesù intervenne e rispose loro: Non sono i
sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; *io non sono
venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si
convertano.
Dopo la chiamata dei primi discepoli, che Gesù ha
scelto tra gli uomini del lago per trasformarli in pescatori
d'uomini, ora è la volta di un pubblicano, che un giorno
sederà al banco non più per esigere la gabella ma
per scrivere il vangelo. Gesù si presenta come un gran
medico in visita amorosa ai suoi malati e come uno che è
venuto a chiamare i peccatori a penitenza. Chi è sano non
va dal medico. Ma di Gesù tutti hanno bisogno,
perché tutti sono malati.
Nei versetti precedenti Gesù si presenta come chi ha il
potere di riconciliare il peccatore con Dio, qui, al contrario,
rende presente la salvezza di Dio per chi sono esclusi: i
peccatori. Il centro focale di tutto è la risposta di
Gesù agli scribi: "Non hanno bisogno del medico i
sani, ma gli ammalati. Io non sono venuto a chiamare i giusti ma
i peccatori". La sentenza è preparata dalla
chiamata-conversione di Levi-Matteo, "Seguimi!" . Si
tratta di un imperativo esistenziale più che vincolante;
Levi-Matteo avrebbe anche potuto rifiutare senza apparenti
conseguenze, ma avrebbe continuato una vita da ricco e da
odiato.
"Egli si alzò e lo seguì". In quel preciso
istante scatta qualcosa di misterioso: la conversione.
Perché si converte? Io credo non sia possibile rispondere
in modo razionale a questa domanda imperniata su Gesù, il
quale non contempla i "perché", ma l'esclusivo ed
incondizionato "credo". Levi-Matteo in quei brevi attimi in cui i
suoi occhi incrociano quelli di Gesù, ha compreso che
aveva accantonato i valori della Legge, sostituendoli con falsi
valori materiali. Levi-Matteo comprende che quel Rabbi che lo ha
chiamato è capace di ridare i sogni perduti, il sorriso
smarrito e, soprattutto, la speranza. Infatti, si alza rompendo
con quella falsa vita e quel suo falso amore, e si mette in
movimento al seguito della pienezza della Vita.
Coloro che sollevano la questione dello scandalo di
Gesù che mangia con i peccatori sono gli scribi,
cioè i maestri della legge appartenenti al partito dei
farisei. Questi ultimi erano gli eredi spirituali degli Hassidim,
"i giusti", che avevano sostenuto la lotta dei Maccabei nel
II° secolo a.C. per la libertà e l'indipendenza
religiosa. Erano fedeli osservanti della legge dell'insegnamento
tradizionale e, a differenza dei sadducei, credevano nella vita
dopo la morte. Fariseo significa "separato", vale a dire coloro
che, per il loro attaccamento alla legge, si separavano da tutto
ciò che era impuro, in particolare dal "popolo della
terra", in altre parole dal popolo ignorante e poco pratico delle
prescrizioni ( circa 613) e perciò esposto alle varie
forme d'impurità legale.
Gli esattori del fisco erano uno dei gruppi che facevano parte
della classe dei peccatori. Sotto questa qualifica cadevano non
solo i ladri, le prostitute, ma anche chi esercitava certi
mestieri che potevano essere occasione di disonestà:
pastori, conciatori di pelle, asinai, artigiani in genere, ecc.
Quanti esercitavano questi mestieri erano equiparati agli
schiavi, in pratica erano privati dei diritti civili e politici.
Gesù si trova a mensa con i peccatori e i pubblicani nella
casa di Levi. L'aspetto scandaloso e provocante della scena
è rilevato da Luca, perché richiama l'equivoca
compagnia di Gesù.
Comprendiamo allora la mostruosità del gesto di
Gesù che chiama al suo seguito un pubblicano e solidarizza
con i peccatori. Levi spalanca letteralmente le porte della
propria casa (parafrasando il gesto, non è possibile
iniziare un cammino di sequela con Gesù con l'antifurto).
L'invito a cena è l'evidente celebrazione dell'incontro
col ritorno alla Vita. Non si tratta sicuramente di una cena
romantica ed esclusiva tra Gesù e Levi, "molti pubblicani
e peccatori si misero a mensa insieme".
La gioia di chi ha ritrovato la Vita, non può essere
contenuta, deborda e genera anche disappunti perché supera
i paradigmi stagnanti, adottati da chi non ha speranze e desidera
perpetuare il passato. Gli scribi dei farisei vedendo il
banchetto criticano aspramente Gesù ed i suoi discepoli
perché mangiano insieme ai peccatori. Essi però
sono semplicemente degli spettatori della cena, non vi
partecipano e tentano di danneggiarla pesantemente. Sono persone
che si fermano alla "buccia della vita" (esteriorità), che
non giungono alla "polpa" (interiorità) e pretendono che
tutti si blocchino senza assumersi responsabilità di
proposte.
Ecco perché Gesù sentenzia contro di loro: "Non
hanno bisogno del medico i sani, ma gli ammalati…"
Similmente Gesù è come un medico che indica ai
pazienti le terapie mediche nei momenti in cui si sentono malati,
ma soprattutto nei programmi di prevenzione, in pratica quei casi
il cui il medico offre alla persona un bagaglio di conoscenze (
il Vangelo) per comprendere il proprio stato di salute,
così da riconoscere la malattia quando è presente
ed i benefici della guarigione quando si manifesta
(conversione).
E' necessario riconoscersi peccatori e bisognosi, per potere
incontrare Gesù; altrimenti si è così
indipendenti da essere estranei anche a se stessi, e non sentiamo
il desiderio di crescere e comprendere la Vita che il Signore
Gesù ha posto in noi fin dall'inizio dei tempi.
Gesù finisce la cena motivando una volta di più la
ragione dell'Incarnazione e così il suo schieramento
dentro la storia: dalla parte dei poveri e della conversione del
peccatore, non della sua morte.
Il digiuno e la novità
evangelica.
Capitolo 5,33-39
*Allora gli dissero: I discepoli di Giovanni digiunano spesso
e fanno orazioni; così pure quelli dei farisei, mentre i
tuoi mangiano e devono! *Gesù rispose: Potete voi far
digiunare gli invitati a nozze mentre lo sposo è con loro?
*Verrà il momento in cui lo sposo sarà loro tolto,
allora, in quel tempo, digiuneranno. Poi disse loro una parabola:
Nessuno strappa un pezzo d'abito nuovo per rattopparne uno
vecchio; perché strapperebbe il nuovo senza poter fare
combinare il pezzo nuovo con il vecchio. *E nessuno mette vino
nuovo negli otri vecchi, altrimenti il vino nuovo farà
scoppiare gli otri e si verserà, mentre gli otri andranno
perduti. *Ma il vino nuovo va messo in otri nuovi! *Colui che
beve vino vecchio non vuole il nuovo, perché dice: il
vecchio è migliore.
Per calarsi nel senso profondo dei versetti in oggetto,
dobbiamo compiere un passo indietro nell'A.T. Dio ha sempre
rivelato il suo amore per le sue creature con espressioni
più che mai tenere e umane. Così quando assicura
che anche se una madre abbandona il figlio, egli non
abbandonerà mai il suo popolo (Is.49,15); e quando, dopo
il tradimento e il castigo, richiama a sé il suo popolo,
rinnoverà il suo patto d'amore dichiarando: "Ti
sposerò per l'eternità, ti sposerò nella
giustizia e nel diritto, nella tenerezza e nell'amore, ti
sposerò nella fedeltà" (Os.2,21-22). Da sempre
Dio ha cercato tutti i modi per far comprendere il suo amore per
l'umanità non disdegnando presentarlo nelle forme
più accessibili all'uomo come quelle dell'amore materno e
dell'amore sponsale.
Gesù esce dagli schemi dell'uomo devoto e si è
inserito in questa linea e quando i farisei gli hanno mosso
critiche perché i suoi discepoli non digiunavano, ha
risposto: "Forse che possono digiunare gli invitati a nozze,
quando lo sposo è con loro?" Il fatto è che
Gesù, non solo sta alla buona tavola con compagnie poco
raccomandabili, ma non pratica neppure quella forma d'ascesi che,
secondo la mentalità comune, caratterizza l'uomo
religioso: il digiuno. Questo comportamento singolare emerge in
modo appariscente dal confronto con l'atteggiamento di Giovanni
Battista, l'asceta del deserto.
I farisei digiunavano non solo nelle circostanze prescritte
dalla legge, come nel giorno del gran perdono, ma due volte la
settimana, il lunedì e il giovedì. Nella
controversia del digiuno i due gruppi sono contrapposti: da una
parte i discepoli del Battista e quelli dei farisei, dall'altra i
discepoli di Gesù. Gesù in questa sorta di
proverbio-parabola attribuisce a sé il titolo di sposo che
Dio, per bocca dei profeti, si era riservato. Egli, infatti,
è Dio sceso in mezzo al suo popolo, che incarnandosi nel
seno di una Vergine ha sposato la natura umana con vincolo
indissolubile: "Ti sposerò per l'eternità" . Vale a
dire che la profezia d'Osea si è compiuta in lui; la
salvezza preannunciata sotto figura di sponsali tra Dio e
l'umanità si realizza in Cristo Gesù. Perciò
la sua permanenza tra gli uomini è il tempo delle nozze;
tempo di festa a cui non si addice il digiuno.
Con la sua risposta Gesù non intende disapprovare il
digiuno che ha già ratificato (Mt.6,16-18), ma vuol far
comprendere che la sua presenza nel mondo è la presenza
dello Sposo venuto a portare gioia e salvezza.
Del resto questa presenza non durerà a lungo:
"Verranno giorni quando sarà loro tolto lo sposo, e
allora digiuneranno in quel giorno". E' un'allusione velata
alla sua passione e morte, allorché egli sarà
sottratto con violenza ai suoi amici. Sarà quello il tempo
del digiuno e del pianto. Le parole di Gesù non propongono
ai credenti un modello di comportamento religioso o sociale,
organizzare festini nuziali o saltare i pasti quotidiani, ma
definiscono il ruolo della sua persona, La sua presenza e la sua
assenza sono la ragione del loro stare insieme e del
comportamento che si esprime anche attraverso le forme esterne
della gioia e della tristezza.
In ogni tempo la novità di Gesù e del vangelo
non possono scendere a compromessi con il vecchio sistema
giudaico delle osservanze legali o pratiche devote. E' un vestito
nuovo. Sarebbe assurdo riparare il vecchio strappando il nuovo.
L'alternativa radicale è confermata dall'immagine del vino
nuovo. E' un vino pieno di forza e fermentazione che farebbe
scoppiare gli otri del vecchio sistema religioso. Poi Gesù
aggiunge un'ultima sentenza: la regola del buon intenditore di
vino. Chi è colui che avendo bevuto vino vecchio non vuole
saperne del nuovo? I discepoli? I farisei? O i giudei in genere?
Chi resta attaccato al vecchio sistema, non è in grado di
apprezzare la novità cristiana. L'esigenza di un salto di
qualità per un'esperienza cristiana autentica è
sottesa a quest'ultima sentenza.
In tutto il vangelo di Luca è operante l'idea di una
forte differenziazione tra Israele prima di Gesù e il
tempo inaugurato da Gesù. La nuova alleanza non è
ammodernamento di leggi, pratiche, dottrine vecchie; è
tutta "novità" ed esige perciò una mentalità
nuova: tutto è in rapporto alla "presenza dello sposo", di
Cristo. Egli ha inaugurato il tempo della gioia: la redenzione
è un "convito nuziale", una festa di "novità di
vita". Per questo, Gesù non impone ai suoi discepoli delle
pratiche di ascesi fatte con spirito vecchio; a suo tempo
anch'essi digiuneranno, ma con animo diverso. Lo spirito nuovo
del vangelo non può essere accolto in schemi invecchiati
di un legalismo privo d'interiorità: chi resta tenacemente
attaccato a "pratiche" simili, non può capire e vivere la
"novità" di Cristo, perché sua dottrina, legge e
pratica è l'amore.
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