Vangelo di Luca

Annuncio della nascita di Giovanni Battista
Cap. 1,5-25
Al tempio di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote
chiamato Zaccaria, appartenente alla classe di Abia; la sua
sposa, una discendente di Aronne, si chiamava Elisabetta. *Dal
punto di vista religioso, erano ambedue fedeli, perché in
modo integerrimo praticavano tutti comandamenti e i precetti del
Signore. *Ma non avevano figli, perché Elisabetta era
sterile ed entrambi erano avanti negli anni. *Per Zaccaria venne
il turno, assegnato alla sua classe, di servire nel tempio di
Dio. *Secondo l'usanza del servizio sacerdotale, egli fu scelto a
sorte per offrire l'incenso dentro il santuario del Signore.
*Durante l'ora dell'offerta dell'incenso tutta l'assemblea del
popolo pregava all'esterno. *Allora gli apparve un angelo del
Signore, in piedi alla destra dell'altare dell'incenso. *A quella
vista Zaccaria fu sconvolto e un religioso timore si
impossessò di lui. *Ma l'angelo gli disse: Non temere,
Zaccaria, la tua preghiera è stata ascoltata; la tua sposa
Elisabetta ti darà un figlio e gli metterai nome Giovanni.
*Questo sarà per te motivo di gioia e di letizia e molti
si rallegreranno per la sua nascita. *Egli infatti avrà un
grande compito da parte del Signore; per questo non berrà
né vino, né altre bevande inebrianti e sarà
consacrato dallo Spirito Santo fin dal seno di sua madre. *Suo
compito sarà di convertire al Signore, loro Dio, molti del
popolo d'Israele, *preparando la sua venuta con lo spirito e la
forza di Elia, in modo da realizzare una tale conversione che i
padri si compiaceranno nei figli e i ribelli torneranno a
sentimenti di vera giustizia, e così presentare al Signore
un popolo ben disposto. *Zaccaria disse all'angelo: Quale prova
ho per sapere se questo è vero? Io sono vecchio e mia
moglie è avanti negli anni. *L'angelo gli rispose: Io sono
Gabriele, uno di quelli che stanno direttamente agli ordini del
Signore, e sono stato inviato per comunicarti questa buona
notizia. *Ebbene, poiché tu non hai voluto credere alle
mie parole che si compiranno al momento stabilito, ecco che sarai
ridotto al silenzio e non potrai più parlare fino al
giorno in cui queste cose avverranno. *Intanto il popolo stava in
attesa di Zaccaria e si meravigliava per il suo indugiare nel
santuario. *Ma quando uscì egli non riusciva a parlare;
allora compresero che nel santuario aveva avuto una visione. Egli
tentava di farsi capire con cenni, ma restava muto. *Quando
terminò il periodo del suo servizio al tempio,
ritornò a casa. *Qualche tempo dopo Elisabetta, sua
moglie, rimase incinta e non si fece vedere per cinque mesi,
mentre andava pensando tra sé: * Ecco come ha agito con me
il Signore, ora che si è degnato di porre termine a quella
che era la mia vergogna in mezzo alla gente.
Le apparizioni di angeli sono il segno che le barriere antiche
tra il cielo e la terra sono cadute o almeno stanno per cadere,
come in questo caso, e sta per apparire sulla terra degli uomini
un'epifania del mondo celeste. L'iniziativa parte da Dio,
perché ogni cosa grande viene da Lui. Infatti, con stile
solenne, che rammenta le antiche narrazioni della Bibbia, si apre
la prima scena del vangelo delle origini: l'annuncio e la
promessa della nascita di Giovanni il Battista. I due
protagonisti, Zaccaria e a moglie Elisabetta, imparentati con la
grande stirpe sacerdotale, sono due giudei devoti e praticanti
secondo l'ideale tradizionale. La loro umile vicenda familiare
viene riletta da Luca attraverso la lente d'ingrandimento dei
grandi personaggi biblici: una coppia fedele a Dio, ma senza
figli e in età avanzata, proprio come Abramo e Sara, come
i genitori di Sansone, e quelli di Samuele. Su questo sfondo
religioso, che evoca già le attese e le speranze bibliche,
si staglia la scena sconvolgente del messaggio divino.
Il solenne contesto liturgico fa da degna cornice
all'apparizione dell'angelo e al suo messaggio decisivo, che
segnano una svolta nella storia salvifica. Il racconto a questo
punto segue la falsariga delle narrazioni di annuncio della
nascita di personaggi dell'A.T.: apparizione dell'angelo,
turbamento di Zaccaria, messaggio dell'inviato divino e segno di
conferma. La novità è costituita dal contenuto del
messaggio. Si tratta di un messaggio importante perché
è portato dall'angelo Gabriele che, nella tradizione
dell'A.T., è incaricato di svelare il senso ultimo della
storia salvifica. Infatti, l'inviato divino annuncia la nascita
di un uomo straordinario, scelto e abilitato da Dio per un
compito unico: preparare la venuta del Signore. Zaccaria,
superato il primo moto di spavento e di stupore, esprime il
dubbio, basato sulle categorie delle possibilità umane. La
sua fede non ha raggiunto ancora l'altezza e la profondità
sufficiente; non ha ancora sperimentato che innanzi a Dio niente
è impossibile, e che la sua potenza inizia proprio
là dove la debolezza dell'uomo mostra i limiti delle sue
possibilità.
La figura e il ruolo del Battista, con i tratti del profeta
degli ultimi tempi, fa comprendere subito a tutti noi che siamo
alla svolta decisiva della storia. Vale a dire che le promesse
dell'antico popolo giungono a compimento e il profeta, che
"precede il Signore", raccoglie tutte le attese per purificarle
ed esaltarle. La reazione di Zaccaria, che chiede un segno di
conferma, rientra nel canovaccio dei racconti di annuncio ("Beati
quelli che sanno ascoltare in profondità, perché
udranno Dio!" Soprattutto ai giorni nostri sembra incredibile che
Dio ci parli, eppure egli lo fa ininterrottamente. Perché,
allora, non udiamo la sua voce? Semplicemente perché non
stiamo in ascolto. La sua lunghezza d'onda egli la rivela a chi
lo prega e l'ascolta in silenzio). Ecco che il segno dato a
Zaccaria è nello stesso tempo un segno dell'efficacia
della parola di Dio e un castigo per la sua poca fede. Il
silenzio che colpisce Zaccaria venuto a contatto con il mondo
divino, è anche la cornice adatta per accogliere questi
grandi avvenimenti guidati sovranamente da Dio: "Le mie parole si
compiranno al tempo stabilito".
Il compiersi delle parole dell'angelo è descritto con
sobrietà e religiosa commozione nei versi conclusivi.
Elisabetta, come le antiche madri dei patriarchi, riconosce
l'intervento benevolo di Dio nella sua gravidanza insperata. Il
suo nascondimento ha la stessa funzione religiosa del silenzio di
Zaccaria e prepara la piena rivelazione e l'esplosione di gioia
che risuonerà nell'incontro con la madre del Messia.
Questo primo episodio c'introduce nel clima del vangelo
dell'infanzia. Un clima di gioia e letizia.
Annuncio della nascita di
Gesù
Capitolo 1,26-38
Nel sesto mese l'angelo Gabriele fu inviato da Dio in una
città della Galilea, chiamata Nazareth, *a una giovane
promessa sposa a un uomo, discendente di Davide, chiamato
Giuseppe; e la giovane si chiamava Maria. L?angelo entrò
da lei e le disse: Rallegrati Maria, ricolma del favore di Dio,
il Signore è con te. *A queste parole essa rimase molto
turbata e cercava di comprendere che cosa potesse significare un
tale saluto. *Ma l'angelo le disse: Non temere Maria,
poiché hai trovato il favore di Dio. *Ecco, tu sarai
incinta e darai alla luce un figlio e gli metterai nome
Gesù. *Egli sarà grande e sarà proclamato
Figlio dell'Altissimo; il Signore Iddio gli affiderà il
regno di Davide, suo antenato, *e regnerà per sempre sui
discendenti di Giacobbe e il suo regno non avrà mai fine.
*Maria disse all'angelo: Come è possibile questo, dato che
io sono vergine? *L'angelo le rispose: Lo Spirito santo
scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo sarà
presente in te; e per questo colui che nascerà da te
sarà santo, Figlio di Dio. *Ed ecco Elisabetta, tua
parente, anch'essa è incinta e attende un figlio nella sua
età avanzata; ed è già al sesto mese lei che
*era considerata sterile, perché nulla è
impossibile a Dio. *Allora Maria disse: Sono la serva del
Signore; avvenga a me ciò che hai detto. E l'angelo
partì da lei.
E' impossibile cogliere il segreto della storia umana, senza
subito comprendere che all'inizio di questa storia, vi è
stata una gran tragedia: il peccato originale! Tale peccato ha
lasciato delle tracce in tutto il genere umano, nella creazione
stessa. E' da tale maledizione, osiamo dire, che nel "sì"
della Vergine Maria, è penetrata, per volere di Dio, nel
suo smisurato amore per l'umanità, la generazione
verginale dell'uomo eterno.
Che cosa significa?
Il mistero dell'Annunciazione, non consiste solo in una
glorificazione sentimentale della SS. Vergine, si tratta di un
atto fondamentale pensato nella storia dei tempi, in mente Dei
per la redenzione del genere umano, in altre parole la
possibilità del ritorno all'innocenza eterna. E' per
questo fine che la Santa Vergine è stata concepita
Immacolata, ha concepito da Dio in modo puro, privo di peccato,
ha generato pur rimanendo vergine, ha seguito suo Figlio fino
alla croce e nella sua Ascensione con la propria Assunzione. La
concezione misteriosa di Gesù Cristo, il mistero
dell'Annunciazione, contiene un oceano di possibilità
d'adorazione e di meditazione, e questo non è per
suscitare speculazioni filosofiche, falsi sillogismi, ma soltanto
una vibrazione nella nostra anima ogni qual volta all'inizio
della preghiera del Rosario diciamo: "Nel primo mistero si
contempla..."
Un angelo a Nazareth per rivelare a Maria una
cosa grande: "Esulta, o piena di grazia; il Signore è con
te" (Lc.1,28). Maria, sconcertata, imbastisce un dialogo
investigativo per saperne di più. Anche l'angelo, a sua
volta, manifesta sorpresa. Lo smarrimento di Maria, infine, si
muta nella consapevolezza di essere stata pensata, concepita,
voluta, creata da Dio per Dio. Infatti l'angelo la esorta ad aver
fiducia e a non temere, "perché hai trovato grazia presso
Dio" (Lc.1,30). Dio ha bisogno d'incontrare gli uomini dopo la
colpa originale. Egli non accetta la sua solitudine divina e
predilige le creature. Egli non li può lasciare nel
peccato, nel rifiuto del suo amore, un progetto di salvezza.
Anche noi, come Maria, siamo interpellati e avvicinati da Dio in
Gesù per mezzo dello Spirito Santo. Dio ci vuole
incontrare, conoscere, amare e servire. Egli c'insegue, ci chiama
per nome, ci richiama, ci attende; cammina con noi, gioisce e
soffre con noi, spera ed ama con noi, perché l'amore, ogni
amore viene da lui che è amore per essenza (Gv.4,8).
Per vivere la nostra esperienza umana, si fa uomo in
Gesù per essere ancora oggi uomo del nostro tempo, eccetto
che nel peccato. Viaggia con noi, osserva, urla, grida con la
voce dei suoi profeti dovunque un uomo cerchi di riscoprire se
stesso, il senso del pensare, dell'agire, del vivere nella
prospettiva di un fine ultimo. L'incontro di Maria con l'angelo
evidenzia alla coscienza il ruolo e il significato vocazionale
della sua esistenza. E' ciò che Dio, in Gesù, vuol,
farci capire, ossia che Egli è il senso e la ragione
ultima del nostro esistere.
Maria nella mente di Dio. Dopo l'evidente
stupore, Maria sceglie il silenzio e l'ascolto. Lei si convince
di dover sentire prima il messaggio dell'angelo, poi riflettere.
Dio non si manifesta direttamente, ma attraverso i suoi
ambasciatori: angeli, arcangeli, angeli custodi, oppure
attraverso la natura, la Creazione, i Patriarchi, i Profeti, la
Legge, infine mediante il Figlio suo, l'Unigenito Gesù
Cristo. Ma egli resta un Dio presente e nello stesso tempo
nascosto, un Dio fatto uomo ma velato dall'uomo, in ogni uomo, in
te, in me, in noi.
La grandezza inaccessibile di Dio c'impedisce di vederlo come
egli è: "Finché abitiamo nel corpo siamo in esilio,
lontani dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in
visione" (2 Cor.5,6-7). Maria è condotta dall'angelo a
scoprire Dio-persona. L'intelligenza divina, pulsante d'immenso e
smisurato amore per l'uomo, comunica alla fanciulla di Nazareth
ciò che per lei ha stabilito e deciso. Dio, in questo
modo, permette alla Vergine Maria di entrare in contatto con il
suo futuro, con ciò che lei dovrà divenire secondo
la sua volontà. Maria intuisce che la sua vita futura
è nella mente di Dio e che soltanto in lui ha significato.
Inoltre percepisce la gioia di essere totalmente creatura di Dio
e, in quest'ottica, intravede anche l'unica via per essere se
stessa. Dio ci pensa, ci crea dal nulla per amore, ci fa passare
dal non essere all'essere, sempre per amore, perché
"Egli è amore".
La nostra radice è l'amore di Dio, il quale diventa la
chiamata di Dio, la vocazione vera d'ogni essere vivente e
razionale, d'ogni uomo, donna, bambino, fanciullo, giovane,
adulto, anziano. Ciò che Dio ha stabilito per ciascuno di
noi, proviene dal suo amore e porta sicuramente al possesso del
suo amore, se diciamo con Maria:
"Avvenga di me secondo la tua parola" (Lc.1,38).
Maria nel progetto di Dio. Lo stupore di Maria, davanti
all'angelo, è tradotto con questa espressione: "Maria
si turbò, andava pensando tra sé che cosa stesse
per significare quel saluto" (Lc.1,29). A questo punto, il
dialogo con Dio muta la psicologia, ne cambia lo stile,
soprattutto modifica le relazioni e gli obiettivi esistenziali.
L'angelo squaderna alla fanciulla di Nazareth le pagine in cui si
contengono le cronache della sua prossima missione e dei futuri
avvenimenti che la riguarderanno, i disegni dell'Altissimo, che
prevedono, innanzitutto, la sua maternità divina e il suo
totale coinvolgimento nell'Incarnazione, Passione, Morte e
Resurrezione di Cristo, il Figlio di Dio. "Dio vero da Dio
vero, generato e non creato, della sostanza del Padre".
In modo analogo ciascuno di noi è trasformato,
rigenerato col Battesimo in Figlio di Dio per mezzo di
Gesù. Come Maria i cristiani si abbandonano alla pienezza
della grazia che Dio ha stabilito per noi.
Maria sposa dello Spirito Santo. Maria
è la creatura preservata dalla colpa originale, unica
persona umana da sempre "giardino dell'eden", la sola a cui Dio,
scendendo nel cuore umano, rivolge la parola con successo,
perché tutta pura, tutta bella, tutta santa, tutta vera,
sincera, umile, obbediente, aperta al dialogo, serva della sua
volontà, disposta ad essere ciò che a Dio piace, a
volere ciò che Dio vuole, ad amare l'amore di cui è
espressione e testimonianza perfetta.
Donna, opera dell'amore di Dio Uno e Trino, "termine fisso
d'eterno consiglio", Maria, per la prima volta, si vede con gli
occhi di Dio, si coglie come Dio l'ha concepita, comprende
d'essere tutta di Dio, unicamente di Dio, perciò non
può negare a se stessa ciò che è: "Lo
Spirito Santo scenderà sopra di te e la potenza
dell'Altissimo ti adombrerà; perciò il Santo che
nascerà sarà chiamato Figlio di
Dio…perché nulla è impossibile a Dio"
(Lc.1,35-37).
Questa grand'evidenza invade la coscienza di Maria che, dopo
le illuminazioni divine scoperte dentro di sé, non esita
ad assecondare liberamente la richiesta di Dio. Così il
Figlio di Dio diventa uomo per opera dello Spirito Santo nel seno
purissimo di Maria vergine. Al fonte battesimale, nel quale siamo
stati rigenerati per mezzo della morte e resurrezione di Cristo
col battesimo, lo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal
Figlio ha preso dimora in noi facendoci partecipi del progetto di
Dio in Gesù, che ci riempie del suo amore, affinché
ciascuno di noi sappia diffondere "il buon odore di
Cristo" attraverso le opere della carità, della
condivisione, della comunione con il prossimo, spezzando le
barriere e le staccionate erette dalla cultura dell'egoismo e del
superuomo.
Maria entra a far parte del "Nulla è
impossibile a Dio". Contempliamo Marita, capolavoro
della grazia divina, sposa dello Spirito santo, piena di grazia,
perché lei ha accettato di svuotare se stessa, tutta se
stessa, per essere riempita solo da Dio e del suo amore, per
questo l'angelo trova spontaneo chiamarla "piena di grazia,
il Signore è con te"; anzi il suo essere esulta,
gioisce e canta: "L'anima mia magnifica il Signore e il mio
spirito esulta in Dio mio Salvatore, perché grandi cose ha
fatto in me Colui che è potente, e santo il suo nome"
(Lc.1,46-49.
Ciò che vedono gli occhi dello spirito evangelico, nel
dialogo con Marita, è l'incertezza umana nel recepire in
modo pieno ed esaustivo il messaggio divino. Al suo cuore di
donna, pur concepita dall'amore di Dio e destinata all'amore
dello Spirito Santo in vista dell'incarnazione del Verbo,
Gesù di Nazareth, appare impossibile ciò che
l'Altissimo le chiede per bocca del suo messaggero. Maria
è sconcertata di fronte al suo destino, al suo futuro e
alla sua vocazione. Lei è scossa nel profondo del suo
essere creatura limitata, simile ad ogni altra. E nel sentire che
i n lei scenderà "la potenza dell'Altissimo", Maria
precipita nella convinzione che tutto ciò è
impossibile. Ma Dio si rende chiaro ed inequivocabile ai suoi
occhi. Infatti, egli non è geloso; anzi apre la sua natura
divina a chi ama e, amando, lo eleva a partecipare al suo disegno
di salvezza. Quando Maria percepisce tutto ciò in
virtù dello Spirito Santo comprende anche di far parte del
"nulla è impossibile a Dio".
L'epilogo è trascritto da Luca, in modo incisivo, con
queste parole: "Ecco l'ancella del Signore, avvenga di me
secondo la tua Parola" (Lc.1,38).
Fare esperienza di Dio. Nella scena
dell'annuncio, Maria matura da una parte la consapevolezza della
propria creaturalità e limitatezza umana, dall'altra la
consapevolezza che l'amore l'ha resa strumento di Dio, luogo
della Trinità, donna eletta dall'Onnipotente in vista
della redenzione. Dio le domanda così di entrare in
comunione totale con Lui. A lei è richiesto, come ad ogni
cristiano nel giorno del battesimo, di far parte dell'azione di
Dio nell'umanità, di fare esperienza con lui, di
predisporre anima, corpo, spirito, tempo, spazio, energie e ogni
risorsa di se stessa, al servizio della volontà di Dio.
Fare esperienza con Dio significa per Maria impegnarsi a tempo
pieno con Lui, facendo di se stessa un umile e docile strumento
dello Spirito Santo, affinché operi, attraverso di lei,
impiegando la sua completa disponibilità, donazione,
abbandono obbediente e tutto ciò che nel mistero della
Provvidenza è stato deciso per il bene dell'umanità
e dell'intero genere umano.
Visita di Maria a Elisabetta.
Capitolo 1,39-56
Pochi giorni dopo Maria si mise in viaggio verso la
regione montuosa e raggiunse in fretta una città della
giudea. *Appena entrata nella casa di Zaccaria salutò
Elisabetta. *E quando Elisabetta sentì il saluto di Maria,
il bambino le sussultò nel grembo, ed essa fu ricolma di
Spirito santo. *Allora esclamò ad alta voce: Tu sei la
più benedetta della donne, e benedetto è il figlio
che porti in grembo. *Come mai mi è dato che la madre del
mio Signore venga a me? *Perché appena il tuo saluto mi
è giunto all'orecchio, ecco che il bambino ha sussultato
di gioia nel mio seno. *E beata coli che ha creduto
nell'adempimento di ciò che le è stato detto dal
Signore. *Allora Maria disse: L'anima mia esalta il Signore *e il
mio spirito si rallegra per Dio, mio salvatore, *poiché
volse lo sguardo alla sua umile serva. Ecco, d'ora innanzi tutte
le generazioni mi chiameranno beata. *perché l'onnipotente
ha fatto per me grandi cose: santo è il suo nome.* La sua
bontà verso quelli che gli sono fedeli si rivela in
continuità per ogni generazione. *Egli ha rivelato la sua
potenza efficace: ha disperso gli orgogliosi nei loro progetti,
*ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umile; *ha
ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i
ricchi. *Ha soccorso Israele, suo servo, per essere fedele al suo
amore misericordioso, *come aveva promesso ai padri nostri, ad
Abramo e alla sua discendenza per sempre. *Maria rimase con
Elisabetta circa tre mesi; poi ritornò a casa
sua.
L'episodio della visita di Maria ad Elisabetta è un
ampliamento della scena precedente dell'annuncio. Il "segno",
promesso dall'angelo, trova qui la sua conferma. Inoltre questa
scena, nella quale s'incontrano le due madri, stabilisce il
raccordo tra le due annunciazioni e i rispettivi figli: Giovanni
e Gesù. Attraverso la propria madre il profeta precursore
saluta e rende testimonianza al Signore Messia, presente in Maria
di Nazareth. Questo significato dell'incontro delle due madri
è suggerito dalle discrete allusioni ad episodi e
personaggi dell'A.T. che s'intravedono come in filigrana.
Elisabetta accoglie Maria "ad alta voce" come il popolo di Dio
accolse l'arca della presenza di Dio con forti acclamazioni.
Elisabetta interpreta l'agitarsi della nuova vita, che porta
in grembo, come un annuncio profetico della gioia messianica da
parte di colui che doveva essere consacrato dallo Spirito Santo
fin dal seno materno. Maria è ora l'arca che reca la
presenza salvifica del Signore in mezzo al suo popolo. Essa,
infatti, è salutata da Elisabetta come la più
benedetta delle donne, perché il bambino, che è in
lei, è il Signore. Infine Elisabetta proclama la
beatitudine di Maria, dando un significato profondo alla sua
maternità: Maria è colei che ha creduto
nell'efficacia della parola di Dio.
Al primo avverarsi della parola salvifica e alla beatitudine
della fede, segue il primo commento lirico: il magnificat. Un
cantico di ringraziamento che celebra in tre momenti successivi
la storia salvifica contemplata nella nuova prospettiva del suo
compimento messianico. La prima parte, 1,48-50, esalta il dialogo
tra l'umiltà e apertura del credente e la forza efficace
di colui che è il Santo e il Fedele. Questo dialogo per la
comunità cristiana, trova il suo paradigma nella "serva"
di Nazareth. Nella seconda parte, 1,51-53, si trova una conferma
storica dell'agire di Dio: ciò che egli attuerà in
futuro, ha la sua garanzia in ciò che ha sempre fatto
nella storia. Sorge nella speranza un mondo nuovo, dove sono
sconvolti gli schemi consueti della storia mondana: coloro che
contano per Dio, coloro che portano avanti il progetto di
giustizia non sono gli orgogliosi, potenti e ricchi, ma gli
umili, gli affamati, che coincidono con quanti si fidano di Dio.
Si annuncia un capovolgimento, che parte dalle coscienze di
coloro che sono totalmente aperti al nuovo progetto di Dio e
investe i rapporti di potere e le strutture socio-politiche.
Tutto questo non è una fumosa speranza utopica,
perché si fonda sulla fedeltà di Dio, che non si
smentisce mai. Ora egli è intervenuto in modo efficace
mantenendo fede alle sue promesse storiche fatte ad Israele,
1,54-55.
Gesù è il discendente d'Abramo, il vero "servo
di Dio", che assume in prima persona l'impegno di dare compimento
alle speranze dei poveri, che si fidano del futuro di Dio.
La preghiera che san Luca mette sulle labbra di Maria è
esemplare. Non solo per i sentimenti che esprime (lode, gioia e
umiltà), né unicamente per il tema trattato (la
speranza del Nuovo Testamento), ma per il genere letterario
stesso. Infatti, il Magnificat riproduce nella sua purezza la
struttura ideale della preghiera biblica "dell'eucaristia"
(azione di grazie).
Possiamo rammaricarci che il linguaggio corrente riservi il
termine "eucaristia" alla sola celebrazione della messa, la quale
è di certo l'eucaristia per eccellenza, ma non la sola.
Più precisamente, il sacrificio della messa e la grande
tradizione della preghiera biblica hanno un denominatore comune:
entrambi celebrano i prodigi della storia della salvezza. Nella
preghiera ordinaria, la rievocazione del fatto storico rimane
esclusivamente spirituale. Nella messa, invece, l'anamnesi
(commemorazione o ricordo) è accompagnata dal rinnovamento
sacramentale del suo oggetto: il sacrificio di Gesù
Cristo. In che cosa consiste il genere letterario
dell'eucaristia?
Esso comporta due elementi: lode e ricordo; talvolta tre:
lode, ricordo e supplica (= uno sguardo sull'avvenire). La
preghiera eucaristica inizia con un grido d'ammirazione mista a
riconoscenza, come per esempio: "Sii tu benedetto, mio Dio",
oppure "Lodate il Signore…". Segue la commemorazione delle
meraviglie di Dio che hanno motivato la lode. Infine, una
supplica per l'avvenire che si spera simile al passato di grazia.
Questo andamento che distingue numerosi salmi si applica tale e
quale alla messa: sacrificio di lode, commemorazione e
rinnovamento della Croce, pegno della gloria futura e preghiera
di supplica.
Nel Magnificat distinguiamo il triplice schema:
- Lode: L'anima mia magnifica il Signore
- Ricordo: perché ha guardato l'umiltà della sua
serva
- Sguardo sull'avvenire: ...come aveva promesso ad Abramo e
alla sua Discendenza per sempre
La Vergine Maria, dall'Arcangelo Gabriele, ricevette
l'annuncio di essere stata eletta da Dio Padre, Madre del
Salvatore. Dopo un istante di stupore, perché l'Angelo
l'aveva chiamata "La piena di grazia", Maria obiettò di
non poter accettare a causa del voto di verginità con il
quale si era legata. Tuttavia, saputo che esso non costituiva
impedimento, perché avrebbe conservato la
verginità, pronunciò il suo Fiat. Avendo appreso
dall'Angelo che Elisabetta sua cugina era incinta, con
sollecitudine si recò a visitarla. Alla sua vista,
Elisabetta sentì trasalire il bambino che portava in seno
e, illuminata dallo Spirito santo, conobbe il mistero
dell'Incarnazione.
La Vergine Maria vede compiersi in lei la più grande
delle meraviglie: la concezione del Figlio di Dio, Gesù il
salvatore. Ma il canto che innalza dalle sue labbra non è
soltanto suo. In Maria, l'umanità che diventa chiesa rende
grazie per il dono della salvezza. Nel Magnificat ritroviamo
quattro parole chiave: la misericordia - il ricordo –
Abramo - la promessa. L'idea predominante del cantico è
quella di continuità. Le generazioni sono legate le une
alle altre dal filo del disegno di Dio sull'umanità. Da
Abramo all'eternità si svolge una sola storia, si adempie
una sola promessa. Tuttavia, l'ininterrotta continuità
della storia della salvezza è di per sé generatrice
di rottura: il capovolgimento delle situazioni fondate
sull'opposizione a Dio. Spodestati e rovesciati, l'orgoglio, lo
spirito di potenza e la cupidigia svaniscono nella scia del
Signore che viene. Con la sicurezza dei profeti, Maria parla al
passato. Per lei, il gioco è fatto.
Presente il Salvatore, la vittoria è acquisita.
Certo, il Magnificat è rivoluzionario, ma non è
il canto dei rivoluzionari. Non fa appello alle armi, ma alla
fede. Orgoglio, spirito di potenza e cupidigia sono incompatibili
con il regno di Dio (Gal.5,19-21). La loro sorte è quindi
segnata. Madre del Salvatore, Maria si pone tuttavia fra i
salvati ("…e il mio spirito esulta in Dio, mio
salvatore"). Il fatto che sia stata scelta per essere lo
strumento della meraviglia dell'Incarnazione è nella
logica delle beatitudini che fa preferire il povero al ricco,
l'umile al superbo e il debole al potente. Poiché Maria
era stata concepita senza peccato originale, non avrebbe dovuto
essere soggetta alla comune pena di dolore. Però,
perché fosse nostra corredentrice, una volta divenuta
miracolosamente la Madre di Gesù, con le sue sofferenze
cooperò intimamente con quelle di suo Figlio.
In questo soave cantico, la Vergine, ricordando la promessa di
Dio ad Abramo, "…come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre" (Gen.22,18),
preannuncia appunto la conversione dei popoli pagani. Il
Magnificat c'insegna a non ripiegare la nostra preghiera su noi
stessi, ma ad allargarla alle dimensioni del mondo e della
storia. Il Cantico c'invita ad esercitare il nostro carisma
profetico di battezzati. In quale modo? Guardando di là
delle apparenze. La potenza degli orgogliosi è sul punto
di crollare. La nostra speranza già si realizza. La
profezia ha il senso della continuità e della rottura.
Continuità: essa sa da dove viene e verso
quale avvenire conduce.
Rottura. Dice no a tutto ciò che contraria lo
Spirito.
L'anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito
esulta in Dio, mio salvatore.
E' il cantico della coscienza di sé e del privilegio
ottenuto, il cui primo versetto ricorda l'intera tematica del
cantico. Nella storia della salvezza nessun individuo è
stato gratificato di tanta fiducia come Maria: ciò di cui
Dio la ritiene capace, e che allo stesso tempo esige da lei,
è unico, e quindi esemplare, per tutte le generazioni
cristiane..
Per il cristiano d'oggi, Maria è e rimane il modello di
vita valido davanti a Dio. Il Magnificat vi trova il suo
complemento grazie all'ancilla domini quotidiano e al fiat mihi
secundum verbum tuum: nell' Eccomi Signore – Maria risponde
con la sua disponibilità senza limiti alla fiducia del Dio
che la chiama. Essa è disponibile per tutti i disegni di
Dio e nel fiat – in altre parole "si faccia di me come hai
detto tu" – Maria offre a Dio, in pratica, carta bianca
quando dichiara: "La tua volontà deve diventare la
mia!"
L'ultima immagine mariana del Vangelo è ancora
un'immagine dello Spirito Santo, la Pentecoste; lo Spirito
discende sotto forma di lingue di fuoco su Maria e gli apostoli:
per lei, è la seconda pentecoste, per la Chiesa la prima;
qui, il Magnificat diventa il cantico di tutta la Chiesa. Accanto
allo Spirito di Dio, Maria è sempre al centro, sia durante
la prima che la seconda pentecoste: questo, perché
l'esperienza della cristianità è continua. Dove
c'è Maria, là c'è lo Spirito di Dio; dove
c'è Maria c'è l'entusiasmo verso la santità,
ci sono vocazioni religiose, là nascono dei movimenti
spirituali; dove invece non si sa che cosa fare di Maria, lo
Spirito di Dio viene meno, l'entusiasmo si spegne e non nascono
più vocazioni religiose. L'esortazione dell'apostolo: "Non
spegnete lo Spirito!" (1 Ts.5,19) significa, in questa
prospettiva: "Non perdete di vista Maria!".
Perché ha guardato l'umiltà della sua
serva. Dora in poi tutte le generazioni mi chiameranno
beata.
Il versetto che stiamo esaminando, è intessuto di
reminiscenze bibliche. Qui, come nelle descrizioni
dell'annunciazione e della visitazione, possiamo notare il
costante ricorso ad immagini e parole dell'Antico testamento; qui
Maria, una vera figlia di Sion, è la realizzazione della
speranza messianica d'Israele. Essa è presentata come in
continua e stretta unione con la storia del suo popolo e con la
Sacra Scrittura della quale vive semplicemente, tanto da
manifestare la sua gioia con le parole dei salmi e delle
profezie. Maria non gioisce e non canta da sola, ma – e
questo è molto importante – in unione con tutto il
popolo di Dio: la serva di Dio, in quanto figlia di Sion e
ricettacolo scelto da Lui, rappresenta Israele, il Servo del
Signore.
La gioia di Maria sgorga da un riconoscimento illimitato e da
un'azione di grazie. Tutto il suo essere, la sua anima e la sua
voce, rendono gloria all'unico Dio; essa non conserva nulla per
sé e riconosce che tutto proviene soltanto dalla grazia di
Dio in lei, la "piena di grazia". L'evento soprannaturale e unico
che la riguarda non si è compiuto per la sua gloria
personale, ma solo per quella divina e rivela la straordinaria
gloria di Dio: l'anima di Maria loda il Signore.
La fonte della sua gioia è Dio, il Signore della
gloria, che ha degnato di posare il suo sguardo sulla più
povera e umile creatura del mondo per farne la propria serva. Qui
compare il tema fondamentale di una povertà che perviene
alla gloria: è perché Maria non ha motivi per
vantarsi, perché è vergine, perché è
povera, perché abita in un villaggio sconosciuto,
perché non è orgogliosa né ricca, che Dio la
ama e la sceglie per compiere proprio in lei grandi cose: il
ricettacolo del Figlio di Dio, del Salvatore. La gloria giunge
nel mondo attraverso una porta d'umiltà e di
povertà.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e santo
è il suo nome.
Per Maria, non c'era motivo di vantarsi, bensì di
dimostrarsi riconoscente, poiché non si può parlare
di merito, ma di dono: il Signore si è degnato di
abbassare gli occhi, ha scelto, ha fatto un dono; ha rialzato
l'umanità dalla miseria, l'ha innalzata verso di
sé; ha affidato suo Figlio alla madre: è lui che ha
compiuto tutto questo. In questa nuova situazione, la santa
vergine si conserva umile: è per questo motivo che
è debitrice di Dio e lo glorifica. Se lo ha sempre fatto,
ormai ne ha nuovi e importanti motivi: in quel momento il Signore
ha cominciato a compiere attraverso lei una nuova ondata di
benefici nel mondo. Le generazioni, le nazioni e i continenti
vivranno di suo Figlio Gesù: questo inizio non
verrà mai dimenticato e nessuno potrà negarlo, come
non si può negate che un fiume abbia una sorgente. Sempre
e ovunque, tutti si ricorderanno della Vergine di Nazareth grazie
alla quale un nuovo torrente di grandi cose di Dio ha avuto
inizio in Gesù Cristo.
Dio è potente, unico e vero, ha cominciato, con la
Vergine di Nazareth, a compiere nuovamente grandi imprese (dopo
quelle dell'A.T.): Dio è potente per effetto del suo
potere santo che nulla può vincere e che si manifesta in
modo diverso rispetto a quello dei potenti della terra: egli
dona, ma dona per primo e non toglie nulla; egli colma di doni
coloro che non hanno altro da offrire che se stessi; egli dona
amore e non attende che amore: compie tutto questo perché
non solo è potente ma anche santo: è il Dio santo,
il suo nome è il Santo. Il nome di Dio, il nome
dell'Onnipotente, è santo, così santo e sacro che
non si può pronunciare direttamente nella sua onnipotenza
e santità. Dio è impronunciabile: è solo nel
timore e nel profondo rispetto che ci si può rivolgere a
lui, poiché egli è perfettamente santo, sopra di
tutto. Di fronte a questa santità divina i profeti hanno
tremato (Is.6,3): tutta la religiosità dell'A.T. è
permeata della santità divina, santità che
costituisce l'essenza più intima di Dio. La santa Vergine
con questo versetto esprime l'essenza di quello che sta per
accadere tra il popolo, culmine del lungo cammino della salvezza.
Essa non parla solo per se stessa e a suo nome, parla per tutto
il popolo di Dio, per il quale rende a lui grazie; parla in nome
di tutte le generazioni, presenti e future, rammentando la
grandezza e la santità di Dio.
Di generazione in generazione la sua misericordia si
stende su quelli che lo temono.
Consideriamo anzitutto questo versetto dal punto di vista
globale: o, se preferiamo, rileggiamolo e poi, con gli occhi
chiusi, esercitiamoci a spiegarlo nel modo più semplice
possibile ad un bambino che immaginiamo si trovi accanto a noi;
sono sicuro che egli comprenderà tutte le parole che
adopereremo: ma riuscirà a comprenderne il senso, il
valore, la ricchezza del versetto? E noi, onestamente, l'abbiamo
compreso, in altre parole ricevuto e assimilato? Maria ama il suo
Dio, non ci sono dubbi. Ma quello che scopre con meraviglia,
quello su cui non può tacere, è la scoperta di
questo mistero dell'amore di Dio per lei, così umile,
così piccola.
E per l'umanità intera. Infatti, Maria non è che
una creatura, della stessa natura di tutti gli uomini d'ogni
tempo, dei quali la storia non fa che accumulare con il
trascorrere del tempo la piccolezza e la povertà: di
età in età. Temere Dio significa riporre la propria
fiducia in colui che mi conserva nella stabilità, che
assicura l'equilibrio: è la certezza di essere al sicuro
finché ci si mantiene nel campo d'attrazione del
più forte. Il Dio forte che si canta nella Bibbia e nella
liturgia non è colui che abbandona i suoi, ma colui che li
conserva nella propria zona d'influenza, sotto la sua protezione,
nello splendore della sua potenza, nel caldo del suo amore.
Qualunque sia la durata del tempo nell'attesa dei segni
sensibili della sua presenza, Dio stende il suo amore e prepara
le vittorie. Certo, per un uomo la durata dell'attesa è
assai relativa. Ma nella lotta personale contro noi stessi, per
fare lo spazio che dovrebbe spettare a Dio nelle nostre
esistenze, 2di generazione in generazione" significa certamente
che Dio ci concede il tempo per lasciarci giungere a
maturità, un passo alla volta, fedele alla meta del
cammino come alla partenza. Ma il versetto ha anche un altro
significato: un'epoca dopo l'altra. Se volgiamo lo sguardo a
duemila anni di cristianesimo, assistiamo ad una certa
scristianizzazione della nostra cultura europea; ma "di
generazione in generazione", la fedeltà di Dio ci
garantisce che il seme sparso nella terra ha germogliato e
crescerà, perché come la pianta ha le radici nel
suolo che la nutre, il Magnificat di Maria ha le sorgenti nella
Parola di Dio.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i
superbi nei pensieri del loro cuore.
Non è raro in coloro che incontrano la Parola di Dio la
considerino spesso come un testo dei tempi passati, come un
insieme di documenti storici: magari preferiscono leggerla in
antiche traduzioni, per assaporare il gusto del tempo
andato…Ma la Parola di Dio è "viva" (Eb.4,12), come
Dio stesso è vivo (At.1,18; Rm.9,26; 2 cOr.3,3, ecc.) La
Parola di Dio ha valore perpetuo, è eterna (Sal.118,89)
come è eterno Dio (Sal.9,8) che l'ha pronunciata in modo
definitivo: ed essa risuona, portata a noi, come un'eco eterna
tra le rocce della storia del mondo. Così è stata
"pronunciata" grazie allo Spirito Santo (Lc.1,35) la sua Parola
sostanziale, la seconda Persona divina che resta in eterno, con
il suo corpo risorto, fatto carne grazie allo Spirito Santo
(Rm.8,11), in mezzo agli uomini, in mezzo alla Chiesa (Mt.18,20;
Mt.28,20 ecc.) La Parola di Dio è efficace e operante:
"Non ritornerà a me senza effetto, senza avere realizzato
quanto volevo" (Is.55,11): essa monda coloro che la accolgono
(Gv.15,3).
E' così che gli ebrei intendevano la Parola di Dio.
Essi adoperavano una stessa espressione per indicare la parola e
l'azione, il fatto, l'avvenimento; ed è per questo motivo
che nell'A.T. si dice spesso che la parola "si è fatta",
proprio come si trattasse di un avvenimento: la parola e
l'effetto della parola, in pratica l'atto, il fatto, erano sempre
strettamente legati alla concezione degli ebrei. In un sublime
inno di riconoscenza, Maria rivela la sua esperienza della Parola
di Dio: non si tratta di una dottrina, ma di un vissuto! E
riferibile non solo a lei, bensì a tutto il popolo di Dio
dell'A.T. e del N.T. Maria descrive un'esperienza personale e
così facendo s'inserisce nella grande corrente delle
esperienze che portano a Dio, corrente che dall'inizio della
creazione giunge fino ad oggi: movimento incessante che sfocia
infine nell'esperienza eterna del godimento senza fine di
Dio.
Maria vuole impegnarci in questa gioiosa avventura di
sperimentare la Parola di Dio…Questo dovrebbe essere il
Cantico d'ogni cuore giovane, poiché la giovinezza d'oggi
ama il vissuto e le esperienze: essa vuole toccare, avere la
certezza, verificare, conoscere. E si può
"toccare"…Pensiamo alla vita di Abramo, una lunga
esperienza personale, che copre un'intera esistenza e che conduce
a Dio. Gli ebrei hanno iniziato la loro esistenza come nazione
grazie ad un potente atto di Dio: l'uscita dall'Egitto. Il
Faraone era davvero orgoglioso: basta leggere i capitoli 4-13
dell'Esodo; e nel capitolo 15 troviamo il celebre canto degli
ebrei sulla disfatta degli orgogliosi. Lo stesso avviene per la
schiavitù babilonese (ad esempio il Libro di Ester); sul
cupo sfondo di questa schiavitù dei giudei ha poi luogo il
celebre ritorno verso Sion, che non si può interpretare in
altro modo che come un potente atto "del suo braccio" e la
disfatta degli orgogliosi: il Salmo 126 è un canto del
ritorno. Simili "grandi cose del suo braccio" segnano così
tutta la storia del N.T., sia nella vita comunitaria della Chiesa
che in quella degli individui (per es. Paolo, Agostino, ecc.) Ma
ognuno di noi porta nel cuore il "tocco" della propria storia di
conversione personale.
Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli
umili.
Dio è il creatore di tutto quello che esiste. Il
gioiello di tutte le creature è la persona umana dotata
d'intelligenza e di libera volontà, volontà che
viene messa alla prova dallo spirito del male che suscita il
desiderio di grandezza, in pratica d'essere simile a Dio. Dio ha
permesso la caduta dei primi uomini, perché, secondo il
disegno originale della creazione, la persona di suo Figlio
sarebbe stata l'inizio di una nuova creazione: il regno della
grazia! Per realizzare questo disegno, Dio ha scelto un popolo,
del quale s'interessa in modo del tutto particolare: gli affida
dieci comandamenti su tavole di pietra e gli invia dei profeti
destinati a preparare il grande evento della venuta di
Gesù Cristo. Tuttavia, la storia ci mostra l'evoluzione
dei popoli, come siano divisi tra potenti e oppressi: l'orgoglio
domina la storia. Alcuni potenti si ritengono dèi e
vogliono imporre ai loro sudditi le misure più spietate
per far accettare loro tutto quello che essi vogliono: ma quando
il Creatore, l'"Io sono quello che sono", decide che è
giunto il momento della più grande rivoluzione della
storia, la fonda sull'umiltà. Colui che viene a salvare
l'umanità, è umile e anche gli individui destinati
a contribuire alla realizzazione del più importante evento
della storia delle relazioni tra Dio e gli uomini sono persone
così umili che sarebbero altrimenti passate
inosservate.
La prima di queste è Maria, alla quale l'angelo
annuncia che darà alla luce un figlio: ma lei intendeva
rimanere vergine; le viene annunciato in che modo ciò
avverrà; essa accetta e da questo momento il Figlio di Dio
diventa suo figlio, senza che nessuno lo sospetti. La seconda
è Elisabetta, una donna ormai anziana che mette al mondo
il precursore, Giovanni Battista. Tra queste due persone avviene
un incontro, e un dialogo nascosto agli occhi e agli orecchi del
mondo rimane per sempre, simile all'eternità divina. Si
tratta della visita di Maria a sua cugina Elisabetta che, appena
la vede le rivolge queste parole: "Perché mi accade
questo, che venga da me la madre del mio Signore?"
Maria le risponde: "L'anima mia magnifica il Signore e il
mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore, perché ha
guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le
generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me
l'Onnipotente e santo è il suo nome….Ha spiegato la
potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del
loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli
umili".
Nel corso di tutta la storia dell'umanità sono stati
molti i casi in cui il Signore è intervenuto a rovesciare
i potenti del momento, quelli che avevano perseguitato gli altri.
Maria ha pronunciato le parole del Magnificat, ma ha anche udito
quelle di Simeone: "Una spada trapasserà la tua anima",
eppure è rimasta in piedi sotto la croce come una regina;
infatti, il coronamento della vita di Gesù, la sua
crocifissione, era la garanzia che egli "ha rovesciato i potenti
dai troni" e che ha "innalzato gli umili", poiché il
più irriso fra tutti è stato lui, il Signore della
vita e della storia.
Ha ricolmato di bene gli affamati, ha rimandato i
ricchi a mani vuote.
"Eppure non gli manca niente per essere felice", diciamo di
solito riguardo alle persone ricche, colte, potenti, quando si
vede chiaramente che sono infelici. Il fatto è che il
denaro, anche se necessario, non crea la felicità e che la
salute, per quanto sia importante, non basta, né la buona
reputazione. Altre persone, al contrario, hanno attraversato
prove terribili e la loro umile esistenza alimenta la nostra
speranza. Questo significa che la felicità non consiste
nel possedere, non più che nella povertà,
bensì in un atteggiamento di fronte alla vita, di cui
Maria ci offre il segreto nel Magnificat: la gioia è un
dono di Dio. E' come il mistero della perla nascosta in un campo,
di cui parla il Vangelo: colui che l'ha scoperta va, vende tutto
quello che possiede e compra questo campo.
I paradossi del vangelo sembrano l'opposto del buon senso
comune; eppure è proprio mettendoli in pratica che tanti
uomini hanno trovato la gioia, la vera gioia, non quella
felicità frivola e fragile, quel godimento rapido ed
effimero che è il piacere, ma la felicità duratura,
l'autentica gioia, che non esclude la sofferenza ma la innalza
nell'intensità dell'amore. La vita quotidiana porta con
sé molte delusioni e sofferenze, che provocano
scoraggiamento; l'amore, invece, non inganna: e il vero amore
è povero; non è narcisista, né oppressore,
né possessivo, né egoista: è la perla rara
del vangelo (Mt.13,46). Come Maria, solo coloro che sono affamati
di Dio possono incontrarlo, nella misura in cui si rendono
disponibili all'amore come all'impegno, privi del verme roditore
dell'acredine e del risentimento, dell'invidia e della gelosia,
dell'egoismo e dell'orgoglio.
Gli affamati del regno di Dio non sono preda di pregiudizi
né di ideologia, non stanno continuamente ad interrogarsi
per sapere cosa rispondere ai dilemmi dei dotti e alle
disquisizioni dei sofisti: infatti, la vita li costringe ad una
risposta ed essi vi trovano la felicità del dovere
compiuto, del lavoro quotidiano che, ogni mattina, chiede di
essere realizzato senza rimandarlo a domani. "Nelle tue mani,
Signore, affido il mio spirito". L'attesa di tutti culmina nel
magnificat della Vergine Maria, piena d'apertura verso Dio,
d'umile e gioiosa disponibilità, di nuova speranza e
d'intrepida carità. Così anche Gesù, Figlio
di Dio fatto carne nel seno verginale di Maria s'inserisce
chiaramente nella linea del Magnificat con l'ardente attesa del
compimento: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore"
(Mt.11,29). Insieme alle beatitudini, il Magnificat è
senza dubbio il testo più importante della storia umana:
esso si rivolge a tutti, credenti e non credenti, e rimane, dopo
duemila anni, l'unica luce che continua a risplendere nelle
tenebre di violenza, di paura e di solitudine in cui il suo
orgoglio e il suo egoismo sprofondano l'Occidente: queste parole
sono per l'eternità roveti ardenti e stelle nella notte
del mondo.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua
misericordia.
Maria era profondamente radicata nella tradizione del suo
popolo. Questo risulta chiaramente dal fatto che il suo
Magnificat non è una creazione artistica, ricca d'immagini
originali ed emozionanti. Si tratta piuttosto di un inno ispirato
dalle Scritture sotto forma di riferimenti o di citazioni. Lo
stesso si può dire per il versetto che stiamo riflettendo.
Esso fa riferimento ad Isaia (41,8), in cui Israele è
chiamato servo: un servo vilipeso e disprezzato, respinto e
maltrattato, la cui glorificazione deriva dal rovesciamento
escatologico di tutti i rapporti. E' nell'agire divino che ha il
suo fondamento per il fatto che Dio si è ricordato della
sua bontà; un agire divino che è la realizzazione
delle promesse ricevute dai padri, primo fra tutti Abramo,
depositario della promessa (Gn.12,2; 15,4-5). Questi ed altri
riferimenti, impliciti od espliciti, rivelano quanto Maria si
nutrisse delle Scritture.
Questa sua familiarità con le Scritture, di cui il
Magnificat è testimone, costituisce per lei il terreno
fecondo della sua piena disponibilità a diventare la madre
di Gesù salvatore. Luca insiste notevolmente sulla sua
disponibilità ad accettare dalla mano di Dio questa
missione fondamentale, rilevando allo stesso tempo che essa
costituisce il preliminare affinché Maria diventi la madre
di Gesù "Figlio dell'Altissimo", come detto dall'angelo
dell'annunciazione.
La sublime e radicale dignità di Maria come madre di
Gesù ha certamente altre componenti oltre a quelle umane.
In primo luogo, questa maternità è una grazia, e
quindi una missione che le ha affidato Dio; ma quando dispensa i
suoi doni agli uomini, Dio deve poter trovare qualcuno che sia
disposto ad accoglierli. Nei vangeli, Maria è lodata a
ragione per aver accettato senza riserve il dono che Dio le
elargisce: dice di essere la serva del Signore, disposta a quello
che le deve avvenire. Ma anche per lei, l'improvvisa rivelazione
della bontà di Dio durante l'annunciazione non è
stato un avvenimento del tutto chiaro e netto: essa ha posto
delle domande, ha chiesto chiarimenti. Non scordiamo che, in
questo cantico di lode sul modo in cui Dio ha soccorso Israele,
è il messaggio dell'angelo Gabriele a Maria che viene
proposto in filigrana. E, in questo racconto, vediamo Maria porre
una precisa domanda: "Come avverrà questo, poiché
io non conosco uomo?"
Sono parole che hanno creato problemi agli studiosi d'ogni
tempo: si riteneva certo che l'evangelista volesse in questo
modo, richiamare tra l'altro l'attenzione sulla vigile
intelligenza della madre del Signore; in altre parole, non
è un "sì" cieco e istintivo verso ciò che le
viene chiesto, che esce dalle sue labbra: essa vuole sapere e
comprendere. Non si tratta di un aumento della conoscenza, a
Maria non interessa, ma di pervenire all'intendimento e alla
comprensione di quello che Dio vuole, in quell'istante. Nelle sue
domande, essa si conferma quindi colei che è disponibile
verso Dio, ed è per questo che ha potuto diventare la
madre di Gesù e che l'angelo ha potuto salutarla come
colei che ha "trovato grazia presso Dio"; figlia di Sion, diventa
per così dire come la personificazione d'Israele, il servo
al quale Dio viene in aiuto, nel ricordo della sua generosa
bontà.
Come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla
sua discendenza per sempre.
Maria lascia esplodere la sua gioia. La silenziosa e pensosa
figlia d'Israele non riesce a conservare per sé il flusso
di gratitudine e di lode che la pervade. Domani conserverà
"tutte queste cose in cuor suo": oggi canta a piena voce il
cantico che diventerà quello della Chiesa visitata dallo
Spirito Santo in mattino di Pentecoste. L'ultimo versetto del
magnificat colloca l'avvenimento nella storia che lo illumina, a
partire dalle parole rivolte "ai nostri padri, ad Abramo e alla
sua discendenza, per sempre". Ciò che Maria prova
nell'intimo del cuore, cioè, secondo il senso di questa
parola della Bibbia, nel profondo del suo essere, supera
evidentemente ogni parola. Felicemente, come i membri più
fedeli e pii del suo popolo, come Anna, figlia di Fanuèle,
come tutti i "poveri del Signore", essa può recitare
pagine e pagine della scrittura senza sbagliare; e sono le stesse
parole della legge e dei profeti che le vengono alle labbra per
rivelare la sua esperienza più intima. Quasi tutto quello
che essa ha cantato era già stato detto nei salmi, nei
libri di Samuele, Michea, Isaia e di altri profeti, proprio come
le parole del padre Nostro di Gesù erano già
familiari in alcuni ambienti giudaici devoti prima che il maestro
le riprendesse; eppure il loro contenuto diventa del tutto nuovo:
le stesse note musicali compongono un canto mai udito.
"Come aveva promesso ai nostri padri!": certo, tutte queste
cose erano state dette; dove e quando? Sempre, da sempre! In ogni
pagina del Libro Sacro si legge il racconto della bontà di
Dio verso coloro che lo temono, dei suoi interventi "con mano
forte e braccio teso" (Dt.4,34), delle sue vittorie sugli
orgogliosi, i potenti e i ricchi, per la felicità degli
umili e degli affamati, per la salvezza d'Israele suo servo.
Maria era davvero una figlia d'Israele, una figlia di quel
"popolo della lode" che, riprendendo le parole antiche, innalzava
a Dio il Cantico nuovo. Maria non mutava le espressioni familiari
imparate in casa e nella comunità: si limitava a disporle
in un altro modo, più personale. Ma l'avvenimento insieme
inaspettato, la venuta del Messia, è talmente prodigioso,
il concepimento verginale che si compiva in lei, conferiva alle
parole antiche un senso nuovo e sovrabbondante
Siamo pronti, nella nostra vita, a lasciar operare il dono di
Dio, come ha fatto Maria? Siamo disposti a lasciare che Dio ci
colmi dei suoi doni? A lasciare che egli ci sfidi? Siamo capaci
di liberarci della febbrile attività quotidiana e della
sciocca presunzione che vi si accompagna e che consiste nel
credere che tutto quello che deve essere compiuto da parte del
regno grava soltanto sulle nostre spalle? Riusciamo a sottrarci a
questa forza quasi irresistibile che ci spinge ad impegnarci in
ogni sorta d'attività –una delle caratteristiche
della nostra epoca – e che c'insegue persino la domenica e
durante il tempo libero? Non sarebbe necessario invece fare un
po' di silenzio dentro di noi, riservarci di tanto in tanto
lunghe pause di calma e di concentrazione, in modo da essere
pronti a udire, ad ascoltare, ad accogliere nel nostro cuore la
soave voce di Dio? Potremmo almeno provarci?
Chi riesce a conservarsi silenzioso, concentrato e disponibile
nel pieno dell'agitazione mondana, incontrerà certamente,
di tanto in tanto, un messaggero o un messaggio che proviene da
Dio. Così è stato per Maria: un misterioso
incoraggiamento, una consolazione nei momenti drammatici, un
costante coraggio per vivere, anche per soffrire e, quando
verrà il momento, per morire. Ci sono ancora degli angeli,
cioè dei messaggeri e dei messaggi che vengono da Dio, che
tuttavia potranno incontrare o raggiungere soltanto coloro che
sono pervenuti al silenzio, alla concentrazione, alla
disponibilità: solo questo atteggiamento interiore ci
permetterà di costatare, come Maria, che Dio viene sempre
in aiuto del suo popolo, nel ricordo della sua bontà e
della sua misericordia.
Nascita di Giovani il Battista
Capitolo 1,57-80
*Intanto per Elisabetta si compì il tempo del parto
e diede alla luce un figlio. *I vicini e i parenti, udito che il
Signore aveva manifestato la sua grande bontà verso di
lei, si unirono alla sua gioia. *All'ottavo giorno vennero per
circoncidere il bambino e lo volevano chiamare come suo padre,
Zaccaria. *Ma la madre intervenne: No, si chiamerà
Giovanni. *Le dissero: Non c'è nessuno della tua parentela
che porti questo nome. *Allora domandarono con cenni al padre
come voleva che fosse chiamato. *Ed egli, chiesta una tavoletta,
vi scrisse sopra: Giovanni è il suo nome; e tutti furono
meravigliati. *In quel medesimo istante gli si aprì la
bocca, gli si sciolse la lingua ed egli incominciò a
parlare benedicendo Dio. *Tutti i vicini furono presi da timore e
per tutta la regione montuosa si discorreva di tutti questi
avvenimenti. E quanti ne sentivano parlare pensavano dentro di
sé si chiedevano: Che diventerà mai questo bambino?
La protezione del Signore infatti era manifesta su di lui.
*Zaccaria, suo padre, fu pieno di Spirito Santo e
profetizzò dicendo: *Benedetto sia il Signore, Dio
d'Israele, perché è intervenuto a liberare il suo
popolo: *egli ha suscitato per noi un potente salvatore, un
discendente di Davide suo servo, *come aveva promesso da tempi
antichi per mezzo dei suoi santi profeti, *per salvarci dai
nostri nemici a dal potere di tutti coloro che ci odiano.
*Così ha manifestato la sua bontà verso i nostri
padri restando fedele alla sua santa alleanza, *e al giuramento
fatto ad Abramo, nostro padre; egli ci concederà che,
*liberati dal potere dei nostri nemici, gli rendiamo senza paura
il nostro culto *nella santità e fedeltà davanti a
lui per tutti i giorni della nostra vita. *E tu, bambino, sarai
chiamato profeta dell'Altissimo, perché precederai il
Signore per preparargli la strada, *per dare al suo popolo la
coscienza di essere salvato per mezzo del perdono dei loro
peccati, *grazie alla tenera compassione del nostro Dio, per cui
è intervenuto a nostro favore dall'alto un astro sorgente,
*a illuminare coloro che stanno nelle tenebre e nell'ombra della
morte, per guidare i nostri passi sulla via della pace. *E il
fanciullo cresceva, il suo spirito si fortificava; visse nel
deserto fino al giorno in cui si fece conoscere a
Israele.
Dopo l'annuncio segue quello della nascita, alla promessa
segue il compimento. In Giovanni, al momento della nascita e
della festa per la circoncisione, si realizza in modo
meraviglioso ciò che era stato annunciato dall'angelo. Il
bambino riceve il nome per una scelta di Dio, nome espressivo e
carico di promesse: "Il Signore è favorevole, usa
misericordia". Il clima che avvolge tutta la scena è
quello di una gioia, di una festa che si trasmette per contagio e
diventa già lieto annuncio, presentimento e attesa
favorevole.
A questo punto anche il segno del castigo di Zaccaria si
scioglie. Ora che ha eseguito fedelmente l'ordine ricevuto,
può parlare. Le sue parole sono un canto di lode e una
profezia. L'inno di lode interpreta nella giusta luce gli
avvenimenti che stanno ora compiendosi. L'annuncio profetico,
sotto l'impulso dello Spirito Santo, anticipa il compito o la
missione del bambino come risposta alla domanda che tutti si
fanno: "Che mai diventerà questo bambino?"
Una chiave per afferrare il movimento del pensiero del Cantico
sono l'idea e la realtà dell'esodo. Due tradizioni
bibliche per capire le formule e le immagini: Es. 1-15; Is.
40-55. Il primo di questi Libri narra l'uscita dall'Egitto, il
secondo prevede il ritorno a Sion degli esiliati da Babilonia. La
nascita di Giovanni Battista inaugura il tempo della redenzione.
Non più liberazione dalla cattività delle prigioni,
ma perdono del peccato per il servizio del Signore. Le antiche
immagini, trasposte dal piano materiale al piano spirituale,
acquistano valore di simboli.
Il Cantico si divide in due parti:
La prima, vv. 68-75, si rivolge al Signore e assimila la
redenzione dall'Egitto;
La seconda, vv.76-79, si rivolge al bambino appena nato e la
confronta con l'esodo Babilonese.
Il duplice parallelo conduce alla conclusione che Giovanni
Battista è il messaggero dell'esodo definitivo che
porterà l'umanità dalle ombre del peccato alla luce
della giustizia.
Le partenze dall'Egitto e da Babilonia, non sono altro che
abbozzi e prefigurazioni della Parola di Dio.
Il Cantico esprime la lode, il ringraziamento, la gioia di
Zaccaria per l'attualizzarsi delle promesse, che, riassumiamo con
l'espressione di grande fede e speranza: "...a illuminare
coloro che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte, per
guidare i nostri passi sulla via della pace".
Oltre a Zaccaria, nel testo, agiscono altri due soggetti: Dio
e Giovanni Battista.
Le azioni attribuite a Dio sono sei: "…ha visitato";
"…ha suscitato"; "…come aveva promesso";
"…ha concesso"; "…si è ricordato";
"…di concederci". Come possiamo notare si tratta di sei
designazioni attualizzanti, in altre parole, Zaccaria innalza a
Dio la lode per avere adempiuto alle promesse. Infatti,
rivolgendosi al figlio appena nato, scopriamo altre sei
designazioni che confermano le promesse di Dio: "…sarai
chiamato"; "…a preparargli"; "…la conoscenza";
"…verrà a visitarci"; "…per rischiarare";
"…e dirigere".
La promessa Messianica è compiuta. Zaccaria sa che Dio
ha già mandato il Redentore per liberare e per santificare
il suo popolo; infine, rivolgendosi al proprio neonato, lo saluta
come precursore del Messia e annunciatore di perdono a quanti
ancora giacciono nelle tenebre del paganesimo, dell'indifferenza,
dell'orgoglio, della sete di potere, della ricerca spasmodica del
successo e del peccato personale, sociale e collettivo.
Signore, Dio Onnipotente, esultano le nostre labbra cantando
le tue lodi, o Altissimo. Come Zaccaria, liberati dal mutismo, ci
rivolgiamo a te: "Benedetto il Signore…". Abbiamo visto le
tue opere nell'arco dei secoli, dal "Fiat" della creazione, al
"Fiat" di Maria. Lo Spirito Santo ha condotto la tua opera di
salvezza fino "…a servirlo senza timore, in santità
e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni". Insieme
con Zaccaria abbiamo compreso il senso della nascita di Giovanni
Battista "…e tu bambino, sarai chiamato profeta
dell'Altissimo"…"a preparargli la strada, per dare al suo
popolo la conoscenza della salvezza". L'intervento soprannaturale
del concepimento del Messia, Gesù Cristo, la cui opera
redentrice è come se fosse già avvenuta,
perché il principio della redenzione risiede in te, nel
ricordo che hai della tua promessa, nell'amicizia che ti lega ad
Abramo.
Tu, Signore, visiti costantemente il tuo popolo e ci liberi in
vista del servizio, affinché ti rendiamo culto. In
avvenimenti del tutto differenti, hai manifestato un'identica
volontà di liberazione, in altre parole, la gran
liberazione che hai instaurato con il Verbo fatto carne nel seno
della Vergine Maria. Gesù, tuo Figlio unigenito, che ci ha
sciolto dal potere delle tenebre e ci ha trasferito nel regno
dell'amore. Per opera sua abbiamo la redenzione, la remissione
dei peccati. I nostri cuori sono ricolmi di gioia, di
riconoscenza, consapevoli del dono che ci hai fatto:
"Verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge, per
rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della
morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace".
Come Zaccaria, anche noi ti acclamiamo a mani alzate ed
esultanti la venuta di Gesù, luce nascente del seno di
Dio, ad illuminare gli uomini e renderli figli della luce.
Dio, Dio nostro, ti cerchiamo con ardore. Le nostre anime,
redente e illuminate, hanno sete di te. Senza di te il nostro
essere è simile al deserto, arido e senz'acqua. Noi
vogliamo contemplarti in ogni istante per ammirare la tua potenza
e gloria. Poiché la tua grazia è migliore della
vita stessa…Ti benediciamo, ti adoriamo, ti lodiamo, nel
tuo nome alziamo le nostre mani finché le nostre anime si
sazino…Le nostre bocche ti glorifichino con le labbra
osannanti, così che possiamo comprendere e apprezzare
meglio il dono della salvezza, senza scordare lo stato di
condanna e di morte in cui era precipitata l'umanità a
causa del peccato. Proprio questa visione tragica e pessimista fa
risaltare l'infinita bontà e misericordia di Dio che
"ci ha fatti rivivere in Gesù Cristo".
Indice Vangelo di Luca
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