Vangelo di Giovanni

LA RISURREZIONE
Capitolo 20, 1-31
I quattro evangelisti rendono testimonianza al fatto della
risurrezione affermando che la domenica mattina la tomba fu
trovata vuota e che il Cristo risorto apparve ai suoi discepoli.
I capitoli 20-21 ci descrivono quattro apparizioni di Gesù
dopo la sua risurrezione:
- a Maria Maddalena (21, 14-18);
- ai discepoli senza Tommaso (21, 19-23);
- ai discepoli con Tommaso la settimana seguente (21,
26-29),
- ai discepoli sulla riva del lago (21, 1-23).
Una parte di questo fondo narrativo è comune ai quattro
vangeli (sepolcro vuoto, apparizione ad alcune donne e agli
apostoli), ma Giovanni, che ha avuto a disposizione le stesse
fonti dei sinottici, le ha rimaneggiate con molta abilità.
In particolare, egli ha personalizzato le esperienze di fede dopo
la risurrezione ricollegandole a singoli individui, e
caratterizzando modelli di fede molto svariati: il discepolo che
Gesù amava crede senza aver visto (20,8), Maria di Magdala
riconosce il Signore soltanto quando egli la chiama per nome
(20,16); i discepoli lo vedono e credono in lui (20,20); Tommaso
non vuol credere senza averlo visto e toccato. Per Giovanni,
passione e morte costituiscono l'ora della glorificazione. La
risurrezione e le apparizioni di Cristo Risorto sono importanti
perché consacrano l'insieme del percorso di Gesù e
preparano il tempo della Chiesa quando Gesù sale al
Padre.
L'apparizione a Maria
Maddalena
Capitolo 20, 11-18
*Il primo giorno della settimana Maria di Magdala, di buon
mattino, mentre era ancora buio, si recò al sepolcro e
vide che la pietra era stata rimossa. *Allora corse da Simon
Pietro e dall'altro discepolo che Gesù amava e disse loro:
Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo
abbiano messo *Pietro uscì subito con l'altro discepolo
per recarsi al sepolcro. *Correvano entrambi: ma l'altro
discepolo, più svelto di Pietro, corse avanti e
arrivò al sepolcro per primo. *Chinatosi, vide per terra
le bende, ma non entrò. *Giunse anche Simon Pietro che lo
seguiva, ed entrò nel sepolcro, vide per terra le bende
*e, ripiegato a parte, in un angolo, il sudario che gli aveva
coperto il volto. *Allora anche l'altro discepolo, che era giunto
al sepolcro per primo, entrò, vide e credette. *Infatti
non avevano ancora capito la Scrittura secondo la quale
Gesù doveva risorgere dai morti. Poi i discepoli tornarono
di nuovo a casa loro. Maria stava presso il sepolcro, in lacrime.
Piangendo si affacciò a guardare dentro il sepolcro. *E
vide due angeli in bianche vesti, seduti là dove giaceva
il corpo di Gesù, uno al posto del capo e l'altro al posto
dei piedi. *Le chiesero: Donna, perché piangi? Rispose:
Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove
l'abbiano messo. *Mentre diceva così si volse e vide
Gesù che stava lì, ma non sapeva che era
Gesù. *Le dice Gesù: Donna, perché piangi?
Chi cerchi? Essa, pensando che fosse il giardiniere, rispose:
Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai messo, e io
andrò a prenderlo. *Gesù le disse: Maria! Allora,
lanciandosi verso di lui, esclamò in ebraico: Rabbuni, che
significa: maestro. *Gesù le disse: Non trattenermi,
perché non sono ancora salito al Padre. Và
piuttosto dai miei fratelli e annuncia loro: Salgo al Padre mio e
Padre vostro, al mio Dio e Dio vostro. *Maria di Magdala
andò dunque ad annunciare ai discepoli: Ho veduto il
Signore ed ecco ciò che mi ha detto.
La visione di Gesù secondo la carne sta scomparendo e
sta per instaurarsi una nuova relazione con lui, basata
sull'ascolto della parola (la stessa tematica riapparirà
con Tommaso in cui il credere si sostituisce al vedere). Infatti,
come la frazione del pane in Lc. 24 apriva gli occhi dei
discepoli di Emmaus, qui è il chiamare Maria per nome che
provoca il riconoscimento, perché "le pecore ascoltano la
voce del pastore, che chiama le sue pecore per nome" (10,3).
Maria Maddalena giunge di buon mattino al sepolcro. E vede con
sorpresa la tomba vuota e rimane presso il sepolcro a piangere
perché il suo amico e Maestro è morto; si
accontenterebbe di sapere dove hanno portato il suo corpo. Maria
Maddalena rappresenta l'umanità sempre alla ricerca di un
salvatore, ma con una speranza inibita e ristretta, che non osa.
Infatti, la sua ricerca di Gesù è ancora molto
umana: cerca Gesù tra i morti, dove non c'é. Molto
spesso noi cerchiamo Dio dove non c'è attraverso modelli
d'efficacia umana, di successo, di potere, di soddisfazioni
facili.
La ricerca di Maria Maddalena è anche l'immagine di una
società afflitta e smarrita, che desidererebbe almeno
riflettere un poco, per comprendere le ragioni dei suoi mali, per
vedere quali sono gli errori che ha commesso. Gesù non
è irritato dalla ricerca sbagliata e imperfetta della
donna perché sa che in lei c'è molto amore e un
profondo anelito. E, ad un tratto, Maria Maddalena vede con i
suoi occhi colui che non credeva più di vedere, ascolta
una voce intensa che non avrebbe mai più pensato di udire,
si sente chiamare per nome: "Maria!".
E' espressivo che Gesù si riveli a lei non
annunciandole l'evento che lo riguarda: "Sono risorto, sono
vivo", ma pronunciando il suo nome:"Maria!". Si tratta di una
rivelazione personale, intima, esistenziale, che infonde non solo
la certezza che Gesù Cristo è vivo, bensì la
coscienza di essere da lui conosciuta veramente, nella pienezza e
dignità. Quello di Gesù è un appello
discreto di libertà, espresso con il nome che indica
meglio l'interiorità. Così Gesù vuole
incontrare ogni uomo: avvicinandosi, correggendo le ricerche
incerte, confuse, maldestre, rivelando il suo amore e chiamando
per nome. Ciascuno di noi, come Maria, può fare
l'esperienza del Risorto, scoprirne i segni pur se sente nel
cuore poca speranza e se sul volto scendono le lacrime.
E' nell'interiorità che possiamo scoprire l'amore di
Dio; è dentro di noi che possiamo sentirci chiamati e
restituiti alla nostra identità profonda, alla nostra
vocazione di figli di Dio. Ma c'è un'altra riflessione da
fare. La ricerca di Maria Maddalena è confusa e incerta,
ma preziosa, è esperienza ineliminabile di una persona
umana giunta ad un minimo d'autenticità e d'onestà
con se stessa e con la vita. La forza interiore e la speranza
sono l'antidoto di cui abbiamo necessità contro il
decadimento sociale, morale, civile e politico, un decadimento
che tende a mandare in frantumi l'unità culturale e civile
di un popolo, che tende a far perdere il senso delle ragioni per
stare insieme e lavorare per lo stesso scopo, nella stessa
direzione.
Per uscire dal cerchio infernale del degrado sociale e
politico occorre che il cuore appesantito, come quello di Maria
Maddalena che piange, sia mosso da una grande e concreta
speranza, non legata a circostanze contingenti, a rimedi di corto
livello sui quali siamo fin troppo portati allo scetticismo.
Gesù che appare a Maria Maddalena c'invita a cambiare modo
di pensare e di vedere, ad accettare che l'amore di Dio dissolve
la paura, che la grazia rimette il peccato, che l'iniziativa di
Dio viene prima d'ogni sforzo umano e ci rianima, ci rigenera
interiormente.
Apparizione ai discepoli
Capitolo 20, 19-31
*La sera di quel medesimo giorno, il primo della
settimana, mentre per paura dei giudei le porte del luogo dove si
trovavano i discepoli erano chiuse, Gesù venne, si
fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi. *Così
dicendo mostrò loro le mani e il fianco. Vedendo il
Signore, i discepoli furono pieni di gioia. *Gesù disse di
nuovo: Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anche io mando
voi. *Poi soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito
Santo. *A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi li
riterrete saranno ritenuti. *Tommaso, uno dei dodici, detto il
gemello, non era con loro quando venne Gesù. *Gli altri
discepoli gli dissero: Abbiamo veduto il Signore. Ma egli
rispose: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non
metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel
suo costato, non crederò. *Otto giorni dopo i discepoli
erano di nuovo in casa e Tommaso era con loro. Gesù venne
di nuovo, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e
disse: Pace a voi. *Poi si rivolse a Tommaso: Metti qui il tuo
dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio
costato. E non essere incredulo, ma credi. *Rispose Tommaso:
Signore mio e Dio mio! *E Gesù gli disse: Tu hai creduto
perché mi hai veduto. Beati quelli che hanno creduto senza
aver veduto. *Gesù operò davanti ai discepoli molti
altri segni che non sono scritti in questo libro; *di questi (che
avete letto) sono stati messi in iscritto perché crediate
che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio, e
perché credendo, abbiate vita nel suo nome.
Questo brano riferisce due apparizioni del Risorto: l'una ai
discepoli, la sera dello stesso giorno di Pasqua (vv. 19-23),
l'altra a Tommaso, otto giorni dopo (vv. 24-29). Al termine di
queste due apparizioni, si ha la prima conclusione dell'intero
vangelo (vv. 30-31).
L'identità tra il Risorto e il
Crocifisso.
L'inizio del racconto vuole far capire che il Risorto che appare
è il Gesù crocifisso sul Calvario (vv. 19-20). Da
una parte l'entrare a porte "chiuse", il fermarsi "in mezzo" agli
apostoli e il rivolgere loro la parola dicono chiaramente che
Gesù è vivo e possiede un'esistenza del tutto nuova
( 1 Cor.15,35-50), non quella del semplice tornato in vita, come
Lazzaro. D'altra parte Gesù "mostrò loro le mani e
il costato" (v. 20), cioè i segni che il martirio
subìto avevano provocato sul suo corpo. Il mistero
pasquale consiste proprio nell'identità tra il Gesù
del venerdì santo e il Signore della domenica di Pasqua e
di tutto il tempo della vita della Chiesa. Credere fermamente che
Gesù è risorto e che la sua risurrezione è
causa anche della nostra, è sorgente di forza e di
speranza.
I doni del Risorto.
Possiamo ridurli a tre: il conferimento della missione, il dono
dello Spirito Santo e il potere di rimettere i peccati.
Il conferimento della missione: "Come il
Padre ha mandato me, anch'io mando voi" (v. 21). Il parallelismo
Padre-Figlio e Figlio-credente, caratteristico del linguaggio
giovanneo (6,57; 10,15), è ben più che una semplice
analogia: realmente Gesù conferisce ai suoi la missione
che ha ricevuto dal Padre. La frase più vicina alla nostra
è quella della preghiera sacerdotale: "Come tu mi hai
mandato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo" (17,18).
Il dono dello Spirito Santo: "Gesù
alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo" (v.
22). Il verbo greco "emfjsào", soffiare, usato per
indicare la trasmissione dello Spirito, ricorre solo qui nel NT
ed è anche assai raro nell'AT; ricorre in Gen. 2,7 quando
Jahwè soffia lo spirito di vita sulla creta per essere
uomo vivente, poi in Ez. 37,9 per descrivere la nuova vita delle
"ossa aride". Questo contesto generale ci porta a ritenere che
nel nostro versetto si parli di un nuovo atto creativo: mediante
il dono dello Spirito, Gesù compie nei discepoli una nuova
creazione. Non possiamo qui specificare adeguatamente il rapporto
tra questo dono dello Spirito e quello della Pentecoste narrato
da Atti 2. Molti studiosi ritengono che Giovanni abbia anticipato
qui il fatto della Pentecoste per esprimere così la
totalità tra i due avvenimenti.
Il potere di rimettere i peccati: "A chi
rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete
resteranno non rimessi" (v. 23). Il Risorto conferisce questo
potere a quanti si trovavano in quel determinato luogo a porte
chiuse, cioè agli apostoli; conseguentemente si tratta di
un potere di carattere ecclesiale concesso agli apostoli e ai
loro successori.
Nella seconda apparizione, avvenuta "otto giorni dopo" (V.
26), predominano la persona del Risorto e quella di Tommaso.
Quest'ultimo è disposto a fare propria la lieta
testimonianza degli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore"
(v. 25) soltanto se controllerà fisicamente nel Risorto i
segni della passione. Con questo atteggiamento di Tommaso,
l'evangelista porta avanti l'identità già
riscontrata tra il Crocifisso e il Risorto.
Con sconfinata condiscendenza Gesù viene incontro alla
pretesa di Tommaso e lo porta a proferire la più alta
professione di fede presente nel quarto vangelo: "Signore mio e
Dio mio!" (v. 28). L'esatto sfondo per capire tale risposta
è quello dell'AT, dove le parole "Signore" e "Dio"
corrispondono ai nomi ebraici di "Jahwè" e "Elohim" e sono
molto vicine a quanto scrive il Sal. 35,23: "Mio Dio e mio
Signore". Con la tecnica, abituale nel NT, di trasferire su
Cristo quanto l'AT dice di Jahwè, qui viene proclamata
esplicitamente la divinità del Crocifisso-Risorto che
Tommaso ha davanti. Le altre professioni di fede, che Giovanni
dissemina nel suo vangelo - quali quella di Natanaele (1,49),
degli abitanti di Sicar (4,42), di Simon Pietro (6, 68-69), del
cieco nato (9,38) e di Marta (11,27) - rimangono al di sotto di
questa di Tommaso. Da questo momento in avanti il resto del
nostro testo non fa altro che sottolineare il tema della fede:
"Beati quelli che pur non avendo visto crederanno".
L'intero brano deve essere letto in chiave liturgica ed
eucaristica, nel contesto dell'assemblea domenicale. E' quanto ci
suggerisce il testo stesso con le frasi: "La sera di quello
stesso giorno, il primo dopo il sabato", cioè la domenica,
"Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa" (v. 26),
dove quel "di nuovo" suggerisce che i discepoli si riunivano ogni
settimana, di domenica, e non ogni giorno. Ricordiamo che quando
Giovanni scriveva l'assemblea eucaristica domenicale aveva
già avuto un buon collaudo; si vedano Atti 20, 7-11 (la
celebrazione domenicale a Triade) e 1 Cor 16,2 (la celebrazione
domenicale a Corinto). E' dagli scritti giovannei che proviene il
termine "giorno del Signore" (Ap 1,10) o domenica.
A questo punto si conclude il vangelo di Giovanni (20, 30-31).
A sorpresa però il vangelo prosegue con un altro capitolo
(21, 1-23) e un'altra conclusione (21, 24-25).
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