LE STRUTTURE FONDAMENTALI DELLA RIVELAZIONE BIBLICA
GESU’ CRISTO: LA LEGGE E IL DUPLICE
COMANDAMENTO DELL’AMORE (1)
Gesù Cristo e la legge veterotestamentaria.
Vorrei dare una risposta in questo paragrafo ai seguenti
interrogativi: Che atteggiamento assume Gesù nei confronti
della legge mosaica e dell’interpretazione che ne davano i
rabbini del suo tempo?
In che rapporto stanno le richieste radicali di Gesù
della conversione e della sequela e quelle contenute nel discorso
della montagna con la legge mosaica veterotestamentaria?
Ne sono un semplice sviluppo?
Abrogano le prescrizioni mosaiche?
Le relativizzano?
Sono in continuità con loro?
E’ opportuno prima di tutto richiamare
l’importanza che aveva assunto la legge ai tempi di
Gesù: camminando sulla strada della legge il giudeo si
rendeva conforme alla volontà di Dio, soddisfaceva alle
esigenze della sua giustizia. Inoltre c’era
un’esegesi della legge in continua espansione per opera dei
rabbini, i quali si sentivano obbligati a rendere attuale la
legge mosaica adattandola alle nuove circostanze.
Quest’esegesi con i suoi numerosi precetti e divieti aveva
raggiunto un’ampiezza straordinaria e regolava la vita
quotidiana con prescrizioni sottili che si addentravano nei
dettagli più minuti. Secondo la concezione rabbinica tutte
queste interpretazioni e amplificazioni della legge si basavano
sull’autorità di Mosè.
In altre parole, ai tempi di Gesù, si ha una
moltiplicazione di leggi e d’indicazioni con le quali si
vuole regolare ogni momento e ogni situazione della vita del
giudeo (bisogna lavarsi le mani prima di mangiare, non si possono
raccogliere spighe in giorno di sabato, non si può curare
gli ammalati in giorno di sabato…); si dà inoltre
molto peso all’esecuzione materiale, all’osservanza
esteriore delle leggi che sono messe sullo stesso piano: precetti
religiosi e morali, civili e giuridici non sono gerarchicamente
ordinati. Il culto della legge si trasforma in un legalismo
minuzioso, in una complessa casistica, in un giogo impossibile da
portare. Infine, e in questo sta la degenerazione più grave
, l’osservanza della legge conduce il giudeo a fondare la
sua giustizia non sull’iniziativa e sull’azione
salvifica di Dio, ma sull’obbedienza ai comandamenti e
sulla pratica delle buone opere, come se l’uomo fosse
capace di giustificarsi da solo.
Questa molto in sintesi la situazione e la mentalità, con
i pericoli e le degenerazioni ricordate, diffusa all’epoca
di Gesù Cristo.
Condensare in un’affermazione l’atteggiamento
assunto da Cristo nei confronti della legge veterotestamentaria e
della concezione e della pratica della legge risulta assai
difficile. La posizione di Gesù nei confronti della legge
sembra a prima vista contraddittoria. Non si può dare una
risposta chiara ed univoca poiché l’atteggiamento di
Gesù non può essere inquadrato in una delle sue
posizioni limite: rifiuto o accoglimento. Si tratta di un
atteggiamento sfumato e diversificato che sfugge ad una rigida
classificazione. Si riscontrano infatti gesti ed affermazioni
diverse, in apparenza contraddittorie, per cui vanno tenute
presenti tutte e quattro le seguenti affermazioni che
s’integrano e correggono reciprocamente.
Gesù riconosce obbligatorie e valide la legge e le
tradizioni.
Si sottomette alla legge e prende parte alla vita
religiosa del suo popolo regolata dalla legge: al sabato entra
nella sinagoga (Lc.4,16); partecipa ai pellegrinaggi a
Gerusalemme (Lc.2,41-50; Gv.2,13); parla dei sacrifici del tempio
e degli esercizi di pietà senza ombra di sfavore (Mt.5,23;
Mt.6,1-18); paga il mezzo siclo per il tempio (Mt.17,24 ss.); al
giovane ricco che gli chiede che cosa deve fare per entrare nella
vita eterna, Gesù risponde di osservare i comandamenti
(Mc.10,17ss.); i lebbrosi guariti sono mandati da lui a
presentarsi ai sacerdoti secondo la legge e ad offrire il
sacrificio di purificazione (Mc.1,44; Lc.17,14).
Gesù inoltre dichiara apertamente di non essere
venuto ad abrogare la Legge e i Profeti: “Non sono venuto
ad abrogare, ma a dare compimento” (Mt.5,17). E’
chiaro che l’affermazione di Gesù non è
riferibile esclusivamente alla legge come tale per il fatto che
la locuzione “Legge e Profeti” designa tutta la
rivelazione veterotestamentaria e per la ricchezza, ampiezza e
intensità del verbo portare a compimento. Non si può
però negare che Gesù con queste affermazioni assuma un
atteggiamento positivo anche nei confronti della legge come tale,
che dell’economia salvifica veterotestamentaria era una
componente rilevante.
Gesù fa una distinzione estremamente critica.
Distinzione critica e, secondo la concezione giudaica,
addirittura rivoluzionaria, fra la volontà di Dio e le
tradizioni degli scribi e dei farisei e ridà il loro vero
significato e la loro vera importanza ad alcuni precetti della
Torah disattesi dalle dottrine dei rabbini. Le prescrizioni della
purità legale, ad esempio, cui i discepoli di Gesù non
si attengono, gli offrono l’occasione per attaccare le
tradizioni, per ristabilire una certa gerarchia tra i precetti
della Torah, per richiamare le esigenze fondamentali dei
comandamenti: “Trascurando il comandamento di Dio state
attaccati alle tradizioni degli uomini” (Mc.7,8).
E Gesù fa un esempio concreto di questo sovvertimento di
valori che fa anteporre un voto al dovere di sostentare i
genitori affermato dal quarto comandamento. Di fronte ad
un’interpretazione cavillosa del precetto del riposo,
Gesù è intervenuto per la dignità dell’uomo
e la volontà originaria di Dio: “Il sabato è
stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il
sabato” (Mc.2,27).
In altri termini, Gesù, in polemica con la tradizione
degli antichi, con precetti e pratiche che i rabbini avevano
aggiunto alla legge di Mosè pretendendo che venissero per
via orale dal grande legislatore, rimette in ordine i diversi
precetti, ristabilisce fra loro una certa gerarchia, li riporta
al loro significato originario: “Guai a voi, scribi e
farisei ipocriti, che pagate la decima della menta,
dell’aneto e del cumino e trasgredite le prescrizioni
più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la
fedeltà. Queste cose bisognava praticare senza omettere
quelle. Guide cieche che filtrate il moscerino e ingoiate il
cammello” (Mt.23,23-24).
Gesù non si limita a criticare.
Gesù non si limita criticare la dottrina e la tradizione
degli scribi e dei farisei e a polemizzare con
l’interpretazione che essi davano dei comandamenti, ma
critica anche la legge dello stesso Mosè e ne dichiara
decadute alcune parti. L’affermazione secondo la quale
soltanto ciò che nasce dal cuore rende l’uomo impuro
dinnanzi a Dio (Mc.7,15) supera il concetto della purità
rituale e dichiara invalida una grande parte della legge
dell’A.T.
Gesù spezza i confini che separano cose e azioni
“pure” dalle “impure”. Rende impuro
l’uomo solo ciò che proviene da lui stesso, cioè
la cattiveria del suo cuore; ciò che rende l’uomo puro
o impuro dinnanzi a Dio è unicamente l’atteggiamento
del suo animo.
Ciò che Gesù esige è la massima
interiorizzazione possibile della vita morale. Tutte le buone
opere concrete non sono che espressioni di un permanente e
immutabile atteggiamento d’ubbidienza al volere di Dio.
Accanto a questa purezza di cuore, tutte le prescrizioni di
purezza rituale perdono il loro valore, e non vi è purezza
rituale che abbia senso, se l’intimo, se il cuore
dell’uomo è ottenebrato da sentimenti malvagi e da un
atteggiamento privo d’amore: “Guai a voi, scribi e
farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del
piatto, mentre all’interno sono pieni di rapina e
d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima
l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno
diventi pulito” (Mt.23,25).
Gesù supera la legge veterotestamentaria.
Egli la riconduce alla volontà originaria di Dio,
mostrandone l’insufficienza e presentando delle richieste
più alte. In questo si deve vedere il portare a compimento
di cui egli stesso parla: “Se la vostra giustizia non
supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel
regno dei cieli”. Questo superamento è ben
sottolineato dalle sei antitesi del discorso della montagna:
“Vi è stato detto….Ma io vi
dico…”
In esse Gesù non dà un’interpretazione nuova e
più profonda della legge, da sostituirsi a quella rabbinica,
bensì contrappone il proprio comandamento più alto a
quello dell’A.T. e manifesta così la definitiva
esigenza della volontà di Dio. Se quindi si vuole
comprendere da un punto di vista unitario la posizione di
Gesù di fronte alla legge, posizione che fa difficoltà
in alcuni casi e rimane incerta a seconda del contenuto e della
forma di singole espressioni, si può partire soltanto dalla
constatazione che egli intende affermare la volontà di Dio
in maniera assoluta e pura, quella volontà che egli vedeva
sminuita o stravolta dalla giurisprudenza giudaica.
E’ proprio in queste antitesi che il comando di Dio
è portato fino alle ultime conseguenze. La volontà di
Dio non si estende e non si limita a singole azioni menzionate
dalla legge, ma deve dominare l’intera vita
dell’uomo.
“IN tutte queste posizioni riluce questa esigenza
decisiva: il bene che si tratta di fare, deve essere fatto
totalmente. Chi fa qualcosa parzialmente, ponendo delle riserve,
in modo da adempiere a stento la prescrizione esteriore, è
come se non avesse fatto nulla. Chi si trattiene
dall’uccidere, ma non vince la sua ira, non ha compreso che
deve decidersi totalmente. Chi evita l’adulterio, ma nutre
in cuore il desiderio malvagio, non ha inteso per niente il
divieto dell’adulterio, che esige da lui purezza totale.
Chi rinuncia soltanto allo sperguiro, non ha compreso che quanto
importa è la sincerità totale. Chi si rivolge contro
l’ingiustizia con la vendetta, non sa di consentire egli
stesso all’ingiustizia. Chi è buono soltanto con gli
amici, non sa che cosa sia l’amore: perché amore
totale significa anche amore per i nemici”.
Superando, con le sue esigenze, la legge in tutti quei punti
in cui essa non esprime nella sua pienezza il volere di Dio,
Gesù da tempo la compie.
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