IL LIBRO DELL'ESODO
MEDITAZIONI SUL LIBRO DELL'ESODO - 23
Capitoli 39, 33-43 e 40, 1-38.
Gli Ebrei attraversano il Giordano  Clicca l'immagine per ingrandire
Siamo alla fine del nostro lungo cammino insieme al popolo
dell’Esodo, del pellegrinaggio dentro la storia. E’
stato un viaggio lungo due direttrici contemporaneamente:
all’interno del Libro dell’Esodo, prima di tutto,
ricostruendo tappe e momenti della liberazione d’Israele
dall’Egitto; e poi nella nostra vita quotidiana avendo
questo Libro come guida e conforto.
Sono convinto che leggere e rileggere queste antiche storie,
pur con tutta la difficoltà che ciò comporta, significa
acquisire a poco a poco un modo di guardare i fatti della vita,
per imparare ad interpretarli e quindi a vivere.
Con questi capitoli meditiamo la conclusione del Libro
dell’Esodo, rammentando però che, con questo, non
finiscono per noi né il viaggio né l’impegno di
farci accompagnare in esso, giorno per giorno, dalla parola del
Signore.
Rispetto al testo riflettuto precedentemente, dovremo leggere
per conto nostro alcuni capitoli che non possiamo vedere insieme
(Es.36,7-39,32)
Iniziamo ricordando cosa è successo.
Dopo avere ricevuto le istruzioni dall’Alto per
costruire il proprio santuario, Israele ha intrapreso
l’attuazione del progetto divino.
Con la conclusione di quest’opera, si chiude anche il
Libro.
Tuttavia non si conclude il viaggio. Per quanto importante
sia, la costruzione del santuario non è che una tappa del
cammino d’Israele. In fondo anche la terra verso cui gli
israeliti sono diretti non è che una tappa della loro storia
e il santuario che ora hanno edificato è solo il compagno di
strada il segno visibile, in mezzo ad essi, che non sono soli
nella loro migrazione, come non saranno soli nelle tappe
successive della loro vita individuale e sociale.
L’Invisibile Dio, che tale non rinuncia mai ad essere,
pone un segno della sua presenza in mezzo a loro, un segno che
sia, al tempo stesso, luogo di riunione popolare e modo per
riconoscere la propria identità come popolo.
Nel testo su cui riflettiamo ci sono quattro momenti
principali, dei quali vedremo qualche dettaglio:
- cap. 39,33-43 fine dei lavori per la costruzione del
santuario e dei suoi arredi;
- cap. 40,1-15 disposizioni divine per l’erezione
del santuario;
- cap. 40,16-33 erezione del santuario;
- cap. il mistero della Nube.
Il primo dettaglio è nel resoconto della consegna del
lavoro finito a Mosè. Viene ripetuto l’elenco
d’arredi e abiti, e si precisa che tutto era conforme alle
istruzioni divine (39,33-42).
Il controllo, secondo la tradizione rabbinica, ha due scopi:
verificare che il popolo abbia davvero obbedito alle indicazioni
ricevute, ma anche che tutto quanto è stato raccolto è
stato usato propriamente, senza lasciare spazio ad insinuazioni
di appropriazioni indebite che riguardino lo stesso
Mosè.
E’ ben vero, continua la stessa tradizione, che,
quand’anche fosse girata la falsa accusa che Mosè si
era appropriato di qualcosa, alla calunnia non c’è
rimedio, neppure la trasparenza della gestione; tuttavia il
controllo s’impone.
Mosè è infine contento.
Il suo atteggiamento richiama la soddisfazione divina una
volta ultimata l’opera della creazione. Allora Dio, che nel
creare certo non aveva avuto collaboratori, aveva benedetto il
sabato (Gen.1,31; 2,3). Mosè invece può benedire gli
israeliti che hanno offerto beni e lavoro in segno di
compiacimento e di gioia.
Con la stessa puntigliosità riscontrata nei capitoli
precedenti per i materiali e la costruzione del santuario, il
Signore dà ora a Mosè opportune istruzioni per alzare
la tenda/santuario.
Si comincia, come sempre, dalla data (40,2.17), fissata al
primo giorno del primo mese del secondo anno dall’uscita
dall’Egitto. E, come sempre, troviamo che il testo è
speculare, ossia che alle istruzioni (40,1-15), corrisponde
un’esecuzione conforme (40,16-33).
Tuttavia conviene notare che, nonostante l’abbondanza
degli arredi e la puntigliosità del testo,in fondo non si
tratta che di una tenda (miskan), luogo in cui il Signore
“abita” come aveva abitato il Roveto (Dt.33,16).
Una dimora temporanea, quindi, per lui e, in ogni caso, dal
carattere più provvisorio che mai. Caratteristica della
tenda è essere aperta/alzata, poi chiusa/ripiegata. E’
una casa da usare nelle tappe di un viaggio; una casa che non ha
nulla di stabile neppure di fronte alle intemperie. Sono cose che
sappiamo: noi anzi cogliamo l’aspetto avventuroso o, al
contrario, i disagi della vita in tenda; non così i beduini
che possiedono una vera e propria tecnologia della loro
casa-viaggio.
Secondo l’A.T., Dio ha una dimora riconoscibile, si
tratta de “i cieli” (Sal.115,3), che è come dire
“nessun luogo” identificabile.
In poche parole egli è ovunque senza coincidere con
nulla.
Può tuttavia decidere di dare un segno della sua presenza
nel luogo che egli, in fondo, preferisce; questo luogo è in
mezzo al suo popolo mentre il segno è la tenda o
dimora.
Di fatto, nella fenomenologia religiosa dell’A.T. (e
quindi nel N.T.) le persone sono notevolmente più importanti
delle cose e dei luoghi, che sono “sacri” solo quando
l’uomo li dichiara tali, perché vi riconosce una
presenza/passaggio di Dio.
Altrimenti sono gli uomini, il suo popolo, il luogo sacro in
cui Dio ama rendersi presente.
Nonostante l’acribia con cui la tenda, arredi, abiti e
rituali sono descritti, fissati ed eseguiti, sono sempre beni
“penultimi” rispetto alla vera abitazione del Signore
tra e con il suo popolo. Ovviamente questo dovrebbe portarci a
riflettere anche sulla consistenza delle nostre istituzioni: per
quanto antiche, nobili e amate, non riscuotono l’interesse
ultimo e definitivo di Colui che abita nei cieli e in mezzo al
suo popolo.
Siamo di fatto noi-come-comunità che vive
nell’ascolto e nell’obbedienza all’alleanza,
più che come individui singoli, il luogo della sua
dimora.
Infine, ultimo elemento espressivo con cui concludere il
nostro viaggio, vediamo brevemente il tema della
“Nube”, associata alla “gloria del
Signore”, termine tipico del linguaggio sacerdotale.
La nube, con la cosiddetta colonna di fuoco, è una
presenza misteriosa che ha accompagnato il popolo sin dalla
partenza dall’Egitto, poi per il deserto, e ora si pone di
nuovo alla testa della carovana, tappa dopo tappa.
Per cercare di cogliere il senso di quest’immagine della
nube, dobbiamo ricordare, come ho già detto, che Dio abita
nei cieli dai quali pare ovvio all’uomo antico (ma non a
lui solo) che possa manifestarsi attraverso gli elementi della
sua stessa creazione: la folgore, il tuono, il vento,
l’uragano, la pioggia, la neve. Ovvero ogni evento
meteorologico (“che viene dal cielo”) inusitato
rispetto al solito clima.
In una regione in cui il sole è d’obbligo, le
manifestazioni meteorologiche altre rispetto al sole evocano
infatti qualcosa di divino o comunque qualcosa che è
necessario interpretare e potrebbe essere un segno.
La nube di cui si parla è identificata dal termine
‘anan, quasi sempre riferito, nell’A.T., ad
una nube che ha a che fare con una teofania, ossia con una
manifestazione divina.
Se qualche volta troviamo il termine “colonna”
è perché si traduce alla lettera la parola ugualmente
araba ed ebraica ‘amud, che indica qualcosa che sta
dritto in piedi come una colonna, ma anche, più
semplicemente, qualcosa che permane e c’é.
Dal complesso dei testi (compresi quelli in cui la di nube si
parla e che non abbiamo meditato), si vede che questa particolare
nube è segno della venuta/presenza del Signore, guida il
popolo nel cammino, è, al tempo stesso, tenebre-e-luce,
nuvola-e-fuoco.
Proprio come la presenza di Dio nella storia, chiara e oscura
ad un tempo, che deve essere continuamente cercata, colta nelle
sue manifestazioni e interpretata.
La ‘anan è una nuvola temporalesca, che
spaventa ed evoca una realtà non umana, come accade anche a
noi per i grandi fenomeni naturali (terremoti, tifoni e simili),
che ci colgono di sorpresa e suscitano in noi, pur razionalisti e
moderni, il senso del luminoso, ossia il senso di forze
sconosciute, incontrollabili, “forse” divine.
Talché a quest’immagine della nube, che percorre
tutto l’A.T., accade come a ciò che non ci riesce a
capire sino in fondo. La nube ci rimanda a quanto del mistero di
Dio ed ella nostra vita è realmente in conoscibile.
A dire che siamo circondati dal mistero, non perché le
cose siano incomprensibili in sé, ma perché ci sarebbe
troppo da capire e da investigare e tutto, comunque, supera le
nostre capacità.
Nel N.T., la lettera agli Ebrei (12,1ss) parla di una nuvola
di testimoni che ci precede nel cammino della fede e della
fedeltà. Se leggiamo Ebrei 11, vediamo che questi testimoni
sono i grandi personaggi dell’A.T., quel che noi diremmo i
santi.
Il nostro esodo quotidiano, in latri termini, per quanto
faticoso, non è un cammino solitario: c’è chi ci
ha preceduto sulla stesa strada e ci conforta che come essi hanno
affrontato e vinto le difficoltà, anche per noi è
possibile, nella sequela del Signore e nell’adesione alla
sua alleanza. indietro
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