Libro di Isaia

Capitolo 26, 1-21
Sempre nella cosiddetta apocalisse di Isaia (24-27), meditiamo
il cap. 26,1-21 che alcuni commentatori fanno continuare sino a
comprendere 27,1.
Chi accetta quest'ipotesi di divisione del testo lo
racchiuderebbe in una sorta di inclusione, grazie alla formula,
"in quel giorno" (26,1 e 27,1).
La cosa di per sé non è strettamente necessaria:
possono benissimo essere due oracoli di genere e senso affine che
iniziano allo stesso modo. Piuttosto Is.26 pone diversi problemi
per la divisione interna dei versetti, che, ovviamente,
condiziona la traduzione. Per fare un esempio, prendiamo in esame
26,1 e confrontiamo le possibili traduzioni:
- Bibbia CEI Abbiamo una città forte; egli ha eretto a
nostra salvezza mura e baluardo;
- Iensen-Irwin La nostra città forte è salvezza
cinta di mura e baluardi;
- Altra Abbiamo una città forte cinta di salvezza per
mura e baluardi.
E' vero che la sostanza non sembra cambiare molto, ma qualcosa
cambia in ogni caso, come vedremo. Questo serve, se non altro, a
farci riconoscere che sappiamo ancora poco di come fossero
organizzate le unità della poesia ebraica (chola) che
determinano, appunto la costruzione del versetto: sappiamo solo
che si gioca molto sui suoni sempre ripetuti e ripresi. In ogni
caso, possiamo individuare nel nostro capitolo almeno due sezioni
fondamentali:
- vv.1-6 - Inno modellato come un canto di vittoria
- vv.7-21 - Supplica collettiva in forma di dialogo col
Signore, in cui compaiono forti elementi di confessione di
fede.
La prima sezione potrebbe essere datata all'epoca di Nehemia
per il tema della ricostruzione delle mura, ma non si possono
formulare ipotesi per datare la seconda. Ambedue sono però
proiettate nel tempo ultimo, grazie alla solita formula iniziale
"in quel giorno" (v.1) e sono molto coerenti tra loro dal punto
di vista dello stile, talché anche se fossero nate
separatamente, ora si possono considerare un testo unitario senza
difficoltà.
Vediamo qualche dettaglio, per comprenderne meglio il senso.
La prima sezione, in altre parole l'inno dei vv.1-6, è
parallela all'inizio di Is.25,1-5, dove si parlava della
città nemica che è distrutta. Se accettassimo la
traduzione di Jensen-Irwin, sopra accennata, alla città
forte di 26,1 dell'inno è attribuito il titolo di
"salvezza", che è attributo divino; sicché la
città è vista come un sacramento della presenza del
Signore e della sua salvezza in mezzo al popolo, a misura che
essa è riscattata e riedificata.
Accogliendo invece l'ultima proposta di traduzione, il testo
dice addirittura che la salvezza divina sta al posto delle mura.
Ovviamente tutto il discorso va riferito a Gerusalemme e spiega
così l'evolversi della tradizione rabbinica seconda la
quale nel giorno ultimo (2quel giorno") non sarà una
Gerusalemme celeste a scendere sulla terra, bensì
toccherà a quella terrestre, del tutto purificata e
ricostruita, centro di raccolta dei popoli, salire al cielo per
portare tutti con sé nella gioia.
L'immagine è di un popolo giustamente orgoglioso
perché riscattato e reso giusto. Si comprende così
anche il v.2, con l'invito ad aprire le porte della città
di Dio: "Porte di giustizia", come afferma il salmo 118,19, che
c'è familiare nel tempo pasquale.
Per altro la fiducia/fedeltà è fondamento di
questa giustizia e, a sua volta, si basa su di una forte
confessione: "Il Signore è Roccia eterna" (v.4). La
terminologia di Dio-Roccia (sur) è tipica del linguaggio
deuteronomista, legato alla dinastia davidica. Il testo parte
quindi da una fiducia antica, rimandando alle promesse fatte a
David, per riscoprirla nel presente e rilanciarla verso il futuro
ultimo.
La seconda sezione (vv.7-21) si presenta più articolata
e complessa. Vi possiamo distinguere tre momenti: vv.7-13; 14-19;
20-21, contrassegnati ciascuno da un tema e da termini dominanti.
Si apre con una sorta di riflessione sui giudizi divini,
enunciando un principio generale sul modo con cui Dio si rende
presente nella storia (vv.7-13).
Si afferma dapprima che chi aderisce a Dio si trova davanti un
sentiero pianeggiante (v.7); ma subito compare un senso di
incertezza. La relazione con il Signore 8nfatti non è un
rapporto contrattuale, una specie di do ut des o di rapporto di
causa-effetto in presa diretta, in cui, osservando certe
condizioni, si ottengono risultati conseguenti. Ci si può
invece trovare ad aspettare che Egli si manifesti (v.8),
continuando ad invocarne il Nome con ansia, lungo l'arco delle
ventiquattro ore; e, nello stesso tempo, non è detto che i
malvagi imparino la giustizia solo perché corretti. Anzi,
si parla della loro irriducibilità (v.11) e, ugualmente,
della pace che sola proviene da Dio con la forte affermazione che
egli è l'unico Signore del suo popolo.
Egli, infatti, ha un rispetto esclusivo per il proprio
prestigio, dal quale nasce la sua cosiddetta "gelosia" nei
confronti dei suoi. Tale gelosia innesca, negli israeliti il
ricordo del perdono più volte ricevuto nel passato assieme
all'invocazione del Nome. Infatti, il v.13 è una
confessione di fede, che rammenta il primo comandamento, ed
è insieme un affidarsi, che fa emergere di nuovo il tema
della fiducia, che dominava i vv.1-6.
Che cosa sia la "pace" di cui si parla al v.12, è
spiegato in apertura del secondo momento di questa sezione:
"Pace" è prima di tutto la scomparsa definitiva e senza
ritorno dei nemici (v.14), poi è la crescita del popolo
stesso fino a dovere ampliare i confini del paese (v.15). Per
altro il popolo non esce dai limiti del ricordo della propria
storia, come accade nelle suppliche collettive che troviamo in
parecchi salmi, e che è storia di impotenza e di false
doglie, tanto che anche il popolo deve passare, in certo modo,
per lo stesso duro processo cui sono sottoposti i suoi nemici,
vedendosi ridotto a un resto fino al termine della propria
rinascita (v.19). Il testo è costruito sui contrasti tra
il mondo dei morti e delle ombre, la polvere e la rugiada di luce
che segna la rinascita.
Dobbiamo ricordare l'importanza della rugiada in un paese in
cui la stagione delle piogge dura appena da metà novembre
a marzo. Per il resto del tempo la terra campava, in antico (e
parzialmente ancora oggi) dell'acqua raccolta nelle cisterne,
opportunamente canalizzata e in ogni modo utilizzabile solo con
parecchia fatica, e della rugiada, tanto che la liturgia ebraica
quotidiana prevede, per la stagione asciutta, apposite preghiere
per il dono della rugiada. Ora la rugiada è la stessa luce
divina che impregna la terra.
Essa ha prima divorato gli uomini confinandoli nel regno delle
ombre, ma fecondata dalla rugiada luminosa può dare di
nuovo vita alle ombre medesime. In questa seconda sezione
dobbiamo notare alcune difficoltà del testo, per esempio
il v.16 la cui traduzione è del tutto congetturale. Essa
tuttavia ha il tono della supplica, in cui si riconosce che in
fondo si ricorre al Signore quando si è nella
difficoltà o quando egli, attraverso le vicende della
storia, ci corregge- esperienza che anche noi ben conosciamo.
Il terzo momento conferisce al testo una dimensione nu9ova.
Dal monologo del popolo, sempre in bilico tra l'io e il noi, si
passa ad una specie di dialogo, con un intervento repentino del
Signore (v.20) che richiama alla memoria la notte della strage
dei primogeniti in Egitto (Es.12,21ss), quando il popolo dovette
chiudersi in casa al passaggio dell'angelo sterminatore. Si
tratta in ogni caso di un breve istante, in altre parole di una
prova a misura, come quella antica, come sempre è la
collera divina.
Isaia insiste a più riprese e con diverse immagini su
questa "misura" della collera divina, perché in ogni modo
il perdono è più forte e legato allo stesso
orgoglio con cui Dio tiene al proprio prestigio e alla salvezza
del suo popolo. Il v.21 chiarisce la motivazione di questa ira,
dovuta agli assassinii compiuti da generazioni e cui anche la
terra ha, in qualche modo, collaborato, nascondendo il sangue
degli uccisi.
Partendo dunque dal contrasto tra città nemica
(Is,25,9ss) e città della giustizia (Is.26,1ss), il testo
ci pone di fronte ad uno spaccato della storia, nei suoi momenti
fondamentali, e del suo esito, così come sarà "in
quel giorno".
Ricostruzione nella giustizia preceduta dalla correzione in
vista della pace; resurrezione dei morti e del popolo con
l'annientamento dei nemici; pace sino al riscatto totale della
terra che restituisce il sangue degli uccisi: questi sono i
passaggi da tenere presenti. Il testo conferma così una
visione drammatica delle umane vicende, perché la
Scrittura non ha, in fondo, una grande opinione della storia.
L'insegnamento profetico, che va gradualmente verso
l'apocalittica, legge negli eventi il fallimento degli uomini
come evidente, rimandando il riscatto al tempo del Messia e al
giorno del Signore.
Anche storicizzando il testo che abbiamo meditato, e che per
altro non è databile con sicurezza, il modello
interpretativo che esso ci presenta non è ottimistico se
non in un finale lontano. Non certo nelle tappe intermedie. E'
questo che pone la differenza tra speranza (teologale) e le
illusioni (umane); agli uomini è chiesto di non cercare
facili soluzioni consolatorie, ma di rimandare tutto al tempo che
solo Dio conosce, come ci ricorderà Gesù nel
racconto dell'ascensione (At.1,6ss).
L'insegnamento profetico tardivo ripete che la storia, per
quanto tragica, ha una direzione, un senso e un verso,
così non è lecito disperare, ma ripropone anche che
il popolo di Dio è incapace di fedeltà assoluta,
né può riscattarsi da sé: perciò non
ha senso farsi illusioni.
La storia procede quindi nel contrasto tra città nemica
e città santa, e gli uomini sono sottoposti alla prova
proprio nell'ambito di questo conflitto. Tutta la Scrittura lo
ripropone in maniera disincantata sino all'ultima pagina
dell'Apocalisse. Dovremo ricordare però che i confini tra
una città e l'altra non sono definiti in maniera netta
(come la gramigna che cresce nello stesso campo di grano, vedere
per approfondimento dal sito, sezione parabole).
Le due città, in questo tempo in cui ci troviamo, sono
mescolate tra loro e coesistono entrambe entro ciascuno di noi
che riproponiamo così gli stessi conflitti che sconvolgono
l'intera creazione. Solo la professione di fede nel Signore della
storia e dell'eternità, l'affidamento a lui e l'adesione
al suo volere ci permette di rendere meno labili entro di noi
questi confini e di contribuire ad edificare la Gerusalemme
riscattata che salirà al cielo portando con sé
tutti gli uomini o di accogliere quella che dal cielo
scenderà per coprire, come una tenda dagli amplissimi
lembi, tutta la terra.
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