Libro di Giobbe

Sezione “B”
Capp. 16-17: Giobbe
L’impostazione del quinto discorso di Giobbe riflette
quello dei capp.12-14, tuttavia più intensa è la
constatazione della frattura totale che si è stabilita tra
Giobbe stesso e i suoi sedicenti amici e contemporaneamente anche
con Dio steso, rivelatosi ormai nemico dell’uomo. Anche in
questi capitoli possiamo intravedere tre momenti nel pensiero di
Giobbe.
Il primo (16,1-6) svolto secondo lo stile delle “dispute
tra sapienti”, parte della reiterata prova della
nullità degli argomenti addotti dagli amici: si tratta
solo di una bolgia di parole “campate in aria”
(16,1-4). Tuttavia, a differenza dei suoi pseudo consolatori che
s’interessano al suo caso in maniera asettica e
professionale, Giobbe, sia che parli sia che taccia, soffre
amaramente e senza tregua (16,5-6). Si passa così in una
seconda riflessione di sapore più giuridico (16,7-22). Dio
osserva l’uomo come se si trattasse di un avversario
(16,7-11).
I vv.9c-10 da molti esegeti sono ritenuti una glossa aggiunta
da un redattore che non comprendeva ( o non voleva ammetterlo)
che il nemico di Giobbe fosse l’uomo e che perciò ha
specificato l’ostilità nel senso d’avversari
umani intenti a recare danno al sofferente. Dio ha afferrato
l’uomo e lo ha fatto stramazzare nella miseria assaltandolo
come un guerriero implacabile (16,12-14). Giobbe s’è
rassegnato, davanti a tanto male, a trasformarsi in un penitente
nonostante la sua totale innocenza (16,15-17). Con
quest’obiezione egli lancia un appello perché un
intermediario cerchi di placare un Dio così crudele
(16,18-22). Il tema del “mediatore”, già
apparso in 9,33 e ripreso in 19,25 e 33, 23-34, data anche la
difficoltà testuale del passo, è stato variamente
interpretato. Personalmente pare più probabile
identificare questo 2mallevadore” (v.19) con Dio stesso:
Giobbe chiede a Dio d’essere testimone e difensore
dell’uomo contro se stesso, cosa normale nei cosiddetti
processi per la violazione dell’alleanza in cui Dio
è giudice, pubblico ministero e difensore (1 Sam.12,5-6;
Macc.2,37).
Si apre così l’ultimo lamento (cap.17) in cui
Giobbe ripropone la sua situazione tragica (17,1-4) nella quale
la sola “garanzia” è quella offerta da Dio che
pure non gli è favorevole.
Non dobbiamo stupirci per queste continue, affannose e quasi
maniacali riprese del proprio dramma: esse riflettono la
struttura mentale e psicologica dell’orientale, amante dei
colori intensi, della precisione e dell’esaltazione
d’ogni realtà umana. Questa condizione drammatica
è anche scandalosa agli occhi dei benpensanti che
giudicano secondo i criteri della retribuzione e che quindi
vedono in Giobbe l’emblema vivente del peccato (17,5-10).
Anche i vv.8-10 sono ritenuti una parentesi esortativa
posteriore.
Attraverso essa il redattore avrebbe tentato di fare il punto
suggerendo ai lettori quale atteggiamento assumere davanti alle
parole di Giobbe. Ormai di fronte al gran sofferente non
c’è altra liberazione se non la morte, la tomba
sarà la sua definitiva dimora ove tutto sarà
cancellato (17,11-16). E’ impressionante l’urlo del
v.14: “Al sepolcro io grido: Padre mio sei tu! Ai vermi:
madre mia, sorelle mie voi siete!”
Capitolo 18: Bildad
Con un’insistenza degna di miglior causa, il giurista
Bildad riprende, dopo un aspro rimprovero a Giobbe e al suo
vaneggiare (18,2-4), la tesi basilare della retribuzione.
Successo e felicità non sono destinati in modo stabile
all’empio (18,5-7), una rete o un tranello o un laccio o un
nodo scorsoio o una fune o una trappola lo avvolgerà
(18,8-10), il terrore lo colpirà, il benessere
sparirà (18,11-13), sarà ben presto annientato dal
“primogenito della morte”, la peste probabilmente, e
sarà trascinato davanti al “re dei terrori”,
la morte (18,14-16). Ma anche l’immortalità nel
ricordo e nella sua fama scomparirà perché nessuno
della sua discendenza sopravvivrà (18,17-19). Tutti
comprenderanno, allora, “quale sia la sorte
dell’iniquo” (18,20-21).
La predica di Bildad è legata alla tradizione
sapienziale ed è intrisa d’allusioni bibliche. La
discrezione dell’amico sta nel fatto che, pur esprimendo
con vigore l’asserto tradizionale, egli eviti di applicarlo
direttamente a Giobbe identificandolo col peccatore di cui egli
parla.
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